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La campagna 2010 di Obama: falso populismo e politiche di destra

di Patrick Martin
22
ottobre 2010

 

Il presidente Barack Obama mercoledì ha cominciato il suo più lungo andirivieni della campagna elettorale del 2010, un giro di quattro giorni della costa ovest e del Nevada per chiedere con insistenza il voto per gli assediati candidati del Partito Democratico. A ogni fermata, ha avvertito che il risultato delle elezioni al Congresso del 2 novembre stabilirebbe la direzione del paese "per i prossimi 20 anni", facendo terribili profezie sulle politiche di destra che attuerebbe un Congresso controllato dai repubblicani.

Mentre la sua retorica pseudo-populista contro Wall Street ha ottenuto applausi a grandi raduni in Oregon e Washington, gremiti da studenti universitari, vi è poca differenza pratica tra le politiche che l'amministrazione Obama sta già attuando e le misure che attuerebbero i repubblicani se ritornassero al potere.

Obama ha lasciato intendere che i repubblicani "taglierebbero le imposte per i milionari e i miliardari", "taglierebbero le norme per gli interessi particolari, compresi gli inquinatori" e "abbandonerebbero le famiglie della classe media a proteggersi da sole". Queste accuse sarebbero un onesto riassunto delle politiche interne della sua amministrazione.

Continuando il salvataggio di Wall Street che era iniziato sotto Bush, l'amministrazione Obama ha trasmesso la più grande donazione di fondi pubblici ai ricchi nella storia americana. Questo è stato in più seguito la scorsa estate dalla entrata in vigore di una legge di "riforma" del sistema finanziario così sdentata che non punisce nessuno per la più grande esplosione di imbrogli della storia.

La Casa Bianca ha protetto assiduamente il gigante petrolifero BP dalle ripercussioni del maggiore disastro ambientale nella storia degli USA e la scorsa settimana ha abolito la moratoria sulle trivellazioni in profondità nel Golfo del Messico.

Per quanto riguarda lasciare le famiglie comuni "a difendersi da sole", l'amministrazione Obama ha imposto sulle famiglie della classe lavoratrice il peso della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, respingendo qualunque seria azione mentre la disoccupazione di massa, la povertà di massa e i sequestri di massa sono diventati caratteristiche permanenti della vita americana.

Nel mese immediatamente precedente alle elezioni del 2 novembre, Obama ha alternato discorsi che colpiscono i repubblicani come strumenti di Wall Street con azioni che dimostrano che i democratici non sono meno impegnati nella difesa dell'aristocrazia finanziaria.

Lo stesso giorno che Obama si è imbarcato sull'Air Force One per andare nella costa ovest, il massimo funzionario dell'amministrazione per la crisi dei sequestri, il segretario all'edilizia e allo sviluppo urbano Shaun Donovan, ha tenuto una riunione informativa alla Casa Bianca per dichiarare che "a questo punto non abbiamo scoperto nessuna prova di questioni sistemiche" nella fabbricazione di centinaia di migliaia di falsi documenti legali da parte dei banchieri dei mutui.

Donovan ha respinto qualsiasi moratoria generale sui sequestri, affermando: "Siamo concentrati sul processo all'inizio, per mantenere la gente nella propria casa, piuttosto che concentrarci sul dopo, quando è molto meno probabile che la gente sarà in grado di rimanere nella propria casa". Tradotto in modo chiaro, la politica dell'amministrazione è di fare pressione sui proprietari di case perché non restino indietro con i pagamenti, piuttosto che soccorrere quelli che rischiano lo sfratto.

In a column in the New Republic magazine, liberal commentator John B. Judis observed that on the question of home foreclosure, “President Obama’s approach more closely mirrors Herbert Hoover’s than FDR’s.” This was disastrous economically, he argued: “A recovery will depend on increasing consumer demand, not boosting bank capital. And to do that, the administration needs an effective program that will allow working Americans to liquidate their debts without being thrown out on the streets.”

In una colonna sulla rivista New Republic, il commentatore liberal John B. Judis ha osservato che sulla questione del sequestro della casa "l'approccio del presidente Obama rispecchia moltissimo  più quello di Herbert Hoover che di FDR".

L'indifferenza dell'amministrazione è stata anche politicamente disastrosa, si è lamentato, dato che gli stati colpiti più duramente dai sequestri includono tali zone di battaglia elettorale come Nevada, Florida, California, Michigan e Ohio. Judis ha concluso: "Sono gli elettori della classe lavoratrice che hanno sostenuto con riluttanza Obama nel 2008, ma sono stati deviati dall'impressione che l'amministrazione si preoccupi più delle banche che di loro. E vi è poco nella retorica dell'amministrazione per persuaderli altrimenti".

Nei suoi discorsi della costa ovest, Obama ha cercato di prendere di mira il crescente scontento economico che è la forza motrice del disastro politico di cui è minacciato il Partito Democratico. Ha ammesso che "Non vi è nessun dubbio che queste siano delle elezioni difficili. E' perché come paese abbiamo superato un momento incredibilmente difficile".

Comunque, questo argomento trascura di spiegare perché il Partito Repubblicano sia stato in grado di compiere un ritorno politicoqualcosa che non ha potuto fare nel 1934, due anni nel primo mandato di Franklin Roosevelt, sebbene la disoccupazione fosse molto più alta di oggi e le condizioni di vita per vaste masse di popolazione fossero molto peggiori.

Obama ha puntato ai dati dell'amministrazione repubblicana di George W. Bush negli otto anni che sono culminati nel crollo di Wall Street  del 2008, ma non ha spiegato come, soltanto due anni più tardi, questo partito completamente corrotto e screditato sia sul punto di riprendere il controllo del Congresso.

Diversamente da Roosevelt, Obama non ha offerto nulla come programmi di lavori pubblici per ridare occupazione o controlli significativi alle forme più evidenti di speculazione di Wall Street. Questo non è semplicemente un fallimento personale o, per esprimersi più esattamente, l'ovvia indifferenza di Obama per la condizione di milioni di lavoratori non è a lui peculiare. E' l'atteggiamento dell'intera classe sociale, l'1% di vertice della società americana, che tutti i politici democratici e repubblicani rappresentano.

Il capitalismo americano non è più in grado di fornire nessuna misura di riforma significativa. E' una potenza declinante economicamente, il maggior paese debitore sul pianeta. Di conseguenza, non vi è nessun sostenitore nell'aristocrazia finanziaria americana per politiche economiche che facciano concessioni alle masse. Da qui lo spettacolo di profitti e di gratifiche record a Wall Street, mentre la Casa Bianca rifiuta qualsiasi assistenza ai lavoratori disoccupati che fronteggiano sequestro e sfratto.

I funzionari della Casa Bianca ammettono, sebbene non pubblicamente e a titolo ufficiale, che si aspettano che il Partito Repubblicano ottenga il controllo della Camera dei Rappresentanti e che il principale epicentro elettorale del presidente sia stato di tutelare il controllo democratico del Senato e dei governatorati degli stati chiave.

Vi sono crescenti indicazioni che l'amministrazione non soltanto si aspetti di dividere il potere con i repubblicani dopo il 2 novembre, ma che la Casa Bianca accetti volentieri questa prospettiva e stia preparando un ulteriore spostamento a destra sia nella politica interna che estera.

Nella sua intervista alla rivista del New York Times pubblicata domenica, Obama ha dichiarato al giornalista Peter Baker che i guadagni dei repubblicani per lui non sarebbero necessariamente una sconfitta. Baker ha scritto: "Obama mi ha rivelato l'ottimismo che potrà fare causa comune con i repubblicani dopo le elezioni di medio termine. 'Potrebbe essere che a dispetto di ciò che accade dopo queste elezioni, si sentano più responsabili', ha affermato, 'o perché non sono andate così bene come avevano anticipato e così la strategia di dire soltanto di no a tutto e sedersi sulle linee laterali e gettare bombe per loro non ha funzionato, o gli è andata discretamente bene, nel qual caso il popolo americano guarderà a loro perché offrano proposte serie e lavorino con me in modo sincero'".

Il leader dei senatori repubblicani al Senato Mitch McConnell ha risposto dichiarando all'Associated Press che sperava di lavorare più strettamente con Obama sui tagli fiscali, sugli accordi commerciali e su altre politiche economiche.

Il consigliere della Casa Bianca Valerie Jarrett, una dei più stretti intimi di Obama, ha raccontato mercoledì al programma della CBS “The Early Show” che Obama ancora mantiene speranze di cooperazione bipartitica con i repubblicani. "Su questo non si arrenderà", ha dichiarato, "Continuerà a tentare, non importa chi sia al Congresso".

Un'altra area dove la cooperazione bipartisan è già ben radicata è la politica estera, particolarmente nella continuazione di Obama delle guerre in Iraq e Afghanistan, dove ha avuto maggiore appoggio tra i repubblicani al Congresso che tra alcuni settori del Partito Democratico. Obama ha assunto il segretario alla difesa di Bush, Robert Gates, ed intensificato la guerra in Afghanistan mentre delle truppe sono divenute disponibili dall'Iraq.

Obama was notably silent on foreign policy in his remarks to the first two rallies on the West Coast, where opposition to the Iraq war has been strong. The word “Afghanistan” did not appear in speeches in Portland or Seattle, and there was only one passing reference to Iraq, when he boasted of having withdrawn 100,000 troops from that country—without mentioning that more US troops are now deployed in the two countries than when George W. Bush was president.

Obama è stato zitto in modo evidente sulla politica estera nei suoi commenti nei primi due raduni sulla costa ovest, dove l'opposizione alla guerra in Iraq è stata forte. La parola “Afghanistan” non è comparsa nei suoi discorsi a Portland e Seattle e vi è stato soltanto un accenno di passaggio all'Iraq, dove si è vantato di avere ritirato 100.000 truppe da quel paesesenza menzionare che nei due paesi ora sono schierate più truppe USA che quando era presidente George W. Bush.

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