
Gli USA e l'Eurasia: fase finale dell'era industriale?
di
Richard Heinberg
New
College of California (Santa Rosa)
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13 marzo 2003— Agli albori del 21° secolo il mondo è entrato in un nuovo stadio di lotta geopolitica. La prima metà del 20° secolo può essere interpretata come una lunga guerra tra la Gran Bretagna (ed alterni alleati) e la Germania (ed alterni alleati) per la supremazia in Europa. La seconda metà del secolo è stata dominata da una guerra fredda tra gli USA, che in seguito alla II Guerra Mondiale sono emersi come la potenza industrial-militare predominante, e l'Unione Sovietica con il suo blocco di protettorati. Le guerre USA in Afghanistan (nel 2001–2002) ed Iraq (che, comprendendo sanzioni economiche e periodici bombardamenti, continua dal 1990 fino ad oggi) ci hanno condotto all'ultimo stadio, che promette di essere la lotta geopolitica finale del periodo industriale -- una lotta per il controllo dell'Eurasia e delle sue risorse di energia. Il mio scopo qui è di tracciare le linee generali di questo capitolo culminante della storia mentre viene recitato. Per prima cosa è necessario discutere di geopolitica in generale e da una prospettiva storica, in relazione alle risorse, geografia tecnologia militare, valute nazionali e psicologia dei suoi protagonisti. I fini e i mezzi della geopolitica Non si ripeterà mai abbastanza che la geopolitica riguarda in astratto il "potere", il "controllo" o l'"egemonia". Queste parole hanno utilità solamente in relazione ad obiettivi e mezzi specifici: il Potere su cosa e chi, esercitato con quali metodi? Le risposte differiranno in qualche modo in ogni situazione, comunque, gli obiettivi ed i mezzi maggiormente strategici tendono ad avere in comune alcune caratteristiche. Come altri organismi, gli esseri umani sono soggetti alle perpetue limitazioni ecologiche della pressione della popolazione e della diminuzione delle risorse. Mentre potrebbe essere semplicistico dire che tutti i conflitti tra le società sono motivati dal desiderio di superare le limitazioni ecologiche, la maggior parte certamente lo sono. Le guerre vengono combattute tipicamente per le risorse -- territorio, foreste, vie d'acqua, minerali e (durante il secolo scorso) petrolio. Occasionalmente la gente combatte per ideologie e religioni. Ma perfino allora la rivalità per le risorse raramente è lontana dalla superficie. Dunque, i tentativi di spiegare la geopolitica senza riferimento alle risorse (un recente esempio ne è The Clash of Civilizations di Samuel Huntington) sono sbagliati oppure deliberatamente ingannevoli. L'era industriale differisce dai precedenti periodi della storia umana per lo sfruttamento su vasta scala delle risorse di energia (carbone, petrolio, gas naturale ed uranio) per gli scopi della produzione e del trasporto -- e per il motivo più profondo di espandere la capacità umana di sopportare l'ambiente terrestre. Tutti i risultati scientifici, le conquiste politiche e gli immensi incrementi della popolazione nei due secoli passati sono i previsti effetti del crescente e coordinato uso delle risorse energetiche. Nei primi decenni del 20° secolo il petrolio è emerso come la più importante risorsa energetica a causa della sua economicità e facilità d'uso. Il mondo industriale ora è irresistibilmente dipendente dal petrolio per l'agricoltura ed i trasporti. La moderna geopolitica globale, poiché implica sistemi di trasporto e di comunicazione in tutto il mondo basati sulle risorse energetiche fossili è perciò un fenomeno unico dell'era industriale. Il controllo delle risorse è largamente una questione di geografia, e secondariamente una questione di tecnologia militare e di controllo delle valute di scambio. Gli USA e la Russia erano entrambe geograficamente benedette, essendo autosufficienti per le risorse energetiche durante la prima metà del secolo. La Germania ed il Giappone non riuscirono a raggiungere l'egemonia regionale in soprattutto perché mancavano di sufficienti risorse locali di energia e perché fallirono nel guadagnare e mantenere l'accesso a risorse situate altrove (nell'URSS da una parte e nelle Indie Orientali Olandesi dall'altra). Nondimeno, sebbene sia gli USA che la Russia erano ben dotati dalla natura, entrambe hanno superato il loro picco massimo nella loro produzione di petrolio (ciò accadde rispettivamente nel 1970 e nel 1987). La Russia rimane un esportatore netto di petrolio perché i suoi livelli di consumo sono bassi, ma gli USA sono sempre più dipendenti dalle importazioni sia di petrolio che di gas naturale. Da lungo tempo entrambe le nazioni hanno cominciato ad investire gran parte della loro ricchezza a base energetica nella produzione di armamenti a carburante con i quali espandere e difendere globalmente i loro interessi nelle risorse. In altre parole, entrambe hanno deciso decenni fa di essere dei protagonisti geopolitici, ovvero dei contendenti per l'egemonia globale. Pressapoco tre quarti delle cruciali rimanenti riserve petrolifere mondiali si trovano entro i confini di nazioni a predominanza musulmana del Medio Oriente e dell'Asia Centrale -- nazioni che, per ragioni storiche, geografiche e politiche, furono incapaci di sviluppare economie industrial-militari su vasta scala da soli e che, nel secolo passato, sono servite principalmente come pedine delle grandi potenze (Gran Bretagna, USA, l'ex URSS). In decenni recenti, queste nazioni ricche di petrolio a predominanza musulmana hanno combinato i loro interessi in un cartello, l'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). Mentre le risorse, la geografia e la tecnologia militare sono essenziali per la geopolitica, esse non sono sufficienti senza un mezzo finanziario per dominare i termini del commercio internazionale. L'egemonia ha avuto la sua componente finanziaria e militare sino dall'adozione del denaro dagli imperi agricoli dell'Età del Bronzo; la moneta, dopotutto, è la pretesa sulle risorse e l'abilità di controllare la valuta di scambio può influenzare un sottile trasferimento di ricchezza reale in corso. Chiunque emetta una valuta -- specialmente una valuta fissa, cioè non sostenuta da metalli preziosi -- ha il potere su di essa: tutte le transazioni diventano un sussidio al coniatore o stampatore del denaro. Durante l'era coloniale le rivalità tra il real spagnolo, il franco francese e la sterlina inglese furono così decisive come le battaglie militari per determinare la potenza egemonica. Per il mezzo secolo passato il dollaro USA è stata la valuta internazionale di conto per quasi tutte le nazioni, ed è la valuta con la quale tutte le nazioni importatrici di petrolio devono pagare il loro carburante. Questo è un accordo che ha funzionato sia a vantaggio dell'OPEC, che mantiene negli USA uno stabile cliente (il maggiore consumatore mondiale di petrolio ed una potenza militare capace di difendere i regni arabi del petrolio), che degli USA stessi, che ricevono un impercettibile obolo per ogni barile di petrolio consumato da tutte le altre nazioni importatrici. Questi sono alcuni dei fatti essenziali da tenere a mente quando si esamina l'attuale panorama geopolitico. La psicologia e la sociologia della geopolitica Gli obiettivi geopolitici vengono perseguiti entro specifici ambienti, e sono perseguiti da specifici attori -- da particolari esseri umani con caratteristiche sociali, culturali e psicologiche identificabili. Tali attori sono, fino ad un certo limite, la personificazione della loro intera società, cercando benefici per quella società in competizione o cooperazione con altre società. Comunque, tali potenti individui vengono estratti da una particolare classe sociale della loro società -- tipicamente la classe ricca, possidente -- e tendono ad agire in modo da beneficiare preferibilmente quella classe, persino se fare ciò significa ignorare gli interessi del resto della società. Inoltre, gli attori geopolitici individuali sono anche singolari esseri umani con percezioni, pregiudizi ed ossessioni religiose che occasionalmente possono portarli ad agire per scopi contrari non solo a quelli della loro società, ma anche della loro classe. Dal punto di vista della società, la geopolitica è una lotta collettiva darwiniana per un'aumentata capacità di sostenimento; ma, dal punto di vista del geostratega individuale, è un gioco. In realtà, la geopolitica potrebbe essere considerata come il gioco umano finale -- uno con immense conseguenze, e che può essere giocato solamente entro un ristretto circolo di elite. Fin da quando vi sono state civiltà ed imperi, re ed imperatori hanno giocato diverse versioni di questo gioco. Il gioco attrae un particolare tipo di personalità, ed nutre un certo modo di pensare e sentire il mondo e gli altri esseri umani. L'atto di giocare il gioco conferisce sensazioni di immensa superiorità, elevatezza, potere ed importanza. Si può iniziare ad apprezzare l'intossicazione altamente assuefacente che fluisce dal giocare il gioco geopolitico leggendo i documenti redatti da prominenti geostrateghi -- i documenti delle riunioni della sicurezza nazionale di gente come George Kennan e Richard Perle, oppure i libri di Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski. Prendete per esempio questo passaggio dello US State Department Policy Planning Study #23 del 1948 di Kennan: Possediamo il 50% della ricchezza del mondo, ma solamente il 6,3% della sua popolazione. In questa situazione, il nostro vero compito nel prossimo periodo è studiare un modello di relazioni che ci permetta di mantenere questa posizione di disparità. Per fare ciò dobbiamo lasciare da parte qualsiasi sentimentalismo . . . dobbiamo cessare di pensare ai diritti umani, all'innalzamento degli standard di vita ed alla democratizzazione. Tale asciutta, funzionale prosa è di casa in un mondo di uffici, telefoni e limousine, ma questo è un mondo assolutamente scollegato dai milioni -- forse centinaia di milioni o miliardi -- di persone le cui vite saranno enormemente colpite da una frase qui, una parola là. Ad un livello, il geostratega è semplicemente un uomo (dopotutto, il club è soprattutto un club di uomini) che fa il suo lavoro, e tenta di farlo con competenza agli occhi degli spettatori. Ma che lavoro! -- determinare il corso della storia, dar forma al destino delle nazioni. Il geostratega è un Superman, un olimpico travestito da mortale, un titano in giacca e cravatta. Bel lavoro se riuscite ad ottenerlo. L'Eurasia — il premio supremo del Grande Gioco Osservando le loro mappe ed i loro globi, i geostrateghi britannici del 18° e del 19° secolo non potevano fare a meno di notare che le masse terrestri della Terra sono altamente asimmetriche; l'Eurasia è di gran lunga il maggiore dei continenti. Chiaramente, se essi stessi dovevano costruire e mantenere un autentico impero mondiale, sarebbe stato essenziale per i britannici dapprima istituire e difendere delle posizioni strategiche attraverso questo continente ricco di minerali, densamente popolato e permeato di storia. Ma i i geostrateghi britannici sapevano perfettamente bene che la Gran Bretagna stessa è solamente un'isola della costa nord-occidentale dell'Eurasia. Entro questo maggiore continente, la nazione più vasta era di gran lunga la Russia, che dominava geograficamente l'Eurasia e l'Eurasia dominava il globo. Dunque i britannici sapevano che i loro tentativi per controllare l'Eurasia si sarebbero inevitabilmente confrontati con l'istinto di auto-conservazione dell'impero russo. Durante il 19° secolo e fino all'inizio del 20°, scoppiarono ripetutamente conflitti russo-britannici alla frontiera indiana, specialmente in Afghanistan. Un funzionari imperiale di nome Sir John Kaye chiamò questo il "Grande Gioco", un termine immortalato da Kipling in Kim. Due costose guerre mondiali ed un secolo di sollevazioni coloniali curarono grandemente la Gran Bretagna dalle sue ossessioni imperiali, ma l'Eurasia non poteva che rimanere centrale per ogni serio progetto di dominazione mondiale. Così, nel 1997, nel suo libro The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives, Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente USA Jimmy Carter e geostratega per eccellenza, insisteva che l'Eurasia doveva essere al centro dei futuri sforzi degli Stati Uniti per proiettare la propria potenza globalmente. "Per l'America" scrisse, il principale premio geopolitico è l'Eurasia. Per mezzo millennio gli affari mondiali sono stati dominati dalle potenze e dai popoli eurasiatici che si sono combattuti per il dominio regionale e proiettati per il potere globale. Ora in Eurasia è preminente una potenza non eurasiatica -- e la supremazia globale dell'America è direttamente dipendente da quanto a lungo e quanto efficacemente la sua preponderanza sul continente eurasiatico viene sostenuta. (1) L'Eurasia è cruciale, secondo Brzezinski, perché essa "conta per circa il 60% del PNL mondiale e per circa tre quarti delle risorse energetiche mondiali note". In aggiunta, essa contiene i tre quarti della popolazione mondiale, "tutte eccetto una le potenze nucleari note e tutte eccetto una quelle non note". (2) Dal punto di vista di Brzezinski, proprio come gli USA necessitano del resto del mondo per i mercati e le risorse, l'Eurasia ha bisogno del dominio americano per la sua stabilità. Sfortunatamente comunque, il popolo americano non è abituato a responsabilità imperiali: "Il perseguimento del potere non è un obiettivo che comanda le passioni popolari, eccetto in condizioni di una improvvisa minaccia o di una sfida al sentimento pubblico di benessere interno". (3) Qualcosa di fondamentale si è spostato nel mondo della geopolitica con gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 -- che hanno chiaramente presentato una "improvvisa minaccia . . . sentimento pubblico di benessere interno". Questo spostamento è di nuovo stato sentito con la determinazione della nuova amministrazione americana -- espressa con sempre crescente insistenza nel 2002 e nelle prime settimane del 2003 -- ad invadere l'Iraq. Questi spostamenti geostrategici sembrano centrati in una nuova attitudine americana verso l'Eurasia. Alla fine della II Guerra Mondiale, quando gli USA e l'URSS emersero come le potenze mondiali dominanti, gli USA hanno istituito basi permanenti in Germania, Giappone e Corea del Sud, tutte ai bordi dell'Unione Sovietica. L'America ha persino fatto una persa ed estremamente costosa guerra nel sudest asiatico per guadagnare ancora un altro spazio di contenimento eurasiatico. Quando l'URSS crollò agll'inizio degli anni '90 gli USA parvero liberi di dominare l'Eurasia, e dunque il mondo, più completamente di quanto l'avesse fatto ogni altra nazione nella storia mondiale. Il decennio che seguì fu uno caratterizzato primariamente dalla globalizzazione -- il consolidamento del potere economico delle corporations centrato largamente negli USA. Parve che l'egemonia USA sarebbe stata mantenuta economicamente piuttosto che militarmente. Il libro di Brzezinski comunica lo spirito di quei tempi, invocando il mantenimento ed il consolidamento dei legami dell'America con i vecchi alleati (Europa occidentale, Giappone e Corea del Sud) e l'indulgenza e la cooptazione verso i nuovi stati indipendenti dell'ex Unione Sovietica. In contrasto con tale prescrizione, la nuova amministrazione di George W. Bush parve prendere una posizione più dura -- una che prendeva il vecchi alleati per garantiti nel suo dichiarato unilateralismo. Nella sua demolizione degli accordi sull'ambiente internazionale, sui diritti umani e sul controllo degli armamenti, nel suo perseguire una dottrina di azione militare preventiva, e specialmente nella sua apparentemente inspiegabile ossessione dell'invasione dell'Iraq, Bush stava spendendo un enorme capitale politico e diplomatico, creando inutilmente dei nemici persino tra fidati alleati. Il suo razionale per la guerra -- l'eliminazione delle armi di distruzione di massa dell'Iraq -- era palesemente sciocco, dal momento che gli USA avevano fornito molte di quelle armi e l'Iraq non costituiva alcuna attuale minaccia per nessuno; inoltre, una nuova guerra del Golfo rischiava di destabilizzare l'intero Medio Oriente. (4) Che cosa poteva possibilmente giustificare tale rischio? Che cosa stava motivando tale nuovo bizzarro cambiamento di strategia? Alcuni chiarimenti sullo scenario sono ancora necessari prima di poter rispondere a questa domanda. Gli USA: il colosso del globo All'alba del nuovo millennio gli USA avevano la tecnologia militare più avanzata al mondo e la valuta più forte al mondo. Durante il 20° secolo l'America aveva pazientemente costruito il suo impero, prima in Centro e Sud America, Hawaii, Portorico e Filippine, e quindi (in seguito alla II Guerra Mondiale) attraverso alleanze e protettorati in Europa, Giappone, Corea e Medio Oriente. Il suo esercito e le sue agenzie di informazioni erano attivi in praticamente tutti i paesi del mondo, mentre i suoi immensi poteri parevano temperati dalla sua ostentata difesa della democrazia e dei diritti umani. Negli anni 80° il governo USA finì sotto il controllo di un gruppo di strateghi neoconservatori che circondavano Ronald Reagan e George Herbert Walker Bush. Per anni questi strateghi lavorarono per distruggere l'URSS (ed ebbero successo nel farlo minando l'economia sovietica) e per consolidare il potere in America Centrale ed in Medio Oriente. Quest'ultimo progetto culminò nella prima guerra USA-Iraq del 1990-1991. Il loro obiettivo pubblicamente dichiarato non era nientemeno che l dominio mondiale. Mentre l'amministrazione Clinton-Gore enfatizzava la cooperazione multilaterale, la sua spinta verso la globalizzazione corporativa - che trasferiva spietatamente la ricchezza dalle nazioni povere a quelle ricche -- era essenzialmente un'estensione delle politiche di Reagan-Bush. Comunque, i neoconservatori ribollivano per la loro esclusione dalla guida diretta di potere. Essi consideravano se stessi come la guida di diritto del paese, e vedevano Clinton ed i suoi seguaci come usurpatori. Quando nel 2000 la Corte Suprema nominò George W. Bush presidente i neoconservatori ritornarono per prendersi la rivincita. Con l'aiuto dei media sottomessi, Bush -- il vezzeggiato figlio di una ricca e profondamente politicamente connessa famiglia della costa orientale che aveva fatto i soldi con le banche, le armi ed il petrolio -- riuscì a dipingere se stesso come un semplice "uomo del popolo" del Texas. Immediatamente si circondò del gruppo di strateghi geopolitici -- Donald Rumsfeld, Dick Cheney, Paul Wolfowitz, e Richard Perle — che avevano sviluppato la politica internazionale della prima amministrazione Bush. Nel suo recente articolo "La spinta verso la guerra", l'analista di affari internazionali Anatol Lieven rintracciava le radici dell'agenda strategica dell'estrema destra ad una persistente mentalità da Guerra Fredda, il fondamentalismo cristiano, politiche interne sempre più divaricanti ed un indiscusso sostegno per Israele. L'obiettivo di base del totale dominio militare del globo, scriveva Lieven, era condiviso da Colin Powell e dal resto dell'apparato di sicurezza. E' stato dopotutto Powell che, come Capo degli Stati Maggiori riuniti, nel 1992 dichiarò che gli USA necessitavano di una potenza sufficiente per "intimidire qualsiasi rivale persino dal poter sognare di sfidarli sulla scena mondiale". Comunque, l'idea della difesa preventiva, ora dottrina ufficiale, fa un salto in avanti, molto più avanti di quanto poteva desiderare Powell. Come principio, può essere usata per giustificare la distruzione di qualsiasi altro stato persino se pare che quello stato possa in futuro essere capace di sfidare gli USA. Quando queste idee vennero inizialmente espresse da Paul Wolfowitz ed altri dopo il termine della Guerra Fredda incontrarono un generale criticismo, persino da parte dei conservatori. Oggi, grazie all'ascendente dei nazionalisti radicali nell'amministrazione ed all'effetto sulla psiche americana degli attacchi dell'11 settembre, essi hanno un'importante influenza sulla politica USA. (5) Sia che l'amministrazione abbia oppure no in qualche modo orchestrato i fatti dell'11/9 -- come è stato suggerito da diversi commentatori, compreso Gore Vidal — era chiaramente in posizione per trarne vantaggio. (6) Bush proclamò immediatamente al mondo che "O state con noi, o state con i terroristi". Con un bilancio militare rigonfio, un apparato dei media intimidito ed obbediente ed un pubblico impaurito fino ad rinunciare volontariamente a diritti costituzionali basilari, i neoconservatori sembrano avere vinto il totale controllo della nazione ed essere divenuti i padroni del suo impero globale. Ma persino se la loro vittoria pare completa, cominciano a circolare rumori di dissenso. Insubordinazione nei ranghi La resistenza popolare alla globalizzazione corporativa ha cominciato a materializzarsi alla fine degli anni '90, mettendosi assieme inizialmente nella dimostrazione di massa anti-WTO di Seattle nel novembre del 1999. Da allora il movimento antiglobalizzazione è parso crescere ogni anno, trasformandosi in un movimento globale contro la guerra in risposta ai piani USA di invadere prima l'Afghanistan e quindi l'Iraq. Ma il malcontento verso la dominazione USA del globo non era confinato agli elementi di sinistra che brandivano burattini giganti nelle dimostrazioni di piazza. Mentre negli anni '90 crescevano nei Balcani ed in Asia Centrale in seguito alla campagna d'Afghanistan le basi militari americane, i geostrateghi in Russia, Cina, Giappone ed Europa occidentale iniziarono ad esaminare le loro opzioni. Solamente la Gran Bretagna sembrava ferma nella sua alleanza con il colosso americano. Una risposta apparentemente inoffensiva verso l'egemonia globale degli USA fu lo sforzo delle 11 nazioni europee di istituire una valuta comune -- l'euro. Con il debutto dell'euro al volgere del millennio, molti predissero che esso sarebbe stato incapace di competere con il dollaro. Ed in verità per molti mesi il valore comparativo dell'euro languiva. Comunque, esso si stabilizzò presto ed inizio a crescere. Una più preoccupante prospettiva dal punto di vista di Washington fu la sempre maggiore tendenza di nazioni del secondo e terzo mondo ad abbandonare apertamente le politiche economiche neoliberiste al centro del progetto di globalizzazione, come i nuovi governi del Venezuela, del Brasile e dell'Equador che ruppero con la Banca Mondiale e dichiararono di loro desiderio di indipendenza dal controllo finanziario americano. Nel frattempo in Russia il teorico politico Alexander Dugin stava guadagnando una sempre maggiore influenza con scritti geostrategici antiamericani. Nel 1997, lo stesso anno nel quale apparve The Grand Chessboard di Brzezinski, Dugin pubblicò il suo manifesto, Le basi della geopolitica, invocando un ricostituito impero russo composto da un blocco continentale di stati alleati per liberare l'Eurasia dall'influenza degli USA. Al centro di questo blocco Dugin poneva un "asse eurasiatico" di Russia, Germania, Iran e Giappone. Mentre durante l'era sovietica le idee di Dugin erano bandite per il loro echeggiare le fantasie naziste paneurasiatiche, esse hanno gradualmente guadagnato influenza tra i funzionari russi post sovietici. Per esempio, il Ministro degli esteri russo recentemente ha condannato "la sempre più forte tendenza verso la formazione di un mondo unipolare sotto il dominio finanziario e militare degli Stati Uniti" ed ha richiesto un "ordine mondiale multipolare", mentre enfatizzava la "posizione geopolitica della Russia come il maggiore stato eurasiatico". Il Partito Comunista russo ha adottato le idee di Dugin nella sua piattaforma; Gennady Zyuganov, il segretario del Partito Comunista, ha persino pubblicato il suo libro di testo di geopolitica, intitolato Geografia della vittoria. Sebbene a livello internazionale Dugin rimanga una figura marginale, le sue idee non possono fare a meno di risuonare in un paese ed in un continente sempre più circondato e manipolato da una potente ed arrogante nazione egemonica dell'altra parte del globo. Esternamente la Russia -- come la Germania, la Francia, il Giappone e la Cina -- solitamente ancora si sottomette agli USA. Persino il dissenso verso il progetto di Bush di guerra all'Iraq è rimasto piuttosto silenzioso. Ma in privato i leader di tutti questi paesi senza dubbio stanno facendo nuovi piani. Nondimeno pochi arriverebbero al punto di concordare con l'opinione di Alexander Dugin che l'Eurasia arriverà a dominare gli USA, e non il contrario. Nondimeno, in appena tre anni, i comportamenti di molti leader eurasiatici verso l'egemonia americana si sono mossi dalla tranquilla accettazione di rimangiarsi le critiche ad un serio esame delle alternative. Il dilemma americano Dugin e gli altri critici eurasiatici del potere degli USA cominciano da una premessa che sembrerebbe assurda alla maggior parte degli americani. Per Dugin gli USA non agiscono a causa della loro forza, ma della loro debolezza. L'America sopporta da molti anni una bilancia commerciale eccezionalmente negativa -- che essa può permettersi solamente a causa del dollaro forte, a sua volta permesso dalla cooperazione dell'OPEC nel denominare in dollari le esportazioni di petrolio. La bilancia commerciale americana è negativa in parte perché la sua produzione interna di petrolio e gas naturale ha raggiunto il picco massimo ed ora il paese si affida sempre più alle importazioni. Inoltre, la maggior parte delle corporations USA hanno spostato le loro operazioni produttive all'estero. Una ulteriore debolezza sistemica deriva dalla diffusa corruzione imprenditoriale -- rivelata nel caso più appariscente dal crollo della Enron -- e dagli stretti legami tra le corporations e l'apparato politico USA. Bolla dopo bolla - high-tech, telecom, derivati, proprietà immobiliari -- molte sono scoppiate o stanno per farlo. Accanto al dollaro forte, l'altro pilastro della forza geopolitica americana sono le sue forze armate. Ma persino in questo caso vi sono delle crepe nella facciata. Nessuno dubita che gli USA posseggano armi di distruzione di massa sufficienti per spazzare via il mondo molte volte. Ma in realtà l'America usa il suo arsenale sempre più allo scopo si ciò che lo storico francese Emmanuel Todd ha chiamato "militarismo teatrale". In un saggio intitolato "Gli USA e l'Eurasia: militarismo teatrale", il giornalista Pepe Escobar nota che questa strategia implica che Washington " . . . non dovrebbe mai arrivare ad una soluzione definitiva per ogni problema geopolitico, perché l'instabilità è l'unica cosa che giustificherebbe l'azione militare ad infinitum dell'unica superpotenza, sempre, ovunque. . . Washington sa di essere incapace di confrontare i reali giocatori nel mondo -- l'Europa, la Russia, il Giappone, la Cina. Così essa cerca di rimanere politicamente al vertice facendo la prepotente con giocatori minori, come l'asse del male, od ancora persino minori giocatori come Cuba". (7) Dunque gli attacchi americani ad Afghanistan e Iraq rivelano simultaneamente sia la sofisticazione della tecnologia militare USA che le relative fragilità della posizione geopolitica degli USA. Il militarismo teatrale ha il duplice scopo di proiettare l'immagine dell'invincibilità e della forza americana mentre mantiene od estende il dominio militare degli USA sulle nazioni del terzo mondo ricche di risorse. Ciò spiega largamente la recente invasione dell'Afghanistan e l'imminente attacco a Baghdad. La strategia suggerisce che gli atti terroristici contro gli USA dovrebbero essere segretamente incoraggiati come una giustificazione per più repressione interna ed avventure militari all'estero. Nondimeno non abbiamo compiutamente risposto alla domanda posta in precedenza -- perché l'attuale amministrazione è intenzionata a spendere così tanto capitale politico interno ed internazionale per perseguire l'imminente guerra con l'Iraq? I critici dell'amministrazione insistono che questa è una guerra per i profitti petroliferi, ma la situazione è in realtà più complicata e può essere compresa solamente alla luce di due fattori cruciali non ampiamente riconosciuti. Il primo è che è in questione la continua forza del dollaro. Nel novembre del 2000 l'Iraq ha annunciato che avrebbe cessato di accettare dollari per il suo petrolio, ed avrebbe invece accettato solamente euro. A quel tempo gli analisti finanziari suggerirono che l'Iraq avrebbe perso decine di milioni di dollari in valore per il suo cambio di valuta; di fatto, nei due anni seguenti, l'Iraq ha fatto milioni. Altre nazioni esportatrici di petrolio, compresi l'Iran ed il Venezuela, hanno dichiarato che stanno contemplando una simile mossa. Se l'OPEC intera dovesse cambiare dai dollari agli euro, le conseguenze per l'economia USA sarebbero catastrofiche. Il denaro per gli investimenti lascerebbe il paese, il valore delle proprietà immobiliari sprofonderebbe e gli americani in breve tempo si ritroverebbero a vivere in condizioni da Terzo Mondo. (8) Currently, if any country wishes to obtain dollars with which to buy oil, it can do so only by selling its goods or resources to the US, taking out a loan from a US bank (or the World Bank—functionally the same thing), or trading its currency on the open market and thus devaluing it. The US is in effect importing goods and services virtually for free, its massive trade deficit representing a huge interest-free loan from the rest of the world. If the dollar were to cease being the world's reserve currency, all of that would change overnight. Un articolo del New York Times datato 31 gennaio 2003 titolava: "Per i russi ricchi l'euro brilla più del dollaro", notava che "si pensa che i russi abbiano raccolto almeno 50 miliardi di dollari americani in lattine da caffè e sotto il materasso, il più grande mucchio di ogni nazione sulla terra". Ma i russi stanno tranquillamente cambiando il loro dollari con gli euro, e generi costosi come le automobili ora portano le targhette del prezzo in euro. Inoltre, "Oggi la banca centrale russa ha detto che aveva incrementato i suoi fondi in euro dal 5% al 10% delle sue riserve di valuta straniera nell'ultimo anno, mentre la quota del dollaro è caduta dal 90% al 75%, riflettendo il basso reddito degli investimenti in dollari". (9) Ironicamente, persino l'Unione Europea è preoccupata di questa tendenza, perché se il dollaro cade troppo in basso le aziende europee vedranno perdere di valore i loro investimenti negli USA. Nondimeno, mentre l'EU cresce (è destinata ad aggiungere 10 nuovi membri nel 2004), la sua influenza economica è percepita sempre di più come inevitabilmente destinata a superare quella degli USA. Per i geostrateghi USA il prevenire un passaggio dell'OPEC dai dollari agli euro deve perciò sembrare predominante. Una invasione ed occupazione dell'Iraq darebbe effettivamente agli USA un seggio con diritto di voto all'OPEC mentre piazzerebbe nuove basi americane a poche ore dal poter colpire l'Arabia Saudita, l'Iran e diversi altri paesi chiave dell'OPEC. Il secondo fattore probabilmente considerato nella decisione di Bush di invadere l'Iraq è la diminuzione delle risorse di energia degli USA ed il conseguente incremento nella dipendenza americana dalle importazioni di petrolio. La produzione di petrolio di tutti i paesi non OPEC, presi assieme, probabilmente ha raggiunto il picco nel 2002. Da ora in poi l'OPEC avrà sempre più potere economico nel mondo. Per di più, la produzione globale di petrolio raggiungerà probabilmente il picco massimo entro pochi anni. Come ho discusso altrove, le alternative ai carburanti fossili non sono state sviluppate sufficientemente da permettere un processo coordinato di sostituzione una volta che il petrolio ed il gas naturale divengano scarsi. Le implicazione -- specialmente per le nazioni maggiori consumatrici come gli USA -- saranno alla fine rovinose. (10) Entrambe i problemi sono di un'estrema urgenza. La strategia sull'Iraq di Bush è apparentemente una strategia offensiva designata ad allargare l'impero USA, ma in realtà è primariamente di tipo difensivo in quanto il suo scopo più profondo è quello di precludere un cataclisma economico. Sono i due fattori dell'egemonia del dollaro e della diminuzione del petrolio -- persino più che l'arroganza dgli strateghi neoconservatori di Washington — che stanno ispirando una totale trascuratezza delle alleanze di lunga data con l'Europa, il Giappone e la Corea del Sud; ed il sempre maggiore spiegamento delle truppe USA in Medio Oriente ed in Asia centrale. Mentre nessuno ne parla apertamente, i pezzi grossi dei governi di Russia, Cina, Gran Bretagna, Germania, Francia, Arabia Saudita e di altri paesi sono acutamente a conoscenza di questi fattori -- e di qui lo spostamento di alleanze, le minacce di veto ed i negoziati nel retrobottega che portano all'invasione USA dell'Iraq. Ma la guerra, sebbene per ora inevitabile, rimane un gioco altamente rischioso. Persino se finisce in giorni o settimane con una vittoria americana decisiva, per qualche tempo non sapremo se ne è valsa la pena. Chi controllerà l'Eurasia? Mentre scrivo, gli USA stanno preparando il piano per bombardare Baghdad, una città di 5 milioni di abitanti, e di farci cadere due volte il numero dei missili cruise usati durante l'intera prima guerra del Golfo nei primi due giorni dell'assalto. Saranno impiegati nuovamente bombe e proiettili all'uranio impoverito, che lasceranno gran parte dell'Iraq un deserto radioattivo e condannando future generazioni di iracheni (e soldati americani con le loro famiglie) a difetti genetici, malattie e morti precoci. E' difficile immaginare che lo spettacolo di tanta morte e distruzione non provocate possa fare a meno di ispirare pensieri di rivincita nei cuori di milioni di arabi e musulmani. Gli strateghi geopolitici americani chiameranno lo sforzo un successo se la guerra terminerà rapidamente, se la produzione dei giacimenti petroliferi iracheni verrà presto incrementata e gli altri paesi OPEC saranno intimiditi da mantenere il dollaro come loro valuta di conto. Ma questa operazione (non si può veramente chiamare una guerra), intrapresa come un atto di disperazione economica, può fermare una marea crescente solo temporaneamente. Quali sono le conseguenze a lungo termine per gli USA e l'Eurasia? Molte sono imprevedibili. Le forze che stanno per essere scatenate ora possono essere difficili da contenere. Le più affidabili tendenze prevedibili a lungo termine non sono favorevoli. La diminuzione delle risorse e la pressione della popolazione sono sempre stati presagi di guerra. La Cina, con una popolazione di 1,2 miliardi, sarà presto il maggior consumatore di risorse al mondo. In tempi di abbondanza, questa nazione può essere vista come un immenso mercato in apertura: vi sono già più frigoriferi, telefoni cellulari e televisioni in Cina che negli USA. La Cina non desidera sfidare militarmente gli USA e recentemente ha ottenuto privilegi commerciali sostenendo tranquillamente le operazioni militari americane in Asia centrale. Ma quando il petrolio -- la base dell'intero sistema industriale -- verrà estratto in quantità scarse e le sue riserve verranno disputate più accanitamente, non ci si può aspettare che la Cina rimarrà docile. La Corea del Nord, un semialleato cinese, stava venendo tranquillamente privato delle zanne con negoziati durante l'era di Clinton, ma ora alza la cresta all'essere etichettato da Bush come parte di un "asse del male" ed per essere soggetto ad embargo da parte degli USA delle importazioni di cruciali risorse di energia. Per disperazione, sta tentando di attirare l'attenzione di Washington riesumando il suo programma di armi nucleari. Nel frattempo, il nuovo governo sud coreano è assolutamente contrario all'unilateralismo degli USA e vuole negoziare con il Nord. Gli USA minacciano di distruggere con attacchi aerei le installazioni nucleari della Corea del Nord, ma facendo ciò farebbero alzare una mortale nube nucleare sopra tutto il nordest asiatico. Intanto, anche l'India ed il Pakistan hanno interessi che molto probabilmente divergeranno da quelli degli USA. Queste nazioni vicine sono, naturalmente, potenze nucleari e giurati nemici con annose dispute di confine. Il Pakistan, attualmente un alleato degli USA, è anche un significativo fornitore di materiale nucleare per la Corea del Nord, ed ha offerto aiuto ai talebani ed al al Qaeda -- fatti che sottolineano proprio quanto contorta e controproduttiva sia recentemente divenuta la strategia di Washington. Il peggiore incubo degli americani sarebbe una alleanza strategica ed economica tra Europa, Russia, Cina e l'OPEC. Una tale alleanza possiede una logica coerente dal punto di vista di ciascuno dei potenziali partecipanti. Se gli USA dovessero cercare di prevenire una tale alleanza giocando l'unica carta forte nelle loro mani -- il suo armamento di distruzione di massa -- allora il Grande Gioco terminerebbe in una tragedia assoluta. Persino nel migliore dei casi, le risorse di petrolio sono limitate e, mentre gradualmente si esauriranno in pochi decenni, saranno incapaci di sostenere l'ulteriore industrializzazione della Cina od il mantenimento dell'infrastruttura industriale in Europa, Russia, Giappone, Corea e USA. Chi governerà l'Eurasia? Alla fine, nessuna singola potenza sarà capace di farlo, perché la base delle risorse di energia sarà insufficiente a sostenere un sistema ampio come un continente di trasporti, comunicazione e controllo. Dunque, le fantasie geopolitiche russe sono altrettanto vane di quelle degli USA. Per il prossimo mezzo secolo saranno rimaste giusto abbastanza risorse energetiche per permettere un orribile ed inutile duello per le rimanenti spoglie, oppure un eroico sforzo cooperativo per la radicale conservazione e transizione ad un regime energetico di carburante post-fossile. Il prossimo secolo vedrà la fine, in un modo o nell'altro, della geopolitica globale. Se i nostri discendenti saranno fortunati, il risultato finale sarà un mondo di comunità modeste, organizzate bioregionalmente viventi dell'energia solare ricevuta. Le rivalità locali continueranno, come durante tutta la storia umana, ma ma non vi sarà mai più l'arroganza degli strateghi geopolitici che minacciano di estinzione miliardi di persone. Ciò se tutto va bene e tutti agiscono razionalmente. NOTE 1. Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and its Geopolitical Imperatives (Basic Books, 1997), p. 30. 2. Ibid., p. 31. 3. Ibid., p. 36. 4. V. Richard Heinberg, "Behold Caesar," MuseLetter #128, ottobre 2002. 5. Anatol Lieven, "The Push for War," London Review of Books, 30 dicembre 2002. 6. V. Gore Vidal, "The Enemy Within," ed il Center for Cooperative Research. 7. Pepe Escobar, "Us and Eurasia: Theatrical Militarism," Asia Times Online, 4 dicembre 2002. 8. V. "Behind the Invasion of Iraq;" "Protest by switching oil trade from dollar to euro," Oil and Gas Journal, 15 aprile 2002; W. Clark, "The Real but Unspoken Reasons for the Upcoming Iraq War." 9. V. Michael Wines, "For Flashier Russians, Euro Outshines the Dollar," New York Times, 31 gennaio 2003. 10. Richard Heinberg, The Party's Over: Oil, War and the Fate of Industrial Societies (New Society, 2003). Richard Heinberg, giornalista ed educatore, è un membro della facoltà interna del New College of California di Santa Rosa, dove insegna in un corso di Cultura, Ecologia e Comunità sostenibili. Scrive e pubblica il mensile MuseLetter. Questo articolo è adattato dal suo libro di prossima pubblicazione: The Party's Over: Oil, War, and the Fate of Industrial Societies (New Society Publishers). ___________________________________________________________________________________________________ Reprinted for fair use only
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