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Le dimissioni di Mubarak sbalordiscono l'amministrazione Obama

di Alex Lantier
12
febbraio 2011

 

I funzionari dell'amministrazione Obama hanno reagito alla rimozione di ieri del presidente egiziano Hosni Mubarak con ipocrite dichiarazioni di solidarietà con le aspirazioni democratiche delle masse egiziane. Comunque, i loro commenti hanno nascosto a mala pena l'allarme che hanno provato alla caduta di un dittatore che gli USA hanno appoggiato per 31 anni.

In uno sbrigativo discorso di sei minuti, dopo il quale non ha preso nessuna domanda, il presidente Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti sono un "amico e partner dell'Egitto". Ha lodato la "forza morale della nonviolenza" come il principio sottostante alle proteste, affermando che "l'arco della storia è rivolto ancora una volta verso la giustizia".

Il presuntuoso tentativo di Obama di ritrarre Washington come amichevole per le masse egiziane è il culmine dell'ipocrisia. Il governo USA ha reso del tutto chiaro il suo sostegno a Mubarak nel mezzo dell'ondata di scioperi e di proteste massicci che alla fine lo hanno obbligato a lasciare il potere.

Quando Mubarak ha pronunciato il discorso del 1° febbraio sfidando le richieste popolari che lasciasse la carica, Obama ha fatto una telefonata di 30 minuti al presidente egiziano, dopo il quale ha reiterato la “partnership” tra gli USA e l'Egitto e ha richiesto la "transizione" alla democrazia. Allo stesso tempo, l'ex ambasciatore USA in Egitto Frank Wisner è andato al Cairo per sondare la leadership del regime Mubarak.

Gli USA hanno favorito l'aiutante di Mubarak, il vicepresidente Omar Suleiman—il capo spione che ha lavorato con i servizi segreti USA per torturare i detenuti inviati in Egitto per l'interrogatorio secondo il "programma di rendition" USAmentre appoggiavano un ruolo continuo per Mubarak. Appena una settimana fa, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco Wisner dichiarò che "Il presidente Mubarak rimane assolutamente cruciale nei giorni davanti mentre scegliamo la nostra strada verso il futuro". Ha insistito che Mubarak "resti in carica allo scopo di dirigere fino in fondo quei cambiamenti".

Vi erano anche prove più tangibili di dove posano le simpatie di Washington. I dimostranti egiziani hanno scoperto che il gas lacrimogeno e le granate a percussione sparate loro dalla polizia erano marcate “Made in the USA”. Questo faceva parte della più ampia politica USA di finanziare l'esercito e le forze di polizia di Mubarak fino al limite, al ritmo di $1,3 miliardi l'anno, in un periodo di decenni.

L'invocazione di Obama del principio della non violenza è altrettanto vuoto e falso. Il governo egiziano non ne ha badato, uccidendo centinaia e torturando e "facendo scomparire" migliaia di dimostranti. Anche i dimostranti sono stati costretti a rinunciarvi, per difendersi nelle battaglie di strada dalla polizia e dai teppisti pro Mubarak armati di coltelli, molotov, mazze chiodate e altre armi.

Se l'amministrazione Obama è d'accordo con la rimozione di Mubarak, indubbiamente è perché era d'accordo con la valutazione dei generali egiziani: non potevano organizzare un'efficace repressione dei milioni di persone che si oppongono a Mubarak con l'esercito di coscritti egiziano. Invece, hanno deciso di appuntare le loro speranze su una nuova cabala di generali al Cairo.

Comunque, ciò non significa alcun cambiamento nella politica di Washington di utilizzare tutti i mezzi necessari per difendere gli interessi dell'imperialismo USA in Egitto. L'Egitto controlla la critica via d'acqua del Canale di Suez, è una potenza industriale con manodopera a basso prezzo in rapida crescita, mantiene un critico trattato di pace con Israele e occupa un ruolo politico e culturale centrale nel mondo arabo. Agli occhi di Washington, i servizi che Mubarak ha offerto all'imperialismo americano hanno pesato molto di più dei crimini contro il suo popolo.

Ora Washington è colta dal timore che un futuro governo in Egitto possa non essere così condiscendente agli interessi dell'imperialismo USA, poiché la popolazione del paese si oppone in misura schiacciante alla politica USA di repressione e di controllo del Medio Oriente. Effettivamente, il think-tank Brookings Institute ha di recente pubblicato un articolo di Daniel L. Byman intitolato "Democrazia in Egitto: quali sono i rischi per gli Stati Uniti"?

Ha scritto Byman: “Mubarak, dopo tutto, era un amicoun amico brutale, corrotto e dispotico, ma nondimeno un amico. Il suo regime era tanto pro americano quanto è concepibile per l'Egitto. Qualunque governo di rimpiazzo che rifletta la volontà del popolo egiziano terrebbe molta più distanza da Washington”.

Byman ha chiamato Israele la "questione più complessa" in termini delle relazioni degli USA con il nuovo regime egiziano.

Il segretario stampa in partenza di Obama, Robert Gibbs, nella sua conferenza stampa finale ha assunto le preoccupazioni di Byman. Come se incapace di trattenersi dal rivolgersi all'Egitto come a un paese coloniale, ha informato il popolo egiziano che "E' importante che il prossimo governo dell'Egitto riconosca gli accordi che sono stati firmati con Israele".

Mentre Gibbs dichiarava che "Non penso che dobbiamo temere la democrazia", le sue risposte indicavano altrimenti. Chiesto se sosteneva le richieste di democrazia in Arabia Saudita e Giordaniadue monarchie appoggiate dagli USA che reprimono brutalmente la loro popolazioneGibbs ha sollevato un'obiezione: "Non è il nostro ruolo rendere questo tipo di dichiarazione".

Comunque, Gibbs non ha avuto simili scrupoli criticando l'Iranun governo che, a differenza dell'Arabia Saudita, non mette il suo petrolio e i guadagni del petrolio a disposizione della macchina militare-finanziaria americana. Gibbs ha dichiarato sull'Iran: "Se il governo non temesse la voce del suo popolo ... lo lascerebbe parlare".

Gibbs stava continuando la campagna di propaganda USA contro l'Iran iniziata durante le elezioni presidenziali iraniane del 2009, quando gli USA appoggiarono il tentativo di "Rivoluzione Verde" del candidato riformista Mirhossein Mousavi per rovesciare la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Una componente critica di questa campagna è stato il discorso "pro democrazia" del 4 giugno di Obama pronunciato al Cairoin un momento in cui i funzionari USA non erano per nulla imbarazzati di dire a getto continuo delle frasi sul promuovere la "democrazia" mentre erano attorniati dai funzionari della dittatura Mubarak.

La critica di Gibbs è stata echeggiata da un altro tipicamente stupido commento del vicepresidente USA Joseph Biden. Come se completamente ignaro delle migliaia di dimostranti "scomparsi" o uccisi dal regime egiziano, Biden ha dichiarato: "Il governo dell'Iran dovrebbe permettere al popolo iraniano lo stesso diritto universale a radunarsi pacificamente, dimostrare e comunicare a Tehran che il popolo sta esercitando al Cairo". Appena una settimana fa, in un'intervista Biden ha dichiarato che Mubarak era suo "amico" e ha insistito che non dovesse dimettersi.

Commenti simili sottolineano il cinismo con il quale i funzionari USA adoperano l'invocazione alla "democrazia"come ancora un'altra componente della loro cassetta degli attrezzi di politica estera, assieme alle bombe a grappolo e alla rendition.