24 giugno 2015
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L'austerità come strategia capitalista di
risparmio dei costi
Dopo lo scoppio della crisi economica globale del 2008, in molte
parti del mondo capitalista sviluppato sono prevalse politiche di
austerità estreme, specialmente nell'Unione Europea (UE) e nella zona
euro. L'austerità è stata criticata come una politica irrazionale, che
ha ulteriormente deteriorato la crisi economica creando un vizioso ciclo
economico di domanda effettiva calante, di recessione e di
sovra-indebitamento. Tuttavia, difficilmente queste critiche possono
spiegare perche, nonostante i suoi 'fallimenti', persista questa
politica 'irrazionale' o sbagliata'. In realtà, la crisi economica si
esprime non soltanto in una penuria di domanda effettiva, ma soprattutto
in una riduzione della redditività della classe capitalista.
L'austerità costituisce una strategia per alzare il tasso di
profitto del capitale. L'austerità costituisce la pietra angolare delle
politiche neoliberiste. Sulla superficie, funziona come una strategia di
riduzione dei costi aziendali. L'austerità riduce i costi del lavoro del
settore privato, incrementa il profitto per il costo unitario del lavoro
e così accresce il tasso di profitto. E' di complemento all'economizzare
nell'utilizzo del "capitale materiale" (un'altra strategia di riduzione
della domanda!) ed inoltre dai cambiamenti istituzionali che, da una
parte, aumentano la mobilità e la competizione del capitale e,
dall'altra, rafforzano il potere dei dirigenti dell'impresa e degli
azionisti ed obbligazionisti della società. Per quanto riguarda il
consolidamento fiscale, l'austerità da priorità ai tagli di bilancio
sulle entrate pubbliche, riducendo le tasse sul capitale e sui redditi
alti e ridimensionando lo stato sociale.
L'austerità come progetto di classe
Tuttavia, quello che è il costo per la classe capitalista è il
livello di vita per la maggioranza lavoratrice della società. Questo si
applica anche allo stato sociale, i cui servizi possono essere percepiti
come una forma di 'salario sociale'. Quindi è chiaro che l'austerità è
primariamente una politica di classe. Essa promuove costantemente gli
interessi del capitale contro quelli dei lavoratori, dei professionisti,
dei pensionati, dei disoccupati e dei gruppi economicamente vulnerabili.
Nel lungo termine, mira a creare un modello di lavoro con meno diritti e
meno protezione sociale, con salari bassi e flessibili e l'assenza di
ogni solido potere di contrattazione per i salariati.
Naturalmente, l'austerità porta alla recessione. Tuttavia, la
recessione mette pressione su ogni singolo imprenditore, sia capitalisti
che media borghesia, per ridurre tutte le forme di costi, per seguire in
modo più intensivo la strada del 'plusvalore assoluto', cioè per cercare
di consolidare i suoi margini di profitto attraverso tagli salariali,
intensificazione del processo lavorativo, violazioni delle norme sul
lavoro e dei diritti dei lavoratori, massicci licenziamenti ecc. Dalla
prospettiva degli interessi del grande capitale, la recessione da così
origine ad un 'processo di distruzione creativa'. Vi è una
ridistribuzione di reddito e potere a vantaggio del capitale e della
concentrazione della ricchezza in meno mani poiché le piccole e medie
imprese,specialmente nel commercio al dettaglio, vengono 'riordinate'
dalle grandi imprese e dai centri commerciali.
Questa strategia ha la propria razionalità che a prima vista non è
completamente ovvia. Essa percepisce la crisi come un'opportunità per
uno storico spostamento nella correlazione di forze a beneficio del
potere dei capitalisti, assoggettando le società europee alle condizioni
del funzionamento senza impedimenti dei mercati finanziari, tentando di
porre tutte le conseguenze della crisi sistemica capitalista sulle
spalle del popolo lavoratore.
E' per questa ragione che, in una situazione di una tale
intensificazione degli antagonismi sociali come oggi, un governo che
voglia essere dalla parte dei lavoratori e della maggioranza sociale non
può nemmeno immaginare di soccombere alle pressioni per continuare ad
implementare politiche di austerità.
L'austerità e la finanziarizzazione
Il neoliberismo è una forma di mentalità governata dai capitalisti,
cioè di organizzare il potere del capitale sulle classi lavoratrici e la
maggioranza sociale. Da una parte è basato sull'austerità, come già
sostenuto, e dall'altra sul ruolo cruciale regolatore dei mercati
finanziari globalizzati. La sfera finanziaria non è semplicemente il
regno della speculazione, non è un casinò, è molto di più un meccanismo
di sorveglianza.
Nella sua analisi nel Volume 3 del Capitale, Karl Marx spiega che
il capitale sociale viene occupato da due 'soggetti': un capitalista
monetario ed un capitalista funzionante. Nel corso del processo di dare
in prestito, il capitalista monetario diventa il destinatario ed il
proprietario di un titolo, vale a dire di una promessa di pagamento
scritta del capitalista funzionante, l'amministratore. Con le parole di
Marx: "Nel processo di produzione, il capitalista funzionante
rappresenta il capitale contro i lavoratori salariati come con la
proprietà di altri ed il capitalista monetario partecipa allo
sfruttamento del lavoro come rappresentato dal capitalista funzionante”.
Delle contraddizioni secondarie tra gli amministratori ed i grandi
investitori finanziari esistono certamente, ma sono minori paragonate
alla contraddizione di classe capitale-lavoro.
Ogni impresa è a due facce, comprendendo da una parte l'apparato di
produzione in se e per se e, dall'altra, la sua esistenza finanziaria,
le sue azioni e le sue obbligazioni, che vengono scambiate nei mercati
finanziari globali. La produzione di plusvalore costituisce una
situazione da campo di battaglia nel quale si incontra resistenza, che
significa che il risultato finale non si può mai dare per scontato. Le
tecniche di gestione del rischio, organizzate proprio all'interno del
modo di funzionamento del mercato 'deregolamentato' del denaro, sono un
punto critico nella gestione della resistenza del lavoro e così per
promuovere e stabilizzare l'austerità.
I mercati finanziari generano una struttura per soprintendere
all'efficienza dei capitali individuali, vale a dire un tipo di
supervisione del movimento dei capitali. La domanda di elevato valore
finanziario mette pressione sui capitali individuali (imprese) per uno
sfruttamento più intensivo e più efficiente del lavoro, per una maggiore
redditività. Questa pressione viene trasmessa attraverso una varietà di
canali differenti.
Per fornire un esempio, quando una grande società è dipendente dai
mercati finanziari per il proprio finanziamento, ogni sospetto di
valorizzazione inadeguata incrementa il costo dei finanziamento, riduce
la capacità che il finanziamento sarà disponibile e deprime i prezzi di
azioni ed obbligazioni. Confrontate da un tale clima, le forze del
lavoro all'interno dell'ambiente politicizzato dell'impresa sono di
fronte al dilemma di decidere se accettare le condizioni sfavorevoli dei
datori di lavoro, che implicano la perdita della loro posizione
contrattuale, o affrontare la possibilità di perdere i loro posti di
lavoro: accettare le "leggi del capitale" oppure vivere nell'insicurezza
e nella disoccupazione.
Questa pressione influisce sull'intera organizzazione del processo
di produzione. Essa quindi presuppone non soltanto accrescere il
"dispotismo" dei dirigenti sui lavoratori ma anche flessibilità nel
mercato del lavoro ed alta disoccupazione. Quindi, la "disciplina di
mercato" deve concepirsi come "disciplina del capitale". L'abbozzo
teorico che ho cercato di presentare sopra comprende il fenomeno della
globalizzazione capitalista e della finanziarizzazione come una
complessa tecnologia di potere, l'aspetto principale della quale è
l'organizzazione delle relazioni di potere capitaliste. E' una
tecnologia di potere formata da differenti istituzioni, procedure,
analisi e riflessioni, calcoli, tattiche e modelli impressi che
permettono l'esercizio di questa specifica, sebbene molto complessa,
funzione che organizza l'efficienza delle relazioni di potere
capitaliste attraverso il funzionamento dei mercati finanziari.
L'austerità e la zona euro
Praticamente in ogni paese capitalista la maggioranza lavoratrice
sarà sempre contraria a diminuire i salari ed all'impiego precario, alla
degenerazione ed al taglio dei servizi pubblici, ad aumentare il costo
dell'istruzione e dell'assistenza sanitaria, all'indebolimento delle
istituzioni democratiche, al rafforzamento della repressione. Concepirà
sempre la "crisi del lavoro" (cioè disoccupazione, lavoro precario e
sottopagato ecc.) come una malattia sociale che dovrebbe essere
affrontata da sola, non come un effetto secondario della ripresa dei
profitti.
La continuazione dell'austerità è quindi una questione delle
relazioni sociali di forze. Come ha commentato Karl Marx sui limiti
della giornata lavorativa: "Il capitalista mantiene i suoi diritti come
un acquirente quando cerca di rendere più lunga possibile la giornata
lavorativa ... D'altra parte... il lavoratore mantiene i suoi diritti
come venditore quando desidera ridurre la giornata lavorativa ad una di
durata normale definita. Vi è quindi qui un'antinomia, di diritto contro
diritto, che portano entrambe il sigillo della legge dello scambio. Tra
diritti simili decide la forza”.
Oltre certi limiti, la soggezione di tutte le parti della vita
sociale alla funzione senza impedimenti dei mercati ed al dettato della
redditività può funzionare come 'rischio politico' per l'establishment
neoliberista, poiché può scatenare facilmente esplosioni sociali.
E' caratteristico che, nel suo
discorso al Madison Square Garden, New York City il 31 ottobre 1936,
Franklin D. Roosevelt presentò le sue politiche del New Deal come il
mezzo dorato tra il "denaro organizzato" e la "folla organizzata".
Nella zona euro, il rischio politico viene presumibilmente
minimizzato attraverso l'introduzione di una struttura istituzionale
nella quale l'austerità è l'unica maniera di trattare l'instabilità
economica e finanziaria. Nell'usuale scenario dello stato nazione, una
singola autorità fiscale nazionale si trova dietro ad una singola banca
centrale nazionale. Come sappiamo, questo non è il caso della zona euro:
non vi è nessuna solida ed uniforme autorità fiscale nazionale dietro
alla Banca Centrale Europea (BCE). Gli stati membri emettono debito in
una valuta che non controllano in termini di sistema bancario centrale
(non sono in grado di 'stampare' euro o ogni altro genere di valuta,
almeno non per un periodo di tempo considerevolmente lungo). Gli stati
membri non avranno sempre la liquidità necessaria per rimborsare i
possessori di titoli. Questo renderà il ridimensionamento dello stato
sociale una precondizione per la solvibilità finanziaria.
Le elite dominanti europee si sono così sottomesse ad un alto grado
di rischio di default sovrano allo scopo di consolidare le strategie
neoliberiste. In altre parole, hanno congiuntamente deciso di sfruttare
la crisi come mezzo per neo liberalizzare ulteriormente il governo
statale. Gli stati membri sono di fronte al dilemma:
austerità-tagli-privatizzazioni o rischio di default. Nell'insieme,
queste sono scelte adeguate. Anche nell'ultimo scenario, gli stati
membri accetterebbero un pacchetto di salvataggio, il contenuto del
quale è di nuovo austerità-tagli-privatizzazioni.
Questa prospettiva conservatrice riconosce come 'azzardo morale'
ogni politica che sostenga gli interessi della classe lavoratrice,
espanda lo spazio del pubblico, sostenga lo stato sociale ed organizzi
la riproduzione della società oltre ed al di fuori della portata dei
mercati. In questo ordinamento, per il neoliberismo della UE la
questione strategica è di definire il livello di austerità che intende
raggiungere un equilibrio 'ottimale' tra 'rischio politico' ed 'azzardo
morale'.
Genericamente parlando, questi due rischi, quello 'morale' e quello
'politico', si muovono in direzioni opposte a causa delle loro
conseguenze nella congiuntura politica. Quando aumentano gli azzardi
morali, il rischio politico diminuisce e viceversa. Quindi, la tensione
(quando si scontrano l'uno con l'altro) risulta in un appropriato
equilibrio tra di loro. Le 'autorità indipendenti', essendo immunizzate
contro ogni controllo democratico, specialmente su questioni collegate
all'economia (qui l'esempio principale è l''indipendenza' della BCE),
creano un meccanismo per individuare l'equilibrio tra questi due
'rischi'. Nondimeno, questo meccanismo resterà sempre incompleto. La
lotta di classe creerà sempre dei fatti contingenti.
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