
Giuliana Sgrena e Eason Jordan
Le truppe USA hanno fatto il tiro al bersaglio
con i giornalisti!
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9 marzo 2005—Il recente incidente in Iraq della sparatoria che ha coinvolto Giuliana Sgrena, l'ostaggio italiano liberato, ha gettato qualche nuova luce sulle condizioni nelle quali operano i giornalisti in Iraq. Infatti, gli osservatori hanno sollevato la possibilità che Giuliana sia stata presa come bersaglio per le sue cronache critiche dell'occupazione USA. L'accusa che i militari USA attacchino i giornalisti non è nuova. E gli smemorati media controllati sarebbero molto saggi se riesaminassero come Eason Jordan è stato messo alla gogna appena poche settimane prima. Eason Jordan è un dirigente della CNN che recentemente accusò le truppe USA di avere deliberatamente attaccato ed ucciso in Iraq non meno di 12 giornalisti. Il conseguente furore respinse la sua dubbia ritrattazione ed entro due settimane si dimise dal suo posto alla rete. Ma, in realtà, dei blogger sopravvalutati, ai quali viene attribuito il suo trasferimento, non hanno presentato nulla più che un'indignazione organizzata agli sviluppi di questa storia. E, come vedrete, sarebbe bastato un piccolo sforzo investigativo per scoprire che Jordan in realtà stava dicendo la verità. Per esempio, è indiscusso che le truppe USA siano colpevoli di uccisione di giornalisti in Iraq, con una cifra che stabilisce la loro quota ad un terzo pieno della quota di morti dei media. Compresi tra queste vittime vi sono i giornalisti di Al Jazeera uccisi dai bombardamenti USA ed i giornalisti di Al Iraqiya uccisi subito dopo avere intervistato la polizia irachena a Baghdad. Effettivamente, gli inconsolabili sopravvissuti non hanno alcun dubbio sul movente degli attaccanti: "Gli americani ci hanno preso di mira perché non vogliono che il mondo veda i crimini che commettono contro il popolo iracheno". Ma, per quanto drastica sembri tale valutazione, è veramente molto in linea con la politica USA come è stata espressa chiaramente nel recente passato. Infatti, sia la TV di stato irachena che quella serba sono state bombardate perché, secondo dei funzionari, esse erano ". . . piene di impiegati governativi pagati per produrre propaganda e menzogne . . . questo lo consideriamo un obiettivo militare". I timori sul contenuto dei media indipendenti hanno portato il Pentagono perfino a minacciare bombardamenti durante l'attuale campagna del Golfo. Secondo la veterana della BBC Katie Adie, "Mi è stato detto da un ufficiale superiore al Pentagono che se qualche aereo individuava degli uplinks, segnali di comunicazione satellitare, . . . media elettronici . . . mezzi di comunicazione militari . . . avrebbe sparato. Persino se fossero stati dei giornalisti...". Ma, per quanto possano scandalizzare, questi esempi rappresentano solamente la punta estrema degli abusi del Pentagono. In realtà, vi rimane una campagna in crescente espansione di molestie ai media, inclusi casi di lampante censura, tirassegno, arresti, e perfino tortura psicologica. Dunque, con una posizione così facilmente difendibile è sconcertante che Eason Jordan avesse così poche risposte per i suoi critici. Peggiore di tutto è stata la sua incapacità di spiegare il silenzio della CNN su questi argomenti. Comunque, il suo insuccesso è piuttosto tipico di questa nuova era di giornalismo di consumo. Infatti, per anni il detto "se sanguina, persuade" è stato la regola guida delle notizie. Ma ora, questa manifesta compiacenza ha portato ad una cronaca grossolanamente insufficiente e talvolta persino erronea. Semplicemente, come conseguenza dell'11/9, con il nazionalismo al massimo di tutti i tempi, le agenzie di notizie hanno dovuto regolare la loro cronaca per trattenere la loro quota di mercato. Conseguentemente, sono state obbligate ad ignorare le storie che gli americani semplicemente non vogliono ascoltare. Così il pubblico non si lamenta quando la CNN, come altre reti controllate, si sottomette volontariamente alle richieste governative di censurare i video di bin Laden. E gli spettatori nemmeno dicono niente quando i servizi della CNN sono stati ulteriormente limitati in base a nuove politiche di approvazione dei testi. E ancora, pochi si sono lamentati quando i vignettisti, i musicisti ed i registi e perfino i pubblicitari sono stati anche essi contagiati dal silenzio. Ma la causa ed il suo effetto erano chiari per coloro che volevano vedere. Un dirigente della CNN, Rena Golden, commentando i servizi della CNN dall'Afghanistan, così disse: "Chiunque affermi che i media USA non si autocensurino vi prende in giro. Non è una questione di pressione del governo ma di riluttanza nel criticare qualsiasi cosa in una guerra che è stata ovviamente sostenuta dalla grande maggioranza della gente". E, in un caso più popolare, la ben nota corrispondente di guerra Christiane Amanpour venne censurata dai suoi superiori per avere fatto osservazioni simili sulla cronaca della guerra in Iraq della CNN. Ma, fortunatamente per tutti noi, il regime della limitazione non è stato permanente. E, in seguito all'invasione dell'Iraq, il velo volontario della censura inizierebbe a sollevarsi in perfetto accordo con i declinanti tassi di gradimento di Bush. Ma, mentre i giornalisti erano ancora una volta in una posizione migliore per dare resoconti veritieri degli eventi giornalieri, essi erano anche nella scomoda posizione di dovere rendere conto delle loro estremamente opposte cronache pre e post-belliche. Alcuni media non hanno affatto dato alcuna spiegazione, mentre altri, come il Los Angeles ed il New York Times pensarono che un riconoscimento apologetico dei loro errari fosse il modo migliore per recuperare la loro credibilità. Un editoriale del secondo giornale porgeva queste parole: "In alcuni casi, le informazioni che allora erano controverse e che ora sembrano discutibili, erano insufficientemente qualificate o accettabili". Tra quei giornalisti che cercarono di salvare la faccia vi era anche Leslie Stahl della CBS che uno scadente giornalismo sulle WMD: "Ho proprio sentito che dovremmo ammettere che avevamo torto. E lo feci. Mi sento a posto su questo". Dunque, in un tale clima di repressione è una sorpresa che una maggioranza di giornalisti presi in esame esprimano disappunto sull'attuale stato del giornalismo e sulla direzione verso la quale è diretto? Niente affatto, infatti, è specificamente a causa di questo tipo di controllo che i media di notizie negli USA sono classificati soltanto al 17° posto su 139 paesi esaminati per quanto riguarda la libertà di stampa. E così è che la copertura di questa e di tutte le guerre future sarà guidata inevitabilmente più dai sondaggi sulla pubblica opinione che da ogni determinazione giornalistica a dire la verità. Jason Kernahan è uno scrittore con uno speciale interesse in politica internazionale nell'era post 11/9. E' possibile contattarlo a JasonKernahan@yahoo.com. _____________________________________________________________________________ Reprinted for fair use only |