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Mentre si rende omaggio a Marx per la sua profonda comprensione
delle "leggi di moto del modo capitalista di produzione", la maggior
parte degli economisti contemporanei sostiene che ciò nonostante la sua
analisi economica non può essere di molto aiuto quando si tratta dello
studio del moderno settore bancario e della grande finanza, poiché
questi sono degli sviluppi post-Marx relativamente recenti. In questo
saggio sosterrò che, di fatto, una attenta lettura della sua opera sul
"capitale fittizio" rivela delle acute intuizioni per una migliore
comprensione delle instabilità dei mercati finanziari di oggi [1].
E' vero che le sue discussioni sul capitale fittizio sono rimaste
brevi e frammentate. Nondimeno, ciò che scrisse (in prospetti
schematici) sulla distinzione tra "capitale monetario e capitale reale",
tra lavoro produttivo ed improduttivo e tra investimenti speculativi e
reali può essere di significativo interesse in relazione alla crescita
del capitale finanziario e dei suoi effetti destabilizzanti sulle
economie di mercato avanzate del nostro tempo [2].
La teoria marxiana del valore, come il prodotto del lavoro umano
generato nel processo di produzione e la sua teoria gemella del
plusvalore—valore in aggiunta al costo di produzione—come la fonte del profitto,
dell'interesse e della rendita implica che, per avere un'economia
vitale, la somma monetaria di questi vari tipi di reddito non può
deviare molto dal plusvalore totale creato nel processo di produzione.
In altre parole, la somma complessiva dei redditi monetari e/o dei
profitti in un'economia è limitata, in definitiva, dall'ammontare totale
di valore reale prodotto in quella economia.
Le implicazioni di politica di questa teoria in termini di cosa
realmente sostenga l'economia sono enormi, poiché può prontamente
avvisare i responsabili della politica dei pericoli di una imminente
crisi economica, quando le deviazioni delle grandezze monetarie dalle
grandezze di valore reale tendono a diventare troppo grandi e, quindi,
insostenibili.
Questo si trova in netto contrasto con la teoria economica
mainstream/neoclassica che, invece del lavoro umano, considera la
proprietà e/o la gestione come fonte dei profitti, ovvero del surplus
economico.
Di conseguenza,
non vi è nessun limite
sistemico all'ammontare dei redditi/profitti fatti da
"scaltri" dirigenti capitalisti ed "esperti" finanziari. Tutto dipende
da quanto siano creativi, includendo tutti i generi di ingegnose
"innovazioni finanziarie" che possano creare dal nulla ricchezza di
carta o elettronica, senza essere limitate da nessun valore reale
sottostante.
In modo non sorprendente, la maggior parte degli economisti
mainstream non vede un problema nella crescita
astronomica del capitale fittizio (in relazione al capitale
industriale) nell'immediato periodo che precede l'implosione finanziaria
del 2008. Effettivamente, non molto tempo prima del crollo del mercato,
questi economisti predicevano allegramente che non vi sarebbe più stata
nessuna grande crisi del capitalismo perché le "innovazioni finanziarie
creative" avevano essenzialmente assicurato il mercato contro il
rischio, l'incertezza ed il crollo.
La teoria marxiana dell'instabilità finanziaria (e della crisi
economica in generale) va oltre incolpare semplicemente il
"comportamento irrazionale degli agenti economici" come fanno gli
economisti neoliberali o "regolamentazioni statali insufficienti" come
fanno gli economisti keynesiani. Invece, essa si concentra sulle
dinamiche intrinseche del sistema capitalista che incoraggia entrambe il
comportamento degli agenti di mercato e le politiche dei governi. Essa
considera, per esempio, il tracollo finanziario del 2008 come il
risultato logico della sovraccumulazione del capitale finanziario
fittizio, in relazione all'ammontare aggregato di plusvalore prodotto
dal lavoro nel processo di produzione.
Invece di incolpare semplicemente i "malvagi" repubblicani o il
"capitalismo neoliberale" come fanno molti economisti di sinistra,
liberali e keynesiani
[3],
essa si concentra sulla dinamica del "capitale come valore
auto-dilatante", come si esprime Marx, che non soltanto ha creato
l'enorme bolla finanziaria implosa nel 2008, ma ha pure sovvertito la
politica pubblica in presenza di una simile ed ovviamente insostenibile
bolla. In altre parole, essa considera la politica pubblica non
semplicemente come una questione amministrativa o tecnica ma, in maniera
più importante, come un affare profondamente politico che è intrecciato
organicamente con la natura di classe dello stato capitalista, che è
diventato sempre più dominato da potenti interessi finanziari.
Mentre incolpare politiche o strategie di deregolamentazione,
titoli negoziabili ed altre innovazioni finanziarie come fattori che
hanno facilitato la bolla finanziaria non è falso, maschera il fatto che
questi fattori sono essenzialmente degli strumenti o veicoli
dell'accumulazione di capitale finanziario fittizio. Non importa quanto
sottili o complessi, sono essenzialmente degli strumenti ingegnosi o
delle strategie di trasferimento del plusvalore generato altrove dal
lavoro, oppure per creare dal nulla del capitale fittizio. Marx ha
caratterizzato questo sottile trasferimento di valore (reale/lavoro) dal
produttivo all'improduttivo capitale fittizio come "una forma estrema
del feticismo delle merci" nel quale la reale, ma sommersa, fonte del
plusvalore è nascosta. Nel discutere come le fluttuazioni nella
grandezza del capitale fittizio, ovvero i prezzi delle attività
finanziarie, possano non necessariamente riflettere cambiamenti
nell'economia reale, Marx scrisse:
"Al punto in cui il deprezzamento o l'incremento di questa carta
[attività] è indipendente dal movimento del valore del capitale reale
che rappresenta, la ricchezza della nazione è proprio tanto grande prima
quanto dopo il suo
deprezzamento o incremento di valore.... A meno che questo
deprezzamento non rifletta un reale arresto della produzione e del
traffico su canali e ferrovie, oppure una sospensione di imprese
[produttive] già gonfiate... la nazione non è diventata di un centesimo
più povera con lo scoppio di questa bolla di sapone di
capitale-denaro nominale" (enfasi aggiunta0 [4].
Marx introduce la sua discussione della relazione tra capitale
finanziario, che chiama "capitale-denaro mutuabile" e capitale
industriale o produttivo ponendo questa domanda: "fino a che punto
l'accumulazione di capitale nella forma di
capitale-denaro mutuabile coincide con la reale accumulazione, cioè
con l'espansione del processo di riproduzione?” [5].
La risposta, rileva, dipende dallo stadio di sviluppo del
capitalismo. Negli stadi iniziali dello sviluppo capitalista, vale a
dire prima del sorgere delle grandi banche e del moderno sistema del
credito, la crescita del capitale finanziario era regolata o determinata
dalla crescita del capitale industriale. Perché, in assenza di grandi
banche monopolistiche e del moderno sistema del credito la forma di
credito dominante consisteva nel credito commerciale. Secondo il sistema
del credito commerciale, nel quale una persona presta il denaro ad
un'altra nel processo di riproduzione (per esempio, il grossista presta
al dettagliante, o il dettagliante presta al cliente), il capitale
finanziario non potrà deviare di molto dal capitale industriale. "Quando
esaminiamo questo credito distaccato dal credito del banchiere è
evidente che esso cresce con un volume crescente del capitale
industriale stesso. Il capitale di prestito ed il capitale industriale
sono qui identici” [6].
Ma negli stadi più alti dello sviluppo capitalista, nei quali le
banche raccolgono con un mestolo o centralizzano e controllano il
risparmio nazionale, la crescita del capitale finanziario non si muove
più in tandem con la crescita del capitale industriale. Sotto queste
condizioni, "Il profitto può essere fatto puramente dallo scambio di una
varietà di pretese finanziarie esistenti soltanto sulla carta....Effettivamente,
il profitto può essere fatto utilizzando soltanto capitale preso in
prestito per impegnarlo nello scambio (speculativo), non sostenuto
da nessuna attività tangibile” [7].
Questi brevi passaggi rivelano che Marx fa una chiara distinzione
tra il profitto reale ed il profitto da bolle finanziarie. Mentre il
profitto reale è radicato nella, e quindi limitato direttamente, dalla
produzione di un plusvalore, il profitto dal gonfiamento del capitale
fittizio (o gonfiamento del prezzo delle attività) non lo è—almeno non direttamente o nel breve
termine. Marx distingue tra una varietà di profitti e/o di
redditi—tutti in definitiva dipendenti
dall'ammontare del plusvalore creato dal lavoro umano nel
processo di produzione.
La principale ed ovvia categoria è il profitto che risulta dalla
fabbricazione o produzione reale, ovvero il profitto d'"impresa", come
lo ha chiamato Marx. Secondo la sua teoria del valore lavoro, il
profitto d'"impresa" è essenzialmente il lavoro non retribuito.
Cominciando dalla produzione, esprime il valore del prodotto nazionale
lordo totale (PIL) con questa semplice equazione. PIL =
C + V + S,
dove C sta per capitale "costante" (o
deprezzamento e materiali, incluse le materie prime), V sta per capitale
"variabile", che è l'equivalente dei salari (di produzione) ed S sta per
plusvalore, che è la base dei profitti (produzione), ovvero
profitto d'"impresa". I pagamenti di interessi per capitale preso in
prestito (ed investito) come pure i pagamenti di rendite per lo spazio
preso in affitto per fare affari sarebbe dedotto dal profitto d'impresa,
o plusvalore.
Parte del profitto d'impresa rimanente normalmente sarebbe
accantonato per il reinvestimento e/o l'ampliamento—che nel gergo economico di oggi viene
chiamato "guadagno trattenuto"—ed il resto diventerebbe reddito da
dividendi e/o reddito imprenditoriale/direzionale. [Nell'equazione di
cui sopra, Marx chiama C il lavoro "morto", vale a dire il lavoro
cristallizzato o congelato nel macchinario o mezzi di produzione;
(V + S) "vivo" ovvero il "lavoro vivente", vale a
dire il lavoro (orario) totale realizzato, o valore totale creato; che
oggi viene chiamato prodotto nazionale netto, ovvero valore aggiunto].
Non soltanto Marx concepì scenari del capitale finanziario che
sfuggiva o abbandonava la sfera della produzione nel perseguimento di
guadagni più alti nella sfera della speculazione, ma la sua analisi
della dinamica di tali scenari o sviluppi, che potrebbero portare a
bolle e scoppi finanziari è effettivamente molto più profonda e più
ricca di quella degli economisti contemporanei...
Secondo Marx, una seconda categoria di profitti è "il profitto
sull'alienazione o l'espropriazione", che proviene dall'appropriazione
da parte dei capitalisti del reddito o salario dei lavoratori sotto la
forma di interesse o rendita. Quando la retribuzione dei lavoratori (V
nella suddetta equazione) è al di sotto del livello di "sussistenza",
cioè non viene loro pagato un minimo vitale, spesso ricorrono al
prendere in prestito per integrare i loro guadagni inadeguati.
Frequentemente ciò porta all'indebitamento e, quindi, all'appropriazione
di parte del loro reddito da parte dei banchieri e di altri prestatori
di denaro. Questa "espropriazione finanziaria si basa sul ridividere i
flussi di redditi di denaro esistenti e così ammonta ad un gioco a somma
zero": i prestatori guadagnano quello che perdono coloro che prendono in
prestito. Marx caratterizza questo tipo di guadagno finanziario da parte
dei prestatori a spese di
coloro che prendono in prestito profitto da "sfruttamento
secondario"—poiché distinto dal profitto da
"sfruttamento primario", ovvero profitto d'"impresa", che, come
menzionato nel paragrafo precedente, si basa sull'estrazione del
plusvalore nel processo di produzione.
Sia il
profitto d'"impresa" che il profitto
sull'"alienazione" sono fatti entro la sfera della
produzione; entrambe provengono dal prodotto nazionale netto, o valore
aggiunto
(S +V nell'equazione di cui sopra). Tuttavia, vi
è anche un altro tipo di profitto il cui collegamento ai valori reali è
indiretto o sommerso e la cui portata per l'espansione è, di
conseguenza, molto più ampia; esso è il profitto dal capitale fittizio,
vale a dire, il profitto che viene fatto sulla carta a alle tastiere dei
computer nel settore finanziario attraverso lo scambio o la
speculazione nelle attività finanziarie. Questo tipo di profitto e la
sua accumulazione in più capitale fittizio/parassitario è la principale
fonte delle bolle e degli scoppi finanziari.
Segue da questa distinzione tra vari tipi di profitti/redditi che lo
sfruttamento nel processo di produzione (come misurato dal rapporto del
plusvalore e del valore necessario, ovvero approssimativamente dal
rapporto profitto-salario, che Marx chiama il tasso di sfruttamento) e
lo sfruttamento sull'"espropriazione", o sull'"alienazione", vanno
fianco a fianco: come il primo si intensifica così fa il secondo. Per
esempio, negli USA la crescita nel rapporto profitto-salario nel corso
dei diversi passati decenni è stata accompagnata da un corrispondente
aumento dell'indebitamento, ovvero in una quota sempre maggiore di
reddito/salario dei lavoratori che veniva espropriata (sotto forma di
servizio del debito) dai prestatori.
Così, la distinzione tra tipi diversi di profitti/redditi non è
semplicemente un esercitazione accademica, o "un concetto marxiano
radicale ma non pratico", come opinerebbe la maggior parte dei confusi
economisti contemporanei. In modo più importante, trova stretta
attinenza alle categorie, sviluppi e tendenze economiche reali. Non
soltanto dimostra, per esempio, le fonti di vari tipi di
redditi/profitti, vale a dire, come le risorse nazionali vengono
appropriate o distribuite, ma anche le fondamenta materiali ed i limiti
alla crescita economica reale, come pure le fonti ed i limiti alle bolle
finanziarie.
Questa trasparente definizione di diversi tipi e fonti di profitti
e/o redditi sta in netto contrasto con la teoria economica
mainstream di oggi (ovvero la teoria economica
neoclassica) di distribuzione del reddito che tende ad essere
più sconcertante e mistificante che chiarificante. Secondo questa
teoria, che viene chiamata "distribuzione funzionale del reddito",
ciascuno dei quattro "fattori" della produzione (lavoro, capitale,
gestione e proprietari) riceve una quota di produzione o reddito che è
automaticamente "giusta ed equa". Il fondamento logico di questa
"spontanea, garantita e giusta distribuzione del reddito" è che,
sostiene la teoria, la quota di ciascun fattore della produzione, che
sia il salario, lo stipendio, il profitto, l'interesse o la rendita,
viene automaticamente determinato dal meccanismo di mercato in un modo
che finisce per essere esattamente uguale alla contribuzione (al
margine) di quel fattore alla produzione del
rendimento/reddito! (Tutta questa magica prestazione di rendere la
distribuzione "giusta ed equa" sotto il capitalismo viene compiuta con
l'aiuto di molte assunzioni irrealistiche e di affascinante ginnastica
matematica, specialmente calcolo/derivate differenziale).
Come osservato prima, la maggior parte degli economisti
contemporanei, compresi molti di sinistra, sostengono che poiché Marx
viveva e scriveva in un'epoca precedente all'ascesa della grande finanza
non poteva avere previsto le influenze destabilizzanti delle bolle
finanziarie in un'economia di mercato relativamente avanzata.
Un'attenta lettura della sua opera su "capitale monetario e
capitale reale" rivela tuttavia che discusse effettivamente degli
scenari di efflussi sistematici di capitale finanziario (che ha chiamato
in maniera intercambiabile "cumuli monetari", "capitale in eccedenza" o
"capitale monetario") dalla sfera della produzione nell'area della
speculazione nel perseguimento di guadagni maggiori; aprendo quindi la
strada alla crescita delle bolle e degli scoppi finanziari. Non soltanto
Marx predisse scenari di capitale finanziario che evita o abbandona la
sfera della produzione
nel perseguimento di guadagni maggiori nella sfera della speculazione,
ma la sua analisi della dinamica di tali scenari o sviluppi, che
potrebbe portare a bolle e degli scoppi finanziari, è davvero molto più
profonda e ricca di quella degli economisti contemporanei [8].
Secondo questi economisti, sia neoliberali che keynesiani, ogni
discrepanza o squilibrio tra il capitale finanziario, che loro chiamano
risparmio nazionale aggregato (S) e capitale reale, che loro chiamano
investimento nazionale aggregato (I), sarebbe temporaneo e quindi non
problematico, perché, sostengono, lo squilibrio tra S ed I sarebbe
presto rettificato automaticamente dalle forze della domanda e
dell'offerta (neoliberali) o dall'intervento statale (keynesiani).
Nel punto di vista neoliberale, l'equilibrio tra S ed I viene
garantito dal meccanismo di mercato: un eccesso di S su I sarebbe
soltanto di breve durata poiché questa (temporanea) offerta eccessiva di
fondi mutuabili porterebbe presto a tassi d'interesse più bassi, il che
significherebbe quindi incoraggiare le imprese/fabbricanti a prendere in
prestito ed investire di più. Questo processo di prendere in prestito ed
investire S svalutato continuerebbe fino a che l'eccesso di S sia
consumato e ristabilita l'uguaglianza tra S ed I.
Nell'opinione keynesiana, tuttavia, un simile spontaneo o
automatico ristabilimento dell'equilibrio tra S ed I non è garantito, il
che significa che una situazione di
S>I,
ovvero di insufficienta spesa per
investimenti, potrebbe persistere per lungo tempo. Sotto condizioni di
relativa incertezza e di domanda debole, anche bassi tassi d'interesse
non indurrebbero i produttori a prendere in prestito ed investire, o
espandere. Sotto tali condizioni, può intervenire lo stato,
prendere in prestito il risparmio "inattivo" e spenderlo
("nell'interesse dei suoi ricchi possessori", come si espresse Keynes),
chiudendo quindi il divario risparmio-investimenti (o reddito-spesa).
Nella visione marxiana, al contrario, la discrepanza o divario tra
"capitale in eccedenza" speculativo ed investimenti produttivi può
persistere, o persino ampliarsi, con conseguenze calamitose in termini
di bolle finanziarie ed inabilità di mercato. Rilevando come nell'epoca
delle grandi banche il capitale finanziario può crescere indipendente
dal capitale industriale, Marx scrive: "La successiva truffa del credito
prova che non si trova nessun ostacolo reale sulla strada dell'impiego
di questo capitale in eccedenza", uno scenario che potrebbe precipitare
in un gonfiamento dei prezzi delle attività, ovvero in bolle finanziarie [9].
Dopo avere così indicato che i limiti o confini del capitale
finanziario speculativo sono molto più ampi di quelli del capitale
industriale, egli quindi avverte che ciò non significa che il capitale
speculativo possa espandersi indefinitamente: "Tuttavia, un ostacolo è
effettivamente immanente nelle sue leggi di espansione, cioè,
nei limiti in cui il capitale può realizzarsi come capitale” [10].
In altre parole, una bolla gigantesca di valori fittizi su una base
ristretta di valori reali può espandersi soltanto fino ad un certo
punto; oltre quel punto è destinata a scoppiare.
In breve, la discussione di Marx sull'efflusso sistematico di
capitale finanziario dalla sfera della produzione alla sfera della
speculazione nel perseguimento di guadagni maggiori dimostra che,
contrariamente alle percezioni generali tra gli economisti
contemporanei, Marx concepì effettivamente degli scenari sull'emergere
di inflazioni e deflazioni finanziarie, ovvero di bolle e scoppi. La
discussione manifesta ulteriormente la superiorità della sua analisi
della relazione tra capitale industriale e (parassitario) capitale
finanziario su quelle degli economisti neoclassici, secondo i quali ogni
efflusso di capitale finanziario dalla sfera della produzione sarebbe
temporaneo e non problematico, come se sarebbe presto ritornato indietro
al settore reale dell'economia (dalla mano invisibile del meccanismo di
mercato alla neoliberale o dalla mano visibile alla keynesiana) per
essere investito produttivamente. Al riguardo si trova la tragedia degli
economisti
mainstream/neoclassici: nella loro paura paranoica di
Marx, hanno essenzialmente censurato le sue vedute economiche,
privandosi quindi della più ricca analisi del capitalismo. Nel fare ciò,
sono anche riusciti a ridurre l'economia ad una disciplina accademica a
quella che propriamente il professor Michael Hudson chiama "economia ciarpame", nonostante
l'etichettatura ufficiale della disciplina come una "scienza".
Referimenti
[1]
Questo saggio trae pesantemente dal
Capitolo 5 del mio libro,
Beyond
Mainstream Explanations of the Financial Crisis: Parasitic Finance
Capital (Routledge
2015).
[2] Karl Marx, Capital, vol. 3, New
York, International Publishers 1967,
capitoli 25-33.
[3]
Vedi, per esempio, David Kotz, “The
Financial and Economic Crisis of 2008: A Systemic Crisis of Neoliberal
Capitalism,” Review of Radical Political Economics, vol. 41, no.
3 (2009), pp. 305-317.
[4] Karl Marx, ibid. p. 468.
[5] Ibid. p. 494.
[6] Ibid. p. 481.
[7]
Questo passaggio si basa sulla discussione
di Marx su “Speculation and fictitious capital,” as quoted in
Wikipedia:
<http://en.wikipedia.org/wiki/Fictitious_capital#cite_note-1>.
[8] Karl Marx, ibid. pp. 476-519.
[9] Ibid. p. 507.
[10] Ibid.
SULL'AUTORE
Ismael
Hossein-zadeh è professore
emerito di economia (Drake University).
E' l'autore
di Beyond
Mainstream Explanations of the Financial Crisis (Routledge
2014), The Political
Economy of U.S. Militarism (Palgrave–Macmillan 2007),
e di Soviet
Non-capitalist Development: The Case of Nasser’s Egypt (Praeger
Publishers 1989).
E' inoltre un
collaboratore di Hopeless:
Barack Obama and the Politics of Illusion.
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