Israele: fondato sulla pulizia etnica

SocialistWorkeronline

29 luglio 2006 -  edizione 2011

 

L'acclamato storico antisionista Ilan Pappe parla di Israele e della storia del suo ruolo distruttivo in Medio Oriente

 

L'attuale triste realtà che si spiega in Medio Oriente ha delle chiare radici storiche ed un viaggio nel passato potrebbe aiutare a chiarire cosa vi è dietro le politiche distruttive di Israele in Palestina ed in Libano.

Il sionismo arrivò in Palestina alla fine del 19° secolo come un movimento colonialista motivato da spinte nazionaliste.

La colonizzazione della Palestina si adattava bene agli interessi ed alle politiche dell'impero britannico alla vigilia della prima guerra mondiale.

Con l'appoggio della Gran Bretagna, il progetto di colonizzazione si ampliò e divenne una presenza massiccia nella regione dopo la guerra e con l'instaurazione del mandato britannico in Palestina (che durò tra il 1918 ed il 1948).

Mentre aveva luogo il suo consolidamento, la società indigena fu sottoposta, come altre società nel resto del mondo arabo, ad un costante processo di costituzione di una identità nazionale.

Ma con una differenza. Mentre il resto del mondo arabo formava la propria identità politica attraverso la lotta contro il colonialismo europeo, in Palestina nazionalismo significava rivendicare la propria identità collettiva sia contro un colonialismo britannico sfruttatore che contro un sionismo espansionista.

Di conseguenza, il conflitto con il sionismo era un fardello aggiuntivo. La politica pro-sionista del mandato britannico lì ovviamente sforzarono la relazione tra la Gran Bretagna e la locale società palestinese.

Ciò culminò nel 1936 in una rivolta sia contro Londra che contro il progetto di colonizzazione sionista in espansione.

La rivolta, che continuò per tre anni, fallì dall'influenzare il mandato britannico da una politica sulla quale aveva già deciso nel 1917. Il segretario agli esteri britannico, Lord Balfour, aveva promesso ai leader sionisti che la Gran Bretagna avrebbe aiutato il movimento a costruire una patria per il popolo ebraico in Palestina.

Il numero degli ebrei che arrivavano nel paese aumentava ogni giorno - sebbene persino a quel punto, durante gli anni '30, gli ebrei fossero solamente un quarto della popolazione che possedeva il 4% della terra.

Mentre si rafforzava la resistenza al colonialismo, i dirigenti sionisti si convinsero che sarebbero stati in grado di creare un loro stato solamente attraverso la totale espulsione dei palestinesi.

Dai suoi primi inizi e  fino agli anni '30, i pensatori del sionismo propagarono la necessità della pulizia etnica della popolazione indigena della Palestina se doveva diventare reale il sogno di uno stato ebraico.

La preparazione per attuare questi due obiettivi di statualità e di supremazia etnica si accelerò dopo la seconda guerra mondiale.

Per i britannici il paese aveva perso la sua importanza strategica una volta che questi erano stati sfrattati dall'India.

Era un posto inquieto che richiedeva la presenza di forze britanniche in numero uguale a quelle tenute dall'impero nel subcontinente indiano -  senza chiare ricompense imperiali.

Mentre tra il 1946 ed il 1948 la leadership sionista finalizzava un piano per prendere possesso del territorio ed espellere la popolazione, la leadership palestinese sperava che l'impero britannico avesse trasmesso loro il loro paese nel quale erano ancora la vasta maggioranza e la popolazione indigena.

Ma nel febbraio del 1947 la Gran Bretagna decise di trasferire la questione della Palestina alle Nazioni Unite (ONU). La Palestina fu il primo conflitto nel quale ad esso fu chiesto di mediare in maniera significativa.

L'ONU presentò una soluzione pro-sionista e in questo molto ingiusta ed irrealizzabile.

Il primo ostacolo era che, dal momento che i palestinesi chiedevano di essere trattati come ogni altro movimento nazionale arabo, si aspettavano che la comunità internazionale riconoscesse, senza alcuna condizione, il loro diritto naturale al paese.

Non si aspettavano che questo diritto dovesse essere negoziato con un movimento colonialista. Di conseguenza boicottarono il processo.

L'ONU ignorò ciò e la commissione speciale che nominò per la questione, la Unscop (United Nations Special Committee for Palestine) conversava solamente con la dirigenza sionista. Essa ideò una soluzione che soddisfaceva alle necessità ed alle aspirazioni di quella sola parte.

In ogni caso, a causa dell'Olocausto i palestinesi ebbero difficoltà a presentare la parte morale delle loro richieste.

La comunità internazionale occidentale era soltanto troppo felice di sottrarsi a qualsiasi discussione sulle implicazioni del genocidio in Europa e fare rimbalzare il problema sul gradino della porta della Palestina.

Il risultato inevitabile di questo approccio fu di accettare quasi incondizionatamente le richieste sioniste di uno stato in Palestina.

Territorio

Alla fine del novembre 1947, l'ONU propose di dividere la Palestina in due stati quasi uguali nel loro spazio territoriale. Per il 1947 gli ebrei erano soltanto un terzo della popolazione e la maggior parte di loro era arrivata in Palestina solamente pochi anni prima.

Il categorico rifiuto dei palestinesi, sostenuti dalla lega araba, di procedere con questo accordo, permise alla dirigenza sionista di pianificare accuratamente il passo successivo. Tra il febbraio 1947 ed il marzo 1948 venne preparato un piano finale per la pulizia etnica.

La leadership sionista definì l'80% della Palestina (Israele oggi senza la West Bank) come spazio per il futuro spazio.

Questa era un'area nella quale un milione di palestinesi vivevano vicini a 600.000 ebrei.

L'idea era di sradicare quanti palestinesi possibile. Dal marzo del 1948 fino alla fine di quell'anno il piano fu attuato nonostante il tentativo da parte di alcuni stati arabi di opporvisi, che fallì. Circa 750.000 palestinesi furono espulsi, 531 villaggi furono distrutti ed 11 quartieri cittadini demoliti.

Metà della popolazione della Palestina fu sradicata e metà dei suoi villaggi distrutti. Lo stato di Israele fu istituito su oltre l'80% della Palestina, trasformando i villaggi palestinesi in insediamenti di coloni ebrei e parchi di svago, ma permettendo ad un piccolo numero di palestinesi di rimanervi come cittadini.

La guerra del giugno 1967 permise ad Israele di prendere il rimanente 20% della Palestina.

Questa conquista in un certo modo ha sconfitto l'ideologia etnica del movimento sionista. Israele circonda il 100% della Palestina, ma lo stato incorporava un grande numero di palestinesi, i quali i sionisti avevano fatto un così grande sforzo per espellerli nel 1948.

Il fatto che ad Israele fu consentito cavarsela facilmente nel 1948 e non condannato per la pulizia etnica che commise, lo incoraggiò alla ulteriore pulizia etnica di 300.000 palestinesi dalla West Bank e dalla striscia di Gaza.

Ma la guerra del giugno 1967 fu troppo breve - sei giorni - e la comunità internazionale più consapevole. La società palestinese era più competente. Quindi Israele fu lasciata con un gran numero di palestinesi sotto il suo controllo e non poté completare "il lavoro".

Il movimento nazionalista palestinese rinacque nella forma dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e, perfino se questo non liberò un solo centimetro quadrato di Palestina, spostò la questione palestinese e la Nakbah (catastrofe) del 1948 al centro dell'attenzione pubblica mondiale.

L'operazione di pulizia etnica fu sconfitta anche dalla tenacia e dalla capacità di recupero di quei palestinesi a quali era stato permesso di restare in Israele.

Essi divennero un quarto della popolazione.

Così la demografia divenne il tema principale dell'agenda della sicurezza nazionale di Israele. Questa offuscava ogni altra preoccupazione, fosse di uguaglianza sociale, democrazia o diritti umani.

Il sistema educativo, i media ed i politici sottolineano tutti il "pericolo" che i palestinesi costituiscono per l'esistenza dello stato e per il benessere dei cittadini ebrei.

In questa situazione la "sinistra" israeliana esorta a ridurre le dimensioni del territorio, la destra incita a ridurre le dimensioni dei palestinesi.

Ma la distanza morale ed ideologica tra i due poli del sistema politico e veramente molto scarsa.

Dopo due insurrezioni nei territori occupati ed un tentativo diplomatico internazionale fallito che ignorava totalmente le radici del conflitto come sopra descritte, ora siamo tornati proprio alle basi dello scontro.

Imposizioni

Negli ultimi sei anni, con il pieno appoggio dell'elettorato ebraico, i successivi governi israeliani hanno cercato di imporre con la forza quella che per loro è la soluzione ideale.

Questa consiste nell'imprigionare un grande numero di palestinesi in delle enclave nella West Bank e nella striscia di Gaza, controllando attraverso un sistema di apartheid la minoranza palestinese in Israele e respingendo categoricamente ogni rimpatrio dei rifugiati palestinesi.

Questo piano è pienamente appoggiato dagli USA.

La presidenza neo-conservatrice di Bush prosegue nel suo unilateralismo, cercando di imporre con mezzi militari e l'intimidazione i suoi valori economici e strategici al resto del mondo.

Soltanto due movimenti nell'area resistono ad Israele ed agli USA.

Tristemente per le persone di sinistra, come me, essi non sono della "nostra scuola", ma dovremmo rispettare la loro fermezza e volontà di resistere all'occupazione ed alla colonizzazione. Questi sono Hamas e Hizbollah.

Israele si rende conto di avere ora una finestra di opportunità per eliminare queste forze a Gaza ed in Libano - ed oltre in Siria ed Iran.

La guerra regionale che si sta sviluppando a breve scadenza potrebbe indebolire queste due forze, ma a lunga scadenza potrebbe significare il confronto di Israele non soltanto con il mondo arabo ma con tutto il mondo musulmano.

A quel punto, gli USA potrebbero abbandonarlo, e lo stato ebraico finirebbe come il regno dei crociati dei tempi medievali.

Un disastro che sta incombendo su noi tutti - ebrei ed arabi - ed è solamente l'Europa che potrebbe evitarlo, se la finisse di sacrificare i suoi interessi ed i nostri agli interessi degli USA e del sionismo.

 

Ilan Pappe è un professore israeliano della Università di Haifa. I suoi libri più recenti sono he Modern Middle East (Routledge 2005), e A History of Modern Palestine: One Land, Two Peoples (Cambridge University Press 2004), nei quali documenta l'espulsione dei palestinesi come un crimine orchestrato di pulizia etnica che ha distrutto la coesistenza pacifica tra ebrei ed arabi. I suoi libri precedenti includono The Making of the Arab-Israeli Conflict, 1948-1951 (New York 1992) e The Israel/Palestine Question (London 1999). Sono tutti disponibili da Bookmarks. Tel. 020 7637 1848. Andate a www.bookmarks.uk.com