THE GREANVILLE POST

 

 

 

Marx sulle bolle finanziarie:

intuizioni più acute di quelle degli economisti contemporanei

AutorE TGP STAFF DatA 4 LUGLIO 2016

di ISMAEL HOSSEIN-ZADEH

 

 

Mentre si rende omaggio a Marx per la sua profonda comprensione delle "leggi di moto del modo capitalista di produzione", la maggior parte degli economisti contemporanei sostiene che ciò nonostante la sua analisi economica non può essere di molto aiuto quando si tratta dello studio del moderno settore bancario e della grande finanza, poiché questi sono degli sviluppi post-Marx relativamente recenti. In questo saggio sosterrò che, di fatto, una attenta lettura della sua opera sul "capitale fittizio" rivela delle acute intuizioni per una migliore comprensione delle instabilità dei mercati finanziari di oggi [1].

E' vero che le sue discussioni sul capitale fittizio sono rimaste brevi e frammentate. Nondimeno, ciò che scrisse (in prospetti schematici) sulla distinzione tra "capitale monetario e capitale reale", tra lavoro produttivo ed improduttivo e tra investimenti speculativi e reali può essere di significativo interesse in relazione alla crescita del capitale finanziario e dei suoi effetti destabilizzanti sulle economie di mercato avanzate del nostro tempo [2].

La teoria marxiana del valore, come il prodotto del lavoro umano generato nel processo di produzione e la sua teoria gemella del plusvalorevalore in aggiunta al costo di produzionecome la fonte del profitto, dell'interesse e della rendita implica che, per avere un'economia vitale, la somma monetaria di questi vari tipi di reddito non può deviare molto dal plusvalore totale creato nel processo di produzione. In altre parole, la somma complessiva dei redditi monetari e/o dei profitti in un'economia è limitata, in definitiva, dall'ammontare totale di valore reale prodotto in quella economia.

Le implicazioni di politica di questa teoria in termini di cosa realmente sostenga l'economia sono enormi, poiché può prontamente avvisare i responsabili della politica dei pericoli di una imminente crisi economica, quando le deviazioni delle grandezze monetarie dalle grandezze di valore reale tendono a diventare troppo grandi e, quindi, insostenibili.

Questo si trova in netto contrasto con la teoria economica mainstream/neoclassica che, invece del lavoro umano, considera la proprietà e/o la gestione come fonte dei profitti, ovvero del surplus economico. Di conseguenza, non vi è nessun limite sistemico all'ammontare  dei redditi/profitti fatti da "scaltri" dirigenti capitalisti ed "esperti" finanziari. Tutto dipende da quanto siano creativi, includendo tutti i generi di ingegnose "innovazioni finanziarie" che possano creare dal nulla ricchezza di carta o elettronica, senza essere limitate da nessun valore reale sottostante.

In modo non sorprendente, la maggior parte degli economisti mainstream non vede un problema nella crescita astronomica del capitale fittizio (in relazione al capitale industriale) nell'immediato periodo che precede l'implosione finanziaria del 2008. Effettivamente, non molto tempo prima del crollo del mercato, questi economisti predicevano allegramente che non vi sarebbe più stata nessuna grande crisi del capitalismo perché le "innovazioni finanziarie creative" avevano essenzialmente assicurato il mercato contro il rischio, l'incertezza ed il crollo.

La teoria marxiana dell'instabilità finanziaria (e della crisi economica in generale) va oltre incolpare semplicemente il "comportamento irrazionale degli agenti economici" come fanno gli economisti neoliberali o "regolamentazioni statali insufficienti" come fanno gli economisti keynesiani. Invece, essa si concentra sulle dinamiche intrinseche del sistema capitalista che incoraggia entrambe il comportamento degli agenti di mercato e le politiche dei governi. Essa considera, per esempio, il tracollo finanziario del 2008 come il risultato logico della sovraccumulazione del capitale finanziario fittizio, in relazione all'ammontare aggregato di plusvalore prodotto dal lavoro nel processo di produzione.

Invece di incolpare semplicemente i "malvagi" repubblicani o il "capitalismo neoliberale" come fanno molti economisti di sinistra, liberali e keynesiani [3], essa si concentra sulla dinamica del "capitale come valore auto-dilatante", come si esprime Marx, che non soltanto ha creato l'enorme bolla finanziaria implosa nel 2008, ma ha pure sovvertito la politica pubblica in presenza di una simile ed ovviamente insostenibile bolla. In altre parole, essa considera la politica pubblica non semplicemente come una questione amministrativa o tecnica ma, in maniera più importante, come un affare profondamente politico che è intrecciato organicamente con la natura di classe dello stato capitalista, che è diventato sempre più dominato da potenti interessi finanziari.

Mentre incolpare politiche o strategie di deregolamentazione, titoli negoziabili ed altre innovazioni finanziarie come fattori che hanno facilitato la bolla finanziaria non è falso, maschera il fatto che questi fattori sono essenzialmente degli strumenti o veicoli dell'accumulazione di capitale finanziario fittizio. Non importa quanto sottili o complessi, sono essenzialmente degli strumenti ingegnosi o delle strategie di trasferimento del plusvalore generato altrove dal lavoro, oppure per creare dal nulla del capitale fittizio. Marx ha caratterizzato questo sottile trasferimento di valore (reale/lavoro) dal produttivo all'improduttivo capitale fittizio come "una forma estrema del feticismo delle merci" nel quale la reale, ma sommersa, fonte del plusvalore è nascosta. Nel discutere come le fluttuazioni nella grandezza del capitale fittizio, ovvero i prezzi delle attività finanziarie, possano non necessariamente riflettere cambiamenti nell'economia reale, Marx scrisse:

"Al punto in cui il deprezzamento o l'incremento di questa carta [attività] è indipendente dal movimento del valore del capitale reale che rappresenta, la ricchezza della nazione è proprio tanto grande prima quanto dopo il suo deprezzamento o incremento di valore.... A meno che questo deprezzamento non rifletta un reale arresto della produzione e del traffico su canali e ferrovie, oppure una sospensione di imprese [produttive] già gonfiate... la nazione non è diventata di un centesimo più povera con lo scoppio di questa bolla di sapone di capitale-denaro nominale" (enfasi aggiunta0 [4].

Marx introduce la sua discussione della relazione tra capitale finanziario, che chiama "capitale-denaro mutuabile" e capitale industriale o produttivo ponendo questa domanda: "fino a che punto l'accumulazione di capitale nella forma di capitale-denaro mutuabile coincide con la reale accumulazione, cioè con l'espansione del processo di riproduzione?” [5].

La risposta, rileva, dipende dallo stadio di sviluppo del capitalismo. Negli stadi iniziali dello sviluppo capitalista, vale a dire prima del sorgere delle grandi banche e del moderno sistema del credito, la crescita del capitale finanziario era regolata o determinata dalla crescita del capitale industriale. Perché, in assenza di grandi banche monopolistiche e del moderno sistema del credito la forma di credito dominante consisteva nel credito commerciale. Secondo il sistema del credito commerciale, nel quale una persona presta il denaro ad un'altra nel processo di riproduzione (per esempio, il grossista presta al dettagliante, o il dettagliante presta al cliente), il capitale finanziario non potrà deviare di molto dal capitale industriale. "Quando esaminiamo questo credito distaccato dal credito del banchiere è evidente che esso cresce con un volume crescente del capitale industriale stesso. Il capitale di prestito ed il capitale industriale sono qui identici” [6].

Ma negli stadi più alti dello sviluppo capitalista, nei quali le banche raccolgono con un mestolo o centralizzano e controllano il risparmio nazionale, la crescita del capitale finanziario non si muove più in tandem con la crescita del capitale industriale. Sotto queste condizioni, "Il profitto può essere fatto puramente dallo scambio di una varietà di pretese finanziarie esistenti soltanto sulla carta....Effettivamente, il profitto può essere fatto utilizzando soltanto capitale preso in prestito per impegnarlo nello scambio (speculativo), non sostenuto da nessuna attività tangibile” [7].

Questi brevi passaggi rivelano che Marx fa una chiara distinzione tra il profitto reale ed il profitto da bolle finanziarie. Mentre il profitto reale è radicato nella, e quindi limitato direttamente, dalla produzione di un plusvalore, il profitto dal gonfiamento del capitale fittizio (o gonfiamento del prezzo delle attività) non lo èalmeno non direttamente o nel breve termine. Marx distingue tra una varietà di profitti e/o di reddititutti in definitiva dipendenti dall'ammontare del plusvalore creato dal lavoro umano nel processo di produzione.

La principale ed ovvia categoria è il profitto che risulta dalla fabbricazione o produzione reale, ovvero il profitto d'"impresa", come lo ha chiamato Marx. Secondo la sua teoria del valore lavoro, il profitto d'"impresa" è essenzialmente il lavoro non retribuito. Cominciando dalla produzione, esprime il valore del prodotto nazionale lordo totale (PIL) con questa semplice equazione. PIL = C + V + S, dove C sta per capitale "costante" (o deprezzamento e materiali, incluse le materie prime), V sta per capitale "variabile", che è l'equivalente dei salari (di produzione) ed S sta per plusvalore, che è la base dei profitti (produzione), ovvero profitto d'"impresa". I pagamenti di interessi per capitale preso in prestito (ed investito) come pure i pagamenti di rendite per lo spazio preso in affitto per fare affari sarebbe dedotto dal profitto d'impresa, o plusvalore.

Parte del profitto d'impresa rimanente normalmente sarebbe accantonato per il reinvestimento e/o l'ampliamentoche nel gergo economico di oggi viene chiamato "guadagno trattenuto"ed il resto diventerebbe reddito da dividendi e/o reddito imprenditoriale/direzionale. [Nell'equazione di cui sopra, Marx chiama C il lavoro "morto", vale a dire il lavoro cristallizzato o congelato nel macchinario o mezzi di produzione; (V + S) "vivo" ovvero il "lavoro vivente", vale a dire il lavoro (orario) totale realizzato, o valore totale creato; che oggi viene chiamato prodotto nazionale netto, ovvero valore aggiunto].

Non soltanto Marx concepì scenari del capitale finanziario che sfuggiva o abbandonava la sfera della produzione nel perseguimento di guadagni più alti nella sfera della speculazione, ma la sua analisi della dinamica di tali scenari o sviluppi, che potrebbero portare a bolle e scoppi finanziari è effettivamente molto più profonda e più ricca di quella degli economisti contemporanei...

Secondo Marx, una seconda categoria di profitti è "il profitto sull'alienazione o l'espropriazione", che proviene dall'appropriazione da parte dei capitalisti del reddito o salario dei lavoratori sotto la forma di interesse o rendita. Quando la retribuzione dei lavoratori (V nella suddetta equazione) è al di sotto del livello di "sussistenza", cioè non viene loro pagato un minimo vitale, spesso ricorrono al prendere in prestito per integrare i loro guadagni inadeguati. Frequentemente ciò porta all'indebitamento e, quindi, all'appropriazione di parte del loro reddito da parte dei banchieri e di altri prestatori di denaro. Questa "espropriazione finanziaria si basa sul ridividere i flussi di redditi di denaro esistenti e così ammonta ad un gioco a somma zero": i prestatori guadagnano quello che perdono coloro che prendono in prestito. Marx caratterizza questo tipo di guadagno finanziario da parte dei prestatori a spese di coloro che prendono in prestito profitto da "sfruttamento secondario"poiché distinto dal profitto da "sfruttamento primario", ovvero profitto d'"impresa", che, come menzionato nel paragrafo precedente, si basa sull'estrazione del plusvalore nel processo di produzione.

Sia il profitto d'"impresa" che il profitto sull'"alienazione" sono fatti entro la sfera della produzione; entrambe provengono dal prodotto nazionale netto, o valore aggiunto (S +V nell'equazione di cui sopra). Tuttavia, vi è anche un altro tipo di profitto il cui collegamento ai valori reali è indiretto o sommerso e la cui portata per l'espansione è, di conseguenza, molto più ampia; esso è il profitto dal capitale fittizio, vale a dire, il profitto che viene fatto sulla carta a alle tastiere dei computer nel settore finanziario attraverso lo scambio o la speculazione nelle attività finanziarie. Questo tipo di profitto e la sua accumulazione in più capitale fittizio/parassitario è la principale fonte delle bolle e degli scoppi finanziari.

Segue da questa distinzione tra vari tipi di profitti/redditi che lo sfruttamento nel processo di produzione (come misurato dal rapporto del plusvalore e del valore necessario, ovvero approssimativamente dal rapporto profitto-salario, che Marx chiama il tasso di sfruttamento) e lo sfruttamento sull'"espropriazione", o sull'"alienazione", vanno fianco a fianco: come il primo si intensifica così fa il secondo. Per esempio, negli USA la crescita nel rapporto profitto-salario nel corso dei diversi passati decenni è stata accompagnata da un corrispondente aumento dell'indebitamento, ovvero in una quota sempre maggiore di reddito/salario dei lavoratori che veniva espropriata (sotto forma di servizio del debito) dai prestatori.

Così, la distinzione tra tipi diversi di profitti/redditi non è semplicemente un esercitazione accademica, o "un concetto marxiano radicale ma non pratico", come opinerebbe la maggior parte dei confusi economisti contemporanei. In modo più importante, trova stretta attinenza alle categorie, sviluppi e tendenze economiche reali. Non soltanto dimostra, per esempio, le fonti di vari tipi di redditi/profitti, vale a dire, come le risorse nazionali vengono appropriate o distribuite, ma anche le fondamenta materiali ed i limiti alla crescita economica reale, come pure le fonti ed i limiti alle bolle finanziarie.

Questa trasparente definizione di diversi tipi e fonti di profitti e/o redditi sta in netto contrasto con la teoria economica mainstream di oggi (ovvero la teoria economica neoclassica) di distribuzione del reddito che tende ad essere più sconcertante e mistificante che chiarificante. Secondo questa teoria, che viene chiamata "distribuzione funzionale del reddito", ciascuno dei quattro "fattori" della produzione (lavoro, capitale, gestione e proprietari) riceve una quota di produzione o reddito che è automaticamente "giusta ed equa". Il fondamento logico di questa "spontanea, garantita e giusta distribuzione del reddito" è che, sostiene la teoria, la quota di ciascun fattore della produzione, che sia il salario, lo stipendio, il profitto, l'interesse o la rendita, viene automaticamente determinato dal meccanismo di mercato in un modo che finisce per essere esattamente uguale alla contribuzione (al margine) di quel fattore alla produzione del rendimento/reddito! (Tutta questa magica prestazione di rendere la distribuzione "giusta ed equa" sotto il capitalismo viene compiuta con l'aiuto di molte assunzioni irrealistiche e di affascinante ginnastica matematica, specialmente calcolo/derivate differenziale).

Come osservato prima, la maggior parte degli economisti contemporanei, compresi molti di sinistra, sostengono che poiché Marx viveva e scriveva in un'epoca precedente all'ascesa della grande finanza non poteva avere previsto le influenze destabilizzanti delle bolle finanziarie in un'economia di mercato relativamente avanzata.

Un'attenta lettura della sua opera su "capitale monetario e capitale reale" rivela tuttavia che discusse effettivamente degli scenari di efflussi sistematici di capitale finanziario (che ha chiamato in maniera intercambiabile "cumuli monetari", "capitale in eccedenza" o "capitale monetario") dalla sfera della produzione nell'area della speculazione nel perseguimento di guadagni maggiori; aprendo quindi la strada alla crescita delle bolle e degli scoppi finanziari. Non soltanto Marx predisse scenari di capitale finanziario che evita o abbandona la sfera della produzione nel perseguimento di guadagni maggiori nella sfera della speculazione, ma la sua analisi della dinamica di tali scenari o sviluppi, che potrebbe portare a bolle e degli scoppi finanziari, è davvero molto più profonda e ricca di quella degli economisti contemporanei [8].

Secondo questi economisti, sia neoliberali che keynesiani, ogni discrepanza o squilibrio tra il capitale finanziario, che loro chiamano risparmio nazionale aggregato (S) e capitale reale, che loro chiamano investimento nazionale aggregato (I), sarebbe temporaneo e quindi non problematico, perché, sostengono, lo squilibrio tra S ed I sarebbe presto rettificato automaticamente dalle forze della domanda e dell'offerta (neoliberali) o dall'intervento statale (keynesiani).

Nel punto di vista neoliberale, l'equilibrio tra S ed I viene garantito dal meccanismo di mercato: un eccesso di S su I sarebbe soltanto di breve durata poiché questa (temporanea) offerta eccessiva di fondi mutuabili porterebbe presto a tassi d'interesse più bassi, il che significherebbe quindi incoraggiare le imprese/fabbricanti a prendere in prestito ed investire di più. Questo processo di prendere in prestito ed investire S svalutato continuerebbe fino a che l'eccesso di S sia consumato e ristabilita l'uguaglianza tra S ed I.

Nell'opinione keynesiana, tuttavia, un simile spontaneo o automatico ristabilimento dell'equilibrio tra S ed I non è garantito, il che significa che una situazione di S>I, ovvero di insufficienta spesa per investimenti, potrebbe persistere per lungo tempo. Sotto condizioni di relativa incertezza e di domanda debole, anche bassi tassi d'interesse non indurrebbero i produttori a prendere in prestito ed investire, o espandere. Sotto tali condizioni, può intervenire lo stato, prendere in prestito il risparmio "inattivo" e spenderlo ("nell'interesse dei suoi ricchi possessori", come si espresse Keynes), chiudendo quindi il divario risparmio-investimenti (o reddito-spesa).

Nella visione marxiana, al contrario, la discrepanza o divario tra "capitale in eccedenza" speculativo ed investimenti produttivi può persistere, o persino ampliarsi, con conseguenze calamitose in termini di bolle finanziarie ed inabilità di mercato. Rilevando come nell'epoca delle grandi banche il capitale finanziario può crescere indipendente dal capitale industriale, Marx scrive: "La successiva truffa del credito prova che non si trova nessun ostacolo reale sulla strada dell'impiego di questo capitale in eccedenza", uno scenario che potrebbe precipitare in un gonfiamento dei prezzi delle attività, ovvero in bolle finanziarie [9].

Dopo avere così indicato che i limiti o confini del capitale finanziario speculativo sono molto più ampi di quelli del capitale industriale, egli quindi avverte che ciò non significa che il capitale speculativo possa espandersi indefinitamente: "Tuttavia, un ostacolo è effettivamente immanente nelle sue leggi di espansione, cioè, nei limiti in cui il capitale può realizzarsi come capitale” [10]. In altre parole, una bolla gigantesca di valori fittizi su una base ristretta di valori reali può espandersi soltanto fino ad un certo punto; oltre quel punto è destinata a scoppiare.

In breve, la discussione di Marx sull'efflusso sistematico di capitale finanziario dalla sfera della produzione alla sfera della speculazione nel perseguimento di guadagni maggiori dimostra che, contrariamente alle percezioni generali tra gli economisti contemporanei, Marx concepì effettivamente degli scenari sull'emergere di inflazioni e deflazioni finanziarie, ovvero di bolle e scoppi. La discussione manifesta ulteriormente la superiorità della sua analisi della relazione tra capitale industriale e (parassitario) capitale finanziario su quelle degli economisti neoclassici, secondo i quali ogni efflusso di capitale finanziario dalla sfera della produzione sarebbe temporaneo e non problematico, come se sarebbe presto ritornato indietro al settore reale dell'economia (dalla mano invisibile del meccanismo di mercato alla neoliberale o dalla mano visibile alla keynesiana) per essere investito produttivamente. Al riguardo si trova la tragedia degli economisti mainstream/neoclassici: nella loro paura paranoica di Marx, hanno essenzialmente censurato le sue vedute economiche, privandosi quindi della più ricca analisi del capitalismo. Nel fare ciò, sono anche riusciti a ridurre l'economia ad una disciplina accademica a quella che propriamente il professor Michael Hudson chiama "economia ciarpame", nonostante l'etichettatura ufficiale della disciplina come una "scienza".  

Referimenti

[1] Questo saggio trae pesantemente dal Capitolo 5 del mio libro, Beyond Mainstream Explanations of the Financial Crisis: Parasitic Finance Capital (Routledge 2015).

[2] Karl Marx, Capital, vol. 3, New York, International Publishers 1967, capitoli 25-33.

[3] Vedi, per esempio, David Kotz, “The Financial and Economic Crisis of 2008: A Systemic Crisis of Neoliberal Capitalism,” Review of Radical Political Economics, vol. 41, no. 3 (2009), pp. 305-317.

[4] Karl Marx, ibid. p. 468.

[5] Ibid. p. 494.

[6] Ibid. p. 481.

[7] Questo passaggio si basa sulla discussione di Marx su “Speculation and fictitious capital,” as quoted in Wikipedia: <http://en.wikipedia.org/wiki/Fictitious_capital#cite_note-1>.

[8] Karl Marx, ibid. pp. 476-519.

[9] Ibid. p. 507.

[10] Ibid.

 

SULL'AUTORE

Ismael Hossein-zadeh è professore emerito di economia (Drake University). E' l'autore di Beyond Mainstream Explanations of the Financial Crisis (Routledge 2014), The Political Economy of U.S. Militarism (Palgrave–Macmillan 2007), e di Soviet Non-capitalist Development: The Case of Nasser’s Egypt (Praeger Publishers 1989). E' inoltre un collaboratore di Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion.