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La frode delpatto per la crescita europeo

di Nick Beams
8
maggio 2012

 

La crisi economica e sociale in peggioramento in Europa, contrassegnata dalla disoccupazione crescente e dalla recessione che si aggrava risultanti dai programmi di austerità che vengono dettati dai mercati finanziari, ha causato richieste di settori dell'establishment politico e dei mass media per l'avvio di un "patto per la crescita".

In un editoriale pubblicato sabato scorso intitolato "Un patto per la crescita è vitale per l'Europa", il Financial Times ha indicato il "recente movimento a favore di politiche più orientate alla crescita" e ha dichiarato che la questione centrale delle elezioni greche e francesi non era chi vinceva "ma come far crescere ancora il continente".

Alla vigilia delle elezioni francesi, il commissario della UE per gli affari economici e finanziari, Olli Rehn, ha dichiarato che, mentre il "consolidamento fiscale" era necessario, doveva essere compiuto in un modo "favorevole alla crescita".

Il presidente francese subentrante, Francois Hollande, che ha affermato di voler revisionare il trattato fiscale europeo, ha raccontato ai suoi sostenitori che la sua elezione ha segnalato la speranza per l'Europa che "l'austerità non deve essere inevitabile".

Non c'è dubbio che altri aggiungeranno la loro voce nei giorni a venire a quello che è diventato un coro crescente. Ma nessuno dovrebbe farsi ingannare nel pensare che questi appelli rappresentino un'inversione da parte delle elite politiche e finanziarie ed un abbandono dei programmi d'austerità che stanno portando devastazione sociale. Qualsiasi cosiddetto "patto per la crescita" non sarebbe rivolto a ristabilire posti di lavoro e condizioni sociali. Piuttosto, avrebbe come obiettivo centrale la creazione di condizioni più redditizie per le imprese, sopra tutto abbassando i salari reali ed iniziando attacchi più profondi alle condizioni di lavoro.

Le richieste di un patto per la crescita non sono motivate da preoccupazioni per l'impatto sociale dei programmi d'austerità, ma dal riconoscimento che la stagnazione continuata dell'eurozona significa che sta rimanendo indietro rispetto ai suoi rivali. Le ultime statistiche economiche indicano l'intensificazione della crisi mentre si sparge dai cosiddetti paesi periferici alle economie più forti dell'Europa.

Il tasso di disoccupazione attraverso l'eurozona di 17 membri in marzo ha raggiunto il 10,9%, il più alto da quando nel 1999 è stato introdotto l'euro. Gran parte dell'incremento ha avuto luogo nei paesi che sono stati il bersaglio delle misure d'austerità, come la Spagna, dove il tasso di disoccupazione è quasi del 25%, mentre la disoccupazione giovanile sta a più del 50%. In Germania, dove il tasso di disoccupazione è calato al suo livello più basso dalla riunificazione, la disoccupazione è salita di 19.000 unità.

La contrazione economica è destinata a continuare con l'indice degli acquisti mensile dell'eurozona, che traccia le vendite, l'occupazione, i livelli delle scorte ed i prezzi, che in aprile è calato giù al 45,9 dal 47,7 del mese precedente. Qualunque cifra sotto i 50 punti indica una contrazione economica.

Nel complesso otto paesi dell'eurozona, inclusi Grecia, Spagna e Olanda, hanno sperimentato una crescita negativa per due trimestri o più, la definizione comune di una recessione. E' misura del malessere economico attraverso il continente che un rapporto del Financial Times (FT) ha indicato il tasso di crescita anemico dello 0,3% dell'economia belga durante il primo trimestre come un segno che "l'espansione economica era possibile".

Alcune delle domande più forti per la crescita europea sono venute dagli Stati Uniti, dove il segretario al tesoro Timothy Geithner ha avvisato dell'impatto negativo dei tagli alla spesa e di una "spirale auto-raffortantesi di austerità letale per la crescita". L'ex segretario al tesoro USA Lawrence Summers ha dichiarato nello stesso modo l'attuale programma dell'eurozona un fallimento e richiesto misure per la crescita.

Questi appelli sono del tutto egoistici. Riflettono i timori USA che il declino continuo europeo si scontrerà duramente con l'economia ed il sistema finanziario americani. Mentre avverte dell'impatto dell'austerità in Europa, Geithner è un funzionario chiave dell'amministrazione Obama le cui politiche hanno prodotto direttamente sei trimestri di tagli alla spesa governativa totale, risultanti in significative perdite di posti di lavoro.

Lo stesso egoismo nazionale è all'opera nelle richieste del Financial Times per una maggiore crescita europea. In un recente editoriale, su quelli che ha chiamato i "giusti generi di politica di austerità", l'FT ha dichiarato il proprio appoggio alla strategia fiscale del governo britannico mentre ha criticato lo "zelo eccessivo" per i tagli nell'eurozona e negli USA. L'apparente incoerenza è spiegata dal fatto che l'FT è il portavoce degli interessi finanziari della City di Londra. Vorrebbe vedere maggiore crescita nel resto del mondo ma è contraria al "lassismo fiscale" nel Regno Unito per tema che indebolisca la sterlina britannica e si scontri con le sue operazioni.

La recente dichiarazione del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi sulla necessità di mettere la crescita al centro delle politiche dell'eurozona non è mirata ad invertire la spinta all'austerità. Piuttosto, equivale ad una richiesta per un'offensiva ai salari ed alle condizioni di lavoro per rendere l'Europa più competitiva a livello internazionale.

Draghi riflette la posizione dei politici europei che guardano agli USA ed alla "ristrutturazione" attuata dall'amministrazione Obama, specialmente nell'industria automobilistica. Questa ha prodotto un tale spostamento verso il basso dei salari e delle condizioni attraverso la produzione che ora gli USA sono diventati competitivi con alcune delle regioni del lavoro a basso prezzo del mondo. Mentre negli USA i salari reali sono declinati, la produttività è aumentata a tal punto che lo stesso prodotto interno lordo raggiunto nel dicembre 2007, ufficialmente l'inizio della recessione, ora viene realizzato con 5 milioni di lavoratori in meno.

La proposta di "patto di crescita" di Draghi è mirata a cercare di emulare il "modello" USA. Indica la necessità di "riforme strutturali" per tutta l'eurozona assieme a "riforme del lavoro" per incrementare "flessibilità" e "mobilità"tutte parole in codice per smantellare le condizioni di lavoro precedenti e per sbarazzarsi delle restrizioni alla capacità dei datori di lavoro di assumere e licenziare a piacimento o per introdurre sistemi salariali a due gradini come quelli che sono in funzione negli USA.

Qualsiasi "patto per la crescita" non aprirà una via d'uscita dalla crisi economica e sociale ma significherà una ulteriore "ristrutturazione" delle relazioni economiche e sociali mirata a spingere in basso la posizione sociale della classe lavoratrice. La classe lavoratrice deve rispondere con il proprio programma indipendente mirato alla ristrutturazione dell'intera economia europea su fondamenta socialiste per soddisfare i bisogni del suo popolo piuttosto che gli interessi delle banche e delle multinazionali.