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La scorsa settimana, la società automobilistica italiana FIAT ha presentato i suoi piani per prendere il controllo della divisione tedesca Opel della General Motors come parte della sua acquisizione della società insolvente Chrysler. Il che ha presentato al governo tedesco, come anche all'Opel betriebsrat (consiglio di fabbrica), include la distruzione di almeno 10.000 posti di lavoro, come pure le chiusure della fabbrica Vauxhall in Inghilterra e di stabilimenti della Fiat in Italia e Polonia. Sono programmati licenziamenti di massa anche agli stabilimenti Opel di Kaiserslautern, Bochum e Rüsselsheim in Germania, a Saragozza in Spagna, alla fabbrica di Antwerp in Belgio ed alle fabbriche della Saab di Trollhättan in Svezia. Come riferito dai media, il progetto porta il nome di "Piano Phoenix". Comprende la chiusura della fabbrica Vauxhall a Luton e dello stabilimento Fiat di Tychy in Polonia. In Italia, saranno anche chiuse lo stabilimento Fiat di Termini Imerese in Sicilia e la fabbrica di Pomigliano d'Arco vicino Napoli. Un iniziale piano della FIAT, (chiamato “Piano Football”) comprendeva la chiusura di 10 fabbriche in Europa—cinque stabilimenti di fabbricazione e cinque impianti di trasmissioni e motori. Questi includevano stabilimenti a Kaiserslautern e Antwerp (Opel), Ellesmere Port e Luton (Vauxhall), Termini Imerese e Pomigliano d'Arco (Fiat). La produzione di motori e trasmissioni in Germania verrebbe eliminata gradualmente entro il 2016. In base a questo piano, la riduzione di dimensione interessava un totale di 18.000 operai da una forza lavoro combinata di circa 108.000 dipendenti a Opel/GM e Fiat. Il ritiro di questo piano iniziale, se devono essere creduti i rapporti dei quotidiani, è chiaramente una concessione tattica ai sindacati tedeschi ed ai delegati del consiglio di fabbrica, che avvertono da lungo tempo contro l'acquisizione da parte della Fiat e che hanno minacciato proteste su vasta scala se dovesse materializzarsi. Sopra tutto, hanno avvisato contro qualsiasi chiusura di stabilimenti in Germania. Lo scorso lunedì, in seguito a colloqui con una delegazione della Fiat guidata dall'amministratore delegato della società Sergio Marchionne, il ministro dell'economia Karl-Theodor zu Guttenberg (Unione Cristiano Sociale, CSU) ha rivelato che lo stabilimento della Opel di Kaiserslauten era esposto alla chiusura. Ciò è stato seguito martedì dal Frankfurter Allgemeine Zeitung che citava dal "Piano Football", portando all'indignazione dei delegati del consiglio di fabbrica e dei rappresentanti del sindacato IG Metall, assieme al Partito Social Democratico (SPD). Entro poche ore, Marchionne annunciava di non voler chiudere nessuno dei quattro stabilimenti tedeschi. Anche il ministro dell'economia ha smentito il piano. Un poco più tardi, il Financial Times Deutschland riferiva il piano destinato a seguire—il “Piano Phoenix”. Secondo quel che è noto si Marchionne, il piano originale sarà semplicemente rimandato ma non abbandonato. Le esperienze dei lavoratori della Fiat con Marchionne, il "ristrutturatore"Sergio Marchionne è un tipico rappresentante dello strato dei manager finanziari, che dirigono imprese industriali come se fossero degli hedge funds, cioè delle imprese di accaparramento, riducendo drasticamente i costi del lavoro e quindi rivendendole per ripagare i debiti dei fondi di investimento ed incrementare la ricchezza dei finanziatori. Marchionne ha studiato legge e gestione aziendale a Toronto, iniziando la carriera come ragioniere collegiato. Prima di lavorare per la Fiat è stato presidente del consiglio di amministrazione del fabbricante di alluminio Alusuisse e della società chimica Lonza, come pure dell'istituto di certificazione SGS (Société Générale de Surveillance) di Ginevra. Dall'aprile del 2007, Marchionne è stato anche direttore e vicepresidente della UBS, una delle maggiori banche mondiali, che offre servizi di gestione patrimoniale ai super ricchi, per accrescere le loro fortune sui mercati finanziari internazionali. Al principio, Marchionne ha beneficiato degli iniziali elogi a lui garantiti dalla stampa tedesca, come anche dell'opportunismo dei leader dei sindacati italiani. Per esempio, il quotidiano finanziario Handelsblatt, in un articolo intitolato "Il miracolo di Torino", ha affermato che Marchionne aveva introdotto considerevoli miglioramenti nelle condizioni di lavoro delle fabbriche italiane della società, aggiungendo "e gli scioperi, che in Italia sono piuttosto comuni, hanno raggiunto dei minimi record" sotto Marchionne. Il "miracolo" consisteva nel fatto che la altamente indebitata Fiat, che alla fine del 1999 aveva debiti per quasi due milioni di euro, ha sperimentato un cambiamento favorevole appena un anno dopo che Marchionne era entrato nella società nel 2004. Ma ciò durò soltanto un breve periodo. Nel 2007, gli stabilimenti di produzione della società lavoravano soltanto al 70% della capacità. Questo è ulteriormente peggiorato l'autunno scorso, dopo lo scoppio della crisi finanziaria, con la produzione che funzionava soltanto al 50%. E' stato introdotto il lavoro breve in tutti gli stabilimenti. Attualmente i debiti della Fiat ammontano a €6,6 miliardi. Le sovvenzioni statali, ammontanti a miliardi, ora offerti per finanziare l'acquisizione di Chrysler ed Opel, sono arrivati proprio al momento giusto. Finora i sindacati italiani—compresa la CGIL, che è vicina a Rifondazione Comunista—ha dato libertà di azione a Sergio Marchionne. “Marchionne non corrisponde al modello di manager cui siamo abituati in Italia", ha dichiarato Guglielmo Epifani, segretario generale della CGIL, aggiungendo che Marchionne non gli ha fatto percepire di essere suo superiore. Si dice che Fausto Bertinotti, ex leader di Rifondazione, abbia chiamato Marchionne un "buon capitalista", dal momento che non aveva chiuso nessuna delle sei rimanenti fabbriche Fiat italiane. Inoltre, la prima cosa che fece quando arrivò nel 2004 fu di sloggiare i vecchi manager, che originavano dal tempo di Agnelli. Il sito web carsfromitaly afferma che ha portato con lui i suoi cosiddetti “Marchionne Boys”, una specie di banda di manager che hanno giurato lealtà a Marchionne. Sono ben conosciuti per "agire velocemente e coerentemente, senza considerazione per perdite, per tradizioni o per vecchi legami". Le esperienze dei lavoratori della Fiat con Marchionne negli ultimi cinque anni non sono così rosee come presentate dalla stampa e dai sindacati italiani. La società Fiat impiega 180.000 dipendenti nella fabbricazione di macchinario per agricoltura e costruzioni, di veicoli industriali, di componenti ferroviari e molto più. Il principale proprietario, con circa il 30% dell'azionariato, è la società d'investimenti italiana Istituto Finanziario Industriale (IFI). La produzione automobilistica della Fiat, che comprende anche Alfa Romeo e Lancia, impiega al massimo 27.000 dipendenti in Italia in sei stabilimenti, con 10.500 alla sua fabbrica principale di Mirafiori a Torino, 5.000 a Pomigliano d'Arco vicino Napoli ed a Melfi, 3.500 a Cassino vicino Roma e circa 1.000 a Termoli e Termini Imerese. Pochi anni fa vi erano il doppio dei dipendenti. Le aree direttamente al di fuori delle operazioni di assemblaggio finale sono state sistematicamente assegnate all'esterno o subappaltate a società come Powertrain, Valeo ecc. Allo stabilimento di Arese vicino Milano, dove oggi la Fiat mantiene un call center, la produzione dei modelli Alfa Romeo è stata chiusa nel 2003 dopo una lunga lotta. La fabbrica di Termini Imerese, Sicilia, doveva essere chiusa completamente nel 2002. Dopo mesi di forti proteste, la fabbrica è stata riaperta con l'aiuto di finanziamenti dell'Unione Europea, ma con soltanto un turno che opera e con metà della precedente forza lavoro. Lo stesso è accaduto alla fabbrica di Cassino. A Pomigliano d'Arco, dove l'Alfa Romeo ha costruito automobili dal 1973, vi sono state continue dure proteste contro tagli e riduzioni dei posti di lavoro. A Melfi, fondata su un pezzo di proprietà incolta come Eisenach in Germania e con sindacati principalmente conservatori e aziendali a rappresentare la forza lavoro, vi è stato uno sciopero di un mese nel 2004 contro i bassi livelli di paga ed il trattamento dei lavoratori. In febbraio, gli operai di Pomigliano d'Arco hanno risposto all'annuncio di licenziamenti di massa con scioperi e bloccando l'autostrada nord-sud. Quando ha sgombrato la strada, la polizia ha agito con brutalità e ha arrestato numerosi operai. Durante la pausa di Natale, è stato introdotto il lavoro breve in tutte le fabbriche, in alcuni casi che dura fino ad otto settimane ed anche più a lungo a Termoli. Durante questo tempo, i lavoratori hanno ricevuto solamente circa 600-700 euro al mese (da US$815 a US$953). A Torino, centinaia di fornitori del settore auto sono esposti alla crisi ed al lavoro a tempo breve. Lo stabilimento automobilistico Pininfarina è stato chiuso alla fine del 2008. Marchionne e i sindacatiIl consiglio di fabbrica della Opel tedesca e la IG Metall appoggiano una presa di controllo da parte della società fornitrice del settore auto canadese-austriaca Magna. Per questa ragione, Marchionne, come il proprietario della Magna Franc Stronach, si è comprato una squadra di consiglieri con collegamenti alla scena politica, con l'aiuto dei quali spera di persuadere i sindacati ad appoggiare un'acquisizione da parte della Fiat. Il più importante di questi consiglieri è Roland Berger, fondatore della Consulenze Strategiche Roland Berger. In passato, Berger ha consigliato personalmente il governo SPD-Verdi di Gerhard Schröder (SPD) riguardo la sua politica di tagli sociali “Agenda 2010”. "Il settantunenne non si allontana affatto dalla parte di Marchionne", scrive il Financial Times Deutschland. “Lunedì, quando il capo della Fiat era a Berlino, spostandosi da un incontro all'altro per spiegare i suoi piani per la presa di controllo ad importanti personaggi del governo federale, Berger era sempre lì". La società di Berger, che lavora per la General Motors Europe su un "concetto di ristrutturazione" europea, ha anche ideato l'originale "Piano football”. Berger è anche membro del collegio sindacale della Fiat. Marchionne ha assunto anche la società di consulenza di Berlino WMP Eurocom, del cui collegio sindacale Roland Berger detiene la presidenza, sedendo a fianco di Hans-Hermann Tiedje, ex redattore capo del giornale Bild-Zeitung e strettamente collegato all'Unione Cristiano Democratica. Un altro membro del collegio è Klaus Peter Schmidt Deguelle, che è stato "consigliere per i media" del governo Schröder e prima di quello portavoce del governo statale SPD-Verdi dello Hesse, al tempo del quale conosceva anche il presidente del consiglio di fabbrica della Opel Klaus Franz. Mentre Franz in precedenza ha parlato contro l'acquisizione da parte della Fiat, lunedì sedeva con Marchionne negli uffici della WMP Eurocom. Lunedì della scorsa settimana, Franz esprimeva ancora critiche sul piano della Fiat, ma aggiungeva che se Marchionne sosteneva la sua cosiddetta "garanzia di salvaguardare le ubicazioni della produzione", Franz avrebbe appoggiato il piano della Fiat come "il male minore". Anche se la produzione a Bochum era stata ridotta così tanto che tutto ciò che è rimasto era un call center della Opel, come ad Arese, questo non preoccupava Franz e gli altri delegati del consiglio di fabbrica, che intendono il loro compito nell'implementare i tagli richiesti dal management. La loro preoccupazione sulle "garanzie di ubicazione" incuranti del numero di posti di lavoro coinvolti impedisce una lotta comune dei lavoratori dell'automobile alla Opel, alla Vauxhall, alla Saab ed alla Fiat, come pure alla General Motors ed alla Chrysler. I leader dei sindacati italiani reagiscono proprio come le loro controparti tedesche, sostenendo una politica per difendere le loro ubicazioni della produzione ed i loro interessi. Gianni Rinaldini, leader del sindacato dei lavoratori metalmeccanici FIOM, ha dichiarato che "E' assurdo ed incredibile che la Fiat presenti piani di produzione per tutti, anche per le fabbriche tedesche, ma non abbia sottoposto nessun piano di produzione per le fabbriche italiane". I lavoratori del settore auto devono opporsi alle macchinazione nazionaliste dei sindacati e dei consigli di fabbrica unendosi a livello internazionale e lottando per preservare tutti i posti di lavoro. Non possono permettere che delle decisioni che influiscono sulla vita di milioni di persone rimangano nelle mani delle corporations e dei loro complici politici e sindacali. Devono prendere le questioni nelle loro mani ed organizzarsi indipendentemente da queste organizzazioni nazionaliste per lottare per i propri interesse di classe, basati su un programma socialista ed internazionalista.
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