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L'ECONOMISTA Nouriel Roubini, le cui previsioni sul crollo
finanziario del 2008 gli hanno procurato
l'appellativo
di
"Dr. Doom",
ha indirizzato i suoi pazienti ad uno specialista della
crisi capitalista: il
Dr. Karl Marx.
In
un'intervista con il
Wall Street Journal,
Roubini ha affermato:
Karl Marx
aveva ragione.
Ad un certo punto, il capitalismo
può distruggere se stesso. Non si può fare a meno di trasferire
reddito dal lavoro al capitale senza avere un eccesso di capacità ed
una scarsità di domanda aggregata. Questo è quello che è accaduto.
Pensavamo che i mercati funzionassero. Che il singolo possa essere
razionale. Che l'impresa, per sopravvivere e prosperare, possa
spingere il costo del lavoro sempre più giù, ma il costo del lavoro
è il reddito ed il consumo di qualcun altro. E' per questo che è un
processo autodistruttivo.
Il 12 agosto per diverse ore il sito web del Journal
ha pubblicato il video dell'intervista come una storia più
importante, sotto il titolo ""Roubini:
Marx
aveva ragione".
Considerando che
la prima edizione del capolavoro in tre volumi di
Marx
Il Capitale
è stata pubblicata nel 1867, la rivelazione di Roubini non è
esattamente una notizia per gli oppositori socialisti del
capitalismo. Ma, data la natura intrattabile della crisi
attuale--una profonda recessione globale, una ripresa debole nel
nucleo tradizionale del sistema in USA ed Europa ed ora la
possibilità di una sbandata in una seconda recessione--l'economia
ufficiale, ovvero borghese, è stata smascherata come guidata
ideologicamente ed incapace di offrire delle soluzioni.
La spesa di stimolo, difesa dai seguaci liberali
dell'economista
John Maynard Keynes,
due anni fa era in pieno fervore. Ha evitato il collasso economico
totale dopo
il crollo finanziario, ma non è riuscita a produrre una
crescita sostenuta ed ha portato a grandi deficit di bilancio
statali.
Questo ha aperto la porta ai difensori del libero mercato della
cosiddetta scuola economica austriaca di
Friedrich von Hayek,
che sosteneva che ridurre drasticamente la spesa era la chiave per
la ripresa economica--soltanto per vedere tali misure soffocare la
crescita in Europa e, più recentemente, negli USA.
Ma, in agosto, le borse valori sono turbinate in tutto il mondo
in mezzo ad una crisi del debito europea in peggioramento, un quasi
stallo nella crescita economica degli USA ed un rallentamento in
Cina, patria della grande economia più dinamica al mondo.
Improvvisamente, la crisi ideologica che ha accompagnato il crollo
del 2008 era palpabile ancora una volta mentre il sistema mondiale
appariva sull'orlo di una nuova recessione.
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ROUBINI,
Un docente all'Università di New York,
si è fatto il nome--ed abbastanza denaro--raccontando al Grande
Capitale la verità non verniciata prima che colpisse il tracollo di
Wall Street.
Lo ha fatto ancora una volta, questa volta rinviando a Marx per una
spiegazione.
Nella sua intervista al
Journal, Roubini
ha sostenuto che l'economia USA è debole perché le imprese incettano
contante--secondo
una stima più di $2 trilioni--piuttosto
che investire in fabbriche, nuova attrezzatura ed assumere
lavoratori. Come si è espresso:
Se non si assumono lavoratori, non vi sono sufficienti redditi
da lavoro, sufficiente fiducia dei consumatori, sufficiente consumo,
insufficiente domanda finale. Negli ultimi due o tre anni, in realtà
abbiamo avuto un peggioramento, perché abbiamo avuto una massiccia
redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, dai salari ai
profitti.
Questo spostamento non ha avuto luogo durante la crisi, ma
durante la ripresa, come ha rilevato prima quest'anno l'economista
David Rosenberg quando ha osservato che la "quota del
lavoro nel reddito nazionale è calata al suo livello più basso nella
storia moderna", il 57,5% nel primo trimestre del 2011, paragonato
al 59,8% quando è iniziata la ripresa. Mentre questo potrebbe
sembrare come un piccolo cambiamento, data la grandezza di $14,66
trilioni dell'economia USA, è enorme.
Alludendo a questa tendenza, apparentemente Roubini si
riferisce all'osservazione di Marx sulla contraddizione centrale del
capitalismo. "Il potere di consumo dei lavoratori è limitato
parzialmente dalle leggi dei salari, parzialmente dal fatto che sono
utilizzati soltanto finché possono essere impiegati proficuamente
dalla classe capitalista",
ha scritto Marx
nel Volume 3 del Capitale.
"La
ragione ultima di tutte le crisi reali rimane sempre la povertà ed
il consumo limitato delle masse".
E' sbagliato assumere, ha conteso Marx, che i capitalisti
limitino i loro investimenti durante una crisi perché "il potere di
consumo assoluto della società" ha raggiunto il suo limite. Al
contrario, i disoccupati vogliono posti di lavoro ed i lavoratori
desiderano livelli di vita più alti mentre la crisi continua.
Ma, durante le crisi, il capitalismo non può soccorrere, anche
quando le imprese hanno abbondanza di capitale da investire. E' per
questo che i capitalisti non metteranno il loro denaro nella
costruzione di fabbriche ed uffici e non assumeranno
lavoratori--come ha indicato Roubini--salvo che non abbiano una
ragionevole possibilità di fare un profitto. Altrimenti, siedono sul
loro denaro.
"Quindi il capitale già investito è effettivamente inattivo in
grandi quantità", ha spiegato Marx. "Le fabbriche vengono chiuse, le
materie prime accumulate, i prodotti finiti inondano il mercato come
merci. Perciò, nulla è più erroneo che incolpare una scarsità di
capitale produttivo per una simile condizione".
Il risultato, ha scritto Marx, è stato entrambe una
"sovrabbondanza di capitale produttivo" ed un "consumo
paralizzato"--una descrizione del tutto accurata delle recenti
tendenze nell'economia USA.
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LE QUESTIONI maggiori sono queste: Perché accadono affatto
queste crisi capitaliste? E perché alcune depressioni nell'economia
sono delle leggere recessioni, mentre altre generano delle crisi
protratte, come la Grande Depressione degli anni '30 oppure la
"depressione con la d minuscola" che ha avvinto l'economia mondiale
dalla fine del 2007?
Marx non è stato il primo ad osservare quello che gli
economisti ufficiali di oggi chiamano il "ciclo economico"--le crisi
economiche che hanno luogo ogni pochi anni. Il suo contributo è
stato di approfondire le ragioni per quel modello. Ha concluso che
le contraddizioni interne del capitalismo hanno condannato il
sistema a crisi periodiche altamente distruttive.
La radice di queste crisi è la natura non pianificata e
competitiva della produzione capitalista. Per il capitalista, ciò
che importa non soddisfare i bisogni sociali, ma ottenere il massimo
profitto. Se ottenere il massimo profitto è possibile dalla
produzione di un congegno medico salvavita come un
cardiostimolatore, questo va benissimo. Ma se si può fare più denaro
producendo cibi preconfezionati o armi nucleari, maggiori
investimenti scorreranno invece in quelle industrie.
Nel frattempo, la competizione mette i capitalisti sotto
pressione costante. Devono accertarsi che i lavoratori producano
beni nel minor tempo possibile--in quello che Marx ha chiamato il
"tempo di lavoro necessario socialmente" richiesto per produrre una
particolare merce. Altrimenti, i capitalisti più efficienti li
spingeranno fuori dagli affari. Così i capitalisti sono
costantemente costretti ad investire in macchinario che risparmi
manodopera per tagliare i costi di produzione.
Questo è il segreto della redditività capitalista. Per esempio,
delle nuove tecnologie possono permettere ai lavoratori di produrre
abbastanza per coprire il costo dei loro salari in, diciamo, appena
tre ore invece delle quattro precedentemente necessarie. Il
risultato è un incremento del tempo di lavoro passato a lavorare
soltanto per il capitalista--aumentando quello che Marx ha chiamato
"valore di surplus", che è la fonte dei profitti.
Ma una porzione del valore di surplus deve essere
anche reinvestita nel processo produttivo. Rifiutarsi di farlo
non è un'opzione per i capitalisti--che vivono secondo la regola di
mangiare o essere mangiati. Per il capitalista,
ha scritto Marx
nel Volume 1 del Capitale,
il motto è:
Accumulate, accumulate! Vale a dire Mosè ed i
profeti!...risparmiate, risparmiate, cioè, riconvertite la maggior
parte possibile di valore di surplus, o di prodotto di surplus in
capitale! Accumulazione al fine dell'accumulazione, produzione al
fine della produzione: con questa formula l'economia classica
[l'economia borghese originale] ha espresso la missione storica
della borghesia e non ha ingannato se stessa per un singolo istante
sulle doglie di nascita della ricchezza.
La spinta ad accumulare è cieca e caotica. Come ha riconosciuto
Roubini, "i mercati non funzionano" perché ciò che è razionale per
una singola persona o impresa--la massimizzazione del profitto
spingendo in basso il costo del lavoro--può essere irrazionale per
il sistema nel complesso.
Durante la ripresa del ciclo economico, i problemi sono in gran
parte nascosti. Finché i profitti sono alti ed il credito è
disponibile, la imprese possono prendere in prestito per investire
in nuova produzione ed assumere nuovi lavoratori. Gli esperti
proclamano che le recessioni sono una cosa del passato.
Ma anche mentre la produzione si espande, i profitti vengono
spremuti poiché nuovi concorrenti inondano il mercato. Le imprese
falliscono, il che colpisce duramente le loro banche. A loro volta
le banche alzano i tassi d'interesse o semplicemente si rifiutano di
prestare, il che scatena ulteriori bancarotte. Le chiusure di
fabbriche ed i licenziamenti di massa sono garantiti--e, nell'era
moderna, i tagli dei posti di lavoro colpiscono il settore pubblico
poiché declinano le entrate fiscali.
Nella sezione del Volume 3 del Capitale sopra citata,
Marx ha descritto come la crisi può sembrare di esplodere
improvvisamente. Grazie all'estensione del credito, ha scritto:
Ogni singolo produttore industriale e mercante aggira la
necessità di mantenere una grande riserva di fondi e di essere
dipendente sui suoi ricavi reali. D'altra parte, l'intero processo
diventa così complicato, in parte semplicemente manipolando le
cambiali [cioè, gli assegni e le promesse di futuro pagamento], in
parte con transazioni sulle merci al solo scopo di fabbricare
cambiali, affinché l'apparenza di un'impresa molto solvibile con un
armonioso flusso di redditi possa persistere facilmente anche a
lungo dopo che i ricavi siano realmente entrati
parzialmente soltanto a spese di prestatori di denaro frodati e
parzialmente di produttori imbrogliati. Così l'impresa appare quasi
eccessivamente retta alla vigilia di un crollo.
La descrizione di Marx di come il credito potrebbe ritardare,
ma poi esacerbare, un crollo si applica al disastro finanziario del
2008, che ha coinvolto un ammontare non piccolo del genere di
manipolazione e di frode che Marx vide alla sua epoca. Accantonata
l'insieme di sigle tossiche delle attività finanziarie di oggi--CDS,
CDO e MBS--e l'analisi
di Marx sul ruolo dei banchieri
suona
familiare: "l'intera vasta estensione del sistema del credito, e
tutto il credito in generale, viene da loro sfruttata come loro
capitale privato".
A sua volta, lo
sviluppo del credito,
contribuisce ad espandere la produzione capitalista oltre la
capacità del mercato di assorbire nuovi prodotti: "Il sistema
bancario ed il credito...diventano i mezzi più potenti per spingere
la produzione capitalista oltre i suoi limiti ed uno dei più
efficaci veicoli di crisi e di frode".
Ma Marx ha anche sottolineato che la stretta creditizia è
realmente un sintomo di problemi nella sottostante economia
produttiva.
Ha
scritto nel Volume 2 del Capitale,
"Ciò
che appare come una crisi nel mercato monetario è in realtà
un'espressione di condizioni anormali proprio nel processo di
produzione e di riproduzione".
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VI SONO dibattiti di vecchia data tra i teorici economici
marxisti proprio su come
si svolgono in generale
le crisi capitaliste e sulla loro manifestazione in differenti
periodi storici.
Marx ha identificato una tendenza a lungo termine ad abbassarsi
del tasso di profitto--il risultato della costante pressione ad
investire in tecnologia per rimpiazzare i lavoratori, che sono la
fonte del valore di surplus. Ma i capitalisti sono stati in grado di
neutralizzare in vari modi il tasso di profitto calante--per
esempio, distruggendo il capitale non remunerativo attraverso mezzi
altamente distruttivi, che si classificano dai fallimenti e guerre
come la Seconda Guerra Mondiale che, in definitiva, è stata la
ragione più importante per la quale il sistema ha alla fine superato
la Grande Depressione ed è stato lanciato in un periodo di crescita
post bellica.
Negli anni '70, sono ritornate nel sistema mondiale delle gravi
crisi mentre una rianimata Europa ed il Giappone, assieme a diversi
paesi di recente industrializzati, sono emersi come concorrenti più
efficienti degli USA. Ma la ristrutturazione delle industrie non
competitive, le politiche di libero mercato e la globalizzazione
corporativa hanno aperto la strada ad una nuova crescita negli anni
'90, quando gli USA dichiararono che la loro "economia del miracolo"
era il modello per il mondo.
Tuttavia, in definitiva l'espansione economica degli anni '90
ha preparato la scena per una nuova crisi--una che Marx avrebbe
riconosciuto.
Nel Manifesto del Partito Comunista,
scritto nel
1847, anni prima che intraprendesse lo studio
sistematico del sistema, Marx ed il coautore
Frederick Engels
osservarono che la spinta capitalismo
ad espandersi portava a delle crisi di sovrapproduzione--di
troppi beni da vendere per un profitto:
In queste crisi, scoppia un'epidemia che, in tutte le epoche
precedenti, sarebbe sembrata un'assurdità--l'epidemia di
sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente rimessa in uno
stato di momentanea barbarie; sembra come se la carestia, una guerra
di devastazione universale, avessero tagliato la fornitura di tutti
i mezzi di sussistenza; l'industria ed il commercio sembrano essere
distrutti; e perché? Perché vi è troppa civilizzazione, troppi mezzi
di sussistenza, troppa industria, troppo commercio...
E come la borghesia si riprende da queste crisi? Da una parte
con la distruzione imposta di una massa di forze produttive;
dall'altra, con la conquista di nuovi mercati e l'ancor più completo
sfruttamento di quelli vecchi. Vale a dire, aprendo la strada a
crisi sempre più vaste e distruttive e diminuendo i mezzi con i
quali le crisi vengono prevenute.
Questo passaggio ha ancora lo squillo della verità. E' stata la
sovrapproduzione capitalista su scala mondiale negli anni '90 che ha
preparato la scena per la crisi finanziaria dell'est asiatico del
1997 e per la recessione del 2001. Ma con tassi d'interesse che
calavano al livello più basso, la
Federal Reserve
è stata in grado di
rinviare per gli USA l'effettivo giorno della resa
dei conti per quasi un decennio. Il credito a buon mercato e la
bolla edilizia hanno fatto continuare a spendere i consumatori
americani ed a crescere il numero di fabbriche asiatiche, anche se
il numero dei posti di lavoro nel settore manifatturiero negli USA è
continuato a declinare durante l'espansione del 2002-2007.
Come ora sappiamo, le banche erano felici di concedere prestiti per
mutui e quindi trasferirli a
Wall Street,
che li impacchettava in titoli che più tardi si sono rivelati
tossici. Quando anche un numero limitato di prestiti sub-prime ha
cominciato ad andare male, una stretta creditizia ha distrutto
rapidamente le banche d'investimento
Bear Stearns
e
Lehman Brothers. Nouriel
Roubini,
che da anni avvertiva su tutto questo, è stato improvvisamente una
celebrità dell'economia--e persino
Karl Marx
ha raggiunto la stampa finanziaria.
I debiti irredimibili di quell'era di capitalismo casinò
continuano ad opprimere l'economia mondiale. Le attività tossiche
ieri detenute dalle banche private si sono trasformate nei deficit
di bilancio statali di oggi, grazie ai salvataggi multitrilionari
senza porre nessuna domanda negli USA ed in Europa.
E la crisi globale di sovrapproduzione insoluta. Negli USA, il
tasso di utilizzazione della capacità per l'industria complessiva in
luglio era del 77,5%
,
circa 2 punti percentuali sopra il tasso dell'anno prima, ma 2,9
punti percentuali sotto la media per il periodo tra il 1972 ed il
2010. Questa è la prova lampante di un'economia depressa--ed è ciò
di cui parlava Roubini quando ha citato la "capacità in eccesso" ed
ha menzionato Marx.
Con gli economisti ufficiali che hanno esaurito le idee su come
superare la crisi, forse non dovrebbe essere sorprendente che Marx
abbia fatto notizia anche nel
Wall Street Journal
di
Rupert Murdoch. Ma non trattenete il respiro aspettando
per un ulteriore titolo del Journal: "Il capitalismo non
funziona: l'alternativa è il socialismo". Questa parte dipende da
noi.
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