
5 maggio 2003
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Con la fine della guerra degli USA all'Iraq la prospettiva della maggior parte dei commentatori attraverso lo spettro politico è che l'amministrazione Bush sia trionfante e possa imporre la propria volontà al mondo. Saddam Hussein è espulso dal potere, gli Stati Uniti occupano l'Iraq e sono seduti in cima al secondo deposito di petrolio più grande al mondo. Riferendosi al fallimento dei paesi europei ed arabi di prevenire la cruda aggressione USA, Tariq Ali, in un editoriale sulla New Left Review di Londra, scrive che "L'egemonia globale americana ... non è mai stata così chiaramente evidente". Questa è un'interpretazione errata dell'impatto storico dell'intervento in Iraq. Piuttosto che il trionfo di un nuovo ordine imperiale, in realtà la guerra potrebbe accelerare il declino dell'egemonia USA. Alla fine del 2002 Charles Kupchan, professore alla Georgetown University e membro del National Security Council nell'amministrazione Clinton, pubblicò un libro intitolato "The End of the American Era". Scrivendo nel linguaggio politico ufficiale, Kupchan argomenta che la "Pax Americana" finirà a causa "della crescita di centri alternativi di potere ed un declinante ed unilateralista internazionalismo USA". Ancora prima che la Francia e la Germania si mettessero alla testa dell'opposizione occidentale alla guerra degli USA in Iraq, Kupchan affermava che l'Unione Europea sarebbe stata l'avanguardia di un emergente "mondo multipolare" che farà eclissare l'ascendente degli USA nella prima parte del 21° secolo. Gli eventi in Iraq con la fine della guerra suggeriscono che l'occupazione USA sarà un'occupazione sanguinosa che contribuirà all'indebolimento della potenza globale degli USA. Nessuno, incluso il governante unto dagli USA, il Generale Jay Garner, è in controllo. Gli scolari iracheni scuotono le loro scarpe davanti ai soldati USA, intonando in inglese "Abbasso gli USA". I dimostranti antiamericani nelle regioni sciite e sunnite del paesi radunano contro le truppe USA, portando i soldati USA ad aprire il fuoco su folle arrabbiate e ad uccidere e mutilare molta gente. Gli ufficiali USA invariabilmente affermano che "hanno sparato prima" alle loro truppe, mentre i testimoni iracheni dichiarano che non vi è stato alcuna sparatoria ostile da parte dei dimostranti. Persino se le affermazioni USA fossero vere, tali confronti hanno tutti i segni del passato di guerre coloniali. Inevitabilmente, vi saranno nel popolo sempre più oppositori militanti iracheni degli Stati Uniti di tutte le fedi politiche e religiose, accentuando i disordini popolari e facendone pagare il prezzo all'esercito di occupazione. Già negli anni '80 Paul Kennedy, un altro studioso piuttosto ufficiale alla Yale University, in "The Rise and Fall of Great Powers" asseriva che gli imperi nei loro anni di decadenza si impegnano in "spinte esagerate". Mentre iniziano a declinare, le potenze dominanti quasi invariabilmente ricorrono alla guerra ed agli stati di belligeranza, accelerando perciò la loro scomparsa mentre sprecano le loro ricchezze nazionali in spese militari a detrimento delle loro economie e dei loro popoli. Le volute implicazioni per gli Stati Uniti della tesi di Kennedy erano evidenti all'epoca nella quale uscì il suo libro. L'amministrazione Reagan era impegnata in un massiccio programma di spese militari e nella sponsorizzazione di una serie di guerre regionali controrivoluzionarie in Africa, America Centrale ed Asia Centrale, tentando di reagire al rovescio USA in Vietnam ed in altre parti del mondo. Simultaneamente, la preminenza economica USA appariva essere minacciata dalle economie più dinamiche del Giappone e dell'Europa Occidentale. Con il crollo dell'Unione Sovietica ed il risorgere dell'economia USA negli anni '90, l'argomento di Kennedy della esagerata spinta imperiale sembrava essere sbagliato ed irrilevante. Il successo del primo Bush nella prima guerra del Golfo e gli interventi di Clinton in Bosnia e Kosovo nutrirono l'idea che la "Pax Americana" fosse in ottima forma. E, ad un primo sguardo, le guerre di George W. Bush in Afghanistan e Iraq sembrano indicare che ora più che mai gli Stati Uniti siano un potente impero. In realtà, la politica estera unilateralista dell'amministrazione Bush rappresenta lo sforzo di riaffermare l'egemonia USA che essa crede sia compromessa dalla diffusione della potenza USA sotto Clinton. I neoconservatori, la forza guida oggi dietro la politica USA, di fatto si impegnano in avventure all'estero precisamente perché essi temono che il dominio degli USA nel mondo venga minato. I principali luminari dell'amministrazione Bush, come il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il Vicepresidente Dick Cheney ed il Vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, tornarono assieme nel 1997 per formare il Project for the New American Century. Rimproverando all'amministrazione Clinton di aver permesso l'indebolimento della potenza globale USA, la carta costitutiva del PNAC dichiarava è "sempre più difficile mantenere l'influenza americana nel mondo". Quindi, nel periodo delle elezioni presidenziali del 2000, il PNAC pubblicò un rapporto speciale intitolato "Ricostruire la difesa dell'America: strategia, forze e risorse per un nuovo secolo". Esso domandava l'incremento delle spese militari, la proiezione della potenza USA nel mondo e l'uso di "forze di polizia" ogni volta necessario. Esso divenne la bozza della politica estera per l'amministrazione Bush, particolarmente dopo l'11 settembre 2001. Rifiutandosi di accettare qualsiasi limite alla potenza USA, la missione dei neoconservatori di rifare il mondo ad immagine degli USA rientra perfettamente nell'argomento di Kennedy che gli imperi nei loro stadi finali portano al potere capi bellicosi che incrementano le spese militari e si impegnano in guerre che in realtà accelerano la scomparsa delle loro nazioni. Altri commentatori ed analisti suggeriscono anche che qualcosa sta andando male con il nuovo impero USA. Independent Strategy, una società di ricerche finanziarie per investitori istituzionali, afferma che l'impero USA sia oggetto ad un documento che circola nei consigli di amministrazione di grandi banche d'affari come la Goldman Sachs. Esso prevede un acuito terrorismo globale in risposta all'unilateralismo USA. Independent Strategy indica anche che l'economia degli USA si trova di fronte a serie difficoltà economiche dovute in parte ai costi della guerra ed ai massicci tagli fiscali di Bush. Il dollaro perde valore nei mercati internazionali "perché il buon impero ha le stesse colpe di molti altri imperi: al centro livelli di vita insostenibili [che] dipendono dal flusso di ricchezze dalla periferia". Esso aggiunge: "I costi della guerra e dell'unilateralismo aumenteranno la sete di capitale, ma ridurranno il saggio di reddito con esso guadagnato". Anche Paul Kennedy è ricomparso nel pubblico dibattito alla fine di aprile con un articolo sul Washington Post nel quale egli punta alla situazione dell'impero britannico all'inizio del 20° secolo per affermare che l'amministrazione Bush all'estero è nei guai. Kennedy asserisce che "Gli USA hanno preso impegni militari in tutto il globo, dai Balcani al Kuwait all'Afghanistan ed alla Corea. Le sue forze armate sembrano colossali (come quelle britanniche nel 1919), ma i suoi impegni sembrano persino maggiori. Meraviglia poco che mentre i liberal protestano per le crescenti spese militari, i militari USA avvertano ripetutamente della eccessiva spinta e siano impauriti della richiesta dei falchi di ulteriori avventure". Robert Fisk del quotidiano di Londra Independent, forse il più esperto inviato occidentale nel Golfo ed in Medio Oriente, in un intervista con Amy Goodman di Pacifica Radio suggerisce pure che in Iraq stiamo assistendo ad un ricorso della storia. Nel 1917, le truppe britanniche al comando del Ten. Gen. Sir Stanley Maude presero Baghdad. Come fa notare Fisk, nel prendere la città Maude usò parole quasi identiche al proclama di Bush all'inizio della guerra in Iraq: "Non veniamo qui come conquistatori, ma come liberatori per liberarvi da generazioni di tirannia". I britannici riuscirono a rimanere per anni, ma la regione dimostrò di essere un pantano politico dal momento che i gruppi etnici e religiosi si combattevano l'uno con l'altro attaccando anche gli occupanti britannici. E' impossibile prevedere come si svilupperà questa nuova guerra di liberazione in Iraq. Come dice Robert Fisk, "la mia sfera di cristallo si è rotta da lungo tempo". Nondimeno, anche lui crede che gli Stati Uniti siano coinvolti nel Golfo in un interminabile conflitto, persino più profondo di quello che fronteggiarono i britannici nella prima parte del 20° secolo. Dovremmo ricordare che l'amministrazione Reagan, nella quale i neoconservatori tenevano pure posizioni prominenti, nell'agosto del 1982 inviò truppe in Medio Oriente nello sforzo di esercitare la sua influenza nel conflitto arabo-israeliano. Dopo appena un anno 241 marines perirono nello scoppio di un'autobomba a Beirut, in Libano, e gli Stati Uniti si ritirarono frettolosamente dalla regione. Non vi è nessun dubbio che l'amministrazione Bush sia determinata ad infliggere un maggiore bagno di sangue ed ad assumersi maggiori perdite di queste mentre cerca di consolidare il governo USA in Iraq. Ma l'eccessiva spinta imperiale e la resistenza irachena probabilmente provocheranno negli Stati Uniti richieste sempre maggiori di portare a casa le truppe e sicuramente avranno importanti implicazioni con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2004. Persino prima della guerra in Iraq Charles Kupchan, in "The End of the American Era", era preoccupato che le tribolazioni dell'unilateralismo avrebbero causato un ritorno di fiamma del popolo americano che porterebbe ad un "nuovo isolazionismo". Dati i suoi legami alla precedente amministrazione Clinton, egli asserisce che gli Stati Uniti devono continuare ad essere attivi in un mondo multipolare, spingendo per un agenda "globalista", proprio come fece il suo ex principale. Comunque, dalla prospettiva del movimento antiglobalizzazione che esplose sul palcoscenico mondiale a Seattle nel 1999, una crisi della politica estera USA che obblighi i governanti USA a ritirarsi dal saccheggio militare e corporativo del mondo sarebbe di enorme beneficio per l'umanità. Nel suo editoriale sulla New Left Review, Tariq Ali chiede ai movimenti antiglobalizzazione e pacifisti di formare un'ampia "lega antimperialista" per resistere all'aggressione USA. Mentre sottostima l'importanza della sfida posta dalle nazioni europee all'egemonia USA, egli punta al ruolo centrale del movimento popolare nel contestare il dominio degli USA: "La storia dell'ascesa e della caduta degli imperi ci insegna che è quando i loro cittadini infine perdono fede nella virtù della guerra infinita e delle occupazioni permanenti che il sistema entra in ritirata". Alla fine, la lettura della storia di Ali potrebbe essere persino più utile delle lezioni apprese da Kupchan o Kennedy. Roger Burbach è il direttore del Center for the Study of the Americas di Berkeley, California. Il suo prossimo libro, "The Pinochet Affair: State Terrorism and Global Justice." verrà pubblicato in autunno da Zed Books e dal Transnational Institute. Copyright R. Burbach 2003. For fair use only |