|
Il titolo dell'articolo dell'Economist diceva tutto: "Europa:
più sofferenza, poco guadagno". In tutta Europa i governi stanno
lottando per portare sotto controllo enormi deficit. Per fare ciò,
passano il conto alla classe lavoratrice ed alla classe media.
Gradualmente la verità comincia a farsi chiara ai lavoratori. Sono
di fronte a un intero periodo di tagli e di attacchi ai livelli di
vita. E stanno reagendo.
Come sempre, i lavoratori francesi sono stati all'avanguardia
dell'azione militante, con scioperi generali e dimostrazioni di
massa militanti. Ma il movimento sta nascendo ovunque. Sabato 27
novembre a Dublino vi è stata una manifestazione di 100.000 persone.
Il recente sciopero generale in Portogallo è stato appoggiato
massicciamente (80-85%, secondo il leader sindacali
–
il maggiore dalla rivoluzione).
Il 26 settembre in Spagna vi è stato uno sciopero generale. In
Italia vi sono state dimostrazioni di massa proclamate da
CGIL
e
FIOM. In
Grecia finora quest'anno vi sono stati otto o nove scioperi
generali. In Gran Bretagna vi sono state infiammate manifestazioni
di studenti in tutte le principali città per protestare contro il
proposto incremento delle tasse studentesche.
Questo è soltanto l'inizio. Indica che vi è fermento a tutti i
livelli della società e questo deve trovare la sua espressione
all'interno delle fila del movimento sindacale. I leader sindacali
sono disperati per giungere a un accordo con la borghesia, ma vi è
un problema: la borghesia non ha nulla da offrire. Non è soltanto
che non possa offrire qualche riforma significativa. Non può
tollerare la continuazione di quelle riforme che sono state
conquistate in passato dai lavoratori.
Perciò il sindacato non ha altra scelta che mobilitare.
Comunque, nelle condizioni attuali, nemmeno gli scioperi generali
sono sufficienti. La classe dominante non ha altra scelta che
continuare i suoi attacchi. Questo non è uno stato delle cose
transitorio. E' un punto di svolta nella storia d'Europa. Ed è la
ricetta perfetta per un risveglio della lotta di classe.
La crisi continua
Gli anni della crescita sono stati fondati in gran parte su una
vasta espansione del credito, che è stata riflessa in un enorme
incremento nei livelli del debito privato prima della crisi e da
livelli senza precedenti di debito pubblico dopo di essa. Dopo una
baldoria da sbronzi arrivano i gravi postumi di una sbornia. I
governi hanno cercato di uscire dalla crisi stimolando le loro
economie, che significa soltanto che il mondo ricco ha molto denaro
da rimborsare. Questa è una delle ragioni del perché qualsiasi
ripresa sarà ritardata e vi saranno una crisi dopo l'altra.
Mentre i mercati si sono messi all'erta sulla reale condizione
delle finanze statali nel mondo sviluppato, vi è stato crescente
nervosismo sul problema del debito sovrano. E il problema è pronto a
diventare molto peggio. Nel 2011 l'ammontare del debito statale che
matura in America e nella zona euro sarà ancora maggiore di quello
del 2010.
Secondo
Bloomberg,
ammonterà a circa $3,5 trilioni, paragonato a
$3,1 trilioni.
Al momento l'attenzione è concentrata sulle economie alla
periferia dell'eurozona (Irlanda, Portogallo e Grecia). La catena
del capitalismo europeo si sta rompendo nei suoi anelli più deboli.
Ma con ogni nuovo anello che si spezza la forza dell'intera catena
viene messa alla prova al punto di rottura. Presto o tardi questo
punto verrà raggiunto.
Mentre l'Unione Europea e l'FMI erano a Dublino a
mercanteggiare sui dettagli di un salvataggio per l'Irlanda, in
Portogallo e Spagna i funzionari tentavano di calmare i nervi degli
investitori con assicurazioni che le loro economie e le loro banche
non necessitavano di un simile soccorso.
José Sócrates,
primo ministro del Portogallo, sperava che l'aiuto dato all'Irlanda
avrebbe calmato i mercati perché il suo paese stava "soffrendo
chiaramente di un effetto contagio".
Il guaio è che nessuno crede loro. Le preoccupazioni sul debito
sovrano sono continuate ed il costo dei prestiti per entrambe
Portogallo e Spagna è salito bruscamente. L'intervallo sui titoli di
stato a dieci anni della Spagna su quelli Bund tedeschi è scattato
al livello più elevato dall'introduzione dell'euro. Questo somiglia
ai grafici posti in fondo a un paziente malato criticamente in
ospedale.
Il salvataggio dell'Irlanda è un colpo ancora maggiore all'euro
di quello della Grecia perché le principali banche europee detengono
di più del debito dell'Irlanda. Il Portogallo è il prossimo. Dal
Portogallo il contagio si spargerà alla Spagna. E dopo la Spagna
viene l'Italia e la Gran Bretagna non sarà molto indietro.
Dove sono i germogli verdi?
La crisi dell'euro viene attribuita a "mancanza di fiducia". Ma
questa è una spiegazione che non spiega nulla. Perché vi era fiducia
prima e perché non vi è fiducia ora? La risposta è che i capitalisti
(aka gli "investitori" o "il mercato") non vedono nessuna
prospettiva di una imminente ripresa dell'economia mondiale.
Effettivamente, in molti modi la crisi internazionale del
capitalismo continua a peggiorare. Discorsi su "germogli verdi" non
si sentono più. Il tono è di pessimismo, punteggiato da attacchi
improvvisi di panico.
Il pezzo chiave nell'economia mondiale restano gli USA. Qui i
segni al meglio sono mischiati. L'economia USA nel terzo
quadrimestre è cresciuta più velocemente di quanto pensato in
precedenza: del 2,5% ad un tasso annuale, contro una stima iniziale
del 2%. Ma la notizia è stata offuscata dalla squallida valutazione
della
Federal Reserve
che il tasso di disoccupazione rimarrebbe alto per più di quanto
aveva predetto, calando soltanto di circa il 9% per la fine del
2011.
Il mercato immobiliare USA rimane depresso. Il numero delle
case in precedenza possedute vendute in America era del 2,2% più
basso in ottobre che in settembre e del 25,9% più basso che
nell'ottobre 2009. La vendita di case che sono sotto sequestro o in
altre situazioni finanziarie in difficoltà sono ritenute il 34% del
totale per ottobre, circa la stessa proporzione che in settembre.
Alcuni economisti paragonano questo alla situazione nel
1929-49 o
nel
1965-82. Si sta facendo gradualmente evidente nella borghesia
la percezione non vi sarà alcuna seria ripresa molto presto.
Spera che i mercati emergenti produrranno profitti abbastanza grossi
da salvarla. Ma alla fine non vi è nessuna vera fiducia in niente.
Il nervosismo della borghesia trova la propria espressione
nelle rotazioni delle borse mondiali. Dopo la ripresa del 2009, le
borse vacillano ancora. La borghesia soffre di un genere di
schizofrenia collettiva. Un minuto parla di deflazione, il minuto
successivo si lagna del pericolo di inflazione. Gli economisti non
possono prendere una decisione e danno consigli contraddittori.
Recentemente l'Economist
ha dato una valutazione pessimistica della situazione:
"Se la prospettiva è di anni di bassa crescita economica, allora
questa deprimente valutazione dei dividendi sarà probabilmente
corretta. Dopo tutto, il rimbalzo nei profitti nel
2009-10
ha dovuto molto ad un miglioramento dei margini. Le società sono
state in grado di liberarsi di personale mentre miglioravano la
produttività della rimanente forza lavoro. Ma questo non sembra
sostenibile nel lungo termine. O l'economia si riprenderà, ed i
costi del lavoro saliranno, oppure l'alto livello di disoccupazione
peserà sulla domanda e le entrate ne saranno danneggiate".
Tendenze protezionistiche
Le contraddizioni stanno emergendo a tutti i livelli. I titoli
di stato hanno agito tradizionalmente come i rifugi sicuri dei
mercati finanziari. I dubbi sull'essere degni di credito dei titoli
greci o portoghesi significano soltanto che gli investitori
opteranno per la sicurezza dei titoli di stato tedeschi o dei Buoni
del Tesoro USA. Ma dal momento che anche questi ora vengono guardati
con sospetto, la borghesia ricorre sempre più a una via di scampo
ancora più vecchia: l'oro.
L'irresistibile ascesa dell'oro, che ha già raggiunto un
massimo storico, è un riflesso grafico del timore di inflazione tra
gli investitori e della loro mancanza di fiducia nelle valute
esistenti. Sanno che in passato i governi hanno utilizzato
l'inflazione come un modo per trattare con un pesante onere del
debito e sanno pure che simili metodi portano subito inevitabilmente
ad una ulteriore esplosione dell'inflazione.
Improvvisamente le valute dominano i titoli di testa. Se non si
preoccupano dell'euro o del dollaro, si lamentano dello yuan. La
Cina viene costantemente criticata per la sua valuta sottovalutata,
specialmente in America. Sotto la pressione di tale critica ed allo
scopo di evitare misure protezionistiche,
Beijing
ha permesso allo yuan di salire contro il dollaro, ma l'aumento è
stato così piccolo da essere insignificante.
Il surplus della bilancia commerciale cinese è salito a $102,3
miliardi nel terzo trimestre, il doppio dell'ammontare dell'anno
prima e circa il 7,2% del PIL. Con le esportazioni cinesi che
veleggiano a nuovi livelli, i governi occidentali stanno spingendo
la Cina a fare di più per "affrontare i suoi squilibri commerciali",
cioè, a esportare di meno e ad importare di più. Ma non sembra che
Beijing
abbia nessuna fretta di seguire questo benevolo consiglio. La Cina è
un esportatore di molto successo e di conseguenza ha accumulato un
consistente surplus commerciale. Allo scopo di mantenere allettanti
le sue esportazioni per i consumatori americani e europei, i cinesi
si servono della svalutazione monetaria come un modo per ridurre il
prezzo dei loro prodotti.
Altri paesi cercano di seguire la stessa strada della Cina,
esportando la loro via alla ripresa. Posto in altri termini, questo
significa esportare disoccupazione. Ma in questo vi è un piccolo
problema: perché qualcuno esporti, qualcun altro deve fungere da
importatore netto e perché qualcuno svaluti la propria moneta,
qualcun altro deve lasciar salire la propria valuta. Questo è il
sentiero scivoloso che può portare a una serie di svalutazioni
competitive mentre dei paesi intervengono per spingere giù il valore
delle loro valute per assicurarsi un vantaggio sui loro rivali. Il
risultato potrebbe essere aumentare il protezionismo mentre dei
paesi si accusano l'un l'altro di guadagnare "artificialmente" quote
di mercato.
Vi sono già discorsi di guerre commerciali. Questa è una
situazione estremamente pericolosa. Ricordiamoci che ciò che ha
trasformato il crollo del 1929 nella Grande Depressione è stato
proprio il protezionismo e le svalutazioni competitive. E' in questo
contesto di estrema volatilità globale che dobbiamo intendere la
crisi dell'euro.
Chi paga?
I governi camminano su una corda tesa; tentano di riassicurare i
mercati attuando tagli brutali nel nome della "disciplina di
bilancio", mentre cercano di non infliggere danni irreparabili alle
loro economie. Ma questo è come tentare di quadrare il cerchio. Alla
fine, i programmi di austerità in Europa non risolveranno nulla ma
renderanno soltanto peggiore la crisi. E' del tutto possibile che la
ripresa sarà minata dall'inasprimento della politica fiscale,
particolarmente in Europa.
I pacchetti di salvataggio per la Grecia e l'Irlanda erano
intesi a provare ai mercati finanziari che l'euro sarebbe stato al
sicuro nel 2011, dal momento che un enorme fondo di sostegno
significa che vi è al posto giusto un investitore dell'ultima
risorsa per il debito dell'eurozona. Ma ciò non garantisce in nessun
modo il futuro dell'euro.
Il 29 ottobre, i leader dell'Unione Europea hanno concordato
che dovrebbero riaprire i trattati "per istituire un meccanismo
permanente di crisi" che includerebbe "il ruolo del settore
privato". I mercati hanno preso questo come un segno che agli
obbligazionisti venga fatto pagare per futuri salvataggi di membri
afflitti dell'eurozona. Immediatamente hanno cominciato a disfarsi
del debito dei paesi più esposti, cioè l'Irlanda e il Portogallo.
Il 21 novembre il governo irlandese alla fine ha ceduto alla
pressione dell'Unione Europea per cercare un salvataggio di
emergenza di €85 miliardi ($115 miliardi) dalla UE e dall'FMI nella
regione. Quando il governo greco ha ottenuto in maggio un
salvataggio di €110 miliardi e è stato messo in posizione un fondo
congiunto UE/FMI del valore di €750 miliardi per finanziarlo, i
mercati hanno recuperato. Ma questa volta le grandi agenzie di
valutazione del credito hanno reagito negativamente.
Se gli irlandesi pensavano di essere ricompensati dagli
investitori dopo avere accettato questo accordo, si sono presto
disillusi. Mentre dopo il salvataggio della Grecia in maggio i
mercati per un momento si sono calmati, vi è stata una caduta non
soltanto nelle attività irlandesi, ma anche in quelle di Portogallo
e Spagna. Quando l'accordo è stato annunciato,
in Irlanda
i redditi obbligazionari sono caduti inizialmente al 7,93%, ma
più tardi
Standard & Poor’s
ha prontamente declassato il debito statale irlandese da AA- a A e
Moody’s
ha promesso un "declassamento di molte tacche".
Entro 24 ore, gli spread del debito statale irlandese,
portoghese e spagnolo rispetto ai titoli tedeschi era cresciuto più
ampio che prima che l'accordo fosse annunciato. Lo spread sui titoli
spagnoli ha raggiunto il livello più alto dal lancio dell'euro nel
1999. In altre parole, il salvataggio era fallito ancora prima che
l'inchiostro sulla carta sul quale era stato scritto
fosse asciutto. La ragione è semplicemente che i miliardari
internazionali non credono che questi paesi saranno in grado di
ripagare i loro debiti. Sanno che l'ultimo accordo non eliminerà i
debiti dell'Irlanda, ma semplicemente li rifinanzierà.
E' stato simile a ciò che è accaduto nel 2008, quando i
tentativi frenetici per rianimare le banche americane hanno prodotto
recuperi soltanto temporanei. Dopo il salvataggio di
Bear Stearns
nel marzo 2008 vi è stato un tale clamore che il governo americano
non è stato disposto a salvare
Lehman Brothers in
settembre. Ora la Germania affronta lo stesso dilemma. E' la
Germania che detiene i cordoni della borsa della UE. E' stata la
Germania che (con riluttanza) ha messo le mani nelle tasche per
salvare Grecia e Irlanda. Ma questo ha i suoi limiti.
Dall'Irlanda al Portogallo...
Dopo l'Irlanda i mercati rivolgono ora la loro attenzione ai
paesi iberici, con il Portogallo prossimo in linea. Il 23 novembre
il Portogallo stava pagando più di quattro punti percentuali in più
alla Germania per prendere in prestito denaro. Ciò è simile a quello
che la Grecia pagava a metà aprile, poche settimane prima del suo
salvataggio.
Il Portogallo è un'altra economia europea debole, che soffre di
crescita lenta e di un grande deficit di bilancio. E' chiaro che il
Portogallo sarà costretto a seguire il sentiero dell'Irlanda. Per
accontentare i mercati il governo a guida socialista di
José Sócrates
ha annunciato un pacchetto di tagli. Come risultato è stato
proclamato uno sciopero generale, che è stato ampiamente seguito. Ma
non è una questione di se Lisbona cercherà un salvataggio
ma di quando.
Comunque, tutti questi piani di soccorso e salvataggi non
risolvono nulla. Se era il caso che Irlanda, Grecia e Portogallo
necessitassero soltanto di prendere in prestito un certo ammontare
di contanti per aiutarli a risolvere le loro difficoltà, il piano di
soccorso della UE poteva funzionare. Ma i mercati sono convinti che
i problemi vanno più in profondo e che, di fatto, questi paesi siano
insolventi: cioè, in linguaggio chiaro, non possono
permettersi nemmeno di servire il loro debito, e tanto meno
rimborsarlo.
Gli uomini del denaro sospettano che i debiti delle banche
irlandesi siano molto peggiori di quello che è stato fino a ora
ammesso e sono preoccupati della decisione del governo di Dublino
del settembre 2008 di garantire tutte le passività di queste banche.
Questa decisione avventata potrebbe finire con il costare ancora di
più dei promessi prestiti di UE/FMI di €85 miliardi, specialmente
quando i depositi bancari continuano a scorrere fuori del paese,
come stanno facendo.
Stanno perciò mettendo un'atroce pressione sul governo
irlandese per far accettare un bilancio di austerità prima che
possano essere indette elezioni generali. La situazione è simile in
Grecia, dove il governo, avendo portato a termine una severa
politica di tagli, ora scopre che non può sollevare abbastanza in
imposte o crescere abbastanza velocemente per finanziare un enorme
ammontare di prestiti.
In Irlanda
Brian Cowen
deve ancora approvare il bilancio 2011 ai primi di dicembre. Da
quando era ministro delle finanze mentre si gonfiava la bolla
irlandese e primo ministro quando scoppiava, la sua credibilità ora
è zero. Dopo ripetute smentite che stava cercando un salvataggio, ha
poi firmato un accordo umiliante che non soltanto impegna l'Irlanda
a pagare un conto enorme, ma assegna ai commissari della UE i poteri
per vedere se mantiene la parola.
Ciò ha provocato in Irlanda una protesta clamorosa sulla
"perdita di sovranità". L'Irish Times
si è chiesto apertamente se la
sollevazione di Pasqua del 1916 vi fosse stata inutilmente. Non
sembrano comprendere che la vera sovranità si trova
nell'onnipotente Mercato, contro il quale è inutile protestare.
La crisi politica è seguita rapidamente. Il Partito Verde, il
partner della coalizione del
Fianna
Fail
di Cowen, ha dichiarato che sarebbe uscito in gennaio, obbligando a
elezioni premature, sebbene non prima di contribuire a approvare il
bilancio 2011 il 7 dicembre. Così, saranno parte del piano
quadriennale per ridurre il deficit di bilancio
al 3% del PIL entro il 2014 per conformarsi ai termini del
piano di soccorso UE/FMI. Persino questo potrebbe non essere
sufficiente per far passare il bilancio.
Olli
Rehn,
il commissario economico europeo, ha insistito che Bruxelles non
interferirà nella politica irlandese, ma ha aggiunto che "la
stabilità è importante". Il bilancio sarà ancora un'altra dose di
austerità, inclusi per il 2011 €6 miliardi di tagli alla spesa,
aumenti di imposte, feroci tagli al welfare e di stipendi nel
settore pubblico e la riduzione del salario minimo.
L'accordo ha provocato una crisi nel Fianna Fail, che ha un
tasso nei sondaggi del 17%, il più basso che mai. Il
Fianna
Fail,
il partito dominante in Irlanda dall'indipendenza del paese negli
anni '20, sta andando verso la più grande sconfitta elettorale della
sua storia. E' per questo che alcuni del suo gruppo parlamentare
chiedono le dimissioni di Cowen. Probabilmente il
Fianna
Fail
sarà sostituito da una coalizione
Fine Gael/Labour.
Così, la crisi economica diventa immediatamente una crisi
politica nazionale. Questo è ciò che intendevamo quando abbiamo
predetto che ogni tentativo ristabilire l'equilibrio economico
distruggerà l'equilibrio sociale e politico.
E dal Portogallo alla Spagna
La Spagna è salita come un razzo ed è venuta giù come un
ramoscello. Come l'Irlanda, ha sperimentato una febbrile crescita
immobiliare che è finita in un crollo. Non più tardi del 2007
l'economia spagnola era una ai più alti tassi di crescita in Europa.
Quei giorni sono finiti. Quando la bolla delle costruzioni è
crollata ha trascinato giù con lei l'intera economia. Nel 2009 era
la nona maggiore economia mondiale. Sarà presto la dodicesima,
dietro
Russia, India
e
Canada.
Nel 2010, mentre altre economie europee iniziavano a
sperimentare qualche genere di crescita fiacca, l'economia della
Spagna è arretrata. L'OCSE predice che il PIL spagnolo si
restringerà leggermente quest'anno e crescerà di appena lo 0,9%
l'anno prossimo. Come il Portogallo e la Grecia la sua crescita è
bassa e la disoccupazione è sopra il 20%. Alcuni giorni fa il
governatore della Banca di Spagna,
Miguel Fernández Ordóñez,
ha ammesso: "Il contagio si è sparso al debito greco, al debito
portoghese e, ad un grado minore, al nostro debito come pure a
quelli dell'Italia e del Belgio".
Sebbene il debito nazionale spagnolo fosse soltanto il 53% del
PIL lo scorso anno - 21 punti sotto la media della UE - ora è
fermamente nel mirino degli speculatori. Per prima cosa, le banche
spagnole sono esposte pesantemente verso il Portogallo e i debiti
delle famiglie e delle società spagnole sono molto al di sopra della
media europea. Il deficit della bilancia commerciale è ancora sopra
il 4% del PIL. La dimensione completa delle perdite sui prestiti
immobiliari sulle banche e le
cajas de ahorro (casse di risparmio)
è sconosciuta.
Le banche spagnole tengono fino a 200.000 case appena costruite
come parte di una proprietà immobiliare del valore di €60 miliardi
prese in scambi debito per beni con immobiliaristi falliti. Molte di
queste saranno scaricate nel mercato nel 2011, deprimendo ancora di
più i prezzi delle case. I mercati temono che l'economia spagnola
non crescerà. Nel 2011, ci si attende che il PIL della Spagna si
espanda meno dell'1%. La disoccupazione è oltre il 20%, mentre
l'inflazione è più alta che in Germania.
Ciò che avviene in Spagna avrà un effetto cruciale sul futuro
dell'euro. L'Economist
si è espresso senza mezzi termini in un editoriale intitolato:
Per impedire il tracollo
dell'euro, Zapatero deve rianimare la riforma spagnola.
In altre parole, il governo socialista deve emettere misure di
austerità per tagliare il deficit di bilancio. Zapatero viene
obbligato a eseguire gli ordini del mercato. Ha attuato tagli di
spesa e aumenti di imposte nel tentativo di ridurre il deficit di
bilancio dall'11% del PIL nel 2009 al 6% l'anno prossimo. Ha ridotto
le paghe dell'amministrazione civile del 5% e aumentato l'IVA a
dispetto di uno sciopero generale.
Grazie a un accordo con il Partito Nazionalista Basco, il
governo di minoranza di Zapatero è in grado di riuscire a far votare
per il 2011 un nuovo bilancio di austerità. Ma i mercati non sono
soddisfatti. Si lamentano che Zapatero sia troppo morbido e che ceda
alle pressioni. "Ogni volta che i mercati internazionali mettono
qualche pressione sul nostro debito, il governo spagnolo indica che
farà qualche riforma", dichiara
Juan Rubio-Ramírez,
, un economista spagnolo della
Duke University. “E
come la pressione si diluisce, si rilassa".
I piani di Zapatero per alzare l'età della pensione da 65 a 67
e per riformare il mercato del lavoro vengono reputati dalla
borghesia come estremamente timidi. Vuole abolire completamente il
sistema della contrattazione centralizzata del salario. Si lamenta
che la riforma delle pensioni sia stata rinviata fino al primo
trimestre del prossimo anno e che le discussioni sul meccanismo di
contrattazione collettiva andranno troppo lentamente per il gusto
della borghesia. Chiede anche la riforma del sistema sanitario. Il
Mercato richiede che Zapatero si pieghi alla sua volontà e si
sacrifichi sul suo altare.
I sindacati hanno replicato con uno sciopero generale. Zapatero
si trova tra l'incudine e il martello. Ciò che sta facendo non
soddisfa nessuno. E' troppo poco per i padroni e troppo per i
lavoratori. Di conseguenza, i tassi nei sondaggi per i socialisti
sono crollati e Zapatero sta andando verso un'umiliazione
elettorale. Dovrà dipendere sempre più dai deputati della borghesia
basca e catalana, che chiederanno un prezzo per il loro appoggio.
Sembra certo che il PSOE perderà le prossime elezioni generali nel
2012, preparando la vittoria del Partito Popolare di destra.
La Germania - la chiave all'Europa
Da quando i governi hanno preso la decisione di sottoscrivere
le perdite delle loro grandi banche, il loro essere degni di credito
è collegato inestricabilmente ai bilanci delle ultime. Il problema è
che nessuno sa quanti siano i debiti irredimibili delle banche.
Secondo
Moody’s,
l'agenzia del credito, le istituzioni che valuta globalmente nel
2011 avranno bisogno di
trasferire $1,8 trilioni di debiti. A questa cifra dobbiamo
aggiungere le banche che non sono nella lista di
Moody’s.
Così l'ammontare totale sarà molto maggiore. Nessuno sa quanto.
Ciò si riferisce in particolare alle banche europee, che nel
2011 affronteranno un enorme rifinanziamento. Negli anni della
crescita queste banche hanno guadagnato immense somme di denaro
dalla speculazione. Ora si aspettano che le loro perdite siano
risarcite dalle banche centrali. Le ultime sono viste come una
specie di cornucopia
–
un corno dell'abbondanza magico
che fornirà tutta la liquidità richiesta. Ma le risorse delle
banche centrali non sono illimitate.
Ora ci si attende che la Germania consumi tutto il proprio
denaro e il suo credito per sostenere l'intera area dell'euro. Se
fosse soltanto questione della Grecia, dell'Irlanda e del
Portogallo, potrebbe forse riuscirci. Ma la Spagna è un affare
completamente differente. E' la quarta maggiore economia dell'euro,
con un PIL e una popolazione più grandi di questi tre paesi assieme.
Gli €750 miliardi della Struttura di Stabilità Finanziaria Europea
non è stata creata per far fronte alla Spagna come pure agli altri
tre paesi deboli della zona euro. Già in Maggio, quando è stata
istituita, sembrava vi fossero poche probabilità che avrebbe dovuto
farlo.
Finora, la Germania ha appoggiato i salvataggi, sebbene
imprecandovi contro continuamente. Ma sarà disposta a pagare per la
Spagna? La Merkel e il suo ministro delle finanze,
Wolfgang Schäuble,
sono ben consapevoli che in Germania vi è crescente risentimento per
i salvataggi euro. Sanno anche che il trattato di
Maastricht
del 1992 non contiene nessuna clausola di salvataggio, un fatto sul
quale la Corte Costituzionale tedesca potrebbe
attirare la propria attenzione in qualche fase. Recentemente
Bild ha chiesto: "Prima i greci, poi gli irlandesi,
quindi...finiremo con il dovere pagare per tutti in Europa"?
Avvertendo la pressione, chiedono che i trattati della UE siano
emendati per dare status permanente alla Struttura di Stabilità
Finanziaria Europea. Senza questo il fondo di salvataggio scadrà nel
2013. Ma l'emendamento al trattato è un affare complicato. Ci è
voluto molto tempo per fare approvare la Costituzione Europea da
referendum nazionali e quindi è fallito. E l'insistenza tedesca su
questo punto provoca frizione con altri governi che non sono
appassionati ai referendum della UE a causa dei problemi politici
interni che causano.
La Merkel ha affermato che l'euro è in una situazione
"eccezionalmente seria".
Schäuble
ha aggiunto che "la nostra valuta comune è a rischio". Il presidente
del Consiglio Europeo,
Herman Van Rompuy,
ha anche suggerito che se l'euro non sopravviveva non lo sarebbe
neppure la UE. Per placare l'elettorato tedesco e allo scopo di
combattere l'impressione che siano troppo generosi con i soldi
tedeschi, hanno chiesto che futuri salvataggi debbano includere dei
provvedimenti di ristrutturazione del debito per imporre alcune
perdite agli investitori. Questa modesta proposta ha immediatamente
messo a scampanellare i nervi degli investitori.
I mercati non possono essere controllati dalla legge e sono
determinati a dimostrare chi è il padrone. Improvvisamente la
Germania mantiene il silenzio sul bisogno di "far pagare gli
speculatori". Alla Commissione Europea è stato chiesto di redigere
delle proposte per questo meccanismo, ma non dice nulla su di esso.
Similmente
Herman Van Rompuy,
il
presidente del Consiglio Europeo, che non molto tempo fa avvertiva
che l'euro era in "una crisi di sopravvivenza" e che è presunto
essere membro consulente su come fare il necessario cambiamento al
trattato, è diventato silenzioso.
Tutti cercano di pacificare i mercati, non di opporvisi. Ora
giurano su tutti gli dei che gli attuali detentori di titoli di
stato non dovranno pagare per il salvataggio dell'Irlanda. In ogni
caso non sanno affatto come una simile norma "antispeculatori"
funzionerebbe.
Steven Vanackere,
il ministro degli esteri belga, ha suggerito che dovrebbero smettere
di chiamarlo il meccanismo di "risoluzione della crisi", ma
piuttosto un "meccanismo di stabilità". Ma lo stesso
Vanackere chiaramente non è convinto che questo
funzionerà: "E' come chiamare il ministero della guerra il ministero
della pace o il ministero della difesa", ha affermato.
L'Europa a un punto di svolta
La minaccia dai mercati obbligazionari non incombe soltanto
sulla testa di paesi deboli come Grecia, Irlanda, Portogallo e
Spagna. Incombe sull'intera Europa e minaccia di portare l'euro giù
a fracassarsi. Quando l'euro fu lanciato nel dicembre 1995 abbiamo
messo in evidenza che gli stati membri avevano tali fondamentalmente
diverse economie che avrebbero trovato impossibile marciare verso le
stesse politiche fiscali e monetarie. Abbiamo spiegato che è
impossibile unire delle economie che tirano in direzioni diverse. E
abbiamo predetto che in una crisi l'euro sarebbe crollato tra mutue
recriminazioni. Questo punto si sta raggiungendo rapidamente.
Per un periodo, sembrava che l'eurozona potesse riuscire. Sulla
base di una crescita generale del capitalismo mondiale, i
capitalisti europei erano in grado di raggiungere un accordo tra
gentiluomini. Ma ora tutto è cambiato. Il salvataggio irlandese
significa che per l'euro il disastro è imminente. Ora la UE sta
cercando disperatamente di fermare la diffusione del contagio, che
minaccia proprio l'esistenza dell'euro. Recentemente l'Economist ha
avvertito: "Quando le risorse diventano scarse, le liti sul
distribuirle diventano molto più intense". Ciò lo dice brevemente.
Il futuro dell'euro dipende esclusivamente dalla Germania e
dalla Banca Centrale Europea—che
sono completamente la stessa cosa. La Germania è l'economia più
forte in Europa ed è obbligata a sottoscrivere le perdite
dell'intera zona euro. Comunque, è probabile che questo fardello sia
più di quanto possa sopportare. L'euro è perciò pronto a cadere e
nessuno sa
fin dove. Alcuni stimano che l'euro potrebbe cadere del 15% o
più contro il dollaro nei prossimi 6-12 mesi, ma nessuno lo sa.
Vi sono ora timori reali che la crisi dell'euro si diffonderà
più profonda nell'Unione Europea. L'Europa affronta un periodo
prolungato di incertezza, crisi, speculazione e austerità. Paesi
come Irlanda, Portogallo, Spagna e Grecia saranno sotto pressione
per intensificare ulteriormente gli attacchi ai livelli di vita.
Sebbene la Gran Bretagna non sia parte della zona euro, non può
rimanere fuori della generale crisi europea. E' stata costretta a
partecipare al salvataggio irlandese, non per altruismo ma a causa
dell'esposizione delle banche britanniche e di altri interessi verso
l'economia irlandese. Come cadono le tessere del domino, arriverà il
turno della Gran Bretagna. E sebbene a nessuno piaccia accennarne,
la salute delle finanze americane non è migliore di quelle
dell'Europa..
I riformisti credono sia possibile tornare a un periodo nel
quale la crescita economica che seguì la II Guerra Mondiale permise
alla borghesia in Europa e negli USA di fare grosse concessioni alla
classe lavoratrice per demoralizzare la lotta di classe. Ma ora
questo è impossibile. Tutti i normali meccanismi per uscire da una
crisi sono già stati utilizzati durante la crescita. I tassi di
interesse sono vicini allo zero e non possono essere ulteriormente
ridotti. I massicci deficit escludono la possibilità di opere
pubbliche su vasta scala.
Il cosiddetto alleggerimento quantitativo è una misura
disperata che minaccia un'esplosione dell'inflazione nel prossimo
periodo. D'altra parte, i tentativi di portare giù il deficit
tagliando la spesa pubblica ridurranno la domanda e possono far
precipitare in una nuova recessione. In altre parole: "Tutte le
strade portano alla rovina".
Quindi, il crollo dell'euro può mettere in moto una crisi
finanziaria generale che può mettere una fine improvvisa all'attuale
debole "ripresa",, precipitando una nuova e persino più ripida
recessione su scala mondiale. Questa è una possibilità. Ma anche
nello scenario migliore, l'Europa avrà di fronte un prolungato
periodo di stagnazione, come il Giappone nei due decenni passati,
con bassa crescita, alta disoccupazione e livelli di vita in caduta.
E' un luogo comune che la storia si ripeta. La causa immediata
della Rivoluzione Inglese nel diciassettesimo secolo e della
Rivoluzione Francese nel diciottesimo secolo è stata l'enorme
deficit della spesa pubblica. In entrambe i casi la ragione
fondamentale era la stessa: chi pagherà? Ovunque la classe
dominante vuole porre l'intero peso della sua bancarotta sulle
spalle della classe lavoratrice, della classe media, dei poveri e
dei settori vulnerabili della società: i disoccupati, i malati, gli
anziani e i disabili.
Gli scioperi generali e le manifestazioni in Francia, Grecia,
Spagna ed in altri paesi sono le prime indicazioni di un risveglio
del movimento dei lavoratori europeo. Questo è soltanto l'inizio
dell'inizio di un grande dramma storico. Gli
scioperi e le manifestazioni
sono importanti perché mettono in azione le masse e permettono
loro di percepire la loro potenza. Ma in e da se stessi non
risolvono nulla. I capitalisti stanno attaccando i lavoratori
non per scelta, o perché sono persone malvagie, ma perché non hanno
nessuna alternativa. La maschera sorridente del "capitalismo
dal volto umano" è scivolata per rivelare il vero volto della
borghesia.
Ovunque vi è una crescente messa in discussione del capitalismo
ed un crescente interesse nelle idee del socialismo e del marxismo.
Ieri, nel corso di una dimostrazione studentesca nel centro di
Londra la parola Rivoluzione è stata dipinta sulla colonna
di Nelson. E' soltanto una parola, ma dimostra come si sta
sviluppando la situazione.
Siamo in un periodo completamente nuovo che sarà più simile
agli anni '70 o al periodo tra le guerre mondiali che gli ultimi tre
decenni. L'unica cosa che sostiene il decrepito e malato sistema
capitalista è la temporanea inerzia delle masse. Grandi eventi
saranno necessari per scuotere questa inerzia. Ma grandi eventi sono
all'ordine del giorno.
Londra, 2
dicembre 2010
|