In Defence of
Marxism

 

L'Europa in crisi

Scritto da Alan Woods Giovedì 2 dicembre 2010

 

Il titolo dell'articolo dell'Economist diceva tutto: "Europa: più sofferenza, poco guadagno". In tutta Europa i governi stanno lottando per portare sotto controllo enormi deficit. Per fare ciò, passano il conto alla classe lavoratrice ed alla classe media. Gradualmente la verità comincia a farsi chiara ai lavoratori. Sono di fronte a un intero periodo di tagli e di attacchi ai livelli di vita. E stanno reagendo.

Come sempre, i lavoratori francesi sono stati all'avanguardia dell'azione militante, con scioperi generali e dimostrazioni di massa militanti. Ma il movimento sta nascendo ovunque. Sabato 27 novembre a Dublino vi è stata una manifestazione di 100.000 persone. Il recente sciopero generale in Portogallo è stato appoggiato massicciamente (80-85%, secondo il leader sindacali il maggiore dalla rivoluzione).

Il 26 settembre in Spagna vi è stato uno sciopero generale. In Italia vi sono state dimostrazioni di massa proclamate da CGIL e FIOM. In Grecia finora quest'anno vi sono stati otto o nove scioperi generali. In Gran Bretagna vi sono state infiammate manifestazioni di studenti in tutte le principali città per protestare contro il proposto incremento delle tasse studentesche.

Questo è soltanto l'inizio. Indica che vi è fermento a tutti i livelli della società e questo deve trovare la sua espressione all'interno delle fila del movimento sindacale. I leader sindacali sono disperati per giungere a un accordo con la borghesia, ma vi è un problema: la borghesia non ha nulla da offrire. Non è soltanto che non possa offrire qualche riforma significativa. Non può tollerare la continuazione di quelle riforme che sono state conquistate in passato dai lavoratori.

Perciò il sindacato non ha altra scelta che mobilitare. Comunque, nelle condizioni attuali, nemmeno gli scioperi generali sono sufficienti. La classe dominante non ha altra scelta che continuare i suoi attacchi. Questo non è uno stato delle cose transitorio. E' un punto di svolta nella storia d'Europa. Ed è la ricetta perfetta per un risveglio della lotta di classe.

La crisi continua

Gli anni della crescita sono stati fondati in gran parte su una vasta espansione del credito, che è stata riflessa in un enorme incremento nei livelli del debito privato prima della crisi e da livelli senza precedenti di debito pubblico dopo di essa. Dopo una baldoria da sbronzi arrivano i gravi postumi di una sbornia. I governi hanno cercato di uscire dalla crisi stimolando le loro economie, che significa soltanto che il mondo ricco ha molto denaro da rimborsare. Questa è una delle ragioni del perché qualsiasi ripresa sarà ritardata e vi saranno una crisi dopo l'altra.

Mentre i mercati si sono messi all'erta sulla reale condizione delle finanze statali nel mondo sviluppato, vi è stato crescente nervosismo sul problema del debito sovrano. E il problema è pronto a diventare molto peggio. Nel 2011 l'ammontare del debito statale che matura in America e nella zona euro sarà ancora maggiore di quello del 2010. Secondo Bloomberg, ammonterà a circa $3,5 trilioni, paragonato a $3,1 trilioni.

Al momento l'attenzione è concentrata sulle economie alla periferia dell'eurozona (Irlanda, Portogallo e Grecia). La catena del capitalismo europeo si sta rompendo nei suoi anelli più deboli. Ma con ogni nuovo anello che si spezza la forza dell'intera catena viene messa alla prova al punto di rottura. Presto o tardi questo punto verrà raggiunto.

Mentre l'Unione Europea e l'FMI erano a Dublino a mercanteggiare sui dettagli di un salvataggio per l'Irlanda, in Portogallo e Spagna i funzionari tentavano di calmare i nervi degli investitori con assicurazioni che le loro economie e le loro banche non necessitavano di un simile soccorso. José Sócrates, primo ministro del Portogallo, sperava che l'aiuto dato all'Irlanda avrebbe calmato i mercati perché il suo paese stava "soffrendo chiaramente di un effetto contagio".

Il guaio è che nessuno crede loro. Le preoccupazioni sul debito sovrano sono continuate ed il costo dei prestiti per entrambe Portogallo e Spagna è salito bruscamente. L'intervallo sui titoli di stato a dieci anni della Spagna su quelli Bund tedeschi è scattato al livello più elevato dall'introduzione dell'euro. Questo somiglia ai grafici posti in fondo a un paziente malato criticamente in ospedale.

Il salvataggio dell'Irlanda è un colpo ancora maggiore all'euro di quello della Grecia perché le principali banche europee detengono di più del debito dell'Irlanda. Il Portogallo è il prossimo. Dal Portogallo il contagio si spargerà alla Spagna. E dopo la Spagna viene l'Italia e la Gran Bretagna non sarà molto indietro.

Dove sono i germogli verdi?

La crisi dell'euro viene attribuita a "mancanza di fiducia". Ma questa è una spiegazione che non spiega nulla. Perché vi era fiducia prima e perché non vi è fiducia ora? La risposta è che i capitalisti (aka gli "investitori" o "il mercato") non vedono nessuna prospettiva di una imminente ripresa dell'economia mondiale. Effettivamente, in molti modi la crisi internazionale del capitalismo continua a peggiorare. Discorsi su "germogli verdi" non si sentono più. Il tono è di pessimismo, punteggiato da attacchi improvvisi di panico.

Il pezzo chiave nell'economia mondiale restano gli USA. Qui i segni al meglio sono mischiati. L'economia USA nel terzo quadrimestre è cresciuta più velocemente di quanto pensato in precedenza: del 2,5% ad un tasso annuale, contro una stima iniziale del 2%. Ma la notizia è stata offuscata dalla squallida valutazione della Federal Reserve che il tasso di disoccupazione rimarrebbe alto per più di quanto aveva predetto, calando soltanto di circa il 9% per la fine del 2011.

Il mercato immobiliare USA rimane depresso. Il numero delle case in precedenza possedute vendute in America era del 2,2% più basso in ottobre che in settembre e del 25,9% più basso che nell'ottobre 2009. La vendita di case che sono sotto sequestro o in altre situazioni finanziarie in difficoltà sono ritenute il 34% del totale per ottobre, circa la stessa proporzione che in settembre.

Alcuni economisti paragonano questo alla situazione nel 1929-49 o nel 1965-82. Si sta facendo gradualmente evidente nella borghesia la percezione non vi sarà alcuna seria ripresa molto presto. Spera che i mercati emergenti produrranno profitti abbastanza grossi da salvarla. Ma alla fine non vi è nessuna vera fiducia in niente.

Il nervosismo della borghesia trova la propria espressione nelle rotazioni delle borse mondiali. Dopo la ripresa del 2009, le borse vacillano ancora. La borghesia soffre di un genere di schizofrenia collettiva. Un minuto parla di deflazione, il minuto successivo si lagna del pericolo di inflazione. Gli economisti non possono prendere una decisione e danno consigli contraddittori.

Recentemente l'Economist ha dato una valutazione pessimistica della situazione:

"Se la prospettiva è di anni di bassa crescita economica, allora questa deprimente valutazione dei dividendi sarà probabilmente corretta. Dopo tutto, il rimbalzo nei profitti nel 2009-10 ha dovuto molto ad un miglioramento dei margini. Le società sono state in grado di liberarsi di personale mentre miglioravano la produttività della rimanente forza lavoro. Ma questo non sembra sostenibile nel lungo termine. O l'economia si riprenderà, ed i costi del lavoro saliranno, oppure l'alto livello di disoccupazione peserà sulla domanda e le entrate ne saranno danneggiate".

Tendenze protezionistiche

Le contraddizioni stanno emergendo a tutti i livelli. I titoli di stato hanno agito tradizionalmente come i rifugi sicuri dei mercati finanziari. I dubbi sull'essere degni di credito dei titoli greci o portoghesi significano soltanto che gli investitori opteranno per la sicurezza dei titoli di stato tedeschi o dei Buoni del Tesoro USA. Ma dal momento che anche questi ora vengono guardati con sospetto, la borghesia ricorre sempre più a una via di scampo ancora più vecchia: l'oro.

L'irresistibile ascesa dell'oro, che ha già raggiunto un massimo storico, è un riflesso grafico del timore di inflazione tra gli investitori e della loro mancanza di fiducia nelle valute esistenti. Sanno che in passato i governi hanno utilizzato l'inflazione come un modo per trattare con un pesante onere del debito e sanno pure che simili metodi portano subito inevitabilmente ad una ulteriore esplosione dell'inflazione.

Improvvisamente le valute dominano i titoli di testa. Se non si preoccupano dell'euro o del dollaro, si lamentano dello yuan. La Cina viene costantemente criticata per la sua valuta sottovalutata, specialmente in America. Sotto la pressione di tale critica ed allo scopo di evitare misure protezionistiche, Beijing ha permesso allo yuan di salire contro il dollaro, ma l'aumento è stato così piccolo da essere insignificante.

Il surplus della bilancia commerciale cinese è salito a $102,3 miliardi nel terzo trimestre, il doppio dell'ammontare dell'anno prima e circa il 7,2% del PIL. Con le esportazioni cinesi che veleggiano a nuovi livelli, i governi occidentali stanno spingendo la Cina a fare di più per "affrontare i suoi squilibri commerciali", cioè, a esportare di meno e ad importare di più. Ma non sembra che Beijing abbia nessuna fretta di seguire questo benevolo consiglio. La Cina è un esportatore di molto successo e di conseguenza ha accumulato un consistente surplus commerciale. Allo scopo di mantenere allettanti le sue esportazioni per i consumatori americani e europei, i cinesi si servono della svalutazione monetaria come un modo per ridurre il prezzo dei loro prodotti.

Altri paesi cercano di seguire la stessa strada della Cina, esportando la loro via alla ripresa. Posto in altri termini, questo significa esportare disoccupazione. Ma in questo vi è un piccolo problema: perché qualcuno esporti, qualcun altro deve fungere da importatore netto e perché qualcuno svaluti la propria moneta, qualcun altro deve lasciar salire la propria valuta. Questo è il sentiero scivoloso che può portare a una serie di svalutazioni competitive mentre dei paesi intervengono per spingere giù il valore delle loro valute per assicurarsi un vantaggio sui loro rivali. Il risultato potrebbe essere aumentare il protezionismo mentre dei paesi si accusano l'un l'altro di guadagnare "artificialmente" quote di mercato.

Vi sono già discorsi di guerre commerciali. Questa è una situazione estremamente pericolosa. Ricordiamoci che ciò che ha trasformato il crollo del 1929 nella Grande Depressione è stato proprio il protezionismo e le svalutazioni competitive. E' in questo contesto di estrema volatilità globale che dobbiamo intendere la crisi dell'euro.

Chi paga?

I governi camminano su una corda tesa; tentano di riassicurare i mercati attuando tagli brutali nel nome della "disciplina di bilancio", mentre cercano di non infliggere danni irreparabili alle loro economie. Ma questo è come tentare di quadrare il cerchio. Alla fine, i programmi di austerità in Europa non risolveranno nulla ma renderanno soltanto peggiore la crisi. E' del tutto possibile che la ripresa sarà minata dall'inasprimento della politica fiscale, particolarmente in Europa.

I pacchetti di salvataggio per la Grecia e l'Irlanda erano intesi a provare ai mercati finanziari che l'euro sarebbe stato al sicuro nel 2011, dal momento che un enorme fondo di sostegno significa che vi è al posto giusto un investitore dell'ultima risorsa per il debito dell'eurozona. Ma ciò non garantisce in nessun modo il futuro dell'euro.

Il 29 ottobre, i leader dell'Unione Europea hanno concordato che dovrebbero riaprire i trattati "per istituire un meccanismo permanente di crisi" che includerebbe "il ruolo del settore privato". I mercati hanno preso questo come un segno che agli obbligazionisti venga fatto pagare per futuri salvataggi di membri afflitti dell'eurozona. Immediatamente hanno cominciato a disfarsi del debito dei paesi più esposti, cioè l'Irlanda e il Portogallo.

Il 21 novembre il governo irlandese alla fine ha ceduto alla pressione dell'Unione Europea per cercare un salvataggio di emergenza di €85 miliardi ($115 miliardi) dalla UE e dall'FMI nella regione. Quando il governo greco ha ottenuto in maggio un salvataggio di €110 miliardi e è stato messo in posizione un fondo congiunto UE/FMI del valore di €750 miliardi per finanziarlo, i mercati hanno recuperato. Ma questa volta le grandi agenzie di valutazione del credito hanno reagito negativamente.

Se gli irlandesi pensavano di essere ricompensati dagli investitori dopo avere accettato questo accordo, si sono presto disillusi. Mentre dopo il salvataggio della Grecia in maggio i mercati per un momento si sono calmati, vi è stata una caduta non soltanto nelle attività irlandesi, ma anche in quelle di Portogallo e Spagna. Quando l'accordo è stato annunciato, in Irlanda i redditi obbligazionari sono caduti inizialmente al 7,93%, ma più tardi Standard & Poor’s ha prontamente declassato il debito statale irlandese da AA- a A e Moody’s ha promesso un "declassamento di molte tacche".

Entro 24 ore, gli spread del debito statale irlandese, portoghese e spagnolo rispetto ai titoli tedeschi era cresciuto più ampio che prima che l'accordo fosse annunciato. Lo spread sui titoli spagnoli ha raggiunto il livello più alto dal lancio dell'euro nel 1999. In altre parole, il salvataggio era fallito ancora prima che l'inchiostro sulla carta sul quale era stato scritto fosse asciutto. La ragione è semplicemente che i miliardari internazionali non credono che questi paesi saranno in grado di ripagare i loro debiti. Sanno che l'ultimo accordo non eliminerà i debiti dell'Irlanda, ma semplicemente li rifinanzierà.

E' stato simile a ciò che è accaduto nel 2008, quando i tentativi frenetici per rianimare le banche americane hanno prodotto recuperi soltanto temporanei. Dopo il salvataggio di Bear Stearns nel marzo 2008 vi è stato un tale clamore che il governo americano non è stato disposto a salvare Lehman Brothers in settembre. Ora la Germania affronta lo stesso dilemma. E' la Germania che detiene i cordoni della borsa della UE. E' stata la Germania che (con riluttanza) ha messo le mani nelle tasche per salvare Grecia e Irlanda. Ma questo ha i suoi limiti.

Dall'Irlanda al Portogallo...

Dopo l'Irlanda i mercati rivolgono ora la loro attenzione ai paesi iberici, con il Portogallo prossimo in linea. Il 23 novembre il Portogallo stava pagando più di quattro punti percentuali in più alla Germania per prendere in prestito denaro. Ciò è simile a quello che la Grecia pagava a metà aprile, poche settimane prima del suo salvataggio.

Il Portogallo è un'altra economia europea debole, che soffre di crescita lenta e di un grande deficit di bilancio. E' chiaro che il Portogallo sarà costretto a seguire il sentiero dell'Irlanda. Per accontentare i mercati il governo a guida socialista di José Sócrates ha annunciato un pacchetto di tagli. Come risultato è stato proclamato uno sciopero generale, che è stato ampiamente seguito. Ma non è una questione di se Lisbona cercherà un salvataggio ma di quando.

Comunque, tutti questi piani di soccorso e salvataggi non risolvono nulla. Se era il caso che Irlanda, Grecia e Portogallo necessitassero soltanto di prendere in prestito un certo ammontare di contanti per aiutarli a risolvere le loro difficoltà, il piano di soccorso della UE poteva funzionare. Ma i mercati sono convinti che i problemi vanno più in profondo e che, di fatto, questi paesi siano insolventi: cioè, in linguaggio chiaro, non possono permettersi nemmeno di servire il loro debito, e tanto meno rimborsarlo.

Gli uomini del denaro sospettano che i debiti delle banche irlandesi siano molto peggiori di quello che è stato fino a ora ammesso e sono preoccupati della decisione del governo di Dublino del settembre 2008 di garantire tutte le passività di queste banche. Questa decisione avventata potrebbe finire con il costare ancora di più dei promessi prestiti di UE/FMI di €85 miliardi, specialmente quando i depositi bancari continuano a scorrere fuori del paese, come stanno facendo.

Stanno perciò mettendo un'atroce pressione sul governo irlandese per far accettare un bilancio di austerità prima che possano essere indette elezioni generali. La situazione è simile in Grecia, dove il governo, avendo portato a termine una severa politica di tagli, ora scopre che non può sollevare abbastanza in imposte o crescere abbastanza velocemente per finanziare un enorme ammontare di prestiti.

In Irlanda Brian Cowen deve ancora approvare il bilancio 2011 ai primi di dicembre. Da quando era ministro delle finanze mentre si gonfiava la bolla irlandese e primo ministro quando scoppiava, la sua credibilità ora è zero. Dopo ripetute smentite che stava cercando un salvataggio, ha poi firmato un accordo umiliante che non soltanto impegna l'Irlanda a pagare un conto enorme, ma assegna ai commissari della UE i poteri per vedere se mantiene la parola.

Ciò ha provocato in Irlanda una protesta clamorosa sulla "perdita di sovranità". L'Irish Times si è chiesto apertamente se la sollevazione di Pasqua del 1916 vi fosse stata inutilmente. Non sembrano comprendere che la vera sovranità si trova nell'onnipotente Mercato, contro il quale è inutile protestare.

La crisi politica è seguita rapidamente. Il Partito Verde, il partner della coalizione del Fianna Fail di Cowen, ha dichiarato che sarebbe uscito in gennaio, obbligando a elezioni premature, sebbene non prima di contribuire a approvare il bilancio 2011 il 7 dicembre. Così, saranno parte del piano quadriennale per ridurre il deficit di bilancio al 3% del PIL entro il 2014 per conformarsi ai termini del piano di soccorso UE/FMI. Persino questo potrebbe non essere sufficiente per far passare il bilancio.

Olli Rehn, il commissario economico europeo, ha insistito che Bruxelles non interferirà nella politica irlandese, ma ha aggiunto che "la stabilità è importante". Il bilancio sarà ancora un'altra dose di austerità, inclusi per il 2011 €6 miliardi di tagli alla spesa, aumenti di imposte, feroci tagli al welfare e di stipendi nel settore pubblico e la riduzione del salario minimo.

L'accordo ha provocato una crisi nel Fianna Fail, che ha un tasso nei sondaggi del 17%, il più basso che mai. Il Fianna Fail, il partito dominante in Irlanda dall'indipendenza del paese negli anni '20, sta andando verso la più grande sconfitta elettorale della sua storia. E' per questo che alcuni del suo gruppo parlamentare chiedono le dimissioni di Cowen. Probabilmente il Fianna Fail sarà sostituito da una coalizione Fine Gael/Labour.

Così, la crisi economica diventa immediatamente una crisi politica nazionale. Questo è ciò che intendevamo quando abbiamo predetto che ogni tentativo ristabilire l'equilibrio economico distruggerà l'equilibrio sociale e politico.

E dal Portogallo alla Spagna

La Spagna è salita come un razzo ed è venuta giù come un ramoscello. Come l'Irlanda, ha sperimentato una febbrile crescita immobiliare che è finita in un crollo. Non più tardi del 2007 l'economia spagnola era una ai più alti tassi di crescita in Europa. Quei giorni sono finiti. Quando la bolla delle costruzioni è crollata ha trascinato giù con lei l'intera economia. Nel 2009 era la nona maggiore economia mondiale. Sarà presto la dodicesima, dietro Russia, India e Canada.

Nel 2010, mentre altre economie europee iniziavano a sperimentare qualche genere di crescita fiacca, l'economia della Spagna è arretrata. L'OCSE predice che il PIL spagnolo si restringerà leggermente quest'anno e crescerà di appena lo 0,9% l'anno prossimo. Come il Portogallo e la Grecia la sua crescita è bassa e la disoccupazione è sopra il 20%. Alcuni giorni fa il governatore della Banca di Spagna, Miguel Fernández Ordóñez, ha ammesso: "Il contagio si è sparso al debito greco, al debito portoghese e, ad un grado minore, al nostro debito come pure a quelli dell'Italia e del Belgio".

Sebbene il debito nazionale spagnolo fosse soltanto il 53% del PIL lo scorso anno - 21 punti sotto la media della UE - ora è fermamente nel mirino degli speculatori. Per prima cosa, le banche spagnole sono esposte pesantemente verso il Portogallo e i debiti delle famiglie e delle società spagnole sono molto al di sopra della media europea. Il deficit della bilancia commerciale è ancora sopra il 4% del PIL. La dimensione completa delle perdite sui prestiti immobiliari sulle banche e le cajas de ahorro (casse di risparmio) è sconosciuta.

Le banche spagnole tengono fino a 200.000 case appena costruite come parte di una proprietà immobiliare del valore di €60 miliardi prese in scambi debito per beni con immobiliaristi falliti. Molte di queste saranno scaricate nel mercato nel 2011, deprimendo ancora di più i prezzi delle case. I mercati temono che l'economia spagnola non crescerà. Nel 2011, ci si attende che il PIL della Spagna si espanda meno dell'1%. La disoccupazione è oltre il 20%, mentre l'inflazione è più alta che in Germania.

Ciò che avviene in Spagna avrà un effetto cruciale sul futuro dell'euro. L'Economist si è espresso senza mezzi termini in un editoriale intitolato: Per impedire il tracollo dell'euro, Zapatero deve rianimare la riforma spagnola. In altre parole, il governo socialista deve emettere misure di austerità per tagliare il deficit di bilancio. Zapatero viene obbligato a eseguire gli ordini del mercato. Ha attuato tagli di spesa e aumenti di imposte nel tentativo di ridurre il deficit di bilancio dall'11% del PIL nel 2009 al 6% l'anno prossimo. Ha ridotto le paghe dell'amministrazione civile del 5% e aumentato l'IVA a dispetto di uno sciopero generale.

Grazie a un accordo con il Partito Nazionalista Basco, il governo di minoranza di Zapatero è in grado di riuscire a far votare per il 2011 un nuovo bilancio di austerità. Ma i mercati non sono soddisfatti. Si lamentano che Zapatero sia troppo morbido e che ceda alle pressioni. "Ogni volta che i mercati internazionali mettono qualche pressione sul nostro debito, il governo spagnolo indica che farà qualche riforma", dichiara Juan Rubio-Ramírez, , un economista spagnolo della Duke University. “E come la pressione si diluisce, si rilassa".

I piani di Zapatero per alzare l'età della pensione da 65 a 67 e per riformare il mercato del lavoro vengono reputati dalla borghesia come estremamente timidi. Vuole abolire completamente il sistema della contrattazione centralizzata del salario. Si lamenta che la riforma delle pensioni sia stata rinviata fino al primo trimestre del prossimo anno e che le discussioni sul meccanismo di contrattazione collettiva andranno troppo lentamente per il gusto della borghesia. Chiede anche la riforma del sistema sanitario. Il Mercato richiede che Zapatero si pieghi alla sua volontà e si sacrifichi sul suo altare.

I sindacati hanno replicato con uno sciopero generale. Zapatero si trova tra l'incudine e il martello. Ciò che sta facendo non soddisfa nessuno. E' troppo poco per i padroni e troppo per i lavoratori. Di conseguenza, i tassi nei sondaggi per i socialisti sono crollati e Zapatero sta andando verso un'umiliazione elettorale. Dovrà dipendere sempre più dai deputati della borghesia basca e catalana, che chiederanno un prezzo per il loro appoggio. Sembra certo che il PSOE perderà le prossime elezioni generali nel 2012, preparando la vittoria del Partito Popolare di destra.

La Germania - la chiave all'Europa

Da quando i governi hanno preso la decisione di sottoscrivere le perdite delle loro grandi banche, il loro essere degni di credito è collegato inestricabilmente ai bilanci delle ultime. Il problema è che nessuno sa quanti siano i debiti irredimibili delle banche. Secondo Moody’s, l'agenzia del credito, le istituzioni che valuta globalmente nel 2011 avranno bisogno di trasferire $1,8 trilioni di debiti. A questa cifra dobbiamo aggiungere le banche che non sono nella lista di Moody’s. Così l'ammontare totale sarà molto maggiore. Nessuno sa quanto.

Ciò si riferisce in particolare alle banche europee, che nel 2011 affronteranno un enorme rifinanziamento. Negli anni della crescita queste banche hanno guadagnato immense somme di denaro dalla speculazione. Ora si aspettano che le loro perdite siano risarcite dalle banche centrali. Le ultime sono viste come una specie di cornucopia un corno dell'abbondanza magico che fornirà tutta la liquidità richiesta. Ma le risorse delle banche centrali non sono illimitate.

Ora ci si attende che la Germania consumi tutto il proprio denaro e il suo credito per sostenere l'intera area dell'euro. Se fosse soltanto questione della Grecia, dell'Irlanda e del Portogallo, potrebbe forse riuscirci. Ma la Spagna è un affare completamente differente. E' la quarta maggiore economia dell'euro, con un PIL e una popolazione più grandi di questi tre paesi assieme. Gli €750 miliardi della Struttura di Stabilità Finanziaria Europea non è stata creata per far fronte alla Spagna come pure agli altri tre paesi deboli della zona euro. Già in Maggio, quando è stata istituita, sembrava vi fossero poche probabilità che avrebbe dovuto farlo.

Finora, la Germania ha appoggiato i salvataggi, sebbene imprecandovi contro continuamente. Ma sarà disposta a pagare per la Spagna? La Merkel e il suo ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, sono ben consapevoli che in Germania vi è crescente risentimento per i salvataggi euro. Sanno anche che il trattato di Maastricht del 1992 non contiene nessuna clausola di salvataggio, un fatto sul quale la Corte Costituzionale tedesca potrebbe attirare la propria attenzione in qualche fase. Recentemente Bild ha chiesto: "Prima i greci, poi gli irlandesi, quindi...finiremo con il dovere pagare per tutti in Europa"?

Avvertendo la pressione, chiedono che i trattati della UE siano emendati per dare status permanente alla Struttura di Stabilità Finanziaria Europea. Senza questo il fondo di salvataggio scadrà nel 2013. Ma l'emendamento al trattato è un affare complicato. Ci è voluto molto tempo per fare approvare la Costituzione Europea da referendum nazionali e quindi è fallito. E l'insistenza tedesca su questo punto provoca frizione con altri governi che non sono appassionati ai referendum della UE a causa dei problemi politici interni che causano.

La Merkel ha affermato che l'euro è in una situazione "eccezionalmente seria". Schäuble ha aggiunto che "la nostra valuta comune è a rischio". Il presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, ha anche suggerito che se l'euro non sopravviveva non lo sarebbe neppure la UE. Per placare l'elettorato tedesco e allo scopo di combattere l'impressione che siano troppo generosi con i soldi tedeschi, hanno chiesto che futuri salvataggi debbano includere dei provvedimenti di ristrutturazione del debito per imporre alcune perdite agli investitori. Questa modesta proposta ha immediatamente messo a scampanellare i nervi degli investitori.

I mercati non possono essere controllati dalla legge e sono determinati a dimostrare chi è il padrone. Improvvisamente la Germania mantiene il silenzio sul bisogno di "far pagare gli speculatori". Alla Commissione Europea è stato chiesto di redigere delle proposte per questo meccanismo, ma non dice nulla su di esso. Similmente Herman Van Rompuy, il presidente del Consiglio Europeo, che non molto tempo fa avvertiva che l'euro era in "una crisi di sopravvivenza" e che è presunto essere membro consulente su come fare il necessario cambiamento al trattato, è diventato silenzioso.

Tutti cercano di pacificare i mercati, non di opporvisi. Ora giurano su tutti gli dei che gli attuali detentori di titoli di stato non dovranno pagare per il salvataggio dell'Irlanda. In ogni caso non sanno affatto come una simile norma "antispeculatori" funzionerebbe. Steven Vanackere, il ministro degli esteri belga, ha suggerito che dovrebbero smettere di chiamarlo il meccanismo di "risoluzione della crisi", ma piuttosto un "meccanismo di stabilità". Ma lo stesso Vanackere chiaramente non è convinto che questo funzionerà: "E' come chiamare il ministero della guerra il ministero della pace o il ministero della difesa", ha affermato.

L'Europa a un punto di svolta

La minaccia dai mercati obbligazionari non incombe soltanto sulla testa di paesi deboli come Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Incombe sull'intera Europa e minaccia di portare l'euro giù a fracassarsi. Quando l'euro fu lanciato nel dicembre 1995 abbiamo messo in evidenza che gli stati membri avevano tali fondamentalmente diverse economie che avrebbero trovato impossibile marciare verso le stesse politiche fiscali e monetarie. Abbiamo spiegato che è impossibile unire delle economie che tirano in direzioni diverse. E abbiamo predetto che in una crisi l'euro sarebbe crollato tra mutue recriminazioni. Questo punto si sta raggiungendo rapidamente.

Per un periodo, sembrava che l'eurozona potesse riuscire. Sulla base di una crescita generale del capitalismo mondiale, i capitalisti europei erano in grado di raggiungere un accordo tra gentiluomini. Ma ora tutto è cambiato. Il salvataggio irlandese significa che per l'euro il disastro è imminente. Ora la UE sta cercando disperatamente di fermare la diffusione del contagio, che minaccia proprio l'esistenza dell'euro. Recentemente l'Economist ha avvertito: "Quando le risorse diventano scarse, le liti sul distribuirle diventano molto più intense". Ciò lo dice brevemente.

Il futuro dell'euro dipende esclusivamente dalla Germania e dalla Banca Centrale Europeache sono completamente la stessa cosa. La Germania è l'economia più forte in Europa ed è obbligata a sottoscrivere le perdite dell'intera zona euro. Comunque, è probabile che questo fardello sia più di quanto possa sopportare. L'euro è perciò pronto a cadere e nessuno sa fin dove. Alcuni stimano che l'euro potrebbe cadere del 15% o più contro il dollaro nei prossimi 6-12 mesi, ma nessuno lo sa.

Vi sono ora timori reali che la crisi dell'euro si diffonderà più profonda nell'Unione Europea. L'Europa affronta un periodo prolungato di incertezza, crisi, speculazione e austerità. Paesi come Irlanda, Portogallo, Spagna e Grecia saranno sotto pressione per intensificare ulteriormente gli attacchi ai livelli di vita.

Sebbene la Gran Bretagna non sia parte della zona euro, non può rimanere fuori della generale crisi europea. E' stata costretta a partecipare al salvataggio irlandese, non per altruismo ma a causa dell'esposizione delle banche britanniche e di altri interessi verso l'economia irlandese. Come cadono le tessere del domino, arriverà il turno della Gran Bretagna. E sebbene a nessuno piaccia accennarne, la salute delle finanze americane non è migliore di quelle dell'Europa..

I riformisti credono sia possibile tornare a un periodo nel quale la crescita economica che seguì la II Guerra Mondiale permise alla borghesia in Europa e negli USA di fare grosse concessioni alla classe lavoratrice per demoralizzare la lotta di classe. Ma ora questo è impossibile. Tutti i normali meccanismi per uscire da una crisi sono già stati utilizzati durante la crescita. I tassi di interesse sono vicini allo zero e non possono essere ulteriormente ridotti. I massicci deficit escludono la possibilità di opere pubbliche su vasta scala.

Il cosiddetto alleggerimento quantitativo è una misura disperata che minaccia un'esplosione dell'inflazione nel prossimo periodo. D'altra parte, i tentativi di portare giù il deficit tagliando la spesa pubblica ridurranno la domanda e possono far precipitare in una nuova recessione. In altre parole: "Tutte le strade portano alla rovina".

Quindi, il crollo dell'euro può mettere in moto una crisi finanziaria generale che può mettere una fine improvvisa all'attuale debole "ripresa",, precipitando una nuova e persino più ripida recessione su scala mondiale. Questa è una possibilità. Ma anche nello scenario migliore, l'Europa avrà di fronte un prolungato periodo di stagnazione, come il Giappone nei due decenni passati, con bassa crescita, alta disoccupazione e livelli di vita in caduta.

E' un luogo comune che la storia si ripeta. La causa immediata della Rivoluzione Inglese nel diciassettesimo secolo e della Rivoluzione Francese nel diciottesimo secolo è stata l'enorme deficit della spesa pubblica. In entrambe i casi la ragione fondamentale era la stessa: chi pagherà? Ovunque la classe dominante vuole porre l'intero peso della sua bancarotta sulle spalle della classe lavoratrice, della classe media, dei poveri e dei settori vulnerabili della società: i disoccupati, i malati, gli anziani e i disabili.

Gli scioperi generali e le manifestazioni in Francia, Grecia, Spagna ed in altri paesi sono le prime indicazioni di un risveglio del movimento dei lavoratori europeo. Questo è soltanto l'inizio dell'inizio di un grande dramma storico. Gli scioperi e le manifestazioni sono importanti perché mettono in azione le masse e permettono loro di percepire la loro potenza. Ma in e da se stessi non risolvono nulla. I capitalisti stanno attaccando i lavoratori non per scelta, o perché sono persone malvagie, ma perché non hanno nessuna alternativa. La maschera sorridente del "capitalismo dal volto umano" è scivolata per rivelare il vero volto della borghesia.

Ovunque vi è una crescente messa in discussione del capitalismo ed un crescente interesse nelle idee del socialismo e del marxismo. Ieri, nel corso di una dimostrazione studentesca nel centro di Londra la parola Rivoluzione è stata dipinta sulla colonna di Nelson. E' soltanto una parola, ma dimostra come si sta sviluppando la situazione.

Siamo in un periodo completamente nuovo che sarà più simile agli anni '70 o al periodo tra le guerre mondiali che gli ultimi tre decenni. L'unica cosa che sostiene il decrepito e malato sistema capitalista è la temporanea inerzia delle masse. Grandi eventi saranno necessari per scuotere questa inerzia. Ma grandi eventi sono all'ordine del giorno.

Londra, 2 dicembre 2010