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Il
World Economic Forum (WEF),
che domenica a Davos conclude la sua annuale conferenza al vertice,
fu istituito più di 40 anni fa per riunire capi d'azienda, leader di
governo ed accademici per fornire idee per la gestione dell'economia
capitalista mondiale. Per i primi due decenni della sua esistenza ha
funzionato semplicemente come un altro istituto di ricerca. Ha
assunto il suo attuale rilievo globale soltanto dopo il crollo
dell'Unione Sovietica 20 anni fa.
Mentre tutti i settori dell'establishment
politico ed economico acclamavano la morte del socialismo, il
trionfo finale del "libero mercato" e persino la fine della storia,
alle miopi elite dominanti ed ai loro rappresentanti sembrava
che tutte le grandi questioni economiche e politiche fossero
state finalmente risolte.
Per tutti gli anni '90 e ben dentro al primo decennio del nuovo
secolo, sembrava che, qualunque problema si presentasse, loro
fossero capaci di risoluzione attraverso le attività del mercato
capitalista. Il WEF è stato una maggiore fonte di tali panacee,
inneggiando al mercato come all'unico sistema economico razionale,
anche se le regole introdotte in periodi precedenti venivano
smantellate. A nulla, insisteva, dovrebbe essere permesso di
ostruire la strada delle operazioni del capitale globale nella sua
ricerca infinita del profitto.
A queste fantasie è stato dato un colpo distruttivo con il
crollo della
Lehman Brothers
nel
2008,
quando si è scoperto che, lungi dal procurare stabilità e
progresso economico, il libero mercato ha fatto piombare il mondo
nella più grande crisi economica dalla Grande Depressione degli anni
'30 e che al cuore del sistema finanziario apparentemente "fondato
su regole" si trova
autentica criminalità.
Ancora, è stato sostenuto che sebbene il libero mercato aveva
portato alla crisi, esso avrebbe tuttavia fornito una soluzione.
Ora è entrato in scena un nuovo fattore—la
riapparizione della classe lavoratrice internazionale come
esemplificato nella rivoluzione egiziana e nelle lotte sociali
in corso per il mondo. Improvvisamente, dopo essere stata a
mala pena registrata nella lista degli interessi dei partecipanti al
vertice, quest'anno la disuguaglianza è stata citata come il
principale fattore che minaccia la stabilità politica.
Come con tutte le precedenti classi dominanti che sono
diventate una barriera al progresso storico, l'elite capitalista di
oggi, assieme ai suoi portavoce nell'accademia e nei mass media, è
stata così accecata dalle proprie delusioni che non è riuscita
assolutamente a vedere il vasto spostamento che stava accadendo
nella psicologia sociale—la
crescente disillusione di masse di gente in tutto il mondo per il
presente ordine economico.
Essendo ora stati costretti ad affrontarlo e disperati per
cercare di ristabilire la legittimità del sistema capitalista, gli
organizzatori del WEF hanno scelto come tema per il vertice di
quest'anno "La grande trasformazione: Elaborare modelli nuovi".
Il presidente e fondatore del WEF
Klaus Schwab
ha parlato della "distopia" di crescente povertà e di sofferenza
sempre più grande creata dall'attuale sistema. Ha avvertito di un
"divario di moralità"—l'accumulazione
di vaste ricchezze per l'1% di vertice e le condizioni in
peggioramento per la schiacciante maggioranza—e
della "coesione sociale" in scardinamento. Ha indicato il
"pericolo di perdere completamente la fiducia delle future
generazioni".
Comunque, non vi è nessun nuovo "modello" per l'economia
capitalista—nessun
John Maynard Keynes
e nessun
Roosevelt con un
“New Deal”
che
aspetta dietro le quinte. Tale è il dominio totale della
finanza globale, con la complicità e il favoreggiamento della
deregolamentazione di 30 anni passati, che né i governi nazionali né
le istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale
fissano l'agenda. Piuttosto, le loro politiche sono loro dettate
dagli hedge fund, dalle banche e dalle altre istituzioni
finanziarie.
Le operazioni dei giganti finanziari hanno due conseguenze
correlate. Intensificano i conflitti tra le maggiori potenze
capitaliste ed alimentano la lotta di classe.
Al vertice di Davos, i conflitti nazionali erano in mostra
dall'inizio. Il cancelliere tedesco
Angela Merkel
ha aperto il forum con un discorso nel quale
ha respinto categoricamente le crescenti richieste
internazionali perché la Germania fornisse fondi di salvataggio
aggiuntivi per le banche europee.
Ciò ha portato ad una brusca risposta del finanziere
miliardario
George Soros,
che ha avvertito che "l'austerità che la Germania vuole
imporre spingerà l'Europa in una spirale deflazionistica", creando
una "dinamica politica molto pericolosa". Invece di mettere insieme
i paesi, "li condurrà alla mutua recriminazione".
Le profonde divisioni all'interno dell'Unione Europea si sono
manifestate quando il primo ministro repubblicano
David Cameron
ha pronunciato il suo discorso. Parlando per gli interessi
finanziari basati nella City di Londra, ha denunciato la proposta
introduzione di una imposta sulle transazioni finanziarie da parte
dei governi della zona euro come "semplicemente del
tutto follia". La zona euro aveva bisogno di una banca centrale che
fosse dietro la valuta, ha affermato. Aveva anche bisogno di
ulteriore integrazione economica e di trasferimenti fiscali, ma non
ha avuto nessuno di questi.
Non avendo nessuna soluzione per la crisi sociale in
aggravamento, le elite capitaliste dominanti devono ricorrere a
misure repressive ancora maggiori contro la classe lavoratrice
all'interno mentre cercano di rinforzare la loro posizione contro i
loro concorrenti internazionali. Nonostante il parlare di un nuovo
"modello", questo è il vero programma.
Lo scenario è stato messo in bella mostra da Soros in una
recente intervista a
Newsweek. Ha
dichiarato: "Stiamo fronteggiando un periodo estremamente difficile,
in molte maniere paragonabile agli anni '30, alla Grande
Depressione. Ora siamo di fronte
ad una generale decrescita nel mondo sviluppato, che minaccia
di metterci in un decennio o più di stagnazione, o peggio. Nel caso
migliore lo scenario è un ambiente deflazionistico. Nel caso
peggiore lo scenario è il crollo del sistema finanziario".
Ha avvisato che come la crisi in Europa è peggiorata,
colpirebbe gli Stati Uniti, portando scontri nelle strade e
conducendo ad una repressione ed a "tattiche della mano dura per
mantenere la legge e l'ordine" che porterebbe ad un "sistema
politico repressivo".
In altre parole, non vi è nessuna risoluzione socialmente
pacifica per la crisi del capitalismo globale. La borghesia non ha
nessun'altra via d'uscita che la guerra e la repressione. E' perciò
imperativo che la classe lavoratrice internazionale, soprattutto nei
maggiori paesi capitalisti, entri nella lotta politica, portando
avanti il proprio programma socialista basato sulla
nazionalizzazione delle banche, delle istituzioni finanziarie e
delle principali industrie e combatta per l'instaurazione di un
governo dei lavoratori che lo implementi.
Nick Beams
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