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Dal principio della crisi in Libia, i media si sono schierati a
favore dei ribelli. I media contano quasi unicamente sulle pretese
della ribellione, mentre respingono totalmente le informazioni che
provengono dal governo Gheddafi.
Accertare la verità delle dichiarazioni non è da
condannare; proprio il contrario, questo controllo dovrebbe essere
sistematico e applicato alle pretese dei governi occidentali e dei
ribelli di tutti i generi. Tuttavia, i media occidentali non
mostrano in pratica nessuno scetticismo riguardo alle asserzioni dei
ribelli libici e di quelle dei "benevoli" governi che sono venuti in
loro soccorso.
La scena dell'Hotel
Rixos
La scena più evidente di questa tendenza è la scena dell'Hotel
Rixos a Tripoli. Il 26 marzo, una donna sconosciuta di nome
Eman al-Obeidy
è andata in questo hotel, per portare all'attenzione dei giornalisti
stranieri che i soldati del regime libico erano impegnati in azioni
di stupro e tortura.
Stava affermando la verità? Forse. Comunque, nei rapporti
iniziali, questa domanda non è stata sollevata dai giornalisti. La
maggior parte di loro vedeva in questo incidente la prova della
crudeltà del regime libico. Negli esempi di sotto, la formulazione
da un'aura di credibilità alla testimonianza di
Eman al-Obeidy,
mentre dimostra diffidenza verso le autorità libiche:
Comunque, i giornalisti avevano soltanto una
preoccupazione: cosa accadrà alla giovane donna? Eludendo
le domande su questo "caso", ha affermato di non avere elementi
sufficienti sull'"incidente", assicurando che la donna sarebbe stata
"trattata secondo la legge".
(Une
jeune femme violée tente de témoigner devant les journalistes
à Tripoli (Una
giovane donna stuprata cerca di testimoniare davanti ai
giornalisti a Tripoli)
AFP/Le Monde (Francia),
26
marzo
2011.
Enfasi aggiunta).
Lunedì una donna ha fatto irruzione nell'hotel di Tripoli dove
alloggiavano i giornalisti stranieri. Prima di essere
cacciata violentemente, è stata in grado di raccontare dei frammenti
della sua terribile storia...Nell'hotel, la
terribile testimonianza scatena un parapiglia. Un
dipendente dell'hotel la minaccia con un coltello e urla:
"Traditrice"! Presto intervengono i tirapiedi del regime
per tentare di ridurla al silenzio. Eman viene trascinata
fuori violentemente mentre gli uomini di Gheddafi
sostengono che la giovane donna è "malata di mente".
(Adrien Gaboulaud,
Libye: Eman al-Obeidi, celle qui brise le silence,
(Libia:
Eman al-Obeidy, Quella che rompe il silenzio),
Paris Match (Francia),
29
marzo
2011.
Enfasi aggiunta).
Domenica 27 marzo, il governo sostiene che la donna è stata
rilasciata. Sebbene i media riferiscano di avere delle
difficoltà ad investigare il caso, ritengono anche che la
testimonianza sia credibile. "La CNN non ha potuto verificare
indipendentemente la testimonianza di
Eman al-Obeidy,
ma le sue ferite sembrano consistenti con ciò che affermava",
ha spiegato la televisione USA nel suo sito web. Il
New York Times
va oltre: "La sua esperienza corrisponde agli abusi umani di
vecchia data in Libia sotto il governo di Gheddafi".
(Jerome Delay,
Libye - Confusion autour d’un viol collectif,
(Libia –
Confusione
attorno ad uno strupro collettivo) Le Monde (France), 28
marzo
2011.
Enfasi aggiunta).
Anche
Al-Jazeera
ha scelto la sua parte.
In
questo video,
la
giornalista non mostra alcun segno di imparzialità:
La straziante storia di stupro e maltrattamento di
Eman al-Obeidi per mano delle milizie di Gheddafi ha
indignato i giornalisti presenti. Ma la reazione della sicurezza
libica e del personale dell'hotel ha aggiunto un altro strato di
angoscia. Una cameriera ha tirato su di lei un coltello da tavolo
e l'ha chiamata una traditrice.
Mentre dei poliziotti che tentavano di fare tacere
Eman al-Obeidi
l'hanno poi portata via, lei proclamava: "Dicono che mi portano
in un ospedale, ma in realtà mi stanno portando in prigione".
Quindi è cominciata la disinformazione del governo.
Il portavoce governativo...ha dichiarato che era ubriaco, malata di
mente e che non era un'avvocatessa come aveva affermato, ma una
prostituta. Ed il travisamento finale, che era a
casa, salva, con la sua famiglia. Di fatto era ancora una volta
nelle mani delle forze del colonnello Gheddafi. Ma ormai, la sua
famiglia stava lottando per lei
(Anita McNaught,
Anger over detention of Libyan woman, Al Jazeera English,
28
marzo
2011.
Enfasi aggiunta).
Nonostante gli sciami di fotografi e di
cameramen,
non sembrava esserci nessuna immagine disponibile
del coltello, che in un rapporto era tirato da un uomo, in un altro
da una donna, né delle ferite sanguinanti della presunta vittima
menzionate da diversi media.
E' altrimenti menzionato che viene scacciata "violentemente", ma,
come possiamo chiaramente vedere nel video, non viene né
ammanettata, né incappucciata, né trascinata in alcun modo. I
dimostranti pacifici alle riunioni del G20 vengono solitamente
trattati più brutalmente nei paesi cosiddetti "democratici", come è
stato il caso di
Toronto, Canada,
durante la riunione più recente.
La giornalista continua:
In un'intervista con
Al-Jazeera Arabic,
i suoi genitori hanno mostrato una fotografia della figlia
che si laurea con il suo diploma di legge.
(Ibid. Enfasi aggiunta).
Tuttavia, ciò che ci viene mostrato è la madre che tiene una
normale sua fotografia senza una laurea.
La rivelazione successiva dal
Washington Post
dovrebbe avere sollevato un dubbio nei media riguardo alla
testimonianza di
Eman al-Obeidy:
Secondo il
Washington Post, “Hasan Modeer,
un attivista ribelle che era con la madre di Obaidi a Tobruk,
ha dichiarato che un funzionario governativo aveva chiamato Ahmed
alle 3 di mattina di domenica chiedendole di persuadere la figlia a
cambiare la sua storia".
(Tara Bahrampour
e
Liz Sly,
Libyan government offered money to appease Iman al-Obaidi, woman in
rape-claim case, mother says, Washington Post, 27
marzo
2011.
Enfasi aggiunta).
Se questa donna ha dei legami ai ribelli, forse la sua storia
potrebbe essere un evento fabbricato, un'operazione psicologica
progettata per galvanizzare l'opinione pubblica globale a favore
dell'intervento della NATO e per demonizzare il regime libico, alla
maniera di
Nayirah al-Sabah durante
la guerra del Golfo. Questa kuwaitiana
diede una commovente testimonianza davanti al Caucus dei
Diritti Umani del Congresso USA sulle atrocità apparentemente
commesse dal regime iracheno. Più tardi risultò che questa giovane
signora era la figlia dell'ambasciatore del Kuwait negli USA e che
la sua testimonianza era pura fantasticheria.
Perché i media si compromettono con la ribellione in Libia? E'
deliberato oppure no? L'aspetto più fastidioso di questo favoritismo
è che continuano a raccontarci dei ribelli, ma mai chi siano questi
ribelli!
Ribellioni armate e "interventi umanitari"
Così, chi sono questi ribelli? Chi li arma? Chi li finanzia?
Che interessi hanno? Hanno legami con paesi stranieri? In breve,
nessuno pare avere la più piccola idea della natura di questa
ribellione armata e, tuttavia, la stampa occidentale la appoggia
incondizionatamente nel modo in cui ha sostenuto le rivolte popolari
in Tunisia e d Egitto.
Se guardiamo indietro, si possono porre le seguenti domande:
stiamo trattando dello stesso tipo di ribelli come quelli armati e
finanziati dalla CIA a Haiti e che nel 2004 hanno contribuito a
rovesciare
Jean-Bertrand Aristide,
il presidente eletto con una maggioranza di approssimativamente il
70% e che aveva vedute socialiste ed anti-imperialiste?
(Vedi
Michel Chossudovsky,
The Destabilization of Haiti: February 29, 2004, Global
Research, 28
febbraio
2009)
O forse sono simili ai Contras nicaraguegni, i "combattenti
della libertà" sostenuti dall'amministrazione Reagan negli anni '80?
Anche questi erano armati e finanziati dalla CIA e cercavano di
fermare la rivoluzione Sandinista, che era anche socialista ed
anti-imperialista.
(Vedi
Philip Agee,
How United States Intervention Against Venezuela Works,
Global Research, 15
settembre
2005)
Questi esempi non sembrano fare
parte della storia per i media, la cui conoscenza storica è
discutibile. L'unico paragone che ci viene dato è quello con il
Kosovo. Ancora una volta, la storia si ripete: l'Esercito di
Liberazione del Kosovo era armato e finanziato tra altri dalla CIA.
(Vedi
Michel Chossudovsky,
The Destabilization of Bolivia and the "Kosovo Option",
Global Research, 7
ottobre
2008)
Dal momento che la verità lotta per farsi strada nelle menti
ipocrite della stampa occidentale, l'intervento USA-NATO in
Jugoslavia è un modello di "guerra umanitaria" che dovrebbe essere
seguito per evitare "massacri". E tuttavia, chiunque abbia una
conoscenza basilare dello smembramento della Jugoslavia sa che
l'ultimo scopo di questo intervento
USA-NATO era di dividere e conquistare, eliminare un'economia
socialista funzionale che ora è spaccata in piccole entità
paralizzate dai debiti, con grande piacere delle maggiori
istituzioni finanziarie di questo mondo. I serbi sono stati accusati
di commettere atrocità mentre la violenza cui erano sottoposti
doveva restare largamente ignorata.
(Vedi
Srebrenica Historical Project)
Vi erano il "macellaio di Baghdad", il "macellaio di Belgrado"
ed ora vi è il "macellaio di Tripoli". Sempre la stessa tattica.
Sempre gli stessi salvatori. E la gente ci casca sempre.
La narrativa ufficiale di questo tipo di intervento ha
ereditato il nome di "guerra umanitaria" o di "intervento
umanitario", che alcuni descrivono del tutto giustamente come
"imperialismo umanitario". Non dimenticate: gli stati non hanno
nessun amico, soltanto interessi.
Quelli che intervengono all'estero non lo fanno per salvare la
gente, ma i loro interessi economici ed i media stanno attenti a
spiegare la lotta di potere tra gli stati occidentali nella terra di
Gheddafi, che detiene la maggiore ricchezza petrolifera dell'Africa.
(Vedi
Michel Chossudovsky,
"Operation Libya" and the Battle for Oil: Redrawing the Map of
Africa, Global Research, 9
marzo
2011)
Nel 2001, successivo all'intervento della NATO in Jugoslavia,
il concetto orwelliano di "responsabilità di proteggere"
(R2P)
è stato sviluppato sotto gli auspici della Commissione
Internazionale sull'Intervento e la Sovranità dello Stato,
un'iniziativa del governo canadese.
Dopo avere abbondantemente demonizzato il leader libico, i
media di sono affrettati a promuovere la famosa dottrina del
“R2P”
per assistere il popolo libico, una dottrina patrocinata pure dai
leader a favore di un intervento armato dalla parte dei ribelli, la
cui identità ancora non ci viene rivelata.
La Lega Araba, che il 13 marzo si è dichiarata favorevole ad
una
no-fly zone allo scopo di "proteggere i civili",
comprende numerosi alleati degli USA, come lo Yemen, il
Bahrain
e l'Arabia Saudita, che sono lontani dall'essere modelli di
democrazia. Dall'altra parte, l'Unione Africana si è opposta
all'intervento straniero.
Invece di mettere in discussione le ragioni di questi
interventi e degli interessi dei suoi difensori, le principali
organizzazioni dei media hanno patrocinato l'interferenza senza
sapere chi era alla radice della rivolta armata:
Mentre la maggior parte dei tiranni trova
nobili pretesti per massacrare quelli che li sfidano,
Gheddafi dichiara la sua intenzione di dare l'avvio a un incessante
spargimento di sangue. Ai suoi occhi, nessun prezzo è
troppo alto per restare al potere.
Almeno, è tutto chiaro. Non è più possibile fingere che
la minaccia che è sospesa sul popolo libico sia il frutto di un
pezzo di propaganda. Non è neanche più possibile fingere
che non sappiamo cosa ci aspetta, come abbiamo fatto con il
Ruanda e la Bosnia.
Con il suo prevedibile massacro, il sinistro colonnello
crea un precedente. E pone la comunità internazionale in un
difficile dilemma: fin dove deve arrivare per evitare il
bagno di sangue?...
Il caso della Libia è
piuttosto simile a quello del Kosovo, dove nel 1999 la NATO aveva
indotto un'offensiva militare per proteggere la popolazione contro
la potenza serba ...
Incidentalmente, è come conseguenza di questa operazione che
l'ONU ha cominciato ad esplorare un nuovo
concetto: il "diritto di proteggere"
Comunque, se il tiranno di Tripoli continua a macellare
il suo popolo, prima o poi il mondo avrà l'opportunità di
mettere
alla prova il magnifico principio della
"responsabilità di proteggere". Perché se non lo facciamo in questo
caso, non lo faremo mai.
(Agnès Gruda,
Le devoir de protéger, (Il
dovere di proteggere), Cyberpresse (Canada), 5
marzo
2011.
Enfasi aggiunta).
Questa dottrina della "libertà di proteggere"
esiste. E' stata promossa
all'ONU dal governo canadese alcuni anni fa.
Tuttavia, oggi, né il governo Harper né il leader del partito che ha
concepito questa dottrina,
Michael Ignatieff
dell'LPC,
propongono di utilizzarla per proteggere il popolo libico
contro il tiranno che promette "fiumi di sangue"
Sabato, fortunatamente, è accaduto un fatto sorprendente.
Un'organizzazione internazionale della quale il Canada non fa parte
ha avuto la decenza di "fornire sostegno urgente e continuo
al popolo libico...dalle serie violazioni e dai gravi crimini
commessi dalle autorità libiche, che di conseguenza ha perduto la
propria legittimità". Questa organizzazione di
coerenti democratici, senza nominarla, ha richiesto l'attuazione del
principio della "responsabilità di proteggere", pretendendo
che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU imponga una
no-fly zone
sulla Libia...
(Jean-François Lisée,
Mais où est donc la « responsabilité de protéger » (Dov'è
sulla terra la "responsabilità di proteggere"), L’actualité
(Canada), 13
marzo
2011.
Enfasi aggiunta).
Qui entrambe gli autori sono in errore. Infatti, è il figlio di
Gheddafi,
Seïf Al-Islam,
che ha parlato di "fiumi di sangue" e, presa fuori del contesto,
questa sensazionale immagine serve puntualmente la propaganda
interventista.
Prima di questo
ha
dichiarato: “Come
soluzione estrema...stiamo considerando di armare tutti,
armeremo 5 milioni di libici, la Libia non è né la Tunisia
né l'Egitto... Scorreranno fiumi di sangue..."
Sarebbe folle per un governo sfidato da una cosiddetta rivolta
popolare proporre di armare 5 milioni di cittadini quando il suo
paese ne ha 6,5 milioni? I media hanno enfatizzato soltanto la
"promessa" di "far scorrere fiumi di sangue", che da l'impressione
che le forze armate del regime si lanceranno in una baldoria di
sangue contro una popolazione indifesa.
Propaganda
di guerra
In un articolo intitolato
“The
Rules of War Propaganda”, Michel Collon
espone dettagliatamente la cronaca
di guerra dei media occidentali e le "regole inevitabili della
'propaganda di guerra'": demonizzare il nemico, omettere il contesto
geografico e storico, nascondere il vero interesse ed evitare di
ricordare precedenti manipolazione dei media. Il caso della Libia è
un ovvio esempio.
Naturalmente,
Muammar Gheddafi
non è un angelo. Ma era migliore
George W. Bush?
Quale dei due ha più sangue sulle mani? Sotto
George W. Bush,
nessuno ha proposto di invadere gli USA per impedire loro di andare
a macellare iracheni o afgani.
E se avesse luogo una rivolta armata in un paese occidentale,
cosa farebbero i leader? Se mantenere l'ordine è eccessivo durante
manifestazioni pacifiche, possiamo facilmente immaginare la reazione
ad una rivolta armata.
Inoltre, vale la pena notare che gli occidentali hanno tentato
più di una volta di assassinare il colonnello Gheddafi. Uno di
questi tentativi ha ucciso per caso una delle figlie. Cosa
accadrebbe se la figlia di un capo di stato occidentale venisse
uccisa da forze arabe?
Tale demonizzazione di Gheddafi è una tattica di guerra
psicologica che è stata utilizzata più di una volta per mobilitare
l'opinione pubblica a favore di interventi armati. In aggiunta, i
media sono estremamente silenziosi quando si tratta di fatti sulla
Libia: il suo Indice di Sviluppo Umano ed il suo PIL più alti di
tutti gli stati africani, la qualità dei suoi programmi sociali ecc.
Quando si guarda al grande quadro ed al contesto storico degli
interventi umanitari, è ovvio che questo assalto della NATO alla
Libia non ha nulla a che fare con la protezione di civili.
Il segretario di stato alla difesa USA,
Robert Gates,
l'ha ammesso lui stesso in un'intervista su
Meet the Press: “No,
la Libia non è un interesse vitale per gli Stati Uniti, ma
chiaramente noi lì abbiamo degli interessi e fa parte di una regione
che è di interesse vitale per gli Stati Uniti".
Questa ammissione non può essere più chiara: noi abbiamo
interesse nel Medio Oriente ed è per questo che interveniamo in
Libia, per proteggere i nostri interessi in Medio Oriente.
Se il
segretario di stato alla difesa USA ammette che il suo paese
interviene in Libia per proteggere i suoi interessi, come possiamo
parlare in alcun modo di un intervento umanitario? E questi ribelli
che si pensa dobbiamo fornire di armi, quando qualcuno ha il
coraggio di raccontarci che anno collegamenti con i servizi segreti
occidentali e con al Qaeda?
I ribelli, al Qaeda, il
MI6,
la
CIA
Qui c'è un articolo del Guardian del 2002. Queste informazioni sono
state disponibili per dieci anni, ma i media non pensano che siano
interessanti:
L'intelligence britannico ha pagato grandi somme di denaro ad
una cellula di al Qaeda in Libia nel 1996 in un tentativo
predestinato di assassinare il colonnello Gheddafi ed ostacolato gli
iniziali tentativi di portare davanti alla giustizia
Osama bin Laden.
Le ultime pretese sul coinvolgimento del MI6 con il terribile
Gruppo Combattente Islamico della Libia, che è collegato ad uno dei
luogotenenti fidati di bin Laden, sarà imbarazzante per il governo,
che ha descritto come 'pure fantasia' pretese simili dell'ufficiale
del MI5
David Shayler.
Le accuse sono emerse nel libro
Forbidden Truth, pubblicato
in America da due francesi
esperti di servizi segreti che rivelano che il primo mandato di
cattura Interpol per bin Laden è stato emesso dalla Libia nel marzo
1998.
Secondo i giornalisti
Guillaume Dasquié
e
Jean-Charles Brisard,
un consigliere del presidente francese
Jacques Chirac,
le agenzie di intelligence britannica e USA hanno seppellito il
fatto che il mandato di cattura era provenuto dalla Libia e hanno
minimizzato la minaccia. Cinque mesi dopo che è stato emesso il
mandato è stato emesso, al Qaeda ha ucciso più di 200 persone negli
attentati con camion bomba alle ambasciate USA in Kenia e Tanzania.
Il
mandato di cattura è stato emesso
in collegamento con l'assassinio nel marzo 1994 di due agenti
dell'antiterrorismo tedesco,
Silvan
e
Vera Becker,
che erano responsabili di missioni in Africa. Secondo il libro,
la resistenza delle agenzie di intelligence alle preoccupazioni dei
libici possono spiegarsi con il coinvolgimento del MI6 con il
complotto del colpo di stato di al Qaeda.
(Martin Bright,
MI6 'halted bid to arrest bin Laden', Guardian,
10
novembre
2002)
Mentre Gheddafi diventava roba da ridere per i media mentre
accusava al Qaeda di appoggiare la rivolta, il 28 marzo, il
comandante delle forze europee della NATO ha confermato con scarso
entusiasmo, e senza venire ridicolizzato, che la rete manipolava gli
insorti:
Dall'inizio dell'insurrezione in Libia, Muammar Gheddafi ha
accusato al Qaeda ed Osama bin Laden. Ha così affermato diverse
volte che la rete terroristica manipolava gli insorti. Questo
martedì,
James Stavridis,
il comandante delle forze NATO in Europa, ha parzialmente confermato
queste pretese.
Effettivamente, durante una verifica davanti al Senato USA, ha
spiegato che alcune informazioni menzionavano segnali di una
presenza di al Qaeda, o persino di Hezbollah libanesi, tra
l'opposizione libica. Nondimeno ha temperato questo sottolineando
che non aveva "dettagli sufficienti" per affermare se questa
presenza era "significativa oppure no".
(Libye
: l'Otan admet que l'opposition serait infiltrée par Al-Qaïda,
(Libia:
la NATO ammette che
l'opposizione sarebbe infiltrata da al Qaeda) TF1, 29
marzo
2011)
Perciò, anche se gli occidentali ammettono la presenza di al
Qaeda tra i ribelli, scelgono ancora di intervenire a loro favore.
In aggiunta a questa svolta kafkiana degli eventi, il Consiglio
Nazionale di Transizione Libico
(LNTC),
che rappresenta l'opposizione libica e finora riconosciuto da
Francia e Qatar
[1],
ha nominato un collaboratore di vecchia data della CIA a guidare le
sue operazioni:
Il
Consiglio Nazionale Libico, il gruppo con base a Benghasi che
parla per le forze ribelli che combattono il regime di Gheddafi, ha
nominato un collaboratore di lunga data della CIA a dirigere le sue
operazioni militari. La scelta di
Khalifa Hifter,
un ex colonnello dell'esercito libico, è stata riportata martedì da
McClatchy Newspapers
[…] (Patrick Martin,
A CIA commander for the Libyan rebels, World
Socialist Web Site, 28
marzo
2011)
Il giorno successivo abbiamo
appreso durante una conferenza stampa chi erano i portavoce
dell'LNTC:
Mahmoud Shammam,
ex giornalista di
Foreign Policy,
"che vive tra
Washington
e
Doha”,
e
Guma El-Gamaty, “un
attivista che vive a Londra".
(Eric Albert,
Les premiers pas politiques hésitants des rebelles libyens,
(I
primi esitanti passi politici dei ribelli libici), La Tribune, 29
marzo
2011.)
I rappresentanti dei ribelli libici sono quindi dei libici che
vivono negli USA e nel Regno Unito e il loro comandante delle
operazioni è un collaboratore della CIA. La rivolta libica sta
cominciando ad assumere l'apparenza di un cambio di regime degli
occidentali.
Due giorni dopo la pubblicazione
dell'articolo di
McClatchy
e dopo l'inizio dell'intervento, il
New York Times “ha
rivelato”
che la CIA si trovava da diverse settimane sul suolo libico. Per
quanto riguarda il MI6 e le Forze Speciali britanniche, all'inizio
di marzo
degli agenti
sono stati catturati dai ribelli che per errore li avevano scambiati
per delle spie nemiche. I servizi segreti britannici presumibilmente
erano sul terreno per stabilire dei collegamenti con la rivolta,
della quale apparentemente non erano informati.
Un altro fatto importante è stato largamente ignorato dai
media: Bengasi è un nascondiglio selezionato per jihadisti, secondo
uno studio del 2007 dell'Accademia Militare degli Stati Uniti a
West Point:
La scoperta più sorprendente che emerge dallo studio di
West Point
è che il corridoio che va da Bengasi a Tobruk, passando attraverso
la città di Derna... rappresenta una delle maggiori concentrazioni
di terroristi jihadi che si possa trovare ovunque al mondo ed in
certa misura può essere considerata come la fonte principale di
attentatori suicidi ovunque sul pianeta.
(Dr. Webster G. Tarpley,
The CIA’s Libya Rebels: The Same Terrorists who Killed US, NATO
Troops in Iraq, Global Research, 28
marzo
2011)
Tutte queste informazioni rivelano numerosi fatti cruciali per
la comprensione di questo conflitto e sono disponibili a chiunque si
dia il fastidio di compiere alcune ricerche. Tuttavia, sembra che il
ruolo della stampa mainstream non sia di pubblicare fatti, ma
piuttosto propaganda.
Se questa intenzione sia oppure no deliberata, il risultato in ogni
caso è lo stesso: non fa correttamente il suo lavoro. Ancora una
volta.
Per leggere l'articolo originale in francese
cliccate qui:
Libye : Les médias et la propagande en faveur de la rébellion
Julie Lévesque
è giornalista e ricercatore a
Global Research, Centre for
Research on Globalization (CRG).
Note
1.
Anche l'Italia ora ha riconosciuto il Consiglio Nazionale di
Transizione Libico.
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