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La crisi economica e sociale in peggioramento in Europa,
contrassegnata dalla disoccupazione crescente e dalla recessione che
si aggrava risultanti dai programmi di austerità che vengono dettati
dai mercati finanziari, ha causato richieste di settori dell'establishment
politico e dei mass media per l'avvio di un "patto per la crescita".
In un editoriale pubblicato sabato scorso intitolato "Un patto
per la crescita è vitale per l'Europa", il
Financial Times
ha indicato il "recente movimento a favore di politiche più
orientate alla crescita" e ha dichiarato che la questione
centrale delle elezioni greche e francesi non era chi vinceva
"ma come far crescere ancora il continente".
Alla vigilia delle elezioni francesi, il commissario della UE
per gli affari economici e finanziari,
Olli Rehn,
ha dichiarato che, mentre il "consolidamento fiscale" era
necessario, doveva essere compiuto in un modo
"favorevole alla crescita".
Il presidente francese subentrante,
Francois Hollande,
che ha affermato di voler revisionare il trattato fiscale europeo,
ha raccontato ai suoi sostenitori che la sua elezione ha segnalato
la speranza per l'Europa che "l'austerità non deve essere
inevitabile".
Non c'è dubbio che altri aggiungeranno la loro voce nei giorni
a venire a quello che è diventato un coro crescente. Ma nessuno
dovrebbe farsi ingannare nel pensare che questi appelli
rappresentino un'inversione da parte delle elite politiche e
finanziarie ed un abbandono dei programmi d'austerità che stanno
portando devastazione sociale. Qualsiasi cosiddetto "patto per la
crescita" non sarebbe rivolto a ristabilire posti di lavoro e
condizioni sociali. Piuttosto, avrebbe come obiettivo centrale la
creazione di condizioni più redditizie per le imprese, sopra tutto
abbassando i salari reali ed iniziando attacchi più profondi alle
condizioni di lavoro.
Le richieste di un patto per la crescita non sono motivate da
preoccupazioni per l'impatto sociale dei programmi d'austerità, ma
dal riconoscimento che la stagnazione continuata dell'eurozona
significa che sta rimanendo indietro rispetto ai suoi rivali. Le
ultime statistiche economiche indicano l'intensificazione della
crisi mentre si sparge dai cosiddetti paesi periferici alle economie
più forti dell'Europa.
Il tasso di disoccupazione attraverso l'eurozona di 17 membri
in marzo ha raggiunto il 10,9%, il più alto da quando nel 1999 è
stato introdotto l'euro. Gran parte dell'incremento ha avuto luogo
nei paesi che sono stati il bersaglio delle misure d'austerità, come
la Spagna, dove il tasso di disoccupazione è quasi del 25%, mentre
la disoccupazione giovanile sta a più del 50%. In Germania, dove il
tasso di disoccupazione è calato al suo livello più basso dalla
riunificazione, la disoccupazione è salita di 19.000 unità.
La contrazione economica è destinata a continuare con l'indice
degli acquisti mensile dell'eurozona, che traccia le vendite,
l'occupazione, i livelli delle scorte ed i prezzi, che in aprile è
calato giù al 45,9 dal 47,7 del mese precedente. Qualunque cifra
sotto i 50 punti indica una contrazione economica.
Nel complesso otto paesi dell'eurozona, inclusi Grecia, Spagna
e Olanda, hanno sperimentato una crescita negativa per due trimestri
o più, la definizione comune di una recessione. E' misura del
malessere economico attraverso il continente che un rapporto del
Financial Times (FT)
ha indicato il tasso di crescita anemico dello 0,3%
dell'economia belga durante il primo trimestre come un segno che
"l'espansione economica era possibile".
Alcune delle domande più forti per la crescita europea sono
venute dagli Stati Uniti, dove il segretario al tesoro
Timothy Geithner
ha avvisato dell'impatto negativo dei tagli alla spesa e di una
"spirale auto-raffortantesi di austerità letale per la crescita".
L'ex segretario al tesoro USA
Lawrence Summers
ha dichiarato nello stesso modo
l'attuale programma dell'eurozona un fallimento e richiesto
misure per la crescita.
Questi appelli sono del tutto egoistici. Riflettono i timori
USA che il declino continuo europeo si scontrerà duramente con
l'economia ed il sistema finanziario americani. Mentre avverte
dell'impatto dell'austerità in Europa,
Geithner
è un funzionario chiave dell'amministrazione Obama le cui politiche
hanno prodotto direttamente sei trimestri di tagli alla
spesa governativa totale, risultanti in significative perdite di
posti di lavoro.
Lo stesso egoismo nazionale è all'opera nelle richieste del
Financial Times
per una maggiore crescita europea. In un recente editoriale, su
quelli che ha chiamato i
"giusti generi di politica di austerità", l'FT ha dichiarato il
proprio appoggio alla strategia fiscale del governo britannico
mentre ha criticato lo "zelo eccessivo" per i tagli nell'eurozona e
negli USA. L'apparente incoerenza è spiegata dal fatto che l'FT è il
portavoce degli interessi finanziari della City di Londra. Vorrebbe
vedere maggiore crescita nel resto del mondo ma è contraria al
"lassismo fiscale" nel Regno Unito per tema che indebolisca la
sterlina britannica e si scontri con le sue operazioni.
La recente dichiarazione del presidente della Banca Centrale
Europea
Mario Draghi
sulla necessità di mettere la crescita al centro delle politiche
dell'eurozona non è mirata ad invertire la spinta all'austerità.
Piuttosto, equivale ad una richiesta per un'offensiva ai salari ed
alle condizioni di lavoro per rendere l'Europa più competitiva a
livello internazionale.
Draghi riflette la posizione dei politici europei che guardano
agli USA ed alla "ristrutturazione" attuata dall'amministrazione
Obama, specialmente nell'industria automobilistica. Questa ha
prodotto un tale spostamento verso il basso dei salari e delle
condizioni attraverso la produzione che ora gli USA sono diventati
competitivi con alcune delle regioni del lavoro a basso prezzo del
mondo. Mentre negli USA i salari reali sono declinati, la
produttività è aumentata a tal punto che lo stesso prodotto interno
lordo raggiunto nel dicembre 2007, ufficialmente l'inizio della
recessione, ora viene realizzato con 5 milioni di lavoratori in
meno.
La proposta di "patto di crescita" di Draghi è mirata a cercare
di emulare il "modello" USA. Indica la necessità di "riforme
strutturali" per tutta l'eurozona assieme a "riforme del lavoro" per
incrementare "flessibilità" e "mobilità"—tutte
parole in codice per smantellare le condizioni di lavoro precedenti
e per sbarazzarsi delle restrizioni alla capacità dei datori di
lavoro di assumere e licenziare a piacimento o per introdurre
sistemi salariali a due gradini come quelli che sono in funzione
negli USA.
Qualsiasi "patto per la crescita" non aprirà una via d'uscita
dalla crisi economica e sociale ma significherà una ulteriore
"ristrutturazione" delle relazioni economiche e sociali mirata a
spingere in basso la posizione sociale della classe lavoratrice. La
classe lavoratrice deve rispondere con il proprio programma
indipendente mirato alla ristrutturazione dell'intera economia
europea su fondamenta socialiste per soddisfare i bisogni del suo
popolo piuttosto che gli interessi delle banche e delle
multinazionali.
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