This Can’t Be Happening

 

 

Dei casi sollevano sospetti sul motivo:

l'uccisione di giornalisti da parte delle forze USA è un problema crescente

Giovedì, 22/11/2012 - 11:47 — Anonymous

di:

Dave Lindorff

 

Durante la guerra del Vietnam, che le forze USA combatterono dal 1960 interamente al 1974 e che costò la vita di diversi milioni di abitanti del sudest asiatico e di 58.000 americani, morirono otto giornalisti americani. Non uno di loro venne ucciso dal fuoco americano.

Nella guerra in Iraq, sono stati uccisi 136 giornalisti. Almeno 15 di loro -- circa l'11% del totale -- sono stati uccisi dalle forze USA, talvolta con intento evidentemente deliberato. (Considerate che se in Iraq nel corso della guerra si sono avvicendate circa 500.000 truppe USA e che 4.000 di loro sono state uccise, questo significa che i soldati avevano una possibilità su 125 di venire lì uccisi. Con 136 giornalisti morti, ci sarebbero dovuti essere più di 14.000 giornalisti a fare la cronaca della guerra perché avessero le stesse possibilità di essere uccisi).

In Afghanistan, nove giornalisti sono stati uccisi, almeno uno dalle forze USA e, in questo caso, l'uccisione è stata deliberata, sebbene non sia chiaro se era noto che la vittima fosee un giornalista.

Una cosa è chiara: è pericoloso in modo estremo essere un giornalista che copre le guerre dell'America, almeno a cominciare dal Vietnam ed in Iraq era più pericoloso essere un giornalista che un soldato.

Perché questo possa essere il caso è difficile dirlo, ma sembra che questo possa avere qualcosa a che fare con l'antipatia dei militari verso i giornalisti.

Addietro nel 1983, gli USA, in una delle più ridicole azioni militari nella loro lunga storia di guerra, hanno invaso la minuscola isola caraibica di Grenada, con il pretesto di temere che i cubani stessero costruendo là una base aerea militare (in realtà Cuba aveva mandato dei lavoratori delle costruzioni nella impoverita isola per aiutare il paese a costruire un aeroporto commerciale migliore in modo da migliorare il settore del turismo). Durante quella invasione, che fu condotta con un totale oscuramento dei mass media nonostante quasi nessuna opposizione (il principale "nemico" che offrì qualche resistenza furono i lavoratori cubani! Non vi era lì nessun soldato cubano), un gruppo di sette giornalisti, compreso un reporter del New York Times, tentò di raggiungere l'isola su una piccola barca. Vennero bloccati da un cacciatorpediniere USA, che lì avvertì con un altoparlante di fare dietro front o che sarebbe stato "fatti saltare in aria fuori dall'acqua". I giornalisti si arresero e si ritirarono.

Quella piccola "guerra", che dall'inizio alla fine è stata condotta senza giornalisti ammessi al campo di battaglia, ha segnato l'inizio di un nuovo rapporto tra il Pentagono e la stampa -- nel quale i militari mantengono il completo controllo sull'accesso e le informazioni, entrambe i quali vengono forniti ai mass media e che il pubblico viene a sapere.

Quando gli USA nel 1991 lanciarono l'invasione dell'Iraq e del Kuwait occupato dagli iracheni, richiesero a tutti i giornalisti che riportavano dell'attacco di essere "inclusi" nelle forze USA. Prima di quell'epoca (con l'eccezione della guerra di Grenada menzionata sopra), i giornalisti, in Vietnam per esempio, erano liberi di andare dovunque nella zona di guerra e di riferire ciò che vedevano. Non erano legati, o limitati, a specifiche unità militari. Affrontavano rischi, ma i rischi, come provato dalla morte di corrispondenti di guerra, erano provocate da mine terrestri in cui si imbattevano o dal fuoco nemico, non dal fuoco delle forze USA.

Tutto questo cambiò nel 2003 con la guerra in Iraq. A quell'epoca, il Pentagono continuò con gli stessi metodi sviluppati nella guerra del Golfo, richiedendo ai giornalisti di essere "inclusi" con specifiche unità di invasione, o, più tardi, di occupazione. Quei giornalisti che scelsero di non essere inclusi furono avvertiti che si stavano ponendo al rischio molto maggiore di diventare dei bersagli.

Da documenti che sono stati ottenuti e pubblicati da Wikileaks, sappiamo che l'amministrazione Bush-Cheney ha considerato, ma fortunatamente alla fine ha deciso contro, di bombardare lo studio e l'ufficio principale della televisione Al-Jazeera in Qatar nei giorni iniziali dell'invasione dell'Iraq  del 2003. Il presidente Bush ed il vicepresidente Cheney erano noti per essere infuriati per quella che reputavano essere la cronaca prevenuta su quella guerra dell'organizzazione di notiziari TV in lingua araba. Questo piano abortito per far saltare in aria l'intera stazione, che sarebbe risultato in un enorme numero di vittime, getta in una luce molto sospetta l'attacco con razzi e mitragliatrici all'ufficio di Al-Jazeera bureau a Baghdad l'8 aprile 2003, durante l'assalto USA alla capitale irachena appena alcune settimane dall'invasione. In quell'attacco, Tareq Ayyaub, un cameraman di Al-Jazeera, fu ucciso ed un altro giornalista venne ferito. Gli USA affermarono di avere colpito involontariamente l'edificio di Al-Jazeera a causa di 'colpi sparati dalle vicinanze', ma un'investigazione svelò che Al-Jazeera aveva dato le coordinate della sua installazione alle forze USA così era noto fosse un sito della stampa, non un bersaglio militare.

Inoltre, quello stesso giorno vi fu un altro attacco, questa volta da parte di un carro armato USA, che sparò un proiettile da 120mm ad un balcone dell'Hotel Palestina, nel quale le forze USA sapevano che durante l'invasione si era rintanato praticamente l'intero corpo della stampa estera. Uccisi sul balcone furono il cameraman della Reuters Taras Protsyuk e lo spagnolo Jose Couso di Telecinco TV.

La spietatezza dell'assassinio di giornalisti è stata svelata perché tutti possano vedere quando l'organizzazione di rivelazioni Wikileaks ha pubblicato l'ora famoso video che ha ottenuto dalla telecamera del congegno di mira di un elicottero USA, il cui equipaggio apriva il fuoco con la mitragliatrice su un gruppo di uomini e due bambini in una piazza di Baghdad. Due di quelli uccisi erano dei cameraman che lavoravano per la Reuters. Uno dei due è stato letteralmente inseguito da presso e ucciso con la mitragliatrice dopo che, già gravemente ferito, cercava di strisciare via, inerme, verso la salvezza. L'equipaggio poteva essere sentito ridere mentre lo uccidevano.

Diversi giornalisti sono stati colpiti e uccisi a punti di controllo da forze USA dal grilletto facile, alcuni, come Ali Abdul-Azia e Ali al-Khatib, due reporter della stazione TV araba Al-Arabiya, il 18 marzo 2004 mentre si allontanavano dal punto di controllo o Asaad Kadhim, un giornalista della stazione TV irachena Al-Iraqiya, colpito mentre filmava ad un punto di controllo vicino a Samara in Iraq.

Il reporter Ahmed Wael Bakri della TV Al-Sharqiya, una stazione locale in parte finanziata dagli USA, è stato ucciso dalle truppe USA perché "non è riuscito a tirarsi in parte" per un convoglio militare USA -- un destino subito da molti ordinari civili iracheni.

In Afghanistan, il giornalista della BBC Omaid Khpalwak è stato ucciso da un soldato USA dopo che era già stato colpito e ferito da un altro, nonostante il fatto che parlasse inglese e che stesse cercando di reperire qualche dei documenti di identificazione dalla tasca della sua giacca. Khpalwak si nascondeva al sicuro durante un combattimento del quale faceva la cronaca quando è stato colpito inizialmente da un soldato USA. Il secondo soldato lo aveva esaminato per "fare un controllo su di lui".

Certamente nella foschia di guerra essere un corrispondente di guerra è una professione pericolosa. I combattenti di tutte e due le parti di un conflitto, ai quali viene sparato, non sono in una posizione o in una condizione mentale per spendere molto tempo ad analizzare se qualcuno sia un combattente nemico o un giornalista o forse anche in condizioni di scarsa visibilità, se ciò che uno sta portando sia il treppiede di una fotocamera o un lanciarazzi RPG. Inoltre, abbastanza giornalisti sono stati uccisi, spesso deliberatamente, da combattenti della resistenza irachena e da forze talebane in Afghanistan.

Detto questo, l'incidenza di giornalisti che vengono uccisi dalle forze USA in recenti conflitti degli USA è stata molto, molto maggiore di quanto lo sia mai stata in guerre precedenti, come quella in Vietnam o in Corea o la II Guerra Mondiale, il che postula la tesi se alcune delle uccisioni dei giornalisti siano state deliberate, forse con l'intenzione di tenere in riga i giornalisti.

Certamente, la discussione alla Casa Bianca sul se bombardare gli uffici principali di Al-Jazeera dimostra che vi è la propensione, interamente fino al vertice del governo USA, a considerare i giornalisti come il nemico e persino a progettare di ucciderne alcuni per influire sulla cronaca di una guerra. Il bombardamento dell'ufficio di Al-Jazeera a Baghdad nei primi giorni dell'invasione USA pare sia stato uno sfacciato tentativo di compiere proprio questo.

In caso dopo caso, le prove sono troppo lacunose per sostenere indubbiamente che le altre uccisioni di giornalisti da parte delle truppe USA sono stati dei tentativi deliberati per assicurarsi che gli altri giornalisti rimanessero fermamente -- e al sicuro -- inclusi con i soldati USA, ma il numero assoluto di quelli uccisi dovrebbe almeno sollevare la questione.

Nel frattempo, vi sono molte meno questioni di movente nel caso di Israele, uno stretto alleato degli USA ed un paese i cui militari sono strettamente collegati al Pentagono. Durante questo ultimo assalto e bombardamento israeliano del territorio prigione di Gaza, le Forze di Difesa Israeliane hanno sparato diversi missili direttamente all'alloggiamento non soltanto della stazione TV Al-Aksa di Gaza, ma a numerosi uffici di giornalisti stranieri. Due cameraman di Al-Aksa sono stati uccisi nell'attacco. Sono stati colpiti anche diversi altri edifici che ospitano giornalisti stranieri e l'Associazione della Stampa Estera per Israele e i Territori Palestinesi ha dichiarato di credere che le IDF siano bene informate dell'ubicazione degli uffici dei reporter stranieri nel territorio. Israele ha ammesso di avere preso a bersaglio le due vittime di Al-Aksa, sostenendo che lavorare per la stazione posseduta da Hamas significa essere dei "terroristi" di Hamas. Ma quanto agli attacchi agli edifici occupati dai reporter esteri, se siano intesi essere un messaggio o per impedire loro di fare la cronaca dell'attacco delle IDF a Gaza, questo rimane, come gli attacchi e le uccisioni di giornalisti da parte degli USA, una questione aperta.