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La polizia, la protesta e la fragilità del capitale

Matt Bolton 11 dicembre 2013

 

La criminalizzazione di fatto della protesta legittima da parte della polizia britannica

serve soltanto a evidenziare la fragilità dell'ordine di mercato post crollo del 2008.

 

Quando lo scorso anno fu pubblicato il Rapporto della Commissione Indipendente Hillsborough, che riaffermava la responsabilità della polizia per il disastro e l'incredibile distanza cui andò la forza per insabbiarla, l'ex segretario di stato laburista Jack Straw fu veloce ad incolpare il governo conservatore dell'epoca. "Il governo Thatcher, poiché aveva bisogno che la polizia fosse una forza di parte, particolarmente per lo sciopero dei minatori ed altre agitazioni industriali, ha creato una cultura di impunità nel servizio di polizia", disse  alla BBC Radio 4. "era realmente immune da influenze esterne e pensava di potere spadroneggiare e questo è ciò che abbiamo assolutamente visto nello Yorkshire meridionale".

Il messaggio sottostante ai commenti di Straw risiedeva nel suo uso del passato storico. Se la sgradevole Thatcher aveva utilizzato la polizia come strumento politico già ai vecchi brutti tempi, ora con sollievo le cose sono andate avanti. Vi è stato un gradito sviluppo. Si, ci può ancora essere l'occasionale 'mela marcia' ricordate il povero Andrew Mitchell! - ma per la maggior parte la polizia è ritornata nella sua posizione normale come l'eroica sottile linea blu, proteggendo in modo neutrale i buoni dai cattivi.

Questa ipotesi - secondo la quale, nonostante l'occasionale incidente, la polizia stia cercando di fare del suo meglio in un compito duro - viene infilata su base giornaliera da risme di drammi TV polizieschi, investigatori da film e documentari di "vita reale". Certa, talvolta può essere costretta a giocare secondo le loro regole, ma, in definitiva, la sua unica agenda è di sorreggere una società 'decente, lavoratrice'. La forza di questo diluvio di 'ideologia-da-ITV' è forse una ragione per cui, anche se fornita di storia dopo storia di aggressione, razzismo, corruzione e violenza poliziesca, la reazione di molta gente - o almeno quella di persone della classe media, bianca - resta di emozione, piuttosto che di aspettarsi niente di meno. Forse spiega anche perché quando la settimana scorsa il Guardian ha pubblicato un video che mostra chiaramente un poliziotto che colpisce con un pugno sul volto uno studente, il quotidiano ha scelto di mettere le virgolette attorno alla parola 'pugno'.

Essendo difficilmente un raro avvenimento che Jack Straw si sbagli, ma, se era necessaria un'ulteriore conferma, i fatti della settimana scorsa l'hanno certamente fornita. Mercoledì notte ha visto lo sgombero violento di un'occupazione studentesca al Senato Accademico, con il suddetto filmato che circola ampiamente che mostra la polizia che colpisce con i pugni e getta gli studenti sul pavimento. Giovedì, il testimone decisivo ha preso posizione all'inchiesta sulla morte di Mark Duggan, la cui sparatoria da parte della polizia nell'agosto del 2011 ha fatto esplodere quattro giorni di tumulti antipolizieschi. Quel pomeriggio, gli studenti che protestavano contro le violenze della notte precedente sono stati ancora attaccati dalla polizia antisommossa, con uno studente che è stato abbattuto così duramente da lasciare una pozza di sangue sul pavimento. Il giorno successivo la United Friends and Family Campaign, guidata da famiglie di persone che sono morte dopo il contatto con la polizia, hanno tenuto un picchetto fuori del Crown Prosecution Service HQ, chiedendo che gli agenti di polizia responsabili delle morti affrontino imputazioni penali.

Come dimostra la cronaca del Guardian, tutto ciò non è stato ancora abbastanza per cambiare l'immagine predefinita della polizia da quella del benevolo 'bobby di ronda' al 'teppista corrotto e violento'. Ma stanno cominciando ad apparire delle crepe nell'edificio ideologico. Le comunità delle minoranze nere ed etniche conoscono da lungo tempo la violenza, la repressione e naturalmente il razzismo della polizia come anche i residenti delle ex città minerarie, le famiglie di Hillsborough ed i loro sostenitori, i cattolici nord irlandesi e le comunità di viaggiatori. Ma la forza da spaccare la testa utilizzata per reprimere le proteste studentesche del 2010 e le operazioni di polizia ripetutamente aggressive di praticamente ogni forma di protesta da allora dall'anti-fracking all'antifascismo – ha iniziato a diffondere delle contro-narrative sul ruolo e sul comportamento della polizia più ampiamente che mai prima. In modo crescente, i punti critici più esplosivi - gli antagonismi più marcati - in questa era di feroce austerità e di salari che crollano, stanno prendendo la forma di esplicite proteste o tumulti anti-polizia. Ugualmente, dalla parte opposta dell'equazione, ora la repressione poliziesca viene usata come la prima piuttosto che come l'ultima risorsa anche quando si tratta di occuparsi di proteste sull'elusione fiscale delle aziende o sulle condizioni di lavoro degli addetti alle pulizie.

In 'Policing The Crisis', Stuart Hall e altri sostengono che le radici di questo genere di mantenimento dell'ordine pubblico possono trovarsi nella crisi economica della fine degli anni '60. Il consenso socialdemocratico postbellico era stato caratterizzato dall'intervento diretto dello stato nelle relazioni di classe, con i leader delle imprese e sindacali che negoziavano direttamente con il governo. In questo modo, la lotta di classe economica era sempre più attratta nel terreno dello stato stesso. Ma questo delicato gioco di equilibrio era dipendente dalla continua crescita e produttività. Quando la crisi ha colpito, ha quindi minacciato non soltanto l'economia, la legittimità dello stato nel complesso come pure l'ordine sociale' della società capitalista sotto di esso instaurata.

Poiché non vi è nessuna differenza tra 'ordine sociale', 'interesse nazionale' ed una 'funzionante economia capitalista', tutte le manifestazioni di antagonismo sociale o economico - dai sindacati ai punk - è stata trasformata all'istante in una minaccia alla società nell'insieme. Non vi poteva essere nessun riconoscimento che dei gruppi differenti di persone all'interno di questa società avevano degli interessi contrastanti. Vi era soltanto un interesse riconosciuto: la ripresa ed il rafforzamento del capitalismo. O si era dalla parte dell''ordine' e dell''autorità' oppure altrimenti si era il 'nemico interno' che minaccia di scatenare il 'caos' e così un bersaglio legittimo per una forza di polizia militarizzata e per lo stato della sorveglianza.

Questa retorica aggressiva era strettamente collegata al modo particolare in cui un capitalismo colpito dalla crisi era, per una volta, rimesso in piedi. La trasformazione da un'economia manifatturiera fordista ad intensità di lavoro ad un'economia di servizi, finanza e cercatori di rendita post-fordista ad intensità di capitale richiedeva di liberarsi di grandi numeri di posti di lavoro e di lavoratori, un processo che è stato intensificato dallo sviluppo di tecnologie che risparmiano lavoro entro la produzione industriale. Mentre alcuni dei lavoratori non più necessari nel manifatturiero potevano essere reintegrati nelle nuove linee del capitale, il rimanente era destinato ad una vita di caduta dentro e fuori il lavoro precario, temporaneo, malpagato o minacciato di essere completamente lasciato fuori del mercato del lavoro.

La ripresa della società capitalista era quindi dipendente dall'esclusione di un consistente numero di persone che stavano diventando eccedenti alle necessità del capitale. Ed è stato il compito cruciale della polizia assicurarsi che nella linea dell'esclusione non fosse aperta una breccia, di accertarsi che quelli fuori del sistema non fossero in grado di tornarvi dentro per timore che con loro avrebbero rovesciato l''ordine sociale' appena ristabilito. Per la maggior parte degli anni '80 e '90, questo gruppo escluso era formato in prevalenza da neri e persone di altre minoranze etniche, dai residenti delle ex città industriali lasciate a marcire dal capitale che fuggiva dalla scena del crimine, o giovani ASBO e NEET demonizzati dai media. Sono questi gruppi che hanno portato il peso della feroce polizia e del sistema penale necessari per tenere in vita il sistema, sia questo attraverso l'incarcerazione, la violenza, i fermi per perquisizione o sanzioni sui sussidi.

Ma la crisi del 2008 ha distrutto il lavoro di recupero del capitalismo rattoppato assieme alla fine alla fine degli anni '70 e ha richiesto un nuovo periodo di esclusioni per sistemarlo. Questa volta non sono soltanto gli avanzi del vecchio lavoro, i più poveri ed i non bianchi che vengono chiusi fuori è anche la prossima generazione di lavoratori della classe media. Oggi i giovani vengono esclusi dal mercato del lavoro in numeri senza precedenti, il che è perché, come osserva correttamente Aaron Bastani, i dimostranti studenti della scorsa settimana stanno facendo collegamenti tra le loro prospettive e quelle dei lavoratori delle pulizie delocalizzati ed i rivoltosi del 2011. Alquanto semplicemente, il capitale non può sopravvivere a meno che non spinga i salari di vaste fasce di gente al livello più basso possibile, o anche meglio, trasformandoli in peoni del debito o in lavoratori forzati. Se questa popolazione sempre più esclusa si fa di nuovo strada con la forza nella lotta, la fragilità di un capitalismo re-ricostruito nell'insieme è messa a repentaglio. Con nessuna possibilità di calmare una popolazione in eccesso - intrappolata al di fuori della relazione capitale-lavoro - attraverso mezzi economici, la repressione si è rivelata come l'unica opzione rimasta allo stato capitalista.

In un certo senso, la fragilità del capitale ed una incrementata repressione sono due facce della stessa moneta. La crescita economica viene ricercata così disperatamente che persino quella di prezzi delle case e di debito dei consumatori che salgono proprio la stessa 'crescita' che ha messo prima d'ora in moto la crisi viene celebrata in modo maniacale. Quindi qualunque cosa che ostacola in ogni modo la 'crescita', dal fermare le trivelle del fracking all'occupare abusivamente case vuote o a chiudere un negozio per un pomeriggio, viene considerato come un attacco all'intera società capitalista. Perché, in un certo modo, lo è. Per tutta la pena e la sofferenza che viene attualmente inflitta sulla classe lavoratrice e non per il mondo, il capitale è realmente in un posizione storicamente debole. Sta rimanendo a corto di opzioni. Deve controllare il complesso della società, a dispetto della repressione che comporta, o altrimenti crolla.

Vi è perciò una differenza cruciale tra i dimostranti che chiedono pensioni ed indennità di malattia ed i rivoltosi - poiché i rivoltosi hanno capito che non c'è motivo neppure di chiedere nulla più al capitale. In conformità alle condizioni attuali non ha niente da dare loro, nemmeno sfruttamento. Ma la logica è ancora la stessa: gente esclusa che si infuria ai margini della relazione capitale-lavoro che sta diventando ancora più astratta e distante. In entrambe i casi, la polizia comincia a diventare l'unica indicazione visibile dell'antagonismo di quella relazione che resta. Il pericolo è che, poiché la polizia è praticamente l'unico bersaglio tangibile rimasto, l'unico posto dal quale ottenere un appiglio nella lotta di classe, che sia trasformata nella causa piuttosto che in un sintomo della situazione. Come lo espone accuratamente un saggio del giornale SIC: 'nel rivelare i poliziotti come un nemico di per se, ciò che diventa offuscato è il fatto che sono soltanto la borghesia in posizione di combattimento'.