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L'ordine neoliberista regna sul mondo. Le borse stanno
ricuperando dal crollo dell'autunno 2008. Le banche private non sono
più gravate dai prestiti non restituiti che sono stati aggiunti ai
deficit pubblici. Questi ultimi stavano ad ogni modo crescendo
perché la crisi economica aveva mandato le entrate fiscali su una
pista in discesa. Aggiungete ulteriore denaro del salvataggio delle
società finanziarie e lo stimolo fiscale ed ottenete un'autentica
crisi fiscale dello stato.
Nel frattempo, le agenzie di valutazione come
Moody's
e
Standard and Poor's
emettono il giudizio sulla vitalità dei deficit fiscali e dei
tagli al settore pubblico, come se le loro valutazioni del settore
finanziario non avessero nulla a che fare con le 'manie, panico e
crolli' che in primo luogo hanno spinto vicino alla depressione una
recessione ciclica. I deficit pubblici tra il 12% ed il 13% del PIL
in Gran Bretagna e negli USA sono cattivi, dicono, ma non così
cattivi che le misure di austerità che considerano appropriate non
possano essere lasciate al Numero 10 di
Downing Street
ed alla Casa Bianca. Comunque, nella periferia europea, le cose,
secondo i signori valutatori del mondo, sono completamente diverse.
Ammucchiati assieme come PIGS, abbreviato per Portogallo, Irlanda,
Grecia e Spagna (o PIIGS, aggiungendo l'Italia), questi paesi sono
accusati di famigerata spesa sprecona e di incapacità di limitare i
deficit. Perciò, i deficit di questi paesi, mentre non eccedono
l'estensione del
12-13%
angloamericana, sono una minaccia agli investimenti privati in
titoli di stato e prestiti.
Aggiustamento strutturale per la Grecia
Di conseguenza, gli investitori stanno portando la Grecia
– apparentemente la peggiore nel mucchio
– ad una prova del mercato finanziario. La
speculazione finanziaria ha spinto i tassi d'interesse sui titoli di
stato greci oltre al di fuori di limiti accettabili ed il socialista
primo ministro greco
George Papandreou, che è succeduto al suo predecessore conservatore
Kostas Karamanlis
soltanto nell'ottobre 2009, nelle braccia del Fondo
Monetario Internazionale (FMI) e dei governi dominanti dell'Unione
Europea di Berlino e Parigi. Questa improbabile
coalizione ha promesso ad Atene un accordo che offrirà urgentemente
la liquidità necessaria di fino a €45 miliardi, ad un prezzo
leggermente inferiore di quanto farebbero i mercati privati. Ma
metterà anche un cartellino del prezzo politico al suo sconto sul
tasso d'interesse. Viene richiesto al governo greco di eseguire un
programma stile FMI di cosiddetti aggiustamenti strutturali (in cima
a tutta una serie di tagli radicali del settore pubblico già
intrapresi). Questi programmi, come è noto da molti altri interventi
dell'FMI dall'alba del neoliberismo all'inizio degli anni '80,
includono tagli draconiani alla spesa pubblica e l'allentamento o la
sospensione delle misure protettive dei lavoratori. Diverso da altri
pacchetti dell'FMI, quello greco non comprenderà la svalutazione
imposta della moneta. Dopo tutto, la Grecia è un membro
dell'eurozona. Perciò non ha nessuna valuta da svalutare. Tuttavia,
la commissione UE ed in particolare il governo tedesco hanno reso
molto chiaro che insisteranno nel mantenere il mercato finanziario
greco aperto al capitale internazionale.
Ciò è ironico, dal momento che l'FMI, attualmente guidato da
Dominique Strauss-Kahn, che ha servito come ministro delle finanze nel
governo socialista di
Lionel Jospin dal 1997 al 1999, ha recentemente allentato la sua
opposizione di lunga data contro i controlli sui capitali.
Un documento sulla politica dell'FMI pubblicato nel febbraio 2010
dichiarava che i paesi che hanno in essere controlli sui capitali
sono andati molto meglio durante la crisi finanziaria dei paesi che
non ne avevano. Inoltre, il capo economista dell'FMI
Olivier Blanchard gioca con l'idea di alzare il traguardo
dell'inflazione per le banche centrali per dare loro più margine per
le politiche monetarie
e pure per alleviare gli oneri del debito almeno fino ad un
certo grado. Non c'è da meravigliarsi che la Banca Centrale Europea
(BCE), che ha principi monetaristi neoliberisti custoditi
gelosamente nel suo statuto, respinga questo infuso keynesiano
servito da economisti francesi. Blanchard, si dovrebbe osservare, ha
ricevuto i primi anni della sua educazione economica in Francia
prima di trasferirsi negli USA. Il cancelliere tedesco
Angela Merkel è meno preoccupata dei principi dell'economia ma
altamente critica dell'appetito francese per politiche
macroeconomiche a livello UE che potrebbero controbilanciare la BCE
e le sue politiche monetariste. Ancora peggio, l'attuale ministro
delle finanze francese, la conservatrice
Christine Lagarde,
recentemente si è lamentata dell'offensiva tedesca in
corso sulle esportazioni
che ostacola la produzione e l'occupazione interne in paesi in
deficit come Francia, Grecia e molti altri.
La pressione sulla Germania perché riduca i suoi attuali
surplus nei conti sta crescendo e la Merkel teme che il ruolo delle
esportazioni tedesche come un fattore chiave dietro la crisi greca
potrebbe essere discusso in un pacchetto di soccorso soltanto della
UE. Portare dentro l'FMI, anche con le sue miti sebbene ancora
fastidiose deviazioni verso i keynesismo per la Germania, diventa un
mezzo per soffocare qualsiasi possibile fronte unito dei paesi della
UE contro le esportazioni tedesche. La Grecia, altri piccoli paesi
della UE, la commissione UE ed il Parlamento europeo
– gli ultimi due intesi a rappresentare i paesi della UE
secondo la grandezza della loro popolazione
– non giocano un ruolo indipendente nelle liti politiche
sulla crescente crisi fiscale della Grecia. La politica della UE è
una questione di Francia e Germania, della Gran Bretagna se dimostra
interesse e della BCE; tutti gli altri attori europei sono più o
meno delle pedine nella partita.
Comunque, ciò non significa che i governi di Berlino, Londra e
Parigi sono i re e le regine nella partita: sono le torri, i cavalli
e gli alfieri. Il grande capitale
– che si trova ancora nella finanza
– è il re. Le borse sono le regine. La partita che
giocano attualmente ha due obiettivi: guadagnare denaro dalla
speculazione contro i titoli del governo greco e mettere al sicuro
gli investimenti precedenti costringendo qualunque coalizione di
governi UE ed organizzazioni internazionali ad incanalare il credito
attraverso i forzieri greci nelle loro mani private. La partita
contro la Grecia, che probabilmente sarà seguita da partite simili
contro i rimanenti paesi nella lista dei PIGS, prende vantaggio
dagli squilibri macroeconomici all'interno della UE e da un disegno
politico che ha contribuito ad amplificare questi squilibri da
quando è stato introdotto l'euro nel 1999 e dall'ultima crisi
ciclica che ha colpito l'Europa nel 2001.
La Germania e l'euro
Il motivo principale di questi squilibri sta nel modo nel quale
la Germania Ovest è stata integrata nell'economia mondiale
capitalista dopo la II Guerra Mondiale. Fondato su tassi di cambio
favorevoli, accesso ai mercati USA, l'afflusso di investimenti in
dollari e il tentativo di ristabilire il marco tedesco come la
valuta regionale dominante, le industrie tedesche hanno intrapreso
con successo un sentiero di crescita orientato alle esportazioni sul
quale da allora sono rimaste. L'orientamento alle esportazioni è
stato ancora ulteriormente sostenuto da un consenso di classe
trasversale (particolarmente con i sindacati tedeschi ed il partito
socialdemocratico) sulla stabilità monetaria e contrattazione
salariale intesi a non scombussolare la competitività tedesca.
Questo consenso è stato forgiato dall'iperinflazione e da riforme
valutarie dopo due guerre mondiali perdute dalla Germania ed ha
contribuito a tenere l'inflazione permanentemente sotto il livello
di altri paesi, persino durante il clima inflazionistico degli anni
'70. Un vantaggio competitivo strutturale costituito che ha aiutato
a mantenere su le esportazioni tedesche e giù le importazioni. Dopo
che il sistema di
Bretton Woods dei tassi di cambio fissi crollò nel 1973, i partner
commerciali della Germania, cioè quelli europei, hanno ripetutamente
svalutato le loro monete per riguadagnare una certa competitività.
Certamente le svalutazioni non aiutano economicamente le
economie meno avanzate a raggiungere le economie avanzate
migliorando le loro capacità tecnologiche o ad occuparsi di
politica industriale, ma almeno forniscono un certo respiro. Questo
respiro è stato portato via dall'Unione Monetaria Europea (EMU) e
dall'adozione dell'euro. Non protette contro le industrie
esportatrici tedesche, che combinano economie di scala, tecnologie
avanzate e comparativamente bassi costi per unità di manodopera, le
economie più deboli dell'area dell'euro hanno visto un massiccio
deterioramento dei loro conti valutari dall'introduzione dell'euro
nel 1999. Per diversi anni, deficit crescenti nei paesi marginali
potevano essere finanziati dall'importazione di capitali che
stimolavano anche i consumi della classe media e l'espansione
dell'edilizia. Tuttavia, la dipendenza dall'importazione di capitali
non innesca la crescita interna né genera entrate fiscali adeguate.
Ancora di più che nei centri capitalisti, la minaccia di chiudere il
rubinetto dei capitali esteri è stata utilizzata efficacemente per
evitare il più lieve incremento nelle tasse da parte delle classi
dominanti nazionali ed internazionali. Come risultato, i deficit dei
flussi correnti e statali si sono sviluppati insieme. Questo modello
di accumulazione marginale nel 2008 è crollato completamente quando
il panico finanziario ha colpito
Wall Street,
la
City of Londra ed i loro mercati intorno al mondo.
Il cappio si è stretto ulteriormente attorno all'accumulazione
nelle periferie europee. Riprendersi dal crollo e dalla recessione è
la principale preoccupazione del monopolio e del capitale
finanziario. Il denaro del salvataggio d lo stimolo fiscale sono
state le prime misure verso il ristabilimento del profitto. Mentre
nei centri capitalisti l'uscita dalle politiche espansionistiche
viene ancora discussa, i tentativi di spremere qualche dollaro dai
paesi della periferia sono già cominciati. La crisi fiscale in
Grecia riceve più attenzione che ogni altra da quando è iniziata la
crisi economica mondiale. Non dovrebbe essere dimenticato che da
quando la crisi ha colpito per la prima volta l'FMI ha consegnato
pacchetti di salvataggio a venti paesi, che si schierano dai ragazzi
da manifesto neoliberisti Estonia e Lettonia a spauracchi come
Serbia e Bielorussia. Nonostante alcuni gesti keynesiani al vertice
dell'FMI, questi pacchetti sono dei modelli di buon vecchio
neoliberismo.
E perché no? Spingere paesi in scarsezze di liquidità,
procurare credito a breve termine urgentemente richiesto e
costringerli ad aprire permanentemente i loro mercati alle società
occidentali, ha stimolato la crescita economica mondiale ed
incrementato massicciamente i profitti privati negli ultimi tre
decenni.
Comunque, questa volta i trucchi neoliberisti potrebbero non
funzionare. Gli economisti già avvertono che il pacchetto di
salvataggio per la Grecia di €45 miliardi potrebbe essere
insufficiente ad affrontare i pagamenti su tutto l'eccezionale
debito e che gli obiettivi per i tagli alla spesa che vengono
richiesti porteranno, invece che a garantire la solvibilità, ad un
ulteriore crollo economico in Grecia.
Neoliberismo, salvataggi finanziari ed austerità nel settore
pubblico
In termini dell'economia mondiale, vi è ancora considerevole
scetticismo se le uscite dallo stimolo fiscale e dal denaro a buon
prezzo che ora vengono discusse dal gruppo del G20 dei principali
paesi capitalisti non daranno l'avvio ad un altro giro di crisi
invece di aprire la strada all'aumentata spesa privata.
Ironicamente, il governo greco ed il grande capitale affrontano lo
stesso problema: entrambe dipendono da iniezioni di denaro pubblico.
Il grande capitale lo prende dovunque capiti, mentre la Grecia deve
accettare le condizioni di credito imposte dall'FMI e da una
manciata di altri governi della UE.
Il problema economico è ancora lo stesso: gettare assegni
pubblici non coperti per preservare la sovraccumulata ricchezza
privata. Per superare la continua crisi finanziaria mondiale, e
necessario che questa ricchezza sovraccumulata sia cancellata.
Comunque, l'opinione dominante nei circoli dominanti finanziari ed
industriali è stata di evitare la ricaduta economica e politica da
un aggravamento della crisi che una tale cancellazione porterebbe.
Almeno finora. Invece, la strategia è stata di far scoppiare le
bolle dei deficit pubblici come in passato le autorità economiche
hanno fatto scoppiare le bolle di internet, dell'edilizia e delle
risorse. La differenza è che le bolle del settore privato del
passato che hanno portato alla crisi finanziaria potevano sempre
contare sui salvataggi del settore pubblico. Ora si aspetta che la
bolla ed il salvataggio vengano entrambe dalla stessa cassa
pubblica. La soluzione neoliberista che viene richiesta dai
tedeschi, dal governo greco, dalla UE e dal G20 è adesso di
pretendere una 'lunga guerra' al settore pubblico.
La frase di
Milton
Friedman che
non c'è niente come un pranzo gratis può essere più applicabile ai
suoi seguaci che agli apparentemente scialacquatori
socialdemocratici ai quali la indirizzò negli anni '60. In
definitiva, la spesa pubblica dipende dalle entrate fiscali;
un'altra ovvia verità dei libri di testo neoliberisti. Da Atene a
Wall Street, la crisi economica consuma la sua strada dai bilanci
privati nelle case della popolazione. La crisi fiscale dello stato
diventa, in cima alla pressione crescente su occupazione e salari,
un conflitto sulla misura e sulla distribuzione del carico fiscale.
Le risposte politiche a questo conflitto variano ampiamente: dai
portatori di tè americani, che sono violentemente antigovernativi
perché non possono fronteggiare la loro dipendenza dal denaro
statale, ai lavoratori greci in sciopero il giorno che il loro
governo ha chiesto assistenza all'FMI ed ai partner della UE. Questi
conflitti sull'austerità nel settore pubblico ed i salvataggi
finanziari sono soltanto probabilmente da formarsi, certamente in
Europa, nell'anno a venire.
•
Ingo Schmidt è docente di economia politica alla Athabasca University in
Alberta, Canada.
Risorse:
·
IMF-Paper on Capital Controls
·
IMF-Paper on Macroeconomic Policy
·
IMF-Analysis of the Greek
economy
·
Marxist Analysis of the Greek economy: Maniatis, Thanasis: Marxian Macroeconomic Categories in the Greek
Economy, in: Review of Radical Political Economics, Vol. 37,
No. 4, 494-516 (2005)
·
2010 General Strike
·
Anti IMF/EU Strike
·
Alternative Economic Policies in Europe
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