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I funzionari dell'amministrazione Obama hanno reagito alla
rimozione di ieri del presidente egiziano
Hosni Mubarak
con ipocrite dichiarazioni di solidarietà con le aspirazioni
democratiche delle masse egiziane.
Comunque, i loro commenti hanno nascosto a mala pena l'allarme
che hanno provato alla caduta di un dittatore che gli USA hanno
appoggiato per 31 anni.
In uno sbrigativo discorso di sei minuti, dopo il quale non ha
preso nessuna domanda, il presidente Obama ha dichiarato che gli
Stati Uniti sono un "amico e partner dell'Egitto". Ha lodato la
"forza morale della nonviolenza" come il principio sottostante alle
proteste, affermando che "l'arco della storia è rivolto ancora una
volta verso la giustizia".
Il presuntuoso tentativo di Obama di ritrarre
Washington
come amichevole per le masse egiziane
è il culmine dell'ipocrisia. Il governo USA ha reso del tutto
chiaro il suo sostegno a Mubarak nel mezzo dell'ondata di scioperi e
di proteste massicci che alla fine lo hanno obbligato a lasciare il
potere.
Quando Mubarak ha pronunciato il discorso del 1° febbraio
sfidando le richieste popolari che lasciasse la carica, Obama ha
fatto una telefonata di 30 minuti al presidente egiziano, dopo il
quale ha reiterato la
“partnership”
tra gli USA e l'Egitto e ha richiesto la "transizione" alla
democrazia. Allo stesso tempo, l'ex ambasciatore USA in Egitto
Frank Wisner
è andato al Cairo per sondare la leadership del regime Mubarak.
Gli USA hanno favorito l'aiutante di Mubarak, il vicepresidente
Omar Suleiman—il capo spione che ha lavorato con i
servizi segreti USA per torturare i detenuti inviati in Egitto per
l'interrogatorio secondo il "programma di rendition" USA—mentre
appoggiavano un ruolo continuo per Mubarak. Appena una settimana fa,
alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco
Wisner dichiarò che "Il presidente Mubarak rimane assolutamente
cruciale nei giorni davanti mentre scegliamo la nostra strada verso
il futuro". Ha insistito che Mubarak "resti in carica allo scopo di
dirigere fino in fondo quei cambiamenti".
Vi erano anche prove più tangibili di dove posano le simpatie
di
Washington. I
dimostranti egiziani hanno scoperto che il gas
lacrimogeno e le granate a percussione sparate loro dalla polizia
erano marcate
“Made in the USA”.
Questo faceva parte della più ampia politica USA di finanziare
l'esercito e le forze di polizia di Mubarak fino al limite, al ritmo
di $1,3 miliardi l'anno, in un periodo di decenni.
L'invocazione di Obama del principio della non violenza è
altrettanto vuoto e falso. Il governo egiziano non ne ha badato,
uccidendo centinaia e torturando e "facendo scomparire" migliaia di
dimostranti. Anche i dimostranti sono stati costretti a rinunciarvi,
per difendersi nelle battaglie di strada dalla polizia e dai
teppisti pro Mubarak armati di coltelli, molotov, mazze chiodate e
altre armi.
Se l'amministrazione Obama è d'accordo con la rimozione di
Mubarak, indubbiamente è perché era d'accordo con la valutazione dei
generali egiziani: non potevano organizzare un'efficace repressione
dei milioni di persone che si oppongono a Mubarak con l'esercito di
coscritti egiziano. Invece, hanno deciso di appuntare le loro
speranze su una nuova cabala di generali al Cairo.
Comunque, ciò non significa alcun cambiamento nella politica di
Washington di utilizzare tutti i mezzi necessari per
difendere gli interessi dell'imperialismo USA in Egitto. L'Egitto
controlla la critica via d'acqua del Canale di Suez, è una potenza
industriale con manodopera a basso prezzo in rapida crescita,
mantiene un critico trattato di pace con Israele e occupa un ruolo
politico e culturale centrale nel mondo arabo. Agli occhi di
Washington,
i servizi che Mubarak ha offerto all'imperialismo americano hanno
pesato molto di più dei crimini contro il suo popolo.
Ora
Washington è
colta dal timore che un futuro governo in Egitto possa non essere
così condiscendente agli interessi dell'imperialismo
USA, poiché la popolazione del paese si oppone in misura
schiacciante alla politica USA di repressione e di controllo del
Medio Oriente. Effettivamente, il think-tank
Brookings Institute ha
di recente pubblicato un articolo di
Daniel L. Byman
intitolato "Democrazia in Egitto: quali sono i rischi per gli Stati
Uniti"?
Ha scritto
Byman:
“Mubarak,
dopo tutto, era un amico—un
amico brutale, corrotto e dispotico, ma nondimeno un amico. Il suo
regime era tanto pro americano quanto è concepibile per l'Egitto.
Qualunque governo di rimpiazzo che rifletta la volontà del popolo
egiziano terrebbe molta più distanza da
Washington”.
Byman ha
chiamato Israele la "questione più complessa" in termini delle
relazioni degli USA con il nuovo regime egiziano.
Il segretario stampa in partenza di Obama,
Robert Gibbs,
nella sua conferenza stampa finale ha assunto le preoccupazioni di
Byman. Come se incapace di trattenersi dal rivolgersi all'Egitto
come a un paese coloniale, ha informato il popolo egiziano che "E'
importante che il prossimo governo dell'Egitto riconosca
gli accordi che sono stati firmati con Israele".
Mentre Gibbs dichiarava che "Non penso che dobbiamo temere la
democrazia", le sue risposte indicavano altrimenti. Chiesto se
sosteneva le richieste di democrazia in Arabia Saudita e Giordania—due
monarchie appoggiate dagli USA che reprimono brutalmente la loro
popolazione—Gibbs
ha sollevato un'obiezione: "Non è il nostro ruolo rendere questo
tipo di dichiarazione".
Comunque, Gibbs non ha avuto simili scrupoli criticando l'Iran—un
governo che, a differenza dell'Arabia Saudita, non mette il suo
petrolio e i guadagni del petrolio a disposizione della macchina militare-finanziaria americana. Gibbs ha dichiarato sull'Iran: "Se
il governo non temesse la voce del suo popolo ... lo lascerebbe
parlare".
Gibbs
stava continuando la campagna di propaganda USA contro l'Iran
iniziata durante le elezioni presidenziali iraniane del 2009, quando
gli USA appoggiarono il tentativo di "Rivoluzione Verde" del
candidato riformista
Mirhossein
Mousavi
per rovesciare la rielezione del presidente
Mahmoud Ahmadinejad.
Una componente critica di questa campagna è stato il discorso "pro
democrazia" del 4 giugno di Obama pronunciato al Cairo—in
un momento in cui i funzionari USA non erano per nulla imbarazzati
di dire a getto continuo delle frasi sul promuovere la "democrazia"
mentre erano attorniati dai funzionari della dittatura Mubarak.
La critica di Gibbs è stata echeggiata da un altro tipicamente
stupido commento del vicepresidente USA
Joseph Biden.
Come se completamente
ignaro delle migliaia di dimostranti "scomparsi" o uccisi dal
regime egiziano, Biden ha dichiarato: "Il governo dell'Iran dovrebbe
permettere al popolo iraniano lo stesso diritto universale a
radunarsi pacificamente, dimostrare e comunicare a Tehran che il
popolo sta esercitando al Cairo". Appena una settimana fa, in
un'intervista Biden ha dichiarato che Mubarak era suo "amico" e ha
insistito che non dovesse dimettersi.
Commenti simili sottolineano il cinismo con il quale i
funzionari USA adoperano l'invocazione alla "democrazia"—come
ancora un'altra componente della loro cassetta degli attrezzi di
politica estera, assieme alle bombe a grappolo e alla rendition.
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