Dare la caccia a un amico: il nesso intelligence - terrorismo

1717/9/2010  

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-K2- "Va bene. Vi racconto. Lunedì guardiamo Firefly's house, ma non compare. Non era a casa. Martedì andiamo alla partita, ma ci imbroglia. Non si fa vedere. Mercoledì va alla partita, e noi lo imbrogliamo. Non ci facciamo vedere. Giovedì era una doppia partita. Nessuno si è fatto vedere. Venerdì ha piovuto tutto il giorno. Non c'era nessuna partita così siamo rimasti a casa e l'abbiamo ascoltata alla radio".

Il rapporto di spionaggio di Chicolino a Trentino, il presidente di Sylvania, nel film dei fratelli Marx "Una cosa facile" è leggendario. Da allora nell'intelligence non è cambiato molto. I bravi ragazzi danno la caccia ai cattivi, con i ruoli non sempre chiaramente definiti, almeno per un pubblico molto spesso critico.

Plasmare il mondo

Recentemente ha catturato la mia attenzione un articolo che dava un quadro oscuro della relazione tra intelligence e terrorismo. Secondo Jeremy Keenan, ricercatore associato alla Scuola di Studi Africani e Orientali di Londra, il fronte sahariano della guerra globale al terrore è stato fabbricato - progettato dagli USA e dall'Algeria nel 2002 e lanciato nel 2003 con il rapimento di 32 turisti europei. Proprio come l'operazione Northwood, ideata ma mai eseguita nel 1962, che richiedeva azioni terroristiche contro civili USA perpetrate da agenti della CIA ma addebitate a Cuba, offrendo così il pretesto per una guerra contro Fidel Castro, è stato elaborato un piano per istigare a attività terroristiche nella regione del Sahara. La presenza del terrorismo avrebbe poi legittimato gli USA a intervenire nella regione del Sahara-Sahel e aprire per l'Algeria la possibilità di procurarsi equipaggiamento militare high-tech e il ritorno dallo status di paria dopo la sua guerra sporca interna degli anni '90.

Oggi nel Sahara c'è terrorismo, vero o fabbricato (di sicuro alle vittime sembra vero!) e vi sono molti elementi di umanità sospetti di che gironzolano instancabilmente nel deserto. Vi sono stati diversi rapimenti di europei e canadesi (l'ultimo proprio questa settimana in Niger), ostaggi uccisi e numerosi attacchi a installazioni militari e ambasciate straniere. Keenan sostiene che i capi di queste cellule terroristiche hanno tutti collegamenti ai servizi segreti algerini, un'asserzione che ovviamente è difficile da verificare.

I vantaggi politici di queste azioni sono molteplici, non soltanto in Algeria. Agli USA è stata fornita una ulteriore giustificazione per AFRICOM; alla Francia la giustificazione per intervenire militarmente nel corridoio ricco di risorse del Sahel per difendere il suo rifornimento di uranio e fornisce a altri paesi europei, che sono esposti a una minaccia così vicina a casa, la giustificazione per le loro politiche di immigrazione, sicurezza e antiterrorismo. (Sebbene, secondo la mia conoscenza, non vi è mai stato un attacco terroristico sul suolo europeo che possa essere attribuito direttamente a un gruppo che opera fuori dal più grande deserto del mondo).

Gli europei, solitamente non nel circolo di fiducia dei servizi segreti americani, stanno correndo dietro a un fantasma terrorista, escluso nell'ignoto dai loro amici transatlantici? Chiedete in giro per l'Algeria.

Educatevi

Da allora i servizi di intelligence e i loro obiettivi hanno coesistito in una specie di simbiosi. Le grandi organizzazioni militari erano combattute da servizi di intelligence strutturati gerarchicamente e militarmente organizzati. Comunque, nel combattere le minacce di oggi sono necessari servizi di intelligence flessibili, in grado di adattarsi rapidamente al cambiamento e alle mutate condizioni ambientali.

Sistema, e non organizzazione, è la pietra angolare dei nuovi concetti nell'intelligence. Presuppongono una prospettiva che è stata descritta dallo stratega della jihad siriano Abu Mus’ab al-Suri come “nizam, la tanzim” (sistema, non organizzazione). Il suo modello permette a individui e cellule di agire autonomamente per progettare e attuare flessibilmente e così con maggior successo i loro attacchi, guidati soltanto da principi generali. Per al-Suri, il suo sistema è "un tipo di organizzazione idea, non un'idea di organizzazione e un sistema di azione, non l'azione di un'organizzazione segreta".

Nella teoria della gestione di al-Suri, non vi è affatto posto per un'organizzazione rigida delle operazioni. Le recenti linee concettuali dell'esercito USA - per le quali è stata inclusa l'esperienza di prima mano dell'Iraq e dell'Afghanistan - puntano a una direzione simile. In un'intervista al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung, il brigadiere generale USA Herbert R. McMaster suona quasi come Abu Mus’ab al-Suri quando critica il modo nel quale l'esercito americano in anni recenti aveva trascurato fatalmente le "tattiche di missione". Secondo McMaster, a questo principio di leadership - che soddisfa la missione in una struttura ampiamente delimitata, basata su una chiara intenzione di più elevate strutture di comando - negli anni a venire verrà data una maggiore importanza.

Imparare dal vostro nemico, da un amico, imparare da al-Suri? Chiedete in giro a Washington, Londra e Parigi.

Entrate in forma

Nel suo eccellente libro "Leaderless Jihad", Marc Sageman fonda la teoria che per i giovani l'entrata nel movimento sociale del terrorismo islamista globale (sic!) era basata in grande portata dall'amicizia e dalla parentela. La sua formula, ideologia di base + rete di amici = terrorismo, per me ha un alto grado di plausibilità. Questa formula suona familiare? Potrebbe essere vera anche per la politica? Un pensiero spaventoso: i neocon dell'America erano una compagnia di amici che già negli anni '80 e '90 consideravano piani di un massiccio intervento militare USA in Medio Oriente e dare agli Stati Uniti una più robusta presenza in questa regione importante strategicamente, economicamente e emotivamente. Avevano soltanto bisogno un ultimo amico molto buono piazzato alla Casa Bianca per realizzare definitivamente le loro intenzioni. E avevano bisogno del 911... Su questo diamo la parola al grande reporter britannico Robert Fisk. In un articolo pubblicato nell'agosto 2007, ha dato la sua opinione sulle teorie complottiste che circondano gli attacchi terroristici di New York del 2001. Robert Fisk: "Lasciatemelo ripetere. Non sono un complottista. Risparmiatemi le lodi. Risparmiatemi i complotti. Ma, come chiunque altro, vorrei conoscere la storia completa dell'11/9, non ultimo perché è stata la causa dell'intera folle, falsa "guerra al terrore" che ci ha portato al disastro in Iraq e Afghanistan e in gran parte del Medio Oriente. Il felicemente passato consigliere di Bush Karl Rove una volta dichiarò che "ora siamo un impero - creiamo la nostra realtà". Vero? Almeno raccontaci. Impedirebbe alla gente di calciare troppo le sedie".

Calciare cosa? La relazione tra Terrorismo e Intelligence è una di Inter-Dipendenza. Una si alimenta dell'altra e vice versa. Da entrambe le parti troverete anime perdute con obiettivi irrealizzabili, quasi intercambiabili. Mi piaceva "Heat", con Robert de Niro and Al Pacino - alla fine del film si cominciava a dimenticare chi era il poliziotto e chi era il bandito. Nella vita reale potrebbero essere stati amici.