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Recentemente, il redattore economico del quotidiano Guardian del
Regno Unito,
Larry Elliott,
ci ha presentato
un confronto tra la Grande Depressione degli
anni '30 ed ora.
Di fatto,
Elliott
ha sostenuto che ora l'economia mondiale era in una depressione simile a
quella di allora. La depressione degli anni '30 cominciò con il crollo
della borsa del 1929, seguito da un crollo bancario globale e quindi da
un'enorme caduta della produzione, dell'occupazione e degli
investimenti. In questo ordine. Il numero di fallimenti bancari salì da
una media annuale di circa 600 durante gli anni '20, a 1.350 nel 1030 e
quindi si alzò in verticale nel 1937 quando cessarono 4.000 banche. Nel
corso dell'intero periodo 1930-33, fallì un terzo delle banche USA. Ma
ad essere il primo fu il crollo della borsa valori.
La Lunga Depressione, come mi piace chiamare quella attuale, è
cominciata con il crollo dell'immobiliare negli USA, soltanto dopo seguito
da un crollo bancario che è stato globale e quindi da un'enorme caduta
della
produzione, degli investimenti e dell'occupazione. In entrambe le
depressioni la conseguenza è stata una lunga, lenta e debole ripresa
economica con molte economie nazionali che ancora non ritornano ai
livelli di produzione, investimenti e redditività pre-crollo.
A proposito, se qualcuno dubita che le maggiori economie (G20) non
siano in quella che chiamo una Lunga Depressione, definita come crescita
tendente al basso della produzione, degli investimenti, della
produttività e dell'occupazione, allora consideri
questo gradevole sommario degli economisti della banca Wells Fargo
degli
indicatori chiave dalla fine della
Grande Recessione nel 2009 per gli USA, l'economia che ha ricuperato di
più.
Esso conclude che durante il
periodo
2008-2015, la riduzione media annuale del livello del PIL reale dalla tendenza è
stata del 9,9%, del 9,8% del consumo personale e del 10,7% del reddito
personale disponibile. Durante lo stesso periodo di tempo, la perdita
annuale media negli investimenti fissi delle imprese è stata del 20,1%,
del 7,8% nell'occupazione e del 6,9% nella produttività fattore totale.
La riduzione media della forza lavoro è stata del 2,2%, del 7,9% nella
produttività del lavoro e del 6,4% nei servizi di capitale durante il
periodo
2008-2015.
"E dalla Grande Recessione vi sono stati danni di lunga durata
poiché il livello (tendenza) di serie potenziali (per tutte le
variabili) è cambiato verso il basso. Questi risultati sono coerenti con
l'ambiente economico complessivo dalla Grande Recessione. Vale a dire,
una ripresa economica dolorosamente lenta assieme ad una crescita più
bassa di reddito personale, occupazione, salari ed investimenti fissi
delle imprese".
Elliott
rileva che pochissimi economisti ed esperti predissero il crollo
del 1929 al culmine di un enorme crescita delle borse valori e di
espansione economica alimentate dal credito. Analogamente, pochissimi
hanno previsto il crollo dell'immobiliare USA ed il successivo tracollo
finanziario globale.
Ma alcuni si.
La parte più interessante delle considerazioni di Elliott sono le
ragioni date per la Grande Depressione degli anni '30 e se sono state le
stesse ragioni dell'attuale Lunga Depressione. Elliott cita il biografo
di
Keynes, Lord Skidelsky, che la causa principale fu l'eccessivo debito. "Siamo incappati nella
Grande Depressione per la stessa ragione del 2008:
vi era un grande cumulo di debiti, vi era speculazione sul
margine nella borsa valori, vi era sovra-inflazione delle attività ed i
tassi d'interesse erano troppo alti per sostenere un livello degli
investimenti di piena occupazione".
Questa spiegazione è quasi quella convenzionale tra gli economisti
di sinistra ed eterodossi.
Skidelsky combina le opinioni dei post-keynesiani
(Steve Keen,
Ann
Pettifor)
e di alcuni economisti mainstream (Mian
e Sufi)
che evidenziano i livelli di debito del settore privato (particolarmente il
debito delle famiglie) – "grande cumulo di debiti" – con l'opinione di Keynes che "i tassi d'interesse erano troppo alti per
sostenere il pieno impiego".
Effettivamente, il mese successivo,
Steve Keen,
post-keynesiano e minskyta di primo piano, pubblica
un nuovo libro nel quale sostiene che "livelli sempre crescenti di debito
privato rendono quasi inevitabile un'altra crisi finanziaria a meno che
i politici non affrontino le dinamiche reali che causano l'instabilità
finanziaria". Ironicamente, Anne Pettifor ha appena pubblicato
un nuovo libro che sostiene che stampare denaro (altri debiti?) potrebbe
aiutare a portare fuori dalla sua depressione l'economia capitalista.
Ora vi è molta verità nell'argomento che il debito (o credito, che
è proprio l'altro lato del bilancio) eccessivo è un
indicatore fondamentale di
un'imminente crisi finanziaria.
Negli anni '20 prima del crollo il debito era alto. Questo è stato documentato da
molti studi, compreso il
lavoro seminale di Rogoff
e Reinhart. Ed
anche
Claudio Borio
della Banca dei Regolamenti Internazionali ha composto
un
insieme di prove per dimostrare che è il livello ed il tasso
di incremento o decremento del credito (in effetti, un ciclo del debito)
che è un indicatore molto migliore di probabile crollo finanziario
dell'idea neo-keynesiana di una
grande stagnazione secolare della crescita
e di
un crollo della 'domanda aggregata’ (alla Paul Krugman o Larry Summers).
E non è un caso che
Steve Keen sia stato uno dei pochi economisti a predire l'imminente crollo del 2008.
nel mio libro, La Lunga Depressione,
dedico un intero capitolo a questa questione del debito
–
che Marx chiamava capitale fittizio. Il credito permette all'accumulazione
del capitale di venire estesa oltre la creazione di valore
reale, per un certo periodo. Ma significa anche che quando arriva la
definitiva contrazione degli investimenti perché cala la redditività nei
settori produttivi, allora il crollo è molto maggiore poiché il debito
deve essere cancellato con la svalutazione dei valori del capitale. Il
credito agisce come uno yo-yo, uscendo e poi scattando indietro. Così il
'debito eccessivo' è indubbiamente una 'causa' dei crolli, in questo
senso. La questione è cosa lo rende 'eccessivo' - eccessivo rispetto a
cosa? Borio afferma eccessivo rispetto alla crescita del PIL, ma allora
cosa lo determina?
L'altro argomento che è collegato alla causa del 'debito eccessivo'
come la causa dei crolli del 1929 e del 2008 è la disuguaglianza
crescente. Come si esprime Elliott: "mentre i dipendenti hanno disto
diventare più piccola la loro fetta della torta economica, per i ricchi
e potenti, i Ruggenti Anni Venti sono stati la migliore delle epoche.
Negli USA, il dimezzamento del tasso massimo dell'imposta sul reddito al
32% significò più denaro per la speculazione in borsa e nelle proprietà.
I prezzi delle azioni a Wall Street nel decennio che portò al Crollo di
Wall Street salirono di sei volte. La disuguaglianza era alta e
crescente e la domanda si manteneva soltanto attraverso una bolla
creditizia". Si, simile al periodo fino al 2008.
Non penso che la
disuguaglianza crescente
sia stata la causa della crisi
degli anni '30 o del 2008 e ho esposto dettagliatamente
in diversi posti i miei argomenti contro
l'idea. Le prove empiriche non sostengono una connessione causale dalla
disuguaglianza al crollo. Effettivamente,
un nuovo studio
di
JW Mason presentato all'ASSA 2017 a Chicago aggiunge peso ulteriore all'argomento che la
disuguaglianza crescente e la conseguente (?) crescita del debito
familiare non sia stata la causa del crollo finanziario del 1929 o del
2008. "L'idea è che il debito crescente sia il risultato della
disuguaglianza crescente poiché le famiglie a basso reddito hanno preso
in prestito per mantenere livelli di consumo crescenti di fronte a
redditi stagnanti; questo consumo finanziato dai debiti è stato critico
per sostenere la domanda aggregata nel periodo precedente al 2008.
Questa storia viene spesso associata a Ragnuram Rajan, Mian
e Sufi ma viene anche ampiamente abbracciata a sinistra; è diventata quasi
buonsenso tra gli economisti post-keynesiani e marxisti. Nel mio saggio,
suggerisco alcuni motivi di scetticismo".
La sostanza della mia opinione è che la disuguaglianza è sempre
parte del capitalismo (e del resto delle società di classe, per
definizione) e la disuguaglianza crescente dagli anni '80 nel periodo
neoliberale è continuata da decenni prima che ci fosse il crollo. E' più
convincente che la redditività crescente e la quota crescente che va al
capitale dal lavoro nell'accumulazione sia stata la causa della
disuguaglianza crescente, non vice versa. Così la causa sottostante alla
crisi finale deve trovarsi nel processo di accumulazione stesso ed in
qualche cambiamento della macchina che fa profitto.
La terza causa o motivo offerto da Elliott per la Grande
Depressione degli anni '30 e la Lunga Depressione ora è che non vi è
nessuna potenza egemone in posizione di agire come 'prestatore di ultima
istanza' per salvare con il credito banche ed economie nazionali e
stabilire pure le regole per la ripresa economica globale. Tra le due
guerre mondiali, il Regno Unito non era più egemone come era stato alla
metà del 19° secolo e gli USA non erano in grado oppure disposti a
prenderne il posto. Così non ci fu, in effetti, nessun banchiere globale
e quindi anarchia e protezionismo nell'economia mondiale.
Questo era l'argomento principale del grande storico dell'economia
Charles Kindleberger,
con la sua "teoria della stabilità egemonica" nel suo libro Il mondo in
depressione, 1929-39. Questa teoria delle crisi internazionali è stata
seguita da storici dell'economia come
Barry Eichengreen
e dall'economista della HSBC Stephen King, citato da Elliott per avere affermato che
"Queste sono similarità tra ora e gli anni '30, nel senso che si ha una
superpotenza declinante". Così l'argomento dice che ora gli USA non
sono più egemoni e non possono imporre regole internazionali del
commercio come fecero dopo il 1945 con l'FMI, la Banca Mondiale ed il
GATT. Ora, vi sono delle potenze economiche rivali come la Cina ed anche
l'Unione Europea che non si piega più alla volontà degli USA. E l'FMI
non è nella posizione di agire come prestatore di ultima istanza per
salvare economie come la Grecia ecc.
Questa opinione proviene anche da economisti marxisti come
Leo Panitch
e Sam Gindin,
che (al contrario) sostengono che gli USA siano ancora una potenza egemone
e che dunque decidano ancora tutto in un "impero americano
informale" e che questo spiega l'enorme ripresa economica dopo gli
anni '80 nel periodo neoliberale.
Yanis Varoufakis sostiene qualcosa di simile nel suo libro
Il minotauro globale. Anche a Skidelsky piace l'argomento che la 'ripresa' neoliberale è stata realizzata dalla
globalizzazione sotto il controllo imperiale degli USA. "La
globalizzazione permette al capitale di sottrarsi al controllo nazionale
e sindacale". Considera questa la spiegazione marxista:
"Dall'inizio della crisi sono molto più indulgente verso la maniera
marxista di analizzare le cose".
Ma la crisi del 2008 è il risultato di una debole potenza imperiale
USA o di troppa potenza degli USA? In un modo o nell'altro, dubito che
la teoria della stabilità egemonica sia una spiegazione sufficiente
della Grande Depressione o della Lunga Depressione. Chiaramente, gli USA
sono in (relativo) declino
economicamente come principale potenza imperialista, sebbene rimangano la
principale potenza finanziaria e dominante in maniera schiacciante come
potenza militare –
simili all'impero romano nel suo periodo declinante.
Indubbiamente questo ha avuto un certo effetto sulla capacità di
uscire da questa depressione di tutte le maggiori economie capitaliste e
ha aumentato lo spostamento verso il nazionalismo, il protezionismo e
l'isolazionismo che vediamo ora in molti paesi ed ora nella stessa
America di Trump. Ma la fine della 'globalizzazione' non è stata il
risultato dell'indebolimento della potenza americana ma il risultato del
rallentamento degli investimenti e del commercio globale e, sopra tutto,
della redditività del capitale
che le prove empiriche hanno rivelato dalla fine degli anni '90. La
'morte' della globalizzazione è stata accelerata dal crollo
finanziario globale e dal collasso del commercio globale e dai flussi
del debito dal 2008.
La lunga depressione è continuata non a causa della elevata
disuguaglianza o dall'indebolimento dell'egemonia degli USA o a causa
dello spostamento verso il protezionismo ( che è appena cominciato). E'
continuata, contendo, a causa della mancanza della redditività di
alzarsi sufficientemente per rianimare gli investimenti produttivi e la
crescita della produttività ed i continuati postumi del capitale
fittizio e del debito. Effettivamente, ho dimostrato che
queste sono le stesse ragioni che estesero la Grande Depressione degli anni
'30:
bassa redditività, alti livelli del debito e commercio debole.
Nell'articolo di Elliott ci vengono anche offerte alcune differenze
tra gli anni '30 ed ora. La prima è che, diversamente dagli anni '30,
ora le banche centrali agiscono per aumentare l'offerta di moneta e
salvare le banche con diminuzioni del tasso d'interesse a zero e
quantitative easing.
Già negli anni '30, secondo
Adam Tooze
nel suo libro Il diluvio,
venivano perseguite dovunque delle politiche
deflazionistiche. "La domanda che da allora i critici hanno posto è
perché il mondo fosse così desideroso di impegnarsi in questa austerità
collettiva. Se gli economisti keynesiani e monetaristi possono
concordare su una cosa, essa sono le conseguenze disastrose di questo
consenso deflazionistico".(Tooze).
E concordano su questo nell'attuale depressione. Come ho dimostrato
in diversi articoli, l'ex presidente della Fed USA
Ben Bernanke
era un esperto mainstream
sulle cause della Grande Depressione
ed una volta ad una riunione per dei mainstream per commemorare il suo
mentore, il grande monetarista Milton Friedman, raccontò
che l'errore degli anni '30 di non espandere l'offerta di moneta non sarebbe
stato ripetuto. Ma QE e denaro facile possono aver salvato le banche e ripristinato per loro
'affari come al solito',
ma non hanno posto fine alla Lunga Depressione.
In
realtà, che denaro facile e la politica monetaria non convenzionale
portassero far terminare la Grande Depressione era pensato possibile da
Keynes nel 1931. Ma, per il 1936, quando scrisse la sua famosa Teoria
Generale,
si rese conto che era inadeguato.
E, effettivamente, l'idea che
questa volta le cose sarebbero state differenti paragonato agli anni '30
a causa della politica monetaria facile è risultato essere falso.
I keynesiani, avendo in molti casi sostenuto la causa del denaro
facile come la via d'uscita dall'attuale depressione, ora spingono
avanti come soluzione lo stimolo fiscale, proprio come alla fine ricorse
Keynes nel 1936. I keynesiani come
Skidelsky asseriscono che il Regno Unito aveva degli 'stabilizzatori automatici'
fiscali che contribuivano a migliorare la crisi degli anni '30 ma i
governi del giorno li mandarono in frantumi ed imposero
l'austerità e questo causò l'estensione della crisi nella depressione.
La maggior parte dei governi non ha adottato la massiccia spesa
pubblica o gestito grandi deficit di bilancio per aumentare gli
investimenti e la crescita
– principalmente perché teme un massiccio incremento del debito pubblico e
l'onere che questo presenterà nel finanziarlo dal settore capitalista.
Così dalla batteria degli economisti di sinistra o keynesiani sentiamo
che ora l'applicazione dell''austerità' è la causa della continua Lunga
Depressione. E' difficile provare in un modo o nell'altro, ma in una
serie di articoli e saggi ho posto
dubbi considerevoli
sulla spiegazione keynesiana della Lunga depressione.
Il
New Deal non pose fine alla Grande Depressione. Effettivamente, il regime
Roosevelt
dal 1931 in avanti gestì consistenti deficit di bilancio di circa il 5% del
PIL, spendendo due volte tanto quanto le entrate fiscali.
E
lo stato assunse molti più lavoratori per dei programmi – ma
tutto con poco effetto.
Venire via dal
gold standard
e svalutare le monete non fermò la Grande Depressione. In realtà,
ricorrere alle svalutazioni competitive ed alle tariffe e restrizioni
protezionistiche al commercio internazionale probabilmente rese peggiori
le cose.
E questa volta il denaro facile e neppure lo stimolo fiscale non
hanno funzionato
(come
ha dimostrato la Abenomics in
Giappone),
che vedremo nuovamente se mai Trump riuscirà a gestire dei deficit
di bilancio per abbassare le imposte alle imprese ed aumentare la spesa
per infrastrutture.
Ora sembra che in questo periodo post-Trump, post-Brexit della
Lunga Depressione il protezionismo e le svalutazioni stiano diventando
più probabili. Effettivamente, l'ultimo documento di politica per l'imminente vertice del G20
in Germania la prossima settimana ha proprio lasciato cadere la
condanna delle politiche protezionistiche. Come riassume Elliott:
"Finora i mercati finanziari hanno intrapreso una visione positiva su
Trump. Si sono concentrati sulla crescita potenziale dei suoi piani per
tagli fiscali e più alta spesa per infrastrutture, piuttosto che sulla
sua minaccia di costruire un muro lungo il Rio Grande e di dare una
pacca alle tariffe sulle importazioni messicane e cinesi. Tuttavia, vi è
una visione più oscura del futuro, nella quale ogni paese cerca di fare
ciò che sta facendo Trump. In questo scenario, un'economia globale che
si contrae porta ad un commercio globale che si contrae e la deflazione
significa che i debiti personali diventano più onerosi".
La Grande Depressione terminò soltanto quando gli USA si
prepararono ad entrare nella guerra mondiale nel 1941. Allora il governo
prese il controllo del settore privato nel dirigere gli investimenti e
l'occupazione e nell'utilizzare i risparmi ed il consumo del popolo per
lo sforzo bellico. La redditività del capitale aumentò e continuò dopo
la fine della guerra. Guardando indietro, la depressione degli anni 1880
e 1890 nelle maggiori economie terminò soltanto dopo che una serie di
crisi alla fine riuscì ad innalzare la
redditività del capitale
nei settori più efficienti e nelle economie nazionali e così
consegnò investimenti più sostenuti
– sebbene alla fine questo portò alle rivalità imperialiste sullo
sfruttamento del globo ed alla prima guerra mondiale.
Quando terminerà questa Lunga Depressione?
Questa annotazione è stata impostata il
9 marzo
2017
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