The  B u l l e t 

Socialist Project • E-Bulletin No. 345
27
aprile 2010

 

La Grecia spinta nella crisi

Ingo Schmidt

 

L'ordine neoliberista regna sul mondo. Le borse stanno ricuperando dal crollo dell'autunno 2008. Le banche private non sono più gravate dai prestiti non restituiti che sono stati aggiunti ai deficit pubblici. Questi ultimi stavano ad ogni modo crescendo perché la crisi economica aveva mandato le entrate fiscali su una pista in discesa. Aggiungete ulteriore denaro del salvataggio delle società finanziarie e lo stimolo fiscale ed ottenete un'autentica crisi fiscale dello stato.

Nel frattempo, le agenzie di valutazione come Moody's e Standard and Poor's emettono il giudizio sulla vitalità dei deficit fiscali e dei tagli al settore pubblico, come se le loro valutazioni del settore finanziario non avessero nulla a che fare con le 'manie, panico e crolli' che in primo luogo hanno spinto vicino alla depressione una recessione ciclica. I deficit pubblici tra il 12% ed il 13% del PIL in Gran Bretagna e negli USA sono cattivi, dicono, ma non così cattivi che le misure di austerità che considerano appropriate non possano essere lasciate al Numero 10 di Downing Street ed alla Casa Bianca. Comunque, nella periferia europea, le cose, secondo i signori valutatori del mondo, sono completamente diverse. Ammucchiati assieme come PIGS, abbreviato per Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna (o PIIGS, aggiungendo l'Italia), questi paesi sono accusati di famigerata spesa sprecona e di incapacità di limitare i deficit. Perciò, i deficit di questi paesi, mentre non eccedono l'estensione del 12-13% angloamericana, sono una minaccia agli investimenti privati in titoli di stato e prestiti.

Aggiustamento strutturale per la Grecia

Di conseguenza, gli investitori stanno portando la Grecia apparentemente la peggiore nel mucchio ad una prova del mercato finanziario. La speculazione finanziaria ha spinto i tassi d'interesse sui titoli di stato greci oltre al di fuori di limiti accettabili ed il socialista primo ministro greco George Papandreou, che è succeduto al suo predecessore conservatore Kostas Karamanlis soltanto nell'ottobre 2009, nelle braccia del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dei governi dominanti dell'Unione Europea di Berlino e Parigi. Questa improbabile coalizione ha promesso ad Atene un accordo che offrirà urgentemente la liquidità necessaria di fino a €45 miliardi, ad un prezzo leggermente inferiore di quanto farebbero i mercati privati. Ma metterà anche un cartellino del prezzo politico al suo sconto sul tasso d'interesse. Viene richiesto al governo greco di eseguire un programma stile FMI di cosiddetti aggiustamenti strutturali (in cima a tutta una serie di tagli radicali del settore pubblico già intrapresi). Questi programmi, come è noto da molti altri interventi dell'FMI dall'alba del neoliberismo all'inizio degli anni '80, includono tagli draconiani alla spesa pubblica e l'allentamento o la sospensione delle misure protettive dei lavoratori. Diverso da altri pacchetti dell'FMI, quello greco non comprenderà la svalutazione imposta della moneta. Dopo tutto, la Grecia è un membro dell'eurozona. Perciò non ha nessuna valuta da svalutare. Tuttavia, la commissione UE ed in particolare il governo tedesco hanno reso molto chiaro che insisteranno nel mantenere il mercato finanziario greco aperto al capitale internazionale.

Ciò è ironico, dal momento che l'FMI, attualmente guidato da Dominique Strauss-Kahn, che ha servito come ministro delle finanze nel governo socialista di Lionel Jospin dal 1997 al 1999, ha recentemente allentato la sua opposizione di lunga data contro i controlli sui capitali. Un documento sulla politica dell'FMI pubblicato nel febbraio 2010 dichiarava che i paesi che hanno in essere controlli sui capitali sono andati molto meglio durante la crisi finanziaria dei paesi che non ne avevano. Inoltre, il capo economista dell'FMI Olivier Blanchard gioca con l'idea di alzare il traguardo dell'inflazione per le banche centrali per dare loro più margine per le politiche monetarie e pure per alleviare gli oneri del debito almeno fino ad un certo grado. Non c'è da meravigliarsi che la Banca Centrale Europea (BCE), che ha principi monetaristi neoliberisti custoditi gelosamente nel suo statuto, respinga questo infuso keynesiano servito da economisti francesi. Blanchard, si dovrebbe osservare, ha ricevuto i primi anni della sua educazione economica in Francia prima di trasferirsi negli USA. Il cancelliere tedesco Angela Merkel è meno preoccupata dei principi dell'economia ma altamente critica dell'appetito francese per politiche macroeconomiche a livello UE che potrebbero controbilanciare la BCE e le sue politiche monetariste. Ancora peggio, l'attuale ministro delle finanze francese, la conservatrice Christine Lagarde, recentemente si è lamentata dell'offensiva tedesca in corso sulle esportazioni che ostacola la produzione e l'occupazione interne in paesi in deficit come Francia, Grecia e molti altri.

La pressione sulla Germania perché riduca i suoi attuali surplus nei conti sta crescendo e la Merkel teme che il ruolo delle esportazioni tedesche come un fattore chiave dietro la crisi greca potrebbe essere discusso in un pacchetto di soccorso soltanto della UE. Portare dentro l'FMI, anche con le sue miti sebbene ancora fastidiose deviazioni verso i keynesismo per la Germania, diventa un mezzo per soffocare qualsiasi possibile fronte unito dei paesi della UE contro le esportazioni tedesche. La Grecia, altri piccoli paesi della UE, la commissione UE ed il Parlamento europeo gli ultimi due intesi a rappresentare i paesi della UE secondo la grandezza della loro popolazione non giocano un ruolo indipendente nelle liti politiche sulla crescente crisi fiscale della Grecia. La politica della UE è una questione di Francia e Germania, della Gran Bretagna se dimostra interesse e della BCE; tutti gli altri attori europei sono più o meno delle pedine nella partita.

Comunque, ciò non significa che i governi di Berlino, Londra e Parigi sono i re e le regine nella partita: sono le torri, i cavalli e gli alfieri. Il grande capitale che si trova ancora nella finanza è il re. Le borse sono le regine. La partita che giocano attualmente ha due obiettivi: guadagnare denaro dalla speculazione contro i titoli del governo greco e mettere al sicuro gli investimenti precedenti costringendo qualunque coalizione di governi UE ed organizzazioni internazionali ad incanalare il credito attraverso i forzieri greci nelle loro mani private. La partita contro la Grecia, che probabilmente sarà seguita da partite simili contro i rimanenti paesi nella lista dei PIGS, prende vantaggio dagli squilibri macroeconomici all'interno della UE e da un disegno politico che ha contribuito ad amplificare questi squilibri da quando è stato introdotto l'euro nel 1999 e dall'ultima crisi ciclica che ha colpito l'Europa nel 2001. 

La Germania e l'euro

Il motivo principale di questi squilibri sta nel modo nel quale la Germania Ovest è stata integrata nell'economia mondiale capitalista dopo la II Guerra Mondiale. Fondato su tassi di cambio favorevoli, accesso ai mercati USA, l'afflusso di investimenti in dollari e il tentativo di ristabilire il marco tedesco come la valuta regionale dominante, le industrie tedesche hanno intrapreso con successo un sentiero di crescita orientato alle esportazioni sul quale da allora sono rimaste. L'orientamento alle esportazioni è stato ancora ulteriormente sostenuto da un consenso di classe trasversale (particolarmente con i sindacati tedeschi ed il partito socialdemocratico) sulla stabilità monetaria e contrattazione salariale intesi a non scombussolare la competitività tedesca. Questo consenso è stato forgiato dall'iperinflazione e da riforme valutarie dopo due guerre mondiali perdute dalla Germania ed ha contribuito a tenere l'inflazione permanentemente sotto il livello di altri paesi, persino durante il clima inflazionistico degli anni '70. Un vantaggio competitivo strutturale costituito che ha aiutato a mantenere su le esportazioni tedesche e giù le importazioni. Dopo che il sistema di Bretton Woods dei tassi di cambio fissi crollò nel 1973, i partner commerciali della Germania, cioè quelli europei, hanno ripetutamente svalutato le loro monete per riguadagnare una certa competitività.

Certamente le svalutazioni non aiutano economicamente le economie meno avanzate a raggiungere le economie avanzate migliorando le loro capacità tecnologiche o ad occuparsi  di politica industriale, ma almeno forniscono un certo respiro. Questo respiro è stato portato via dall'Unione Monetaria Europea (EMU) e dall'adozione dell'euro. Non protette contro le industrie esportatrici tedesche, che combinano economie di scala, tecnologie avanzate e comparativamente bassi costi per unità di manodopera, le economie più deboli dell'area dell'euro hanno visto un massiccio deterioramento dei loro conti valutari dall'introduzione dell'euro nel 1999. Per diversi anni, deficit crescenti nei paesi marginali potevano essere finanziati dall'importazione di capitali che stimolavano anche i consumi della classe media e l'espansione dell'edilizia. Tuttavia, la dipendenza dall'importazione di capitali non innesca la crescita interna né genera entrate fiscali adeguate. Ancora di più che nei centri capitalisti, la minaccia di chiudere il rubinetto dei capitali esteri è stata utilizzata efficacemente per evitare il più lieve incremento nelle tasse da parte delle classi dominanti nazionali ed internazionali. Come risultato, i deficit dei flussi correnti e statali si sono sviluppati insieme. Questo modello di accumulazione marginale nel 2008 è crollato completamente quando il panico finanziario ha colpito Wall Street, la City of Londra ed i loro mercati intorno al mondo.

Il cappio si è stretto ulteriormente attorno all'accumulazione nelle periferie europee. Riprendersi dal crollo e dalla recessione è la principale preoccupazione del monopolio e del capitale finanziario. Il denaro del salvataggio d lo stimolo fiscale sono state le prime misure verso il ristabilimento del profitto. Mentre nei centri capitalisti l'uscita dalle politiche espansionistiche viene ancora discussa, i tentativi di spremere qualche dollaro dai paesi della periferia sono già cominciati. La crisi fiscale in Grecia riceve più attenzione che ogni altra da quando è iniziata la crisi economica mondiale. Non dovrebbe essere dimenticato che da quando la crisi ha colpito per la prima volta l'FMI ha consegnato pacchetti di salvataggio a venti paesi, che si schierano dai ragazzi da manifesto neoliberisti Estonia e Lettonia a spauracchi come Serbia e Bielorussia. Nonostante alcuni gesti keynesiani al vertice dell'FMI, questi pacchetti sono dei modelli di buon vecchio neoliberismo.

E perché no? Spingere paesi in scarsezze di liquidità, procurare credito a breve termine urgentemente richiesto e costringerli ad aprire permanentemente i loro mercati alle società occidentali, ha stimolato la crescita economica mondiale ed incrementato massicciamente i profitti privati negli ultimi tre decenni.

Comunque, questa volta i trucchi neoliberisti potrebbero non funzionare. Gli economisti già avvertono che il pacchetto di salvataggio per la Grecia di €45 miliardi potrebbe essere insufficiente ad affrontare i pagamenti su tutto l'eccezionale debito e che gli obiettivi per i tagli alla spesa che vengono richiesti porteranno, invece che a garantire la solvibilità, ad un ulteriore crollo economico in Grecia.

Neoliberismo, salvataggi finanziari ed austerità nel settore pubblico

In termini dell'economia mondiale, vi è ancora considerevole scetticismo se le uscite dallo stimolo fiscale e dal denaro a buon prezzo che ora vengono discusse dal gruppo del G20 dei principali paesi capitalisti non daranno l'avvio ad un altro giro di crisi invece di aprire la strada all'aumentata spesa privata. Ironicamente, il governo greco ed il grande capitale affrontano lo stesso problema: entrambe dipendono da iniezioni di denaro pubblico. Il grande capitale lo prende dovunque capiti, mentre la Grecia deve accettare le condizioni di credito imposte dall'FMI e da una manciata di altri governi della UE.

Il problema economico è ancora lo stesso: gettare assegni pubblici non coperti per preservare la sovraccumulata ricchezza privata. Per superare la continua crisi finanziaria mondiale, e necessario che questa ricchezza sovraccumulata sia cancellata. Comunque, l'opinione dominante nei circoli dominanti finanziari ed industriali è stata di evitare la ricaduta economica e politica da un aggravamento della crisi che una tale cancellazione porterebbe. Almeno finora. Invece, la strategia è stata di far scoppiare le bolle dei deficit pubblici come in passato le autorità economiche hanno fatto scoppiare le bolle di internet, dell'edilizia e delle risorse. La differenza è che le bolle del settore privato del passato che hanno portato alla crisi finanziaria potevano sempre contare sui salvataggi del settore pubblico. Ora si aspetta che la bolla ed il salvataggio vengano entrambe dalla stessa cassa pubblica. La soluzione neoliberista che viene richiesta dai tedeschi, dal governo greco, dalla UE e dal G20 è adesso di pretendere una 'lunga guerra' al settore pubblico.

La frase di Milton Friedman che non c'è niente come un pranzo gratis può essere più applicabile ai suoi seguaci che agli apparentemente scialacquatori socialdemocratici ai quali la indirizzò negli anni '60. In definitiva, la spesa pubblica dipende dalle entrate fiscali; un'altra ovvia verità dei libri di testo neoliberisti. Da Atene a Wall Street, la crisi economica consuma la sua strada dai bilanci privati nelle case della popolazione. La crisi fiscale dello stato diventa, in cima alla pressione crescente su occupazione e salari, un conflitto sulla misura e sulla distribuzione del carico fiscale. Le risposte politiche a questo conflitto variano ampiamente: dai portatori di tè americani, che sono violentemente antigovernativi perché non possono fronteggiare la loro dipendenza dal denaro statale, ai lavoratori greci in sciopero il giorno che il loro governo ha chiesto assistenza all'FMI ed ai partner della UE. Questi conflitti sull'austerità nel settore pubblico ed i salvataggi finanziari sono soltanto probabilmente da formarsi, certamente in Europa, nell'anno a venire.  •

Ingo Schmidt è docente di economia politica alla Athabasca University in Alberta, Canada.


Risorse:

·       IMF-Paper on Capital Controls

·       IMF-Paper on Macroeconomic Policy

·       IMF-Analysis of the Greek economy

·       Marxist Analysis of the Greek economy: Maniatis, Thanasis: Marxian Macroeconomic Categories in the Greek Economy, in: Review of Radical Political Economics, Vol. 37, No. 4, 494-516 (2005)

·       2010 General Strike

·       Anti IMF/EU Strike

·       Alternative Economic Policies in Europe

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