L'inflazione e lo spettro della rivoluzione mondiale

di James Petras / 20 luglio 2008

DISSIDENT VOICE

L'inflazione è qui su vasta scala.

– Charles Holliday Direttore Generale Du Pont. 24 giugno 2008

L'aumento sostenuto dei prezzi del petrolio e delle merci ha colpito le industrie... ed accresciuto i timori di una spirale inflazionistica globale — che ha già provocato sommosse da una parte all'altra dell'Asia — poiché i produttori passano i più alti costi ai fabbricanti ed ai consumatori".

Financial Times, 25 giugno 2008, pagina 1

Introduzione

L'inflazione e tutte le sue ripercussioni per i lavoratori salariati e stipendiati, le classi medie a reddito fisso, come pure le industrie manifatturiere e dei trasporti viene annunciata con titoli a caratteri cubitali su tutta la superficie delle pagine finanziarie dei principali quotidiani dovunque nel mondo. L'inflazione è il grande solvente che dissolve i legami paternalistici tra datori di lavoro e lavoratori, proprietari terrieri e contadini, regimi di protezione delle clientele ed i poveri urbani e mette in moto proteste violente contro la proprietà privata ed i regimi eletti popolarmente in precedenza. Religioni storiche, clan, partito, etnia, tribù, casta ed altre differenze sono temporaneamente sospese, come indù e musulmani in India, comunisti e cristiani nelle Filippine, contadini e operai in Cina, lavoratori dell'industria e dipendenti pubblici in Egitto, neri e mulatti a Haiti..si uniscono assieme in prolungate proteste di massa contro l'inflazione che erode profondamente e visibilmente i loro livelli di vita settimana dopo settimana, in alcuni casi da un giorno all'altro.

Ma la sinistra, la sinistra anglo-americana? Dove e cosa hanno da dire i nostri più eminenti intellettuali pubblici, compresi quelli con agenti di prenotazione che chiedono onorari da cinque cifre a conferenza, su questa rivolta mondiale? Non una singola parola si trova a sinistra, nelle riviste, nei siti web e nei blog di centrosinistra. Durante le loro rimunerative conferenze, tuonano contro le immoralità della guerra e del cambiamento climatico. Scagliano imprecazioni contro i governanti e gli sfruttatori e le loro immoralità ed i bellicosi interessi che rappresentano (con speciale esonero dell'onnipresente struttura del potere sionista). Tuttavia difficilmente vi è un cenno agli approvvigionatori del cancro globale che sta letteralmente distruggendo poco a poco il pane della vita quotidiana di miliardi di persone. Parlano di un 'movimento per la pace' (che è scomparso), dell'uno o dell'altro candidato elettorale dissidente e si abbandonano ai ricordi di rivolte dei giovani di 50 anni fa. Ma come gli intellettuali che sorseggiano il loro vino mentre le masse in rivolta si dirigono alla Bastiglia, loro sono nella migliore delle ipotesi  spettatori estranei, che non battono ciglio al maggiore tumulto del nuovo millennio.

I capitalisti attaccati ed i loro regimi e le classe medie in movimento verso il basso e le masse che sono esposte all'indigenza sono molto più consapevoli della centralità dell'inflazione per i loro profitti, livelli di vita e vita di tutti i giorni e delle minacce di sollevamenti popolari. La sinistra anglo-americana, in tutte le sue varianti, è ancora una volta destinata all'estraneità di fronte a sfide ed opportunità storiche per il mondo. Ciò contrasta con l'intensa preoccupazione della classe capitalista per l'inflazione. E' l'argomento centrale di incontri settimanali di banchieri centrali in tutto il mondo. Vuote risoluzioni vengono approvate alle conferenze mensili convocate da istituzioni finanziarie internazionali. Quasi quotidianamente vi sono dichiarazioni di ministri delle finanze ed economici. Nondimeno la compiacente indifferenza dei nostri intellettuali è evidente.

Per destarsi dallo stupore intellettuale e dall'estraneità politica di fronte alla rivolta di massa contro l'inflazione, è necessario per la sinistra anglo-americana occuparsi della portata, della gravità e del significato dell'inflazione in accelerazione dei nostri tempi. L'inflazione è in modo preminente un fenomeno politico in tutti i sensi della parola: è un prodotto di politiche pubbliche che influiscono profondamente su mercati, offerta e domanda, consumatori, produttori e speculatori. L'inflazione è il detonatore dell'azione politica di massa ed offre opportunità storiche per 'trasformazione di regime' generalizzata e persino per rivoluzioni in maniera similare al modo nel quale in passato lo sono state distruttive guerre imperiali. Come le guerre, l'inflazione devasta vasti settori della società, li pone tutti in comuni posizioni di deterioramento e proietta il loro peggiore incubo — una regressione nell'abisso della povertà di massa.

La centralità dell'inflazione

La sfida più minacciosa ai regimi imperiali contemporanei ed alle nazioni loro clienti è l'inflazione fuori controllo ed un furioso aumento dei prezzi degli alimentari. Autori di sinistra che scrivono della fine dell'impero e si concentrano sulla crisi finanziaria (negli USA), o sulla crisi energetica (in Europa), o sull'ingiustizia di proteste contadine di massa sulla corruzione in Cina, si sono lasciati sfuggire l'unica ingiustizia che trascende tutti i regimi del mondo (con maggiore o minore intensità ma dovunque aumentando più potente) cioè l'inflazione, specialmente in necessità vitali come i costi degli alimentari e del carburante.

Per i marxisti, il loro ristretto interesse è per la lotta di classe nel posto di lavoro e le questioni connesse della disoccupazione e delle degeneranti condizioni di lavoro come il detonatore dell'agitazione di massa e dell'azione anti-capitalista organizzata. Per gli ambientalisti, il punto di mobilitazione è il cambiamento climatico, il picco del petrolio, la degradazione dell'ambiente ed il risultante deterioramento dell'esistenza umana. Per gli anti-imperialisti ed i collegati attivisti contro la guerra, sono le guerre degli USA, della UE ed israeliane in Medio Oriente che rappresentano le grandi minacce morali dei nostri tempi ed il maggiore pericolo per la pace mondiale.

Mentre queste analisi e prognosi sono giuste nell'intenzione e cause meritevoli di appoggio, tralasciano il fatto che non sono oggi i punti di maggior conflitto tra i regimi imperiali ed i loro clienti e la grande maggioranza dell'umanità. Il maggior interesse e la questione che nell'anno passato ha ripetutamente mobilitato centinaia di milioni di persone è l'inflazione, i crescenti prezzi del cibo e del carburante, i declinanti livelli di vita, la fame e l'esperienza (e la realtà) quotidiana che le condizioni stanno peggiorando senza nessuna fine in vista. Oggi il punto di maggior conflitto non è il luogo di lavoro (o il punto di produzione) ma nel 'mercato', il luogo di consumo, dove il denaro guadagnato dalla produzione acquista sempre di meno delle necessità della vita.

L'inflazione: il detonatore della prima prolungata rivolta mondiale

In Asia, particolarmente in Pakistan, India, Indonesia, Corea del Sud, Filippine, Nepal, Mongolia e Cina, centinaia di milioni di lavoratori, contadini, artigiani e lavoratori autonomi a basso reddito, come pure casalinghe e pensionati sono impegnati in prolungate proteste di massa dal momento che subiscono un declino nella qualità e quantità degli acquisti di cibo mentre i prezzi salgono alle stelle. In Africa, la fame si diffonde nel paese e sono avvenute grandi sommosse alimentari dall'Egitto attraverso l'Africa sub-sahariana al Sud Africa. Nei Caraibi, in America Centrale ed in Sud America, i tumulti per il cibo hanno portato al rovesciamento di regimi, proteste di massa, blocchi stradali dall'Argentina, la Bolivia, attraverso la Colombia, il Venezuela e Haiti.

Riconoscere il potenziale rivoluzionario della 'politica della fame' indotto dall'inflazione, anche i regimi di destra, come pure quelli di centro-sinistra hanno tentato di limitare la tensione attraverso (1) sussidi alimentari. (2) aumentando i tassi di interesse e tagliando la spesa pubblica per rallentare l'economia e diminuire l'inflazione (Brasile), (3) abbassando le esportazioni di cibo per soddisfare i consumatori locali (Vietnam, India, Indonesia), (4) emanando leggi speciali contro incettatori e speculatori (Filippine) e (5) reprimendo le proteste di massa (Haiti, Egitto). Nessuna di queste misure a breve termine, migliorative locali hanno funzionato: i controlli delle esportazioni non hanno diminuito l'inflazione importata ed i grossisti/dettaglianti non hanno assentito ai controlli dei prezzi e si sono impegnati in incette ed attività da mercato nero. Mentre la produzione agricola è aumentata, la crescita di prodotti non alimentari (etanolo per biogas) è aumentata ancora più veloce. L'inefficacia di queste 'riforme' riflette il fallimento delle politiche agricole del mezzo secolo passato, che si sono concentrate nel finanziare raccolti agricoli di specialità per l'esportazione su vasta scala e complessi industriali-di servizi-urbani, trascurando intanto la produzione alimentare di base degli agricoltori familiari per il consumo locale. Paesi così diversi come Cuba, Egitto, Cina e le Filippine hanno deviato dall'agricoltura ai servizi (turismo a Cuba), strutture ricreative per i ricchi (campi da golf), agro-esportazioni (Brasile), proprietà immobiliare (Cina), centri tecnologici e centri commerciali (Filippine ed India). Allo stesso tempo hanno soppiantato i piccoli agricoltori che producono cibo, privandoli del credito, di incentivi al prezzo e di infrastrutture – per non parlare del requisire ricche terre agricole dagli agricoltori indebitati per la conversione in campi da golf, la suddivisione esclusiva e centri commerciali.

Il risultato è la convergenza di proteste in corso da parte dei contadini e degli agricoltori spodestati, che soffrono della mancanza di accesso alla terra, all'irrigazione ed ai crediti all'agricoltura, e delle masse di consumatori urbani poveri che soffrono per l'inflazione sui prezzi degli alimentari. Quelli che sono responsabili non sono soltanto i prezzi ma le relazioni sociali di produzione. Le priorità statali e la configurazione del potere di classe, che controllano lo stato e decretano le strategie economiche, hanno riorganizzato l'economia a spese della produzione alimentare locale a basso costo e disponibile. Nessuna delle misure migliorative prese dai regimi contemporanei si è nemmeno avvicinata alle radici strutturali della crisi dell'inflazione e del crescente costo del cibo.

L'inflazione e la vulnerabilità strutturale

L'inflazione oggi ha un tale effetto devastante — ancora più che in passato — a causa di diversi profondi cambiamenti nell'organizzazione occupazionale e sociale dell'economia. In tutto il mondo i sindacati con base di classe sono declinati di numero e nell'abilità di tutelare gli interessi del lavoro salariato urbano e rurale. Con il declino è venuta l'abolizione degli indici sul salario, delle scale mobili dei salari, che permettono ai lavoratori salariati di stare al passo con l'aumento dei prezzi. In secondo luogo, la vasta crescita del settore irregolare e dei servizi nei quali i lavoratori non sono organizzati per alzare le paghe in risposta ad aumenti nei prezzi degli alimentari. La crescita dei pensionati a reddito fisso ha incrementato la loro vulnerabilità ai prezzi inflazionistici, portando ad acuti declini nel potere d'acquisto. La crescita del lavoro a contratto, dei contratti di lavoro precari ha indebolito tutte le possibilità di negoziare contratti di lavoro che permettano ai lavoratori salariati e stipendiati di stare al passo con l'inflazione.

In terzo luogo, l'ideologia dominante, promossa da tutti gli economisti capitalisti ed accettata da molti funzionari sindacali, sostiene che gli incrementi di salario, e l'indicizzazione del salario spinge la pressione inflazionistica. Questo porta alla collusione tra 'lavoro e capitale' nel creare un 'ritardo' tra prezzi crescenti e adattamento del salario, risultante in livelli di vita declinanti. In quarto luogo, questa perniciosa ed erronea dottrina devia l'attenzione dalle vere cause dell'inflazione — declinanti investimenti capitalisti nell'economia produttiva, il vasto incremento del flusso di capitale nell'economia di carta, l'enorme incremento nei profitti e gli stipendi grotteschi, i bonus ed i premi agli alti dirigenti, totalmente non collegati al 'risultato'. Come risultato vi è un calo nella produzione e nella circolazione di beni di consumo di massa. La crescita di un vasto parassitario 'settore dei servizi' con denaro che insegue meno beni disponibili realmente ha portato a prezzi più alti. La maggior parte delle classi ricche (il 20% superiore) può permettersi i prezzi più alti, in parte perché possono trasmettere alla massa della classe lavoratrice e dei poveri urbani e rurali i costi aggiuntivi. In altre parole, nell'economia contemporanea, l'inflazione avvantaggia i ricchi perché pagano i loro lavoratori in valuta deflazionata, mentre possono prendere vantaggio dell'inflazione per aumentare ulteriormente i prezzi e quindi il reddito. In altre parole, le classi elevate hanno rafforzato le loro posizioni economiche per tener conto dell'inflazione attraverso il loro potere sui prezzi, reddito ed altre compensazioni in un modo che i lavoratori salariati e le persone a reddito fisso ed altri settori vulnerabili non possono. I banchieri proteggono i loro prestiti con tassi di interesse variabili. I possessori di risorse in monopolio alzano i prezzi per mantenere i profitti. I grossisti aumentano i prezzi per compensare i più alti prezzi delle merci. I dettaglianti in grande scala spremono i consumatori finali — la grande maggioranza in fondo alla catena della produzione e della distribuzione.

L'inflazione: i bersagli della rivolta

Le rivolte della massa di consumatori vulnerabili sono dirette contro dettaglianti, grossisti e governo, che vengono ritenuti responsabili per i prezzi più alti. I governi sono accusati di deregolare dell'economia, di sovvenzionare i profittatori, di favorire i profittatori, di complicità con i monopoli, di imporre limitazioni a salari e stipendi senza un adeguato controllo sui prezzi e sulle necessità fondamentali. Dove alcuni sussidi o controlli dei prezzi vengono deliberati non sono attuati o fatti rispettare coerentemente. Peggio ancora, la generale evasione, l'accaparramento ed il mercato nero sono diffusi a causa della complicità e della corruzione ufficiale. Secondo i burocrati di regime, è 'più semplice' controllare i salari che i prezzi — quindi l'ineguale ed ingiusta imposizione. Inoltre, i produttori capitalisti frequentemente disinvestono o trattengono i prodotti specialmente i beni di prima necessità, dal mercato come una efficace arma contro il controllo dei prezzi, obbligando alla scarsità e provocando lo scontento popolare verso il regime attualmente in carica. Quindi le politiche ed i regimi riformisti sono costretti a scegliere tra 'togliere i controlli' per incrementare i profitti ed i prezzi o mantenere i controlli ed affrontare la collera di masse che sono di fronte agli scaffali vuoti. Pochi se ve ne sono regimi contemporanei sono disposti a fare minacce credibili di intervenire nei settori economici o anche nelle imprese, trattenendo merci o investimenti. Anche meno probabili sono i regimi disposti a mobilitare realmente i lavoratori, gli agricoltori ed i consumatori ad assumere la direzione di settori economici strategici vitali al consumo popolare.

Le rivolte anti-inflazionistiche e la politica extra-parlamentare

Dato il totale predominio dell'ideologia del 'libero mercato' non ostacolato e non regolato tra tutti i principali partiti politici ed entro i rami esecutivo, legislativo ed amministrativo del governo, non vi è nessun veicolo politico istituzionale attraverso il quale i consumatori possano agire per arrestare i loro declinanti livelli di vita, la loro decrescente capacità di rispondere alle necessità fondamentali ed in molte regioni evitare crescenti malnutrizione e fame. A causa del controllo asfissiante, pervasivo su tutto e potente del capitalismo di libero mercato tra tutti coloro che prendono le decisioni a livello nazionale ed internazionale, tutte le riunioni convocate dalle organizzazioni internazionali per occuparsi della 'crisi alimentare' (definita a malapena come 'fame' indotta dalla scarsità e dagli esorbitanti prezzi del cibo) hanno ripetutamente fallito di venir fuori con soluzioni pratiche e realizzabili. Nella migliore delle ipotesi, hanno semplicemente impegnato dei fondi per temporanei aiuti alimentari, sovvenzioni e proposte per assistenza tecnica o di distribuzione. Nessuna riunione mette in discussione il potere delle multinazionali dell'agricoltura di alzare i prezzi, stanziare investimenti per l'utilizzo più redditizio nei carburanti piuttosto che nel cibo; nessun gestore della crisi suggerisce massicci trasferimenti dei crediti dagli agro-esportatori agli agricoltori familiari; nessuno sforzo viene fatto per terminare gli imbrogli sul prezzo da parte di grossisti o dettaglianti. In altre parole, i gestori della crisi sono della stessa classe dei beneficiari dei produttori di prezzi alti e cibo scarso — e perciò operano all'interno delle stesse regole di mercato, che perpetuano più elevati profitti e livelli di vita in declino.

Dati i fallimenti delle politiche ufficiali e la mancanza di qualunque soluzione istituzionale di rimedio, l'unico sfogo per le masse in movimento verso classi sociali più basse è l'opposizione extra-parlamentare; il saccheggio di treni, negozi e magazzini all'ingrosso; il rovesciamento o la vittoria elettorale contro gli attuali regimi; il blocco dei trasporti e la presa di possesso di edifici governativi; marce di massa e dimostrazioni di fronte ai palazzi del potere legislativo ed esecutivo. I regimi attuali in ogni luogo temono la sconfessione di massa alle prossime elezioni, esattamente come i loro oppositori 'populisti' non forniscono nessuna sistematica alternativa. Finora, le proteste dei consumatori di massa, mentre utilizzano pesantemente le famiglie dei lavoratori, devono ancora ottenere l'appoggio della classe lavoratrice sul luogo di produzione. Solamente in rare occasioni i lavoratori organizzati si sono impegnati in 'scioperi generali' contro gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari essenziali. Il processo di collegamento dei settori dei produttori e dei consumatori comunque non è lontano all'orizzonte dal momento che azioni congiunte locali stanno avvenendo e mettendo in discussione la credibilità di mercati senza limitazioni. I giornalisti borghesi, alcuni scrittori di editoriali finanziari ed alcuni consiglieri governativi sono consapevoli del crescente pericolo dell'inflazione, di prezzi del cibo in aumento e della differenza profitto/salario per il sistema capitalista e chiedono politiche anti-inflazionistiche e regolamentazione pubblica. Minacciati dalla crisi finanziaria in aggravamento risultante dal crollo speculativo ed alla necessità di interventi e salvataggi statali su larga scala ed a lungo termine, anche settori della classe capitalista chiedono una maggiore sorveglianza dello stato e più stretti controlli sulle frodi istituzionali nascoste (non registrate).

La percezione popolare di massicci salvataggi di banche e le proposte per nuove regolamentazioni per salvare il sistema finanziario ha rafforzato l'idea che lo stato possa ugualmente (o con maggiore giustizia) interferire per regolare i prezzi del cibo e dei carburanti e sostenere i livelli di vita in declino.

L'inflazione e la transizione dalla protesta alla rivolta popolare

L'inflazione e gli alti livelli di impegno dello stato nel salvare il capitalismo hanno sollevato lo scontento di massa da una protesta locale contro imbroglioni e profittatori locali sui prezzi a una protesta politica nazionale contro uno stato parziale di classe, che ignora i livelli di vita in peggioramento e si interessa soltanto dei veramente ricchi.

Lavoratori, contadini e famiglie in precedenza apolitici o persino conservatori che hanno sperimentato guadagni in aumento e cumulativi nei livelli di vita attraverso lunghe ore e molteplici lavoratori in famiglia ora vedono diminuire i loro mezzi di sussistenza. I logo guadagni sono svalutati, la loro capacità di soddisfare i bisogni fondamentali che peggiorano. La sensazione di 'andare indietro' o di perdere il controllo della loro vita di tutti i giorni e di muoversi socialmente verso il basso alimenta la rabbia collettiva di massa. Il ritmo monotono del lavoro aggiuntivo senza ricompense, rispetto o riconoscimento, è rinforzato quotidianamente dai costi supplementari dei beni di tutti i giorni. L'inflazione destabilizza tutti i calcoli, non soltanto per il futuro, ma anche per la vita di tutti i giorni. Cosa acquistare o non acquistare. Cosa pagare o cosa saldare. L'incertezza su ciò che ci si può permettere oggi e non ci si può permettere domani. L'insicurezza si sparge dai più poveri ai 'lavoratori stabili', dai pensionati 'a reddito fisso' ai 'dipendenti pubblici sicuri'. La diffusione globale dell'inflazione mina i livelli di vita in Europa e nelle Americhe, in Asia ed in Africa e con essa, lo scontento corrode le lealtà di partito e la fiducia nella legittimità elettorale e/o del regime. Storicamente nulla indebolisce tanto la fiducia del pubblico nella valuta, nelle banche, nei politici e nell'esistente ideologia di mercato quanto l'inflazione strisciante quotidiana. La paura maggiore di tutte è il senso che una vita di sforzi risulterà nella 'perdita di tutto' — casa, trasporti, sanità ed istruzione — mentre i prezzi aumentano più velocemente del reddito. Ad un qualche punto, l'inflazione sfrenata porta alla regressione assoluta e con questa ad una rottura con tutte le precedenti lealtà ed obbedienze.

Conclusione

L'inflazione, mentre accelera, nel passato come oggi, è il grande solvente incrementale delle abitudini e della politica di tutti i giorni: oggi indebolisce i politici attuali; domani può mettere in discussione regimi ed ordini sociali.

Nel passato, i disordini inflazionistici e la disperazione produssero demagoghi di destra che si sono specializzati nell'imporre ordine e stabilità. E' una dannosa responsabilità della sinistra ignorare ancora una volta gli effetti distruttivi dell'inflazione, le richieste di ordine e stabilità e lo scontento dei consumatori di massa. Le paure inflazionistiche sono tanto consolidate quanto le questioni sulla classe e la proprietà. Combattere l'inflazione, specialmente gli incrementi del prezzo dei beni essenziali, è centrale a qualunque prospettiva per una trasformazione sociale, che pretende di giovare ai lavoratori salariati e stipendiati, agli abitanti delle città o delle campagne, ai poveri, alle minoranze, ai consumatori ed ai produttori.

James Petras, ex Professore di Sociologia alla Binghamton University, New York, ha a che fare da 50 anni con la lotta di classe, è consulente dei senza terra e dei disoccupati in Brasile ed Argentina, è coautore di Globalization Unmasked (Zed Books). Il libro di prossima pubblicazione di Petras, Zionism and US Militarism, è in arrivo presso Clarity Press, Atlanta, nell'agosto 2008. Si può contattare a: jpetras@binghamton.edu. Read other articles by James, or visit James's website.