
L'Iraq è un altro Vietnam?
05/11/2003
|
Mentre in Iraq la ribellione diventa più audace, più sofisticata e più letale, i falchi si arrabattano a rigettare con disprezzo il paragone dell'Iraq con la disfatta del Vietnam. Ma la Casa Bianca dovrebbe essere preoccupata persino che simili paragoni vengano fatti. Nonostante alcune differenze tra i due conflitti, in entrambe le guerre evitare la sconfitta significa conquistare i "cuori e le menti", del popolo americano. La guerra di guerriglia vietnamita era più vasta, traeva vantaggio dal terreno della giungla ed era protetta e sostenuta in modo lampante da potenze esterne. In Iraq l'insurrezione è su scala minore (almeno per ora), ma da anche alcuni vantaggi ai guerriglieri. Per vincere una guerra si deve dapprima sapere contro chi si sta combattendo, mentre l'intelligence dell'esercito USA in Iraq è carente. In Vietnam i militari USA almeno conoscevano il loro nemico. In Iraq la situazione è confusa. Infatti, pare che le forze USA potrebbero avere molteplici nemici che utilizzano una varietà di tattiche e che traggono vantaggi dal terreno urbano invece che dalla giungla. All'inizio del secolo scorso l'esercito dimostrò competenza nel combattere i guerriglieri nelle Filippine (sebbene uccidendo 200.000 filippini). Ma ora dentro l'arma la guerra di controinsurrezione è una specialità dimenticata. Durante la II Guerra Mondiale e la Guerra Fredda l'esercito è diventato molto più interessato nell'acquisto di armi ad alta tecnologia per combattere gli eserciti convenzionali di stati-nazione. Persino la rabberciata controinsurrezione in Vietnam non ha provocato molti ripensamento all'interno dell'arma. L'esercito è semplicemente impegnato ad evitare che venga permesso ai capi civili di coinvolgerli in futuro in guerre limitate "metà dentro-metà fuori". Ed ha raddoppiato i propri sforzi per condurre più efficacemente una guerra totale contro nemici convenzionali, il che è culminato nelle facili vittorie della I e della II Guerra del Golfo (almeno inizialmente). Nonostante l'esperienza degli USA, il perdente è spesso colui che impara di più dalla guerra precedente. Saddam Hussein, probabilmente, dalla I Guerra del Golfo ha imparato che l'unico modo per poter sopravvivere ad un futuro confronto con una superpotenza sarebbe stato meglio combattere una guerra stile guerriglia. Probabilmente ha concluso che per le forze USA sarebbe stato meglio combattere la guerra che gestire una occupazione ostile. Come calcolarono i nordvietnamiti, Saddam sa che il tallone di Achille degli Stati Uniti è il perdurante potere, o la mancanza di questo, dell'opinione pubblica USA. E Saddam ha un grosso vantaggio che i comunisti vietnamiti non avevano: 24 ore di notizie. Ci sono voluti anni perché il pubblico e la stampa americani divenissero disincantati dal gocciolio di vittime militari USA in Vietnam. Più recentemente, come hanno dimostrato gli interventi USA in Libano all'inizio degli anni '80 ed in Somalia nei primi anni '90, quando non sono in gioco interessi vitali USA il sostegno del pubblico e dei media si può erodere rapidamente dopo solamente modeste vittime americane. Saddam ed i suoi alleati indubbiamente hanno notato questa insofferenza americana ed hanno preso ispirazione dal successo delle intifade palestinesi contro Israele e dalla perdurante ribellione cecena dopo che la Russia aveva dichiarato vittoria in quella guerra. Per l'Iraq il pubblico americano è stato più paziente con il governo USA che per il Libano e per la Somalia. Dopo gli attentati dell'11 settembre il presidente ed i suoi ripetutamente sottinteso, maliziosamente, che Saddam era implicato in quella tragedia. Ma dopo che alla fine il presidente Bush è stato costretto ad ammettere che non era stato scoperto nessun collegamento Saddam-11 settembre e che in Iraq non era stata trovata nessuna arma di distruzione di massa (WMD) che poteva essere data a dei terroristi, le giustificazioni per la guerra dell'amministrazione Bush ora sono nello scompiglio. Durante l'era del Vietnam il pubblico e la stampa non puntavano l'attenzione sulle dubbie giustificazioni per portare il paese in guerra, l'ambiguo incidente del Golfo del Tonchino, finché la guerra cominciò ad andare male. Oggi la stampa ha avuto una giornata campale sul tema "nessuna WMD", e perdite in rapida crescita fanno prendere in esame più attentamente al pubblico le originarie ragioni per invadere l'Iraq. E probabilmente le vittime continueranno a salire. Sebbene i guerriglieri iracheni non ricevano una evidente assistenza da potenze esterne, Iran e Siria, per timore che possano essere i prossimi obiettivi di invasioni USA, potrebbero assistere attivamente la ribellione per tenere gli USA inchiodati in Iraq. Come minimo, potrebbero guardare dall'altra parte mentre combattenti e rifornimenti transitano per il loro territorio ed i loro permeabili confini. Inoltre, Saddam potrebbe aver portato via in anticipo miliardi per la lotta, è probabile che anche combattenti islamici stranieri siano ben finanziati ed i depositi incustoditi di armi in Iraq abbondano. Dunque, mentre i dettagli dell'insurrezione possono differire dal Vietnam, il problema politico di essere metà dentro e metà fuori è identico. La stampa già chiede di sapere quando le truppe USA potranno essere ridotte, mentre, allo stesso tempo, Joseph Biden, il senatore democratico anziano della Commissione Relazioni Estere, preme perché vengano aggiunte forze americane. Forse Biden sa che impegnare più forze impantanerebbe più profondamente l'amministrazione nella palude, smascherare la retorica dell'amministrazione che la situazione in Iraq sta migliorando, nel modo nel quale l'Offensiva del Tet in Vietnam smascherò la pretesa dell'amministrazione Johnson che gli Stati Uniti stavano vincendo la Guerra del Vietnam, ed essere l'inizio della fine sia del sostegno del pubblico alla guerra che della carriera politica del presidente. L'Iraq comincia ad assomigliare ogni giorno sempre di più al Vietnam. Ivan Eland è membro anziano e direttore del Center on Peace & Liberty al The Independent Institute di Oakland, CA., ed autore del libro Putting “Defense” Back into U.S. Defense Policy: Rethinking U.S. Security in the Post-Cold War World. Per ulteriori articoli e studi, v. la War on Terrorism e OnPower.org. Reprinted for fair use only |