Libia: Propaganda dei media e "imperialismo umanitario"

di Julie Lévesque

Global Research, 10 aprile 2011

 

Dal principio della crisi in Libia, i media si sono schierati a favore dei ribelli. I media contano quasi unicamente sulle pretese della ribellione, mentre respingono totalmente le informazioni che provengono dal governo Gheddafi.

Accertare la verità delle dichiarazioni non è da condannare; proprio il contrario, questo controllo dovrebbe essere sistematico e applicato alle pretese dei governi occidentali e dei ribelli di tutti i generi. Tuttavia, i media occidentali non mostrano in pratica nessuno scetticismo riguardo alle asserzioni dei ribelli libici e di quelle dei "benevoli" governi che sono venuti in loro soccorso.

 

La scena dell'Hotel Rixos

La scena più evidente di questa tendenza è la scena dell'Hotel Rixos a Tripoli. Il 26 marzo, una donna sconosciuta di nome Eman al-Obeidy è andata in questo hotel, per portare all'attenzione dei giornalisti stranieri che i soldati del regime libico erano impegnati in azioni di stupro e tortura.

Stava affermando la verità? Forse. Comunque, nei rapporti iniziali, questa domanda non è stata sollevata dai giornalisti. La maggior parte di loro vedeva in questo incidente la prova della crudeltà del regime libico. Negli esempi di sotto, la formulazione da un'aura di credibilità alla testimonianza di Eman al-Obeidy, mentre dimostra diffidenza verso le autorità libiche:

Comunque, i giornalisti avevano soltanto una preoccupazione: cosa accadrà alla giovane donna? Eludendo le domande su questo "caso", ha affermato di non avere elementi sufficienti sull'"incidente", assicurando che la donna sarebbe stata "trattata secondo la legge". (Une jeune femme violée tente de témoigner devant les journalistes à Tripoli (Una giovane donna stuprata cerca di testimoniare davanti ai giornalisti a Tripoli) AFP/Le Monde (Francia), 26 marzo 2011. Enfasi aggiunta).

Lunedì una donna ha fatto irruzione nell'hotel di Tripoli dove alloggiavano i giornalisti stranieri. Prima di essere cacciata violentemente, è stata in grado di raccontare dei frammenti della sua terribile storia...Nell'hotel, la terribile testimonianza scatena un parapiglia. Un dipendente dell'hotel la minaccia con un coltello e urla: "Traditrice"! Presto intervengono i tirapiedi del regime per tentare di ridurla al silenzio. Eman viene trascinata fuori violentemente mentre gli uomini di Gheddafi sostengono che la giovane donna è "malata di mente". (Adrien Gaboulaud, Libye: Eman al-Obeidi, celle qui brise le silence, (Libia: Eman al-Obeidy, Quella che rompe il silenzio), Paris Match (Francia), 29 marzo 2011. Enfasi aggiunta).

Domenica 27 marzo, il governo sostiene che la donna è stata rilasciata. Sebbene i media riferiscano di avere delle difficoltà ad investigare il caso, ritengono anche che la testimonianza sia credibile. "La CNN non ha potuto verificare indipendentemente la testimonianza di Eman al-Obeidy, ma le sue ferite sembrano consistenti con ciò che affermava", ha spiegato la televisione USA nel suo sito web. Il New York Times va oltre: "La sua esperienza corrisponde agli abusi umani di vecchia data in Libia sotto il governo di Gheddafi". (Jerome Delay, Libye - Confusion autour d’un viol collectif, (Libia – Confusione attorno ad uno strupro collettivo) Le Monde (France), 28 marzo 2011. Enfasi aggiunta).

Anche Al-Jazeera ha scelto la sua parte. In questo video, la giornalista non mostra alcun segno di imparzialità:

La straziante storia di stupro e maltrattamento di Eman al-Obeidi per mano delle milizie di Gheddafi ha indignato i giornalisti presenti. Ma la reazione della sicurezza libica e del personale dell'hotel ha aggiunto un altro strato di angoscia. Una cameriera ha tirato su di lei un coltello da tavolo e l'ha chiamata una traditrice.

Mentre dei poliziotti che tentavano di fare tacere Eman al-Obeidi l'hanno poi portata via, lei proclamava: "Dicono che mi portano in un ospedale, ma in realtà mi stanno portando in prigione". Quindi è cominciata la disinformazione del governo. Il portavoce governativo...ha dichiarato che era ubriaco, malata di mente e che non era un'avvocatessa come aveva affermato, ma una prostituta. Ed il travisamento finale, che era a casa, salva, con la sua famiglia. Di fatto era ancora una volta nelle mani delle forze del colonnello Gheddafi. Ma ormai, la sua famiglia stava lottando per lei (Anita McNaught, Anger over detention of Libyan woman, Al Jazeera English, 28 marzo 2011. Enfasi aggiunta).

Nonostante gli sciami di fotografi e di cameramen, non sembrava esserci nessuna immagine disponibile del coltello, che in un rapporto era tirato da un uomo, in un altro da una donna, né delle ferite sanguinanti della presunta vittima menzionate da diversi media.

E' altrimenti menzionato che viene scacciata "violentemente", ma, come possiamo chiaramente vedere nel video, non viene né ammanettata, né incappucciata, né trascinata in alcun modo. I dimostranti pacifici alle riunioni del G20 vengono solitamente trattati più brutalmente nei paesi cosiddetti "democratici", come è stato il caso di Toronto, Canada, durante la riunione più recente.

La giornalista continua:

In un'intervista con Al-Jazeera Arabic, i suoi genitori hanno mostrato una fotografia della figlia che si laurea con il suo diploma di legge. (Ibid.  Enfasi aggiunta).

Tuttavia, ciò che ci viene mostrato è la madre che tiene una normale sua fotografia senza una laurea.

La rivelazione successiva dal Washington Post dovrebbe avere sollevato un dubbio nei media riguardo alla testimonianza di Eman al-Obeidy:

Secondo il Washington Post, “Hasan Modeer, un attivista ribelle che era con la madre di Obaidi a Tobruk, ha dichiarato che un funzionario governativo aveva chiamato Ahmed alle 3 di mattina di domenica chiedendole di persuadere la figlia a cambiare la sua storia". (Tara Bahrampour e Liz Sly, Libyan government offered money to appease Iman al-Obaidi, woman in rape-claim case, mother says, Washington Post, 27 marzo 2011. Enfasi aggiunta).

Se questa donna ha dei legami ai ribelli, forse la sua storia potrebbe essere un evento fabbricato, un'operazione psicologica progettata per galvanizzare l'opinione pubblica globale a favore dell'intervento della NATO e per demonizzare il regime libico, alla maniera di Nayirah al-Sabah durante la guerra del Golfo. Questa kuwaitiana diede una commovente testimonianza davanti al Caucus dei Diritti Umani del Congresso USA sulle atrocità apparentemente commesse dal regime iracheno. Più tardi risultò che questa giovane signora era la figlia dell'ambasciatore del Kuwait negli USA e che la sua testimonianza era pura fantasticheria.

 

Perché i media si compromettono con la ribellione in Libia? E' deliberato oppure no? L'aspetto più fastidioso di questo favoritismo è che continuano a raccontarci dei ribelli, ma mai chi siano questi ribelli!

 

Ribellioni armate e "interventi umanitari"

Così, chi sono questi ribelli? Chi li arma? Chi li finanzia? Che interessi hanno? Hanno legami con paesi stranieri? In breve, nessuno pare avere la più piccola idea della natura di questa ribellione armata e, tuttavia, la stampa occidentale la appoggia incondizionatamente nel modo in cui ha sostenuto le rivolte popolari in Tunisia e d Egitto.

Se guardiamo indietro, si possono porre le seguenti domande: stiamo trattando dello stesso tipo di ribelli come quelli armati e finanziati dalla CIA a Haiti e che nel 2004 hanno contribuito a rovesciare Jean-Bertrand Aristide, il presidente eletto con una maggioranza di approssimativamente il 70% e che aveva vedute socialiste ed anti-imperialiste? (Vedi Michel Chossudovsky, The Destabilization of Haiti: February 29, 2004, Global Research, 28 febbraio 2009)

O forse sono simili ai Contras nicaraguegni, i "combattenti della libertà" sostenuti dall'amministrazione Reagan negli anni '80? Anche questi erano armati e finanziati dalla CIA e cercavano di fermare la rivoluzione Sandinista, che era anche socialista ed anti-imperialista. (Vedi Philip Agee, How United States Intervention Against Venezuela Works, Global Research, 15 settembre 2005)

Questi esempi non sembrano fare parte della storia per i media, la cui conoscenza storica è discutibile. L'unico paragone che ci viene dato è quello con il Kosovo. Ancora una volta, la storia si ripete: l'Esercito di Liberazione del Kosovo era armato e finanziato tra altri dalla CIA. (Vedi Michel Chossudovsky, The Destabilization of Bolivia and the "Kosovo Option", Global Research, 7 ottobre 2008)

Dal momento che la verità lotta per farsi strada nelle menti ipocrite della stampa occidentale, l'intervento USA-NATO in Jugoslavia è un modello di "guerra umanitaria" che dovrebbe essere seguito per evitare "massacri". E tuttavia, chiunque abbia una conoscenza basilare dello smembramento della Jugoslavia sa che l'ultimo scopo di questo intervento USA-NATO era di dividere e conquistare, eliminare un'economia socialista funzionale che ora è spaccata in piccole entità paralizzate dai debiti, con grande piacere delle maggiori istituzioni finanziarie di questo mondo. I serbi sono stati accusati di commettere atrocità mentre la violenza cui erano sottoposti doveva restare largamente ignorata. (Vedi Srebrenica Historical Project)

Vi erano il "macellaio di Baghdad", il "macellaio di Belgrado" ed ora vi è il "macellaio di Tripoli". Sempre la stessa tattica. Sempre gli stessi salvatori. E la gente ci casca sempre.

La narrativa ufficiale di questo tipo di intervento ha ereditato il nome di "guerra umanitaria" o di "intervento umanitario", che alcuni descrivono del tutto giustamente come "imperialismo umanitario". Non dimenticate: gli stati non hanno nessun amico, soltanto interessi.

Quelli che intervengono all'estero non lo fanno per salvare la gente, ma i loro interessi economici ed i media stanno attenti a spiegare la lotta di potere tra gli stati occidentali nella terra di Gheddafi, che detiene la maggiore ricchezza petrolifera dell'Africa. (Vedi Michel Chossudovsky, "Operation Libya" and the Battle for Oil: Redrawing the Map of Africa, Global Research, 9 marzo 2011)

Nel 2001, successivo all'intervento della NATO in Jugoslavia, il concetto orwelliano di "responsabilità di proteggere" (R2P) è stato sviluppato sotto gli auspici della Commissione Internazionale sull'Intervento e la Sovranità dello Stato, un'iniziativa del governo canadese.

Dopo avere abbondantemente demonizzato il leader libico, i media di sono affrettati a promuovere la famosa dottrina del “R2P” per assistere il popolo libico, una dottrina patrocinata pure dai leader a favore di un intervento armato dalla parte dei ribelli, la cui identità ancora non ci viene rivelata.

La Lega Araba, che il 13 marzo si è dichiarata favorevole ad una no-fly zone allo scopo di "proteggere i civili", comprende numerosi alleati degli USA, come lo Yemen, il Bahrain e l'Arabia Saudita, che sono lontani dall'essere modelli di democrazia. Dall'altra parte, l'Unione Africana si è opposta all'intervento straniero.

Invece di mettere in discussione le ragioni di questi interventi e degli interessi dei suoi difensori, le principali organizzazioni dei media hanno patrocinato l'interferenza senza sapere chi era alla radice della rivolta armata:

Mentre la maggior parte dei tiranni trova nobili pretesti per massacrare quelli che li sfidano, Gheddafi dichiara la sua intenzione di dare l'avvio a un incessante spargimento di sangue. Ai suoi occhi, nessun prezzo è troppo alto per restare al potere.

Almeno, è tutto chiaro. Non è più possibile fingere che la minaccia che è sospesa sul popolo libico sia il frutto di un pezzo di propaganda. Non è neanche più possibile fingere che non sappiamo cosa ci aspetta, come abbiamo fatto con il Ruanda e la Bosnia.

Con il suo prevedibile massacro, il sinistro colonnello crea un precedente. E pone la comunità internazionale in un difficile dilemma: fin dove deve arrivare per evitare il bagno di sangue?...

Il caso della Libia è piuttosto simile a quello del Kosovo, dove nel 1999 la NATO aveva indotto un'offensiva militare per proteggere la popolazione contro la potenza serba ...

Incidentalmente, è come conseguenza di questa operazione che l'ONU ha cominciato ad esplorare un nuovo concetto: il "diritto di proteggere"

Comunque, se il tiranno di Tripoli continua a macellare il suo popolo, prima o poi il mondo avrà l'opportunità di mettere  alla prova il magnifico principio della "responsabilità di proteggere". Perché se non lo facciamo in questo caso, non lo faremo mai. (Agnès Gruda, Le devoir de protéger, (Il dovere di proteggere), Cyberpresse (Canada), 5 marzo 2011. Enfasi aggiunta).

Questa dottrina della "libertà di proteggere" esiste. E' stata promossa all'ONU dal governo canadese alcuni anni fa. Tuttavia, oggi, né il governo Harper né il leader del partito che ha concepito questa dottrina, Michael Ignatieff dell'LPC, propongono di utilizzarla per proteggere il popolo libico contro il tiranno che promette "fiumi di sangue"

Sabato, fortunatamente, è accaduto un fatto sorprendente. Un'organizzazione internazionale della quale il Canada non fa parte ha avuto la decenza di "fornire sostegno urgente e continuo al popolo libico...dalle serie violazioni e dai gravi crimini commessi dalle autorità libiche, che di conseguenza ha perduto la propria legittimità". Questa organizzazione di coerenti democratici, senza nominarla, ha richiesto l'attuazione del principio della "responsabilità di proteggere", pretendendo che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU imponga una no-fly zone sulla Libia... (Jean-François Lisée, Mais où est donc la « responsabilité de protéger » (Dov'è sulla terra la "responsabilità di proteggere"), L’actualité (Canada), 13 marzo 2011. Enfasi aggiunta).

Qui entrambe gli autori sono in errore. Infatti, è il figlio di Gheddafi, Seïf Al-Islam, che ha parlato di "fiumi di sangue" e, presa fuori del contesto, questa sensazionale immagine serve puntualmente la propaganda interventista. Prima di questo ha dichiarato: “Come soluzione estrema...stiamo considerando di armare tutti, armeremo 5 milioni di libici, la Libia non è né la Tunisia né l'Egitto... Scorreranno fiumi di sangue..."

Sarebbe folle per un governo sfidato da una cosiddetta rivolta popolare proporre di armare 5 milioni di cittadini quando il suo paese ne ha 6,5 milioni? I media hanno enfatizzato soltanto la "promessa" di "far scorrere fiumi di sangue", che da l'impressione che le forze armate del regime si lanceranno in una baldoria di sangue contro una popolazione indifesa.

Propaganda di guerra

In un articolo intitolato The Rules of War Propaganda”, Michel Collon espone dettagliatamente la cronaca di guerra dei media occidentali e le "regole inevitabili della 'propaganda di guerra'": demonizzare il nemico, omettere il contesto geografico e storico, nascondere il vero interesse ed evitare di ricordare precedenti manipolazione dei media. Il caso della Libia è un ovvio esempio.

Naturalmente, Muammar Gheddafi non è un angelo. Ma era migliore George W. Bush? Quale dei due ha più sangue sulle mani? Sotto George W. Bush, nessuno ha proposto di invadere gli USA per impedire loro di andare a macellare iracheni o afgani.

E se avesse luogo una rivolta armata in un paese occidentale, cosa farebbero i leader? Se mantenere l'ordine è eccessivo durante manifestazioni pacifiche, possiamo facilmente immaginare la reazione ad una rivolta armata.

Inoltre, vale la pena notare che gli occidentali hanno tentato più di una volta di assassinare il colonnello Gheddafi. Uno di questi tentativi ha ucciso per caso una delle figlie. Cosa accadrebbe se la figlia di un capo di stato occidentale venisse uccisa da forze arabe?

Tale demonizzazione di Gheddafi è una tattica di guerra psicologica che è stata utilizzata più di una volta per mobilitare l'opinione pubblica a favore di interventi armati. In aggiunta, i media sono estremamente silenziosi quando si tratta di fatti sulla Libia: il suo Indice di Sviluppo Umano ed il suo PIL più alti di tutti gli stati africani, la qualità dei suoi programmi sociali ecc.

Quando si guarda al grande quadro ed al contesto storico degli interventi umanitari, è ovvio che questo assalto della NATO alla Libia non ha nulla a che fare con la protezione di civili.

Il segretario di stato alla difesa USA, Robert Gates, l'ha ammesso lui stesso in un'intervista su Meet the Press: “No, la Libia non è un interesse vitale per gli Stati Uniti, ma chiaramente noi lì abbiamo degli interessi e fa parte di una regione che è di interesse vitale per gli Stati Uniti".

Questa ammissione non può essere più chiara: noi abbiamo interesse nel Medio Oriente ed è per questo che interveniamo in Libia, per proteggere i nostri interessi in Medio Oriente.

Se il segretario di stato alla difesa USA ammette che il suo paese interviene in Libia per proteggere i suoi interessi, come possiamo parlare in alcun modo di un intervento umanitario? E questi ribelli che si pensa dobbiamo fornire di armi, quando qualcuno ha il coraggio di raccontarci che anno collegamenti con i servizi segreti occidentali e con al Qaeda?

I ribelli, al Qaeda, il MI6, la CIA

Qui c'è un articolo del Guardian del 2002. Queste informazioni sono state disponibili per dieci anni, ma i media non pensano che siano interessanti:

L'intelligence britannico ha pagato grandi somme di denaro ad una cellula di al Qaeda in Libia nel 1996 in un tentativo predestinato di assassinare il colonnello Gheddafi ed ostacolato gli iniziali tentativi di portare davanti alla giustizia Osama bin Laden.

Le ultime pretese sul coinvolgimento del MI6 con il terribile Gruppo Combattente Islamico della Libia, che è collegato ad uno dei luogotenenti fidati di bin Laden, sarà imbarazzante per il governo, che ha descritto come 'pure fantasia' pretese simili dell'ufficiale del MI5 David Shayler.

Le accuse sono emerse nel libro Forbidden Truth, pubblicato in America da due francesi esperti di servizi segreti che rivelano che il primo mandato di cattura Interpol per bin Laden è stato emesso dalla Libia nel marzo 1998.

Secondo i giornalisti Guillaume Dasquié e Jean-Charles Brisard, un consigliere del presidente francese Jacques Chirac, le agenzie di intelligence britannica e USA hanno seppellito il fatto che il mandato di cattura era provenuto dalla Libia e hanno minimizzato la minaccia. Cinque mesi dopo che è stato emesso il mandato è stato emesso, al Qaeda ha ucciso più di 200 persone negli attentati con camion bomba alle ambasciate USA in Kenia e Tanzania.

Il mandato di cattura è stato emesso in collegamento con l'assassinio nel marzo 1994 di due agenti dell'antiterrorismo tedesco, Silvan e Vera Becker, che erano responsabili di missioni in Africa. Secondo il libro, la resistenza delle agenzie di intelligence alle preoccupazioni dei libici possono spiegarsi con il coinvolgimento del MI6 con il complotto del colpo di stato di al Qaeda. (Martin Bright, MI6 'halted bid to arrest bin Laden', Guardian, 10 novembre 2002)

Mentre Gheddafi diventava roba da ridere per i media mentre accusava al Qaeda di appoggiare la rivolta, il 28 marzo, il comandante delle forze europee della NATO ha confermato con scarso entusiasmo, e senza venire ridicolizzato, che la rete manipolava gli insorti:

Dall'inizio dell'insurrezione in Libia, Muammar Gheddafi ha accusato al Qaeda ed Osama bin Laden. Ha così affermato diverse volte che la rete terroristica manipolava gli insorti. Questo martedì,  James Stavridis, il comandante delle forze NATO in Europa, ha parzialmente confermato queste pretese.

Effettivamente, durante una verifica davanti al Senato USA, ha spiegato che alcune informazioni menzionavano segnali di una presenza di al Qaeda, o persino di Hezbollah libanesi, tra l'opposizione libica. Nondimeno ha temperato questo sottolineando che non aveva "dettagli sufficienti" per affermare se questa presenza era "significativa oppure no". (Libye : l'Otan admet que l'opposition serait infiltrée par Al-Qaïda, (Libia: la NATO ammette che l'opposizione sarebbe infiltrata da al Qaeda) TF1, 29 marzo 2011)

Perciò, anche se gli occidentali ammettono la presenza di al Qaeda tra i ribelli, scelgono ancora di intervenire a loro favore.

In aggiunta a questa svolta kafkiana degli eventi, il Consiglio Nazionale di Transizione Libico (LNTC), che rappresenta l'opposizione libica e finora riconosciuto da Francia e Qatar [1], ha nominato un collaboratore di vecchia data della CIA a guidare le sue operazioni:

Il Consiglio Nazionale Libico, il gruppo con base a Benghasi che parla per le forze ribelli che combattono il regime di Gheddafi, ha nominato un collaboratore di lunga data della CIA a dirigere le sue operazioni militari. La scelta di Khalifa Hifter, un ex colonnello dell'esercito libico, è stata riportata martedì da McClatchy Newspapers […] (Patrick Martin, A CIA commander for the Libyan rebels, World Socialist Web Site, 28 marzo 2011)

Il giorno successivo abbiamo appreso durante una conferenza stampa chi erano i portavoce dell'LNTC: Mahmoud Shammam, ex giornalista di Foreign Policy, "che vive tra Washington e Doha”, e Guma El-Gamaty, “un attivista che vive a Londra". (Eric Albert, Les premiers pas politiques hésitants des rebelles libyens, (I primi esitanti passi politici dei ribelli libici), La Tribune, 29 marzo 2011.)

I rappresentanti dei ribelli libici sono quindi dei libici che vivono negli USA e nel Regno Unito e il loro comandante delle operazioni è un collaboratore della CIA. La rivolta libica sta cominciando ad assumere l'apparenza di un cambio di regime degli occidentali.

Due giorni dopo la pubblicazione dell'articolo di McClatchy e dopo l'inizio dell'intervento, il New York Times “ha rivelato che la CIA si trovava da diverse settimane sul suolo libico. Per quanto riguarda il MI6 e le Forze Speciali britanniche, all'inizio di marzo  degli agenti sono stati catturati dai ribelli che per errore li avevano scambiati per delle spie nemiche. I servizi segreti britannici presumibilmente erano sul terreno per stabilire dei collegamenti con la rivolta, della quale apparentemente non erano informati.

Un altro fatto importante è stato largamente ignorato dai media: Bengasi è un nascondiglio selezionato per jihadisti, secondo uno studio del 2007 dell'Accademia Militare degli Stati Uniti a West Point:

La scoperta più sorprendente che emerge dallo studio di West Point è che il corridoio che va da Bengasi a Tobruk, passando attraverso la città di Derna... rappresenta una delle maggiori concentrazioni di terroristi jihadi che si possa trovare ovunque al mondo ed in certa misura può essere considerata come la fonte principale di attentatori suicidi ovunque sul pianeta. (Dr. Webster G. Tarpley, The CIA’s Libya Rebels: The Same Terrorists who Killed US, NATO Troops in Iraq, Global Research, 28 marzo 2011)

Tutte queste informazioni rivelano numerosi fatti cruciali per la comprensione di questo conflitto e sono disponibili a chiunque si dia il fastidio di compiere alcune ricerche. Tuttavia, sembra che il ruolo della stampa mainstream non sia di pubblicare fatti, ma piuttosto propaganda.

Se questa intenzione sia oppure no deliberata, il risultato in ogni caso è lo stesso: non fa correttamente il suo lavoro. Ancora una volta.



Per leggere l'articolo originale in francese cliccate qui:
Libye : Les médias et la propagande en faveur de la rébellion

Julie Lévesque è giornalista e ricercatore a Global Research, Centre for Research on Globalization (CRG).


Note


1.
Anche l'Italia ora ha riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione Libico.