Durante la guerra del Vietnam, che le forze USA
combatterono dal 1960 interamente al 1974 e che costò la vita di
diversi milioni di abitanti del sudest asiatico e di 58.000
americani, morirono otto giornalisti americani. Non uno di loro
venne ucciso dal fuoco americano.
Nella guerra in Iraq, sono stati uccisi 136 giornalisti.
Almeno 15 di loro
-- circa l'11% del totale -- sono stati
uccisi dalle forze USA, talvolta
con intento evidentemente deliberato. (Considerate che se
in Iraq nel corso della guerra si sono avvicendate circa 500.000
truppe USA e che 4.000 di loro sono state uccise, questo
significa che i soldati avevano una possibilità su 125 di venire
lì uccisi. Con 136 giornalisti morti, ci sarebbero dovuti essere
più di 14.000 giornalisti a fare la cronaca della guerra perché
avessero le stesse possibilità di essere uccisi).
In Afghanistan, nove giornalisti sono
stati uccisi, almeno uno dalle forze USA e, in questo caso,
l'uccisione è stata deliberata, sebbene
non sia chiaro se era noto che la vittima fosee un
giornalista.
Una cosa è chiara: è pericoloso in modo estremo essere un
giornalista che copre le guerre dell'America, almeno a
cominciare dal Vietnam ed in Iraq era più pericoloso essere un
giornalista che un soldato.
Perché questo possa essere il caso è difficile dirlo, ma
sembra che questo possa avere qualcosa a che fare con
l'antipatia dei militari verso i giornalisti.
Addietro nel 1983, gli USA, in una delle più ridicole
azioni militari nella loro lunga storia di guerra, hanno invaso
la minuscola isola caraibica di Grenada, con il pretesto di
temere che i cubani stessero costruendo là una base aerea
militare (in realtà Cuba aveva mandato dei lavoratori delle
costruzioni nella impoverita isola per aiutare il paese a
costruire un aeroporto commerciale migliore in modo da
migliorare il settore del turismo). Durante quella invasione,
che fu condotta con un totale oscuramento dei mass media
nonostante quasi nessuna opposizione (il principale "nemico" che
offrì qualche resistenza furono i lavoratori cubani! Non vi era
lì nessun soldato cubano), un gruppo di sette giornalisti,
compreso un reporter del
New
York Times, tentò di raggiungere
l'isola su una piccola barca. Vennero bloccati da un
cacciatorpediniere
USA, che lì avvertì con un altoparlante di fare dietro
front o che sarebbe stato "fatti saltare in aria fuori
dall'acqua". I giornalisti si arresero e si ritirarono.
Quella piccola "guerra", che dall'inizio alla fine è stata
condotta senza giornalisti ammessi al campo di battaglia, ha
segnato l'inizio di un nuovo rapporto tra il Pentagono e la
stampa
-- nel quale i militari mantengono il
completo controllo sull'accesso e le informazioni, entrambe i
quali vengono forniti ai mass media e che il pubblico viene a
sapere.
Quando gli USA nel 1991 lanciarono l'invasione dell'Iraq e
del Kuwait occupato dagli iracheni, richiesero a tutti i
giornalisti che riportavano dell'attacco di essere "inclusi"
nelle forze USA. Prima di quell'epoca (con l'eccezione della
guerra di Grenada menzionata sopra), i giornalisti, in Vietnam
per esempio, erano liberi di andare dovunque nella zona di
guerra e di riferire ciò che vedevano. Non erano legati, o
limitati, a specifiche unità militari. Affrontavano rischi, ma i
rischi, come provato dalla morte di corrispondenti di guerra,
erano provocate da mine terrestri in cui si imbattevano o dal
fuoco nemico, non dal fuoco delle forze USA.
Tutto questo cambiò nel 2003 con la guerra in Iraq. A
quell'epoca, il Pentagono continuò con gli stessi metodi
sviluppati nella guerra del Golfo, richiedendo ai giornalisti di
essere "inclusi" con specifiche unità di invasione, o, più
tardi, di occupazione. Quei giornalisti che scelsero di non
essere inclusi furono avvertiti che si stavano ponendo al
rischio molto maggiore di diventare dei bersagli.
Da documenti che sono stati ottenuti e pubblicati da
Wikileaks, sappiamo che
l'amministrazione
Bush-Cheney ha considerato, ma
fortunatamente alla fine ha deciso contro, di bombardare lo
studio e l'ufficio principale della televisione
Al-Jazeera in Qatar nei giorni iniziali
dell'invasione dell'Iraq del 2003. Il presidente Bush ed
il vicepresidente Cheney erano noti per essere
infuriati per quella che reputavano essere la cronaca
prevenuta su quella guerra dell'organizzazione di notiziari TV
in lingua araba. Questo piano abortito per far saltare in aria
l'intera stazione, che sarebbe risultato in un enorme numero di
vittime, getta in una luce molto sospetta l'attacco con razzi e
mitragliatrici all'ufficio di
Al-Jazeera bureau a Baghdad
l'8 aprile 2003, durante l'assalto USA alla capitale irachena
appena alcune settimane dall'invasione. In quell'attacco,
Tareq Ayyaub, un cameraman di Al-Jazeera,
fu ucciso ed un altro giornalista venne ferito. Gli USA
affermarono di avere colpito involontariamente l'edificio di
Al-Jazeera a causa di 'colpi sparati
dalle vicinanze', ma un'investigazione
svelò che
Al-Jazeera aveva dato le coordinate della
sua installazione alle forze USA così era noto fosse un sito
della stampa, non un bersaglio militare.
Inoltre, quello stesso giorno vi fu un altro attacco,
questa volta da parte di un carro armato USA, che sparò un
proiettile da 120mm ad un balcone dell'Hotel Palestina, nel
quale le forze USA sapevano che durante l'invasione si era
rintanato praticamente l'intero corpo della stampa estera.
Uccisi sul balcone furono il cameraman della Reuters
Taras Protsyuk e lo spagnolo
Jose Couso di Telecinco TV.
La spietatezza dell'assassinio di giornalisti è stata
svelata perché tutti possano vedere quando l'organizzazione di
rivelazioni
Wikileaks ha pubblicato l'ora famoso
video che ha ottenuto dalla telecamera del congegno di mira di
un elicottero USA, il cui equipaggio apriva il fuoco con la
mitragliatrice su un gruppo di uomini e due bambini in una
piazza di Baghdad. Due di quelli uccisi erano dei cameraman che
lavoravano per la
Reuters. Uno dei due è stato letteralmente inseguito da presso e
ucciso con la mitragliatrice dopo che, già gravemente ferito,
cercava di strisciare via, inerme, verso la salvezza.
L'equipaggio poteva essere sentito ridere mentre lo uccidevano.
Diversi giornalisti sono stati colpiti e uccisi a punti di
controllo da forze USA dal grilletto facile, alcuni, come
Ali
Abdul-Azia e Ali al-Khatib, due reporter della
stazione TV araba
Al-Arabiya, il 18 marzo 2004 mentre si
allontanavano dal punto di controllo o
Asaad Kadhim, un giornalista della
stazione TV irachena
Al-Iraqiya, colpito mentre filmava ad un
punto di controllo vicino a Samara in Iraq.
Il reporter
Ahmed Wael Bakri della TV Al-Sharqiya,
una stazione locale in parte finanziata dagli USA, è stato
ucciso dalle truppe USA perché "non è riuscito a tirarsi in
parte" per un convoglio militare USA
-- un destino subito da molti ordinari civili iracheni.
In Afghanistan, il giornalista della BBC
Omaid
Khpalwak è stato ucciso da un soldato USA dopo che era già stato
colpito e ferito da un altro, nonostante il fatto che parlasse
inglese e che stesse cercando di reperire qualche dei documenti
di identificazione dalla tasca della sua
giacca.
Khpalwak si nascondeva al sicuro durante
un combattimento del quale faceva la cronaca quando è stato
colpito inizialmente da un soldato USA. Il secondo soldato lo
aveva esaminato per "fare un controllo su di lui".
Certamente nella foschia di guerra essere un corrispondente
di guerra è una professione pericolosa. I combattenti di tutte e
due le parti di un conflitto, ai quali viene sparato, non sono
in una posizione o in una condizione mentale per spendere molto
tempo ad analizzare se qualcuno sia un combattente nemico o un
giornalista o forse anche in condizioni di scarsa visibilità, se
ciò che uno sta portando sia il treppiede di una fotocamera o un
lanciarazzi RPG. Inoltre, abbastanza giornalisti sono stati
uccisi, spesso deliberatamente, da combattenti della resistenza
irachena e da forze talebane
in Afghanistan.
Detto questo, l'incidenza di giornalisti che vengono uccisi
dalle forze USA in recenti conflitti degli USA è stata molto,
molto maggiore di quanto lo sia mai stata in guerre precedenti,
come quella in Vietnam o in Corea o la II Guerra Mondiale, il
che postula la tesi se alcune delle uccisioni dei giornalisti
siano state deliberate, forse con l'intenzione di tenere in riga
i giornalisti.
Certamente, la discussione alla Casa Bianca sul se
bombardare gli uffici principali di
Al-Jazeera dimostra che vi è
la propensione, interamente fino al vertice del governo
USA, a considerare i giornalisti come il nemico e persino a
progettare di ucciderne alcuni per influire sulla cronaca di una
guerra. Il bombardamento dell'ufficio di
Al-Jazeera a Baghdad nei primi giorni
dell'invasione USA pare sia stato uno sfacciato tentativo di
compiere proprio
questo.
In caso dopo caso, le prove sono troppo lacunose per
sostenere indubbiamente che le altre uccisioni di giornalisti da
parte delle truppe USA sono stati dei tentativi deliberati per
assicurarsi che gli altri giornalisti rimanessero fermamente
-- e al sicuro -- inclusi con i soldati
USA, ma il
numero assoluto di quelli uccisi dovrebbe almeno sollevare
la questione.
Nel frattempo, vi sono molte meno questioni di movente nel
caso di Israele, uno stretto alleato degli USA ed un paese i cui
militari sono strettamente collegati al Pentagono. Durante
questo ultimo assalto e bombardamento israeliano del territorio
prigione di Gaza, le Forze di Difesa Israeliane hanno sparato
diversi missili direttamente all'alloggiamento non soltanto
della stazione TV
Al-Aksa di Gaza, ma
a numerosi uffici di giornalisti stranieri. Due cameraman
di
Al-Aksa sono stati uccisi nell'attacco. Sono stati colpiti anche diversi
altri edifici che ospitano giornalisti stranieri e
l'Associazione della Stampa Estera per Israele e i Territori
Palestinesi ha dichiarato di credere che le IDF siano bene
informate dell'ubicazione degli uffici dei reporter stranieri
nel territorio. Israele ha ammesso di avere preso a bersaglio le
due vittime di
Al-Aksa, sostenendo che lavorare per la stazione posseduta da
Hamas significa essere dei "terroristi" di Hamas. Ma quanto agli
attacchi agli edifici occupati dai reporter esteri, se siano
intesi essere un messaggio o per impedire loro di fare la
cronaca dell'attacco delle IDF a Gaza, questo rimane, come gli
attacchi e le uccisioni di giornalisti da parte degli USA, una
questione aperta.