Nella settimana trascorsa, l'umore dei mercati finanziari
globali è diventato aspro ancora una volta. La situazione
disastrosa dell'eurozona, associata ad un rallentamento in Cina
ed a numeri scadenti dagli Stati Uniti ha portato a una nuova
liquidazione. Ora tutti gli indicatori puntano al fatto
che stiamo entrando in una nuova depressione economica.
Economia depressa
Nell'ultimo
World Economic Outlook
(ottobre), il FMI ha corretto all'ingiù la sua previsione
di crescita dell'economia mondiale di 0,2 punti per quest'anno e
di 0,3 punti per il prossimo. Spagna ed Italia hanno avuto
ulteriormente ridotte le previsioni di crescita ed ora restano
in recessione per tutto quest'anno ed il prossimo. Viene
predetto che nel complesso l'area euro si contrarrà dello 0,4%
quest'anno e crescerà soltanto dello 0,2% il prossimo anno.
Come se questo non fosse male abbastanza, ora il FMI
considera che la situazione sia molto più volatile. In aprile,
pensava che la crescita mondiale per il 2013 sarebbe stata
almeno il 2% e forse tanto alta quanto il 6%, ma ora mette il
segno più in basso all'1%. Naturalmente le previsioni sono
soltanto previsioni, ma danno un'indicazione dell'accresciuta
ansietà del capitale globale verso le prospettive economiche.
Le sue predizioni non sono colte dal nulla. Dati recenti
mostrano una diminuita fiducia dei capitalisti nelle prospettive
per l'economia mondiale. Il
Purchasing Managers’ Index,
che da un'indicazione di come
si sviluppa la domanda,
ora è negativo sia nelle economie avanzate ed in
quelli che il FMI definisce "mercati emergenti”.
La Germania, che veniva
considerata la centrale elettrica dell'eurozona, ha visto il suo
indice caduto dal 49,2 al 48,1 (qualsiasi cifra sotto 50 indica
una contrazione). Per il manifatturiero le cifre erano tanto
basse al 45,7 in ottobre mentre erano al 47,4 in settembre.
Questo viene guidato dall'industria automobilistica, che sta
soffrendo di sovraccapacità cronica. Questo indice ora è sotto
50 da febbraio.
L'industria automobilistica in difficoltà
L'industria automobilistica gioca nel mondo un ruolo
particolare. Non soltanto nove milioni di persone sono impiegate
in questa industria, ma si stima che ciascuno di questi
lavoratori ne sostenga altri cinque in altre industrie e nel
settore dei servizi. Ciò costituisce più di 50 milioni di posti
di lavoro in tutto il mondo che dipendono dalla produzione di
automobili. Nelle maggiori economie mondiali
– Giappone, USA e Germania,
l'industria automobilistica riveste un ruolo particolarmente importante.
In Europa adesso il mercato automobilistico si contrae da
12 mesi. Settembre ha visto un
declino annuo del 10.8% nelle registrazioni di auto nuove.
Tutti i maggiori mercati, altri che la Gran Bretagna, si stanno
contraendo. Questo non è in cima ad una capacità in eccesso già
esistente che è stata
stimata al 33%, che
è uguale ad attorno a 10 milioni di auto ovvero 26 stabilimenti
automobilistici. Con nessuna fine della recessione in vista, le
società automobilistiche ora stanno annunciando una chiusura
dopo l'altra. La Ford, che quest'anno prevede di perdere $1,5
miliardi sulle sue operazioni europee, ha già annunciato la
chiusura di tre stabilimenti. La
Peugeot Citroën
e la
General Motors
hanno annunciato ciascuna la chiusura di uno stabilimento.
Migliaia di lavoratori sono avviati a perdere il posto di
lavoro. A parte le difficoltà personali per queste migliaia di
lavoratori, comporterà ulteriori colpi all'economia europea. In
Giappone, i fabbricanti d'auto sono in difficoltà dopo che la
recente disputa con la Cina ha fatto
cadere le vendite tra il 36%
ed il 49%,
paragonato a un anno fa. Qui la crisi economica ha alimentato
l'instabilità politica che a sua volta è servita ad aggravare
ulteriormente la crisi.
La mancanza di fiducia nel futuro ha ora portato numerose
grandi imprese USA fuori dall'industria dell'auto a
cominciare a licenziare lavoratori.
DuPont, Xerox, UPS
e 3M
tutte hanno riportato situazioni precarie e hanno avvertito di
risultati scadenti. Citano non soltanto le condizioni
nell'eurozona ma anche negli USA ed in Asia. La
Dow
Chemical
ha
annunciato che stava chiudendo 20 stabilimenti, licenziando
2.400 lavoratori per risparmiare $500 milioni e risparmierà
altri $500 milioni tagliando la spesa di capitale
(investimenti). La
DuPont
progetta di licenziare 1.500 lavoratori. Tutti citano come
motivo la scarsità di domanda.
La montagna del debito
Quale è l'origine di questa "scarsità
di domanda"? Sostanzialmente è lo scarso potere d'acquisto della
classe lavoratrice, che ha visto il suo reddito sotto attacco
dagli inizi degli anni '80. L'effetto è moltiplicato dall'enorme
ammontare di debiti che sono stati accumulati durante lo stesso
periodo per ostacolare gli effetti del precedente.
Un fatto che viene raramente discusso nei media borghesi è
che negli anni '90 e 2000 le famiglie, le imprese e lo stato
hanno accumulato livelli senza precedenti di debito. Nel gennaio
2010 il
McKinsey Global Institute
ha presentato un rapporto (e l'aggiornamento nel gennaio 2012)
che da qualche idea della scala del problema. Generalmente, i
livelli totali del debito USA (inclusi governo, grandi imprese e
famiglie), nel corso del tempo, è stato attorno o sotto il 140%
del PIL. Persino durante i cosiddetti ruggenti anni venti il
debito totale non ha mai superato il 160%. Comunque, a metà
degli anni '80 il debito totale era già sopra a quel livello.
Per il 2000, il debito totale aveva raggiunto il 227% del PIL e
quindi per il 2008 aveva raggiunto il 296%. Al culmine della
grande depressione il debito totale ha raggiunto il
258% (1933).
Ciò significa che, anche
prima che la crisi colpisse, negli USA il debito aveva raggiunto
il livello che aveva al culmine della crisi degli anni '30.
Il debito è distribuito irregolarmente in paesi diversi. La
Spagna, per esempio, ha debito
delle imprese non finanziarie estremamente alto
(140% del PIL). Il Giappone ha un
debito pubblico molto alto
(200% del PIL), il Regno Unito ha un
debito delle istituzioni finanziarie molto alto (200% del PIL) e
gli USA hanno un debito delle famiglie molto alto (100% del
PIL). Il punto è che per, un intero periodo, il
credito è aumentato come un mezzo per rinviare la crisi. Ciò
succede in parte come una tendenza naturale nell'ambito del
capitalismo ed in parte è stato un tentativo consapevole da
parte di politici e banche centrali di rinviare la crisi. I
tassi d'interesse sono stati mantenuti eccessivamente bassi ed
un numero enorme di regole
impostate dopo il crollo del 1929 è stato abolito.
In molti paesi il debito delle famiglie è raddoppiato. Per
esempio, negli USA è aumentato dal 48% del PIL nel 1980 al 98%
nel 2008. In Spagna è aumentato dal 30% all'85% nel 2008.
Persino la prudente Germania è riuscita ad aumentare il suo
debito delle famiglie dal 51% nel 1991 al 71% nel 2000, sebbene
lo abbia ridotto successivamente ad attorno al 64% nel 2009. I
tassi sui mutui erano molto bassi ed i requisiti per richiedere
un mutuo erano inesistenti, anche al punto di prestare denaro a
persone che ovviamente non potevano rimborsarlo
– i cosiddetti mutui
sub-prime.
Anche il debito delle imprese è esploso, principalmente nella
finanza, ma anche nelle società non finanziarie. Persino mentre
nella seconda metà dei 2000 il debito dello stato e delle
famiglie in Germania stava diminuendo, il debito delle imprese
aumentava ancora. Durante il periodo dal 1991 al 2009, le
istituzioni finanziarie hanno aumentato i loro debiti dal 33%
del PIL all'80% del PIL ed altre imprese dal 48% al 69%. In
Spagna, il settore delle costruzioni ha alimentato un boom nel
credito alle imprese, che è salito dal 49% nel 1990 per le
imprese non finanziarie al 137% nel 2008. Le banche spagnole che
ora vengono salvate dallo stato nello stesso periodo hanno
aumentato il loro debito dal 12% al 68%.
Questa massiccia esplosione ha alimentato i passati 20 anni
di crescita ma ora arrivano i postumi della sbornia.
Un prestatore di ultima istanza
Mentre i detentori di sono inadempienti sui prestiti e le
imprese falliscono per compiere i loro pagamenti, le banche
prendono il colpo. Poiché tutte le banche nel mondo hanno
acquistato debiti l'una dall'altra in una rete impenetrabile di
obbligazioni, è impossibile distinguere realmente chi deve
qualcosa a chi. Nessuno conosce veramente, nemmeno i capi delle
banche, quali mutui e debiti delle imprese ha nei suoi bilanci.
Allo scopo di rifinanziare il loro debito l'una con l'altra, le
banche si sono dovute rivolgere allo stato, che le ha
misericordiosamente fornite di ampi finanziamenti. Così, lo
stato ed i contribuenti sono diventati il prestatore ed il
debitore di ultima istanza.
Vale la pena guardare brevemente agli effetti che la
recessione del 1929 ha avuto sui livelli del debito. Dopo la
crisi, i livelli del debito degli USA sono rapidamente aumentati
dal 160% del PIL nel 1929 al 260% nel 1932 mentre l'economia è
andata in caduta libera e si è contratta del 26%. Mentre a metà
degli anni '30 l'economia è rimbalzata con una crescita annua
del 10%, i livelli di debito sono tornati al 180%. Questo è
stato fatto al costo di un decennio perduto in termini di
crescita. Tra il 1929 ed il 1938 l'economia è cresciuta di un
misero 3% e se non era per il programma di riarmo del 1939 e
della II Guerra Mondiale la recessione che è cominciata nel 1938
sarebbe probabilmente continuata.
Nel'attuale crisi i governi hanno perseguito una politica
alquanto diversa a quella degli USA negli anni '30. Laddove nei
postumi immediati del 1929 gli USA hanno perseguito una dura
politica di austerità, tra il 2008 ed il 2011, in tutto il mondo
i governi
hanno aggiunto il debito bancario
ai loro bilanci e lasciato aumentare massicciamente i deficit di
bilancio.
Ciò
era in parte inevitabile ed in parte una consapevole decisione.
Il vertice del G20 a Londra nell'aprile 2009, per esempio, ha
concordato su uno stimolo di $1,1 trilioni. Con la crisi greca
del 2010, questa politica è stata rovesciata ma anche dopo
l'ultimo paio di anni di austerità, negli USA il deficit di
bilancio è dell'8,7% del PIL. Nell'area euro il deficit è del
4,1%, in Cina dell'1,1% ed in Giappone è il 9,7%.
Il trattato di
Maastricht
ha stabilito che nessun
governo deve superare un deficit del 3% e che il debito pubblico
non deve superare il 60%, allo scopo di assicurare la stabilità
finanziaria. A questo genere di prudenza non ci si è
attenuti prima della crisi (nemmeno dalla Germania), nonostante
fosse di moda il monetarismo e dopo la crisi è stato
completamente gettato a mare. Dei paesi del G8 che assieme
rappresentano metà dell'economia mondiale, oggi soltanto la Cina
soddisferebbe quei criteri, con la maggior parte dei governi che
corrono su deficit del 4% e che hanno debiti sopra l'80% del
PIL. Del G20, che rappresenta l'80% dell'economia mondiale,
passerebbero soltanto otto.
Ciò che questo significa è che la spesa statale sta
mantenendo a galla l'economia mondiale prendendo massicciamente
in prestito sui mercati del credito.
Le misure si stanno esaurendo
La crisi greca è stata il primo maggiore ostacolo sulla
strada dello stimolo per uscire dalla crisi. Ciò che ha
dimostrato è stato che i mercati non sono disposti a prestare
denaro ai governi indefinitamente nella speranza che l'economia
in qualche momento si riprenderà di modo che lo stato possa
rimborsare il debito. una volta che gli investitori hanno
cominciato a studiare a fondo che reali possibilità esistevano
per il governo greco di rimborsare i debiti, hanno velocemente
tratto la conclusione che prestare alla Grecia era un affare
molto rischioso. Così, per coprirsi, hanno cominciato presto a
domandare tassi d'interesse estremamente alti. In aprile 2010
hanno
cominciato a salire velocemente e hanno
raggiunto il 12%.
Ciò
ha reso impossibile per la Grecia prendere in prestito denaro
dai mercati. L'Unione Europea ed il FMI sono intervenuti per
salvare il governo. Da allora in poi sono seguiti in rapida
successione Irlanda e Portogallo, che pure non avevano nessuna
possibilità di rimborsare il debito che avevano accumulato.
Dagli ultimi due anni e mezzo, i governi della UE stanno
combattendo con il fuoco. Stanno cercando disperatamente di
impedire ai mercati di trarre le stesse conclusioni su Italia e
Spagna come le hanno tratte su Grecia, Irlanda e Portogallo. I
governi stanno ora cercando "credibilità". Devono provare ai
mercati che sono disposti, ed in grado, di prendere serie misure
contro la classe lavoratrice. Questo significa tagli selvaggi al
bilancio annuale ma anche tagli a lungo termine a debiti
pensionistici futuri. Devono anche provarsi competitivi sul
mercato internazionale, così devono attaccare i diritti
sindacali ed i salari nel settore privato. Tutto ciò viene fatto
allo scopo di calmare i mercati e di tenere in vita le linee di
credito. E' ingannevole affermare che i governi lo stiano
facendo per "ragioni ideologiche" come è diventato di moda
a sinistra.
Per i governi borghesi il problema è che l'effetto dei
marcati programmi di austerità è stato di fare affondare i paesi
più gravemente nella recessione. La Grecia è in recessione
permanente dalla metà del 2008 e l'economia si è contratta del
14%. L'economia irlandese si è contratta del 15% e quella
portoghese di attorno al 3%. Tutti questi paesi ora sono in
rapida pendenza all'ingiù e la Spagna e l'Italia si stanno
unendo a loro.
Un'altra linea di attacco è stata la stampa di denaro. I
governi britannico, USA e giapponese si stanno tutti impegnando
in quello che hanno eufemisticamente definito "alleggerimento
quantitativo". Dopo avere ridotto a zero i tassi d'interesse,
questa è stata la principale politica che sono riusciti a
comprendere per stimolare i mercati del credito. In realtà ciò
significa stampare denaro. Cinque anni fa, questo sarebbe stato
visto come follia assoluta e completamente irrealizzabile per
gli economisti borghesi. Oggi, è l'unica misura alla quale
riescono a pensare.
Negli ultimi tre anni, la
Federal Reserve USA ha creato $2 trilioni
di
nuovo denaro,
a Banca d'Inghilterra
ha creato $600 miliardi
e
la Banca del Giappone intorno a $830 miliardi.
Sebbene questo denaro non sia finito direttamente nelle tasche
di nessuno, ha portato giù i tassi d'interesse per le imprese e
gli stati. La BCE sta eseguendo la propria versione di
alleggerimento quantitativo e all'inizio di quest'anno
ha fornito €1 trilione di credito a buon mercato
a
imprese e governi. Nonostante questi enormi interventi, non vi è
nessun segno di ripresa. Piuttosto, tutto punta nella direzione
opposta.
Tempi disperati
La situazione diventa sempre più disperata. La via dello
stimolo per uscire dalla recessione è fallita nel 2010 e
l'austerità al momento si sta dimostrando disastrosa.
L'alleggerimento quantitativo non è una cura miracolosa. I
politici ed i banchieri centrali ora stanno arrampicandosi sugli
specchi, tentando di trovare qualche genere di facile via
d'uscita.
Normalmente, stampare moneta porterebbe all'inflazione ma
con l'economia in una stato depresso, l'inflazione è stata
tenuta a bada. Inoltre, le banche centrali hanno tentato di
tenere il denaro creato di recente lontano alcuni passi
dall'economia reale. Per esempio, le banche hanno utilizzato
questa linea di credito a buon mercato per cercare di migliorare
i loro bilanci, impedendogli di entrare in circolazione.
Comunque, ora le banche stanno diventando molto incaute.
Durante l'ultimo paio di settimane, le banche centrali hanno
spiegato come le loro politiche non stiano funzionando. La Banca
del Giappone recentemente
ha annunciato ancora un altro programma di
alleggerimento quantitativo,
mentre nel suo bilancio il governo giapponese non sembra essere
d'accordo. Mervyn
King, il
governatore della Banca d'Inghilterra, sostiene che le sue
politiche
stanno raggiungendo il limite.
Uno
dei principali candidati a sostituirlo, Lord
Turner,
ha
dichiarato che la Banca d'Inghilterra ha bisogno di
strappare il regolamento della politica monetaria ed implica che
dovrebbe
cancellare il debito che le è dovuto dal governo britannico. In
parole povere, propone che la banca stampi denaro per finanziare
la spesa statale. Hanno persino inventato un nuovo termine per
questo: "lanci dall'elicottero". Questo sta portando ad un nuovo
livello l'alleggerimento quantitativo ed è, come rileva il
Financial Times, la "massima eresia".
Cosa significa?
L'economia è in cattivo stato e non migliorerà. I governi
per il mondo non hanno nessuna idea su come uscire dalla
situazione. Siamo minacciati da anni di austerità, crescita
fiacca e recessioni. I debiti devono essere portati in linea e
la capacità in eccesso nell'industria deve essere ridotta.
Mervyn King
è uno dei più espliciti tra gli
economisti borghesi. Il 24 ottobre ha dichiarato che le
generazioni più giovani potrebbero dover vivere sotto l'ombra
della crisi "per un lungo periodo a venire".
I rosei calcoli del FMI di ritorno alla crescita nel 2013
non hanno nulla a che fare con la realtà. La crisi continuerà
per anni a venire. Il capitalismo, che produce soltanto per il
profitto, non può più trovare nessun profitto nel soddisfare i
bisogni della gente perché la gente non ha soldi. Attraverso il
globo, la "domanda" cala o almeno non aumenta più. Il
protezionismo cresce, come può vedersi nella recente disputa
Cina-Giappone come pure nelle liti nell'Unione Europea. Tutti i
tentativi di reflazionare la bolla stanno fallendo.
Per la classe lavoratrice questo significa soltanto una
cosa. Non possiamo far tornare indietro l'orologio. La crescita
degli ultimi 20 anni era costruita sulla sabbia. Tutti i
tentativi per trovare una soluzione alla crisi attuale entro i
confini del capitalismo sono destinati a fallire mentre sta
fallendo il sistema stesso.
Oggi l'umanità è più ricca di quanto lo sia mai stato prima
nella storia. Oggi la produzione mondiale
pro capite è il 150% maggiore di quanto lo era nel 1960
nonostante la popolazione mondiale sia più che raddoppiata.
Abbiamo straordinarie risorse a portata di mano. Comunque, sotto
il capitalismo questo potenziale rimane inaccessibile. Se le
risorse fossero pianificate razionalmente non vi sarebbe nessun
bisogno di chiudere le fabbriche e licenziare i lavoratori.
Queste risorse sarebbero poste in uso a beneficio dell'umanità.
Sotto il capitalismo, tuttavia, saranno dissipate.
In ogni società razionale, più ricchezza e più potenziale
produttivo significherebbe che otteniamo scuole migliori,
ospedali migliori, pensioni migliori e migliori alloggi. Sotto
il capitalismo, è alquanto chiaro, significa l'opposto.
L'anarchia dei mercati e l'inabilità cronica dei lavoratori di
acquistare tutte le cose che producono hanno portato il sistema
nella sua più grave crisi di sempre. Tuttavia, a tutti i livelli
le
leadership di tutti i partiti della
sinistra come pure i leader sindacali si aggrappano al sistema.
Il movimento dei lavoratori dei lavoratori ha bisogno di
prepararsi urgentemente per organizzare una lotta seria contro
questa crisi. Ciò significa prima di tutto lottare contro le
misure di austerità che i capitalisti stanno imponendo sulla
massa della popolazione in un paese dopo l'altro. Ma anche
questa lotta non sarebbe sufficiente se il capitalismo
– la causa della crisi
– non viene rovesciato. Soltanto
nazionalizzando le banche ed i grandi monopoli sotto un piano
razionale può nascere una nuova società socialista dal collasso
di quella vecchia.