L'Iraq e la sua resistenza

Stephen Gowans

27 gennaio 2005

 

La questione sul fatto se gli iracheni abbiano oppure no il diritto di resistere all’occupazione del loro paese da parte delle forze a guida USA è chiara: essi hanno questo diritto. La questione sul fatto se abbiano oppure no il diritto di resistere all’occupazione con ogni mezzo è accademica.

Il fatto che conta è che I popoli sotto occupazione resisteranno, come hanno sempre fatto, all’occupazione. E dal momento che la povera gente non ha accesso ad elicotteri da combattimento, carri armati e bombardieri, gli strumenti degli occupanti, ricorre a tutti i mezzi a sua disposizione.

Questi mezzi sono spesso raccapriccianti. Alcuni dicono che sono barbari ed incivili. Il governo USA li chiama terroristi, come fa per ogni sfida violenta o armata allo sfruttamento da parte delle imprese USA, dei militari USA e dei loro agenti. (Non sorprende che Washington abbia un comportamento molto più disinvolto verso le minacce armate allo sfruttamento da parte dei suoi rivali, recentemente evidenziato dai membri delle istituzioni di politica estera USA che insistono con la Russia perché questa tenga colloqui con i guerriglieri ceceni).

Che I metodi degli occupanti siano ugualmente, se non più, barbari, è accettato, anche da coloro che deplorano i metodi della resistenza e condannano entrambe. Questa è una posizione regolarmente presa dai moralisti in occidente, il cui scopo non è mai chiaro se sia altro che un mezzo per dimostrare la loro pietà o per lavarsi le mani di ciò che accade. Cose barbare ed incivili accadono, in maniera regolare, ineluttabile, quasi legalizzata e deplorarle non cambia le condizioni che le hanno fatte sorgere o rende meno probabile che accadano in futuro.

E’ anche inevitabile che il governo iracheno formato dopo le elezioni di domenica sarà un agente della politica USA.

L’arena elettorale favorisce invariabilmente I gruppi con accesso a risorse sostanziose, in questo caso le risorse fornite dagli occupanti e dalle agenzie finanziate dagli USA come l’ USAID ed il National Endowment for Democracy, che operano per incanalare denaro a partiti politici ed organizzazioni pro USA. Il denaro viene versato a questi gruppi per un solo scopo: perchè vengano eletti per applicare la politica USA.

Se accade che il risultato delle elezioni non sia completamente favorevole al conseguimento degli scopi degli USA, il vincitore sarà costretto a farsi da parte a favore di un affidabile agente pro USA. In tutte le elezioni, il risultato, sia nel computo finale dei voti o nelle azioni successive per rovesciare un’elezione, se necessarie, è determinato in ultima analisi da chiunque detenga efficacemente il potere ed in Iraq questo partito sono gli Stati Uniti.

In realtà, è quasi assiomatico dire che l’unico tipo di governo che potrebbe possibilmente essere eletto sotto un’occupazione militare a guida USA, e al quale  sia permesso restare, è uno pro USA. Pensare altrimenti è terribilmente ingenuo ed ignorante dello schema regolare e storico con il quale gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno portato al potere leader conservatori, pro capitalisti e pro anglo-americani in paesi che hanno affermato di avere “liberato”. Ciò è avvenuto in Grecia, Francia, Belgio e Corea durante la II Guerra Mondiale e più tardi in Vietnam.

Lo scopo delle elezioni di domenica è quello di costituire una base legittima nella legislazione per il trasferimento dei beni iracheni alle multinazionali USA, comprese le principali compagnie petrolifere. Fino ad ora non vi è stato nessun legittimo ( cioè eletto) governo iracheno in carica per ratificare la svendita delle imprese statali e dei diritti petroliferi alle società USA e britanniche e perciò nessuna base legale sulla quale eseguire l'annessione dell'economia irachena.

Vero che comunque Washington non aveva nessuna autorità legale per invadere il paese, ma la questione del titolo di proprietà e la risoluzione delle contrastanti pretese sulla proprietà è risolvibile solamente dall'autorità di un governo iracheno che sia riconosciuto legittimamente sovrano.

Dunque, con elezioni rifornite della loro buona fede legale, le autorità di Baghdad possono atteggiarsi a rappresentanti legittimi del popolo iracheno mentre agiscono come agenti degli investitori e degli azionisti USA.

Lungi dal ristabilire la sovranità di fatto per gli iracheni, ciò garantisce che essi verranno immersi in un abisso di dipendenza perpetua. Se tutto va secondo i piani, le risorse naturali e l'infrastruttura economica dell'Iraq, i trasporti pubblici, l'elettricità, le telecomunicazioni, i settori dell'acqua e del petrolio, verranno trasferiti in mani private americane e britanniche prima che termini l'occupazione.

A quel punto, il paese non sarà nulla più che una colonia economica degli Stati Uniti, che riversa le sue risorse e la sua ricchezza a beneficio egli investitori e degli azionisti USA, mentre si stabilizza nel solito modello caratteristico dei paesi sfruttati e dipendenti. Vi sarà un piccolo, florido strato compradore, un abbondante surplus di popolazione ed uno stormo di aziende che sfruttano la manodopera punteggianti le rive dell'Eufrate possedute dai contraenti dipendenti dalle grandi imprese straniere, principalmente USA.

La resistenza è l'unica forza in grado di distruggere questo progetto.

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