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Ricevo una lettera
firmata da tal Berlusconi Silvio, che nello stile somiglia molto al
presidente del consiglio. Non potendo appurarne l'autenticità, credo di
fare cosa gradita mettendone a parte coloro che ancora dubitano delle
nobili motivazioni ispiratrici della Sua azione politica nei suoi primi
mesi di governo. Autentica o meno che sia, la lettera, per le sue
stringenti e convincenti argomentazioni, ha messo a dura prova il mio
animus di "demonizzatore". Ne faccio un omaggio agli amici di
manipulite.it, affinchè chi ancora brancola nel buio possa vedere
finalmente la Luce.
Caro Amico delle Libertà,
purtroppo i miei impegni di statista non mi consentono di incontrarLa di
persona. Ma vorrei farLe giungere ugualmente tutta la mia vicinanza. So
bene, per averlo appreso da Giuliano Ferrara e Nando Adornato, quanto sia
duro uscire dal tunnel della propaganda comunista, giustizialista e
giacobina. Ma confido che presto, dopo la lettura di questa mia, compirà
anche Lei il Grande Passo verso la Libertà, lontano dalle guerre civili
che hanno insanguinato l’ultimo decennio in Italia. E in nome di quella
Questione Morale che è da sempre il mio programma di vita e di governo.
Noto con piacere che Lei ricorda spesso i fiori all’occhiello dei miei
primi 8 mesi di governo: rogatorie, falso in bilancio, immunità
parlamentare, sanatoria per i capitali esportati illegalmente". Anch’io,
come voi, deploro "l’uso delle istituzioni per interesse privato": pensi
che i miei avversari pretenderebbero che io e i miei amici fossimo gli
unici a non beneficiare di queste fondamentali riforme, approvate
nell’interesse generale del Paese. E poi, si metta nei miei panni. Ho tre
processi per falso in bilancio e due per corruzione in atti giudiziari:
sfido chiunque, nelle mie condizioni, a occuparsi di sfida a duello e
furto di bestiame.
Mi consenta ora di riepilogare brevemente la filosofia che ci ha ispirati
in questi primi otto mesi di governo delle libertà. Che poi è la stessa mi
spinse a scendere in campo nell’indimenticabile 1994.
Abbiamo esordito con la legge sulle donazioni e le successioni: i soliti
pauperisti della sinistra si erano limitati ad esenzioni fiscali fino a
300 milioni: ma oggigiorno chi è così straccione da non avere più di 300
milioni da donare ai figli? E poi si metta nei miei panni: qualche mese fa,
in campagna elettorale, ho scoperto di avere 1500 miliardi di fondi neri
all’estero, nelle isole del canale e in altri posti che nemmeno sapevo
esistessero. I miei collaboratori, come al solito, avevano fatto tutto a
mia insaputa: volevano farmi una sorpresa per il mio compleanno. Ma ora
che me l’hanno fatta, vorrei dividere quel modesto gruzzolo fra i miei
figli, ai quali finora, con immensi sacrifici, ero riuscito a intestare
soltanto una villa in Costa Smeralda per ciascuno. Voi direte: potevi
farlo pagando le tasse. Ma così rinfocolerei le polemiche sul presunto
conflitto d’interessi: qualcuno potrebbe trovare inelegante che io paghi
tutte quelle tasse allo Stato proprio ora che lo Stato sono io.
Il naturale completamento di questa riforma è la legge sul rientro dei
capitali all’estero. Conosco imprenditori che si sono fatti da sè in
Aspromonte e in Barbagia, i quali, dopo una vita di onesto lavoro
ospitando forestieri venuti dal Nord, non potevano spendere nemmeno una
lira per paura che qualche ispettore sospettoso gliene chiedesse la
provenienza. Adesso qualcuno dirà che facevano i sequestri di persona. Che
paroloni. Noi preferiamo considerare queste attività nell’àmbito del ramo
"bed and breakfast". Ora consentiremo loro di portare all’onor del mondo
le loro sudate ricchezze, contribuendo al rilancio dell’economia e del
turismo di quelle lande desolate. Quando i pastori dell’Aspromonte e della
Barbagia cominceranno a circolare a bordo di cortei di Limousine e a
costruirsi ville con piscina e rubinetti in oro zecchino, il turismo e
l’economia nazionale non potranno che beneficiarne. L’esperienza della
Chicago anni 30, alla quale noi ci ispiriamo, insegna. Ne conveniva con me
il mio nuovo consulente per la finanza internazionale, Maurizio Raggio,
nel nostro recente vertice a Portofino.
A proposito di consulenze: ho appena ingaggiato a Palazzo Chigi l’amico
Gianni De Michelis, per la politica estera nei Balcani: casomai in quella
sventurata regione fosse rimasto in piedi qualcosa, arriva De Michelis.
A questo punto, la riforma del falso in bilancio non ha più bisogno di
presentazioni. L’Italia delle Libertà deve liberarsi di queste residue
pastoie che impediscono il dispiegarsi della libera intrapresa. E poi non
è vero che abbiamo depenalizzato quel reato, l’abbiamo semplicemente
adeguato alle esigenze del nuovo millennio. Abbiamo dovuto ridurre le pene,
francamente eccessive: pensate che il collega Cesare Romiti, per 100
miliardi e più di fondi neri, è stato condannato addirittura a 11 mesi e
20 giorni con la condizionale. Anche i termini di prescrizione erano
esagerati: ora, invece, se io falsifico un bilancio oggi, domani è già
prescritto. Mi pare un tempo sufficiente per celebrare i tre gradi di
giudizio, in ossequio alla legge costituzionale del giusto processo, che
ne raccomanda la "ragionevole durata". Il che mette al riparo le aziende
dalle invasioni di campo della magistratura. Abbiamo pure stabilito
l’obbligo di denuncia da parte del socio. Nel caso della Fininvest, ad
esempio, l’unico socio confessabile sono io, ma vorrei evitare le facili
ironie su Berlusconi che denuncia Berlusconi: anche a me, ogni tanto,
capita di litigare con me stesso.
E poi, come avrà saputo, il presidente del Consiglio Berlusconi è parte
civile contro il padrone della Fininvest Silvio Berlusconi, imputato nei
processi per corruzione dei giudici. In tale doppia veste, ho subito
ritenuto di promuovere a più alto incarico l’avvocato dello Stato
Salvemini (nome inquietante quant’altri mai): troppo bravo per continuare
a sostenere l’accusa contro di me. L’abbiamo mandato a Brescia, città a
misura d’uomo, più consona alle sue legittime aspirazioni.
D’altra parte noi prendiamo molto sul serio il principio, tipico degli
amici americani, dello spoil system: che, mi assicurano i miei traduttori,
significa spogliare lo Stato e lasciarlo in brache di tela. Per questo
abbiamo allontanato dal ministero delle Finanze il capo del Dipartimento
Entrate, Massimo Romano. Pensate che, con tutto quel che aveva da fare,
quel boiardo rosso aveva trovato il tempo per indagare sull’uso della
legge Tremonti da parte della Mediaset. Per fortuna l’abbiamo colto con le
mani nel sacco e l’abbiamo subito punito, memori di un altro insegnamento
degli amici americani: tolleranza zero. Per gli altri, s’intende.
A proposito di economia, non accetto ironie sulle nostre promesse
elettorali, a cominciare dall’aumento delle pensioni e dalla riduzione
delle tasse: l’amico Tremonti sta predisponendo i primi provvedimenti in
tal senso, che saranno riservati, per cominciare, a tutti gli
ultraottantenni, purchè accompagnati dai genitori.
Lei non può neanche immaginare che cosa abbiamo trovato, nella stanza dei
bottoni. Pensate che al Commissariato antiracket le sinistre avevano
piazzato un certo Tano Grasso, un commerciante che si fa bello con la
scusa di non aver pagato il pizzo alla mafia. Un cattivo maestro, insomma:
noi della Fininvest il pizzo lo pagavamo persino all’ultimo maresciallo
della Guardia di finanza, figuratevi alla mafia. Lo spudorato, comunque,
ha fiutato l’aria che tira e s’è fatto da parte spontaneamente. E’ bastato
che l’amico Scajola gli comunicasse che il suo ufficio era trasferito a
Genova, e che poteva scegliere fra la scuola Diaz e la caserma di
Bolzaneto.
Non Le dico, poi, cos’era prima del nostro arrivo il ministero di Grazia e
Giustizia, che noi per brevità chiamiamo ministero di Grazia: in
controtendenza con il parlamento e il governo, nemmeno un inquisito o un
condannato. In compenso, era infestato di magistrati. I quali, invece di
ringraziare in silenzio per l’ospitalità, pretendevano addirittura di
esprimere pareri sulle riforme della giustizia. Dicevano, ad esempio, che
la legge sulle rogatorie avrebbe reso più difficile la lotta
internazionale al crimine, quando è universalmente noto che sarà
fondamentale per stanare e sgominare finalmente quella banda di criminali
che risiedono nelle Procure di Milano e di Palermo. Ora qualcuno
sottilizza sul fatto che anche i miei legali e quelli di Previti abbiano
chiesto di cestinare le rogatorie dei nostri processi. Bel senso
dell’equità e della giustizia! Se la fanno franca i riciclatori di denaro
sporco, il boss Prudentino, l’amico Pacini Battaglia, l’internazionale dei
pedofili, i contrabbandieri del Montenegro, perché mai le rogatorie
dovrebbero valere solo per noi, che oltretutto abbiamo fatto la legge? Se
la legge è uguale per tutti, dev’esserlo pure - vivaddio - l’impunità. E’
una garanzia costituzionale.
Lo dice anche l’ingegner Castelli, il nostro valido ed esperto
Guardasigilli, che ha subito provveduto a disinfestare il ministero. E’
bastato rimpiazzare tutti quei magistrati pericolosamente esperti con uno
solo: Augusta Iannini, la moglie di Bruno Vespa. Al resto provvederanno
gli avvocati. Io, per comodità, ho messo a disposizione i miei, nel tempo
libero che avanzeranno dai miei processi e dagli impegni parlamentari. Sul
modello degli amanuensi medievali, incaricati di preservare le vestigia
della nostra Superiore Civiltà Occidentale, sto mettendo in piedi una
commissione presieduta dall’amico Carlo Nordio per la riscrittura dei
codici: non più quelli bizantini, ma quelli penali. La supervisione sarà
affidata ai nostri collaudati giureconsulti, Cesare Previti e Marcello
Dell’Utri. Vittorio Mangano, purtroppo, è recentemente scomparso.
Il club della menzogna, affiancato dalla stampa nazionale controllata dal
partito comunista e da quella internazionale pilotata da Gavino Angius, ha
sollevato polemiche pretestuose sulla decisione del nostro ministro
dell’Interno Claudio Scajola di abrogare le scorte per alcuni magistrati
antimafia in presunto pericolo. Anche su questo punto, vorrei
tranquillizzare gli amici magistrati: con le riforme della giustizia che
stiamo completando, nel solco di quelle già avviate dall’amico
centrosinistra nell’ultimo, operoso quinquennio, nessun magistrato sarà
più in pericolo. L’ha già anticipato l’amico Lunardi: basta con la guerra
civile, è tempo di pacificazione. Anche con la mafia, come con
Tangentopoli, bisogna convivere. Abbiamo persino proposto una legge che
consente il patteggiamento per le stragi, per lanciare un segnale
distensivo. Ora, quando anche le ultime procure si acconceranno al nuovo
clima bipartisan, nessun mafioso e nessun criminale si sentirà più
minacciato dai magistrati. Così si smetterà di progettare assurdi e
anacronistici attentati contro di loro. E le scorte diventeranno un
inutile, superfluo, dispendioso retaggio di un passato che non deve
ripetersi mai più. E’ per questo che stiamo disarmando i giudici: per
proteggerli, per salvargli la vita.
Per chiudere anche formalmente questo decennio di guerra civile, abbiamo
in mente una serie di iniziative, a cominciare dalle commissioni
parlamentari d’inchiesta su Tangentopoli, su Telekom Serbia, sul dossier
Mitrokhin, e prossimamente – a Dio piacendo - sulla battaglia di Lissa e
sulle guerre puniche. Qualcuno, ironizzando, potrà dire che il Parlamento
che invoca piena luce su Tangentopoli è come Gelli che chiede piena luce
sulla P2 e Rina che chiede piena luce su Cosa Nostra. Ma sono battute
senza senso: a parte le tangenti alla Guardia di Finanza, la mazzetta di
21 miliardi a Craxi, i passaggi di denaro dai conti di Previti a quelli
del giudice Squillante, io con Tangentopoli non c’entro nulla. E, a parte
un’ottantina di neoparlamentari condannati e inquisiti, non c’entra
neppure il Parlamento. Le commissioni non resteranno comunque
un’iniziativa isolata. Nel decennale dell’arresto di Mario Chiesa, il 17
febbraio 2002, ci riuniremo tutti in piazza Duomo a Milano per un grande "Craxi
Day". Poi, in estate, tutti in piazza Politeama, a Palermo, per un festoso
"Mafia Day", nel ricordo commosso del secondo anniversario della morte di
Vittorio Mangano.
Senza dimenticare, s’intende, Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino. Soprattutto Borsellino, al quale va il nostro deferente e
imperituro ricordo: come ricorderete, proprio nell’ultima intervista
televisiva prima di morire, l’eroico magistrato mi fece il grande onore di
dedicare una citazione a me e una agli amici Dell’Utri e Mangano. Non l’ho
mai dimenticato, anche se ho sempre evitato di diffondere quel video
attraverso le mie televisioni. Per la mia naturale ritrosia e per non
farmi troppa pubblicità.
A questo proposito, si è molto favoleggiato del mio presunto conflitto
d’interessi in campo televisivo. A parte il fatto che non ho mai notato
particolari conflitti fra i miei interessi e le reti Rai e Fininvest, ora
abbiamo un temibile concorrente: La 7, che abbiamo salvato da un sicuro
tracollo finanziario facendola rilevare dall’amico Marco Tronchetti
Provera, che sta riducendo i costi e ridisegnando i palinsesti: liquidati
i troppo dispendiosi Fazio e Lerner, la rete diventerà monotematica e si
specializzerà in programmi più economici ma di sicuro successo come le
previsioni del tempo, le estrazioni del lotto, "Oggi al Parlamento",
l’intervallo e il monoscopio, insidiando così pericolosamente la nostra
programmazione. Ma non saremo certo noi, liberisti della prima ora, a
lagnarci per l’arrivo di una robusta concorrenza. Insomma, come diceva
sempre l’amico Mangano, siamo a cavallo.
Quel che non potevamo proprio accettare era la presenza, ai vertici di
un’azienda importante come la Telecom, di un personaggio, Roberto
Colaninno, inquisito per falso in bilancio: e chi si credeva di essere, il
presidente del Consiglio? Così abbiamo propiziato l’avvento dell’amico
Tronchetti. I soliti professionisti della menzogna ha lanciato basse
insinuazioni sul fatto che, all’indomani dell’acquisto della Telecom,
Tronchetti ha voluto gentilmente rilevare anche la Edilnord da mio
fratello Paolo a prezzo doppio rispetto al suo valore. Ma questi sono i
colpacci di quel volpone di Paolo, che con quell’aria da finto ingenuo
riesce sempre a mettere nel sacco chiunque: soprattutto da quando io sono
presidente del Consiglio. Vi faccio una confidenza: il fratello furbo è
lui. Anche quando confessa, lo fa così bene che lo assolvono sempre.
Come forse avrete saputo, anch’io ho ottenuto in omaggio un’assoluzione
dalla Cassazione. È la solita insufficienza di prove, ma nessuno se n’è
accorto. Meglio così. Non ditelo troppo in giro. In fondo, le barzellette
come le racconto io non le sa raccontare nessuno. L’ho sempre detto che la
magistratura va sempre rispettata. E la Cassazione ha riconosciuto ciò che
avevo sempre sostenuto: nelle mie aziende non comanda nessuno. Il mio
impiegato Salvatore Sciascia, che a tempo perso fa anche lo scrittore,
ogni tanto prendeva l’iniziativa di corrompere la Guardia di Finanza senza
dire niente a nessuno. Pensate che non veniva nemmeno a chiederci i soldi
per le tangenti. Si autotassava. Ha risparmiato 350 sudati milioni e,
anziché darsi alla bella vita, li ha spesi tutti per convincere la Guardia
di Finanza a chiudere un occhio sulle nostre frodi fiscali. Di tasca sua,
dal suo magro stipendio: pensate che dedizione.
Non Le dico, poi, i miei due eroici segretari, Niccolò Querci e Marinella
Brambilla. Sono appena stati condannati a due anni e più per falsa
testimonianza: avrebbero mentito per coprire me. Pensi la faccia che han
fatto quando hanno scoperto che ero innocente.
E poi c’è l’avvocato Massimo Maria Berruti, uno dei miei migliori
collaboratori. E’ stato indagato, arrestato, condannato in primo grado, in
appello e in Cassazione per favoreggiamento: organizzò un’operazione di
depistaggio in grande stile per tappare la bocca ai finanzieri corrotti e
salvare me. Le lascio immaginare come ci è rimasto quando ha scoperto che
io ero innocente. Ma poi gli è passata, è un uomo devoto e si sacrifica
volentieri. Anche perchè ora, dopo essere entrato in Parlamento, entrerà
pure nel Guinness dei primati: è il primo caso di favoreggiatore che
favoreggia un innocente.
Solo il partito della menzogna poteva pensare che io sapessi qualcosa di
quelle brutte cose. Tutte storie. Alla Fininvest, per la prima volta nella
storia, abbiamo realizzato la perfetta anarchia. L’ho sempre detto che la
vera sinistra sono io. Diffidate delle imitazioni.
Dopo l’assoluzione, ho chiesto a tutti di restituirmi l’onore. Ma ha
abboccato uno solo: l’amico Massimo D’Alema, quello che mi aveva scambiato
per un padre costituente. Pensate che mi ha addirittura chiesto scusa per
l’ingiusta condanna (come se me l’avesse inflitta lui). D’ora in poi, non
so se l’avete saputo, le sentenze della Cassazione valgono di nuovo. Non
come quella del 21 ottobre 2000, che mi riconosceva responsabile dei 23
miliardi di All Iberian a Craxi, ma dichiarava prescritto il reato: ecco,
quella no, quella non valeva ancora. A proposito: ha un’idea di quanti
sono 23 miliardi? La più grossa stecca mai pagata a un singolo uomo
politico, l’ho pagata io. Tanto per darvi un’idea di quanto mi costava
l’amico Bettino, pace all’anima sua. Benedetta Mani Pulite che me l’ha
levato dai piedi: ora è molto più comodo, mi faccio le stesse cose da
solo, e soprattutto gratis. Ma anche questo non vada a raccontarlo in
giro, sennò la storia della guerra civile non attacca.
Ora devo andare. Il dovere mi chiama. Sento già in lontananza le note
della fanfara dei Lancieri di Montebello: sta arrivando a Palazzo Chigi il
principe Al Waleed, socio della Fininvest e di Bin Laden. Abbiamo un
vertice sulla lotta al terrorismo.
La saluto affettuosamente e La aspetto, con tutti i suoi amici, nella Casa
della Libertà Provvisoria.
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