
di John Pilger
22 ottobre 2003
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Recentemente la Australian Broadcasting Corporation (ABC) ha chiesto al romanziere australiano Richard Flanagan di leggere alla radio un brano di narrativa di suo piacimento e di spiegare le ragioni della sua scelta. "Ero incerto su quale novella leggervi questa mattina", ha detto. "Se prendiamo il lavoro del nostro maggiore narratore di successo degli ultimi tempi, [il Primo Ministro] John Howard, potevo leggervi dalle diverse e splendide storielle che lui ed i suoi compari cantastorie hanno inventato..." Flanagan ha elencato le più famose storielle di Howard: quei disperati rifugiati che cercavano disperatamente di raggiungere l'Australia che hanno intenzionalmente gettato fuori bordo il loro bambini, e che la lontana Australia era minacciata dalle "armi di distruzione isterica" dell'Iraq, come ha detto lui. Ha proseguito con parte del monologo di Molly Bloom nell'Ulisse di James Joyce: "perché nella nostra epoca di menzogne e odio pare appropriato che venga rammentato della bellezza di dire si al caos della verità". Ciò è stato puntualmente registrato, ma, quando il programma è andato in onda, l'intera prefazione su Howard era mancante. Flanagan ha accusato la ABC di volgare censura. La risposta è stata che era soltanto che il produttore non voleva "niente di politico". Ciò fu seguito, ha scritto, da "un momento di alta drammaticità; il produttore chiese se si pensava che fosse interessato a fare un programma per discutere della delusione nell'Australia contemporanea". In una società una volta orgogliosa del suo laconico senso dell'ironia, non vi era un accenno ad essa, solamente un silenzio manageriale. "Tutto attorno a me ", scrisse più tardi Flanagan, "vedo che si chiudono gli spazi per la libera espressione, una esagerata collusione dei sempre più intimoriti mass media con il modo nel quale i potenti cercano di dettare cosa può e cosa non può essere letto ed ascoltato". Potrebbe tranquillamente parlare per tutti noi. La censura che egli descrive in Australia è particolarmente virulenta perché l'Australia è un piccolo lago di media abitato da grandi squali: un microcosmo di quello che il popolo britannico potrebbe aspettarsi se l'attuale assalto lì condotto al giornalismo indipendente non venisse messo in discussione. Il leader di questo assalto è, naturalmente, Rupert Murdoch, il cui dominio nella sua terra natale è ora sintomatico di questo controllo mondiale. Di 12 quotidiani delle capitali australiane Murdoch ne controlla sette. Di 10 quotidiani della domenica Murdoch ne ha sette. Ad Adelaide ha il monopolio completo. Possiede tutto, comprese tutte le presse da stampa. E' quasi impossibile sfuggire alla sua crescente squadra di “Pravda". Tutti i quotidiani di Murdoch seguono un sentiero tracciato dai suoi "interessi" e dal suo estremismo. Fanno da eco alla descrizione di "eroi" dell'invasione dell'Iraq data dal magnate del Presidente USA George Bush e del Primo Ministro britannico Tony Blair, ed alla incuranza per il sangue che hanno fatto versare. Per essere in linea, il suo tabloid di Melbourne, lo Herald Sun, si è inventato un campo d'addestramento terrorista di al Qaeda vicino alla capitale del Victoria, e tutti i suoi giornali promuovono il pappagallesco ossequio di Howard per Bush, proprio come lodano la campagna razzista di Howard contro poche migliaia di persone in cerca di asilo rinchiuse in campi di concentramento all'interno del paese. Il murdochismo, travestito o no, è lo standard nei media che egli non controlla. L'Age di Melbourne, una volta un grande quotidiano liberal i cui giornalisti produssero una pionieristica carta dell'indipendenza editoriale, è spesso solamente un altro fornitore di quello che George Orwell chiamava "piccole ortodossie puzzolenti", avvolte in supplementi sulla vita mondana. Tremolanti fari di libertà sono l'eternamente attaccata ABC e l'idealista Special Broadcasting Service (SBS), che venne costituito per servire alla società multienica australiana. La ABC è diversa dalla BBC, il suo modello sotto un aspetto cruciale. Non ha una fonte indipendente di reddito ma deve affidarsi alle elemosine del governo. In Australia, l'intimidazione politica della rete nazionale fa sembrare la campagna di Downing Street contro la BBC quasi signorile. Il ministro delle comunicazioni di Howard, un ottuso di estrema destra che si chiama Richard Alston, , recentemente ha richiesto che la ABC risponda di 68 capi d'accusa di "antiamericanismo". Le accuse di "pregiudizi di sinistra", familiari in Gran Bretagna ed assolutamente ridicole, vengono canticchiate sia dalla stampa di Murdoch che da quella non di Murdoch. Un commentatore del Sydney Morning Herald, una eco locale dell'"intercettazione" dell'estrema destra sui media in America, da anni attacca la ABC. Senza alcuna garanzia di indipendenza finanziaria, la ABC si è piegata alla pressione; la censura subita da Flanagan non è inusuale. Più gravemente, le indagini sui fatti di attualità che potrebbero essere interpretati di "sinistra" non vengono commissionate. Come mi ha riferito un noto giornalista, "Siamo in uno stato di paura. Se sei un dissidente sei fuori". La disperazione che molti australiani provano per questo e la democrazia cosmetica di Canberra che lo riflette, si esprime da sola nelle grandi partecipazioni alle manifestazioni pubbliche. Al recente Melbourne Writers' Festival, dove, ha detto il direttore, i "discorsi politici" e "tutte le sedute che permettevano alla gente di esprimere il proprio punto di vista" non erano proibiti, erano presenti più di 34.000 persone. Il modello globale della censura per omissione sono gli Stati Uniti, che costituzionalmente hanno la stampa più libera al mondo. A Washington Charles Lewis, ex produttore di 60 Minutes della CBS che pubblica il Centre for Public Integrity, mi disse: "Sotto Bush il silenzio tra i giornalisti è peggiore che negli anni '50. Murdoch è il più influente mogul dei media in America; stabilisce lo standard, e su questo non vi è nessuna discussione pubblica. Perché il 70% degli americani credono che Saddam Hussein fosse dietro gli attentati dell'11/9? Perché il costante eco dei media al governo lo garantisce. Senza la complicità dei giornalisti Bush non avrebbe mai attaccato l'Iraq". Imbracare il giornalismo e ridurlo al "portavoce del portavoce", una branca delle pubbliche relazioni delle società e del governo, è l'agenda nascosta dei nuovi deregolamentatori dei media. Negli USA la Federal Communications Commission (guidata dal figlio del Segretario di Stato USA Colin Powell) deregolamenterà definitivamente la televisione cosicché la Fox di Murdoch ed altre quattro conglomerate possano controllare il 90% del pubblico della TV via etere e via cavo. Questo è anche lo spettro della Gran Bretagna, con un funzionario ammanigliato con Blair che ora controlla il servizio pubblico nel nuovo deregolamentatore commerciale, la Oftel, che ha il mandato di seguire il percorso del "mercato" USA. Il prossimo passo è porre termine al canone per la televisione che finanzia la BBC e ridurla ad una versione della sua meraviglia australiana. Questa è l'agenda di Blair. La genesi di questo, e dell'attuale campagna Blair-Murdoch contro l'indipendenza della BBC, possono essere fatte risalire al 1995, quando Murdoch mandò i Blair in prima classe a Hayman Island, al largo della costa del Queensland. Sotto il sole tropicale e stando al triste leggio della News Corp, il futuro primo ministro britannico recitava liriche sul suo "nuovo scopo morale in politica" e si impegnava a passare i media all'"impresa", come quella del suo ospite, che lo applaudiva calorosamente. Il giorno successivo, la satira morì nuovamente quando il britannico Sun di Murdoch commentava: "Mr Blair ha sagacia, ha determinazione e parla il nostro linguaggio di moralità e vita familiare". ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ Reprinted for fair use only
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