Gli ipocriti che dicono di sostenere la democrazia in Birmania

John Pilger

26 ottobre 2007

 

Parlando ad una conferenza a Londra, 'Libertà su larga scala', organizzata dal PEN e dalla Rete degli scrittori della Birmania, John Pilger rende omaggio a Aung San Suu Kyi ed agli scrittori birmani, 'i più coraggiosi tra i coraggiosi', e descrive l'ipocrisia dei leader occidentali che pretendono di appoggiare la loro lotta per la libertà.

Le notizie dalla Birmania non arrivano più. I giovani monaci sono tranquilli nelle loro celle o sono morti. Ma delle parole sono sfuggite: la provocatoria, bella poesia di Aung Than e Zeya Aung, e sappiamo della imbattuta volontà del giornalista U Win Tin, che fabbrica l'inchiostro dalla polvere di mattoni sulle mura della cella della sua prigione e scrive con una penna fatta di stuoia di bamboo – all'età di 77 anni. Questi sono i più coraggiosi tra i coraggiosi.

Quale onore procurano all'umanità con la loro lotta e che vergogna causano a quelli la cui ipocrisia ed il cui silenzio contribuiscono ad alimentare il mostro che governa la Birmania.

Quando iniziai a scrivere questo avevo progettato di citare un toccante passaggio della mia ultima intervista ad Aung San Suu Kyi, ma decisi di non farlo - a causa di qualcosa che Suu Kyi mi disse quando parlai con lei l'ultima volta. "Stai attento alla moda dei media", disse. "Ai media piace questa versione sentimentale della vita che riduce tutto alla personalità. Troppo spesso questo può essere una distrazione".

Ci pensai e quanto fosse tipicamente schiva e quanta ragione avesse. Perché la maggiore distrazione è l'ipocrisia di quei personaggi politici nell'occidente democratico, che pretendono di sostenere la lotta di liberazione birmana. Vengono in mente Laura Bush e Condaleeza Rice. "Gli Stati Uniti", ha detto la Rice, "sono determinati a mantenere l'attenzione internazionale sulla parodia che ha luogo in Birmania". Quello su cui è meno desiderosa di mantenere l'attenzione è che l'enorme società americana Chevron, nel cui consiglio di amministrazione siede, fa parte di un consorzio con la giunta e la società francese Total, che opera nei giacimenti petroliferi offshore birmani. Il gas da questi giacimenti è esportato attraverso una conduttura che è stata costruita con il lavoro forzato e la cui costruzione ha coinvolto la Halliburton, della quale il vicepresidente Cheney era direttore generale.

Per molti anni, il ministero degli esteri di Londra ha promosso in Birmania affari come al solito. Quando un decennio fa intervistai la Suu Kyi le lessi un comunicato stampa del Foreign Office che diceva: "Attraverso contatti commerciali con nazioni democratiche come la Gran Bretagna, il popolo birmano acquisterà esperienza dei principi democratici". Lei sorrise sardonicamente e disse: "Neanche per sogno".
 
In Gran Bretagna, la linea ufficiale delle pubbliche relazioni è cambiata; la Birmania è una "causa" favorita del New Labour; Gordon Brown ha scritto un capitolo in un libro sulla sua ammirazione per la Suu Kyi. Quanto bene questa banalità si riflette sul suo falso liberalismo. Quando a Rangoon lo scorso mese scoppiò la rivolta, diresse l'attenzione alla santità dei "principi universali dei diritti umani". Questa settimana ha scritto una lettera al PEN sugli scrittori birmani; ciancia sui prigionieri di coscienza ed è una distrazione: in realtà parte del suo attuale, grande tema di distrazione sul "ritornare alla libertà" quando naturalmente nessuna sarà ritornata senza una lotta. Mani possono essere strette; lettere al PEN possono essere composte; niente può essere fatto. Per quanto riguarda la Birmania, l'essenza della condiscendenza e della collusione della Gran Bretagna non è cambiata. Le aziende turistiche britanniche – come la Orient Express e la Asean Explorer – sono in grado di fare un buon profitto sulla sofferenza del popolo birmano. La Aquatic – una sorta di mini Halliburton – ha il muso nella stessa mangiatoia, assieme alla Rolls Royce ed a tutte quelle eleganti società che traggono un buon guadagno dal tek birmano.

Quando Brown o Blair hanno mai utilizzato i loro stretti collegamenti con il mondo degli affari - le loro tribune alla CBI ed alla City di Londra, tra i banchieri di Bruxelles - per nominare e far vergognare quelle società britanniche che fanno denaro sulla schiena del popolo birmano? Quando un primo ministro britannico ha richiesto all'Unione europea di tappare le scappatoie per le forniture di armi alla Birmania, bloccando, per esempio, gli italiani dal rifornire equipaggiamento militare? La ragione dovrebbe essere ovvia. Il governo britannico stesso è uno dei più importanti fornitori mondiali di armi, specialmente a regimi in guerra con i loro vicini; democrazie o dittature, che importa? La prossima settimana il dittatore dell'Arabia Saudita, re Abdullah, la cui tirannia si rimpinza di armi britanniche, riceverà una visita di stato. La scorsa notte, (il 25 ottobre) il governo Brown ha approvato l'ultimo preludio fabbricato da Washington ad un attacco criminale contro l'Iran - come se gli orrori dell'Iraq e dell'Afghanistan non fossero abbastanza per i coraggiosi "liberal" a Downing Street e Whitehall.

E quando un primo ministro britannico ha invitato il suo alleato e protetto, Israele, a porre fine al suo lungo ed infame rapporto con la giunta birmana? Oppure l'immunità e l'impunità di Israele coprono anche la sua fornitura di tecnologia bellica alla Birmania ed il noto addestramento degli assai temuti criminali della sicurezza interna della giunta? Naturalmente ciò non è inconsueto. Il governo australiano – ultimamente così espressivo nella sua condanna della giunta – non ha fermato la Polizia Federale Australiana dall'addestrare le forze di sicurezza interne birmane al Centro di cooperazione di polizia in Indonesia, finanziato dagli australiani.

Coloro che si preoccupano per la democrazia in Birmania ed Iraq ed Iran ed Arabia Saudita ed oltre non devono essere distratti dall'atteggiamento e dalle subdole dichiarazioni dei nostri leader, che dovrebbero loro stessi chiamati in causa come complici. Noi dobbiamo nulla di meno ad Aung San Suu  Kyi, agli scrittori birmani ed a tutti i più coraggiosi tra i coraggiosi.