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La crisi economica e democratica in Europa pone delle domande.
Perché in Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia sono state adottate
ed applicate con eccezionale ferocia delle politiche destinate a
fallire? Quelli responsabili di aver perseguito queste politiche
sono folli, raddoppiando la dose ogni volta che la loro medicina
fallisce prevedibilmente di funzionare? Com'è che in un sistema
democratico, il popolo costretto ad accettare tagli ed austerità
semplicemente sostituisce un governo fallito con un altro dedicato
esattamente allo stesso trattamento d'urto? Vi è qualche
alternativa?
La risposta alle prime due domande è chiara, una volta che
dimentichiamo la propaganda sull'"interesse pubblico", i "valori
condivisi" dell'Europa e l'essere "tutti assieme in questo". Le
politiche sono razionali e nel complesso stanno raggiungendo il loro
obiettivo. Ma questo obiettivo non è il termine della crisi
economica e finanziaria ma di mietere i suoi ricchi compensi. La
crisi significa che centinaia di migliaia di posti di lavoro
pubblici civili possono essere tagliati (in Grecia, nove su dieci
dipendenti pubblici non saranno rimpiazzati al pensionamento), i
salari ed i permessi pagati ridotti, pezzi dell'economia svenduti a
vantaggio di interessi privati, le leggi sul lavoro messe in
discussione, le imposte indirette (le più regressive) incrementate,
il costo dei servizi pubblici aumentato, il rimborso delle spese
dell'assistenza sanitaria ridotto. La crisi è un regalo del cielo
per i neoliberisti, che avrebbero dovuto lottare a lungo e duramente
per ciascuna di queste misure ed ora le ottengono tutte. Perché
dovrebbero voler vedere la fine di un tunnel che è un mezzo rapido
per il paradiso?
Il 15 giugno i direttori della
Irish Business and Employers Confederation (IBEC)
sono andati a Bruxelles per chiedere alla Commissione Europea
di fare pressione su Dublino per smantellare alcune delle leggi sul
lavoro dell'Irlanda, velocemente. Dopo la riunione,
Brendan McGinty,
direttore IBEC delle Relazioni industriali e delle risorse umane, ha
avvertito: "L'Irlanda ha bisogno di mostrare al mondo che è seria
sulla riforma economica e sul riportare
in linea i costi del lavoro. Gli osservatori stranieri vedono
chiaramente che le nostre norme sul lavoro sono una barriera per la
creazione di posti di lavoro, la crescita e la ripresa. Una grande
riforma è una parte fondamentale del programma concordato con la UE
e con il FMI. Ora per il governo non è il momento di sottrarsi
dalle decisioni dure".
Le decisioni non saranno dure per tutti, seguendo un corso che
è già familiare: "Negli ultimi anni i tassi di rimunerazione per i
lavoratori nuovi in settori non regolamentati sono calati di circa
il 25%. Ciò dimostra che il mercato del lavoro sta rispondendo ad
una crisi economica e di disoccupazione". La leva del debito sovrano
permette all'Unione Europea ed al Fondo Monetario Internazionale di
imporre su Dublino l'ordine sognato dai datori di lavoro irlandesi.
Le stesse vedute sembrano applicarsi altrove. L'11 giugno, un
editoriale dell'Economist
osservava che "I greci inclini alle riforme vedono la crisi come
un'opportunità per correggere il loro paese.
Elogiano silenziosamente gli stranieri per girare le viti sui
loro politici". La stessa questione analizzata dal piano di
austerità di EU e FMI per il Portogallo: "I leader imprenditoriali
sono inflessibili che non vi dovrebbe essere nessuna deviazione dal
piano UE/FMI.
Pedro Ferraz da Costa,
che dirige un istituto di ricerca delle imprese, afferma che
nessun partito portoghese nei 30 anni passati avrebbe portato avanti
un programma di riforme così radicale. Aggiunge che il Portogallo
non può permettersi di mancare questa opportunità". Lunga vita alla
crisi.
Provvedere soltanto ai rentiers
La democrazia portoghese ha soltanto 30 anni. I suoi giovani
leader sono stati inondati di garofani da folle riconoscenti per la
fine di una lunga dittatura e delle guerre coloniali in Africa, la
promessa della riforma agraria, i programmi di alfabetizzazione ed i
potere per gli operai delle fabbriche. Ora, con la riduzione del
salario minimo e del sussidio di disoccupazione, riforme
neoliberiste sulle pensioni, la salute e l'istruzione, hanno avuto
un grande balzo indietro. Il nuovo primo ministro,
Pedro Passos Coelho,
ha promesso di andare ancora oltre di ciò che richiedono la UE ed il
FMI. Vuole
"sorprendere" gli investitori.
Spiega l'economista USA
Paul Krugman:
"Consapevolmente o no, i politici provvedono quasi esclusivamente
agli interessi dei rentiers
–
quelli che traggono molto reddito da beni, che in passato hanno
prestato grandi somme di denaro, spesso imprudentemente,
ma che ora sono protetti dalla perdita a spese di tutti gli altri".
Krugman afferma che naturalmente gli interessi dei creditori
prevalgono perché "questa è la classe che fa grandi contribuzioni
per le campagne elettorali, è la classe che ha accesso personale ai
politici, molti dei quali vanno a lavorare per questa gente quando
escono dal governo attraverso la porta girevole". Durante la
discussione della UE sul finanziamento della ripresa greca, il
ministro delle finanze austriaco
Maria Fekter
ha inizialmente suggerito: "Non si possono lasciare i profitti alle
banche e far accollare le perdite ai contribuenti". Questo è stato
di breve durata. L'Europa ha esitato per 48 ore, quindi gli
interessi dei rentier hanno prevalso, come al solito.
Per comprendere i "complessi" meccanismi sottostanti alla crisi
del debito sovrano, bisogna sapere delle costanti innovazioni
nell'ingegneria finanziaria:
futures, CDS
(credit default swaps)
ecc. Il livello di sofisticazione riserva l'analisi per esperti
selezionati che generalmente profittano della loro conoscenza.
Intascano il ricavato mentre quelli economicamente analfabeti
pagano, come un tributo che devono al fato o ad un aspetto del mondo
moderno che è oltre loro.
Cerchiamo invece la semplice spiegazione politica. Molto tempo
fa, i re europei prendevano in prestito dal Doge di Venezia o dai
mercanti fiorentini o dai banchieri genovesi. Non avevano nessun
obbligo di rimborsare questi prestiti e talvolta trascuravano di
farlo, un modo svelto di appianare il debito pubblico. Molti anni
più tardi, il giovane regime sovietico annunciò che non si sarebbe
ritenuto responsabile per il denaro che gli zar avevano preso in
prestito e dissipato, così generazioni di risparmiatori francesi
improvvisamente scoprirono che nelle loro soffitte avevano prestiti
russi di nessun valore.
Ma vi erano dei modi più sottili per sdebitarsi. Nel Regno
Unito, il debito declinò dal 216% del prodotto interno lordo nel
1945 al 138% nel 1955 e negli USA calò dal 116% del PIL al 66%.
Senza nessun piano di austerità. Naturalmente, l'ondata nello
sviluppo economico post-bellico ridusse automaticamente la
proporzione di debito nella ricchezza nazionale. Ma questo non era
tutto. Gli stati rimborsarono una somma nominale alla volta, ridotta
ogni anno dal livello dell'inflazione. Se un prestito sottoscritto
al 5% di interesse annuo viene restituito in valuta che si deprezza
al tasso del 10% l'anno, il tasso d'interesse reale diventa negativo
a vantaggio del debitore. Tra il 1945 ed il 1980, il tasso
d'interesse reale nella maggior parte dei paesi occidentali è stato
negativo quasi tutti gli anni. Come risultato, l'Economist
ha osservato: "I risparmiatori depositavano il denaro nelle banche,
che prestavano ai governi a tassi d'interesse sotto il livello
dell'inflazione". Il debito veniva ridotto senza molte
preoccupazioni. Negli USA, i tassi d'interesse reale negativi
valevano l'equivalente del 6,3% del PIL all'anno per il Tesoro, dal
1945 al 1955.
Perché i risparmiatori accettavano di essere imbrogliati? Non
avevano nessuna scelta. I controlli dei capitali e la
nazionalizzazione delle banche significava che dovevano prestare
allo stato e che è come otteneva i suoi fondi. Gli individui
facoltosi non avevano l'opzione di investire nella speculazione in
azioni brasiliane indicizzate a variazioni nel prezzo dei semi di
soia nel corso dei tre anni successivi. Vi era una fuga di capitali,
valigie di lingotti d'oro lasciavano la Francia per la Svizzera il
giorno prima della svalutazione o di un'elezione nella quale poteva
vincere la sinistra. Comunque, questo era illegale.
Fino agli anni '80, gli aumenti salariali indicizzati (scale
mobili) proteggevano la maggior parte dei lavoratori dalle
conseguenze dell'inflazione ed i controlli sul libero movimento di
capitale aveva costretto gli investitori a sopportare tassi
d'interesse negativi. Dopo gli anni
Reagan/Thatcher,
si applicò il contrario.
Il sistema non ha nessuna pietà
Le scale mobili salariali sono scomparse quasi ovunque in
Europa: in Francia,
nel 1982
l'economista
Alain Cotta chiamò questa grave decisione "dono di
[Jacques] Delors
[ai datori di lavoro]". Tra il 1981 ed il 2007, l'inflazione era
distrutta ed i tassi d'interesse reali erano quasi sempre positivi.
Profittando dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale, i
"risparmiatori" (questo non significa anziani pensionati con un
acconto alle poste a Lisbona o
i carpentieri a Salonicco) fecero competere gli stati per i
finanziamenti e, come dichiarò
François Mitterrand,
"arricchirsi nel sonno". Muoversi dalle
scale mobili salariali e da tassi d'interesse negativi ad una
riduzione del potere d'acquisto del lavoro e ad un meteorico
incremento dei guadagni di capitale rovesciò completamente
l'equilibrio sociale.
A quanto pare ciò non è abbastanza. La troika (Commissione
Europea, BCE e FMI) ha deciso di migliorare i meccanismi progettati
per favorire il capitale a spese del lavoro, aggiungendo
coercizione, ricatto ed ultimatum. Gli stati hanno sanguinato per i
loro sovrabbondanti sforzi per salvare le banche e chiedendo
l'elemosina per bilanciare i loro conti mensili viene raccontato
loro di scegliere tra un'epurazione guidata dal mercato e la
bancarotta. Una fascia d'Europa, dove le dittature di
António de Oliveira Salazar,
di
Francisco Franco e dei colonnelli greci sono terminate,
è stata
abbassata al grado di protettorato dominato da Bruxelles,
Francoforte e
Washington,
il cui principale scopo è di difendere il settore finanziario.
Questi stati hanno ancora i loro governi, ma soltanto per
garantire che gli ordini vengano eseguiti e per resistere all'abuso
da gente che sa che il sistema non proverà mai pietà per loro, per
quanto povera sia. Secondo
Le Figaro, “La
maggior parte dei greci vedono la supervisione
internazionale del bilancio come una nuova forma di dittatura, come
ai vecchi tempi quando erano in carica i colonnelli, tra il 1967 ed
il 1974". L'ideale europeo non guadagnerà dall'essere associato
all'ufficiale giudiziario che prende isole, spiagge, società
nazionali e pubblici servizi e li vende ad investitori privati. Dal
1919 e dal Trattato di
Versailles,
chiunque sa che una simile pubblica umiliazione può scatenare il
nazionalismo distruttivo
–
e tanto più mentre aumentano le provocazioni. Il prossimo
governatore della BCE,
Mario Draghi,
che
–
come il suo predecessore
–
emanerà ad Atene ordini rigorosi, è stato vicepresidente ed
amministratore delegato di
Goldman Sachs
quando la banca aiutava il governo conservatore greco a truccare i
conti. Il FMI, che pure prende uno sguardo sulla costituzione
francese, ha chiesto a Parigi di "governare per equilibrare le
finanze pubbliche";
Nicolas Sarkozy
ci sta già lavorando.
La Francia ha lasciato sapere che vorrebbe che i partiti
politici greci seguano l'esempio dei loro equivalenti portoghesi,
"unite le forze e formata un'alleanza"; ed il primo ministro
francese,
François Fillon,
ed il presidente della Commissione Europea,
José Barroso,
hanno cercato di persuadere il leader conservatore greco,
Antonis Samaras,
a prendere questa direzione. Il presidente della BCE
Jean-Claude Trichet
ritiene che "le autorità europee potrebbero avere il diritto di veto
su alcune decisioni di politica economica nazionale".
L'Honduras ha istituito una zona franca nella quale la
sovranità nazionale non si applica. Attualmente l'Europa sta
istituendo una zona di dibattito per tutte le questioni economiche e
sociali non più discusse dai partiti politici perché queste zone
sono andate oltre il loro controllo. La competizione tra partiti ora
si concentra su materie sociali: il burqa, la legislazione sulla
cannabis, il radar sulle autostrade, i gesti collerici o il
linguaggio osceno di un politico sprezzante o di un artista
esaltato. Ciò conferma una tendenza già evidente 20 anni fa: il vero
potere politico si sposta ad aree dove la democrazia non ha nessun
peso, fino al giorno in cui alla fine l'indignazione trabocca. Che è
dove ci troviamo.
Ma l'indignazione è impotente senza qualche comprensione dei
meccanismi che l'hanno provocata. Conosciamo le alternative
–
rifiutare le politiche monetariste e deflazioniste che
approfondiscono la crisi, cancellare parte del debito se non tutto,
assumere il controllo delle banche, tenere sotto controllo la
finanza, rovesciare la globalizzazione e ricuperare i miliardi di
euro che lo stato ha perduto con i tagli fiscali che favoriscono i
ricchi (?70 miliardi in Francia nei dieci anni passati, più di $1
trilione negli USA, specialmente per i redditi dell'1% al vertice).
E la conoscenza di queste alternative è stata condivisa da persone
che sanno dell'economia tanto almeno quanto Trichet, ma che non
servono gli stessi interessi.
Questo non è un dibattito tecnico e finanziario ma una
battaglia politica e sociale. Naturalmente, gli economisti liberali
sosterranno che quello che chiedono i progressisti è impossibile. Ma
cosa hanno ottenuto, a parte il creare una situazione che è
insopportabile? Forse è tempo di ricordare come
Jean-Paul Sartre
ha riassunto il consiglio di
Paul Nizan
alle persone che frenano il loro istinto di aggressione: "Non
vergognatevi di chiedere la luna:
ne abbiamo bisogno".
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