1° dicembre 2007

Smascherare i guardiani del potere

di John Pilger

 

Che cosa è cambiato nel modo in cui vediamo il mondo? Da quando ricordo, la relazione dei giornalisti con il potere è nascosta dietro una obiettività fasulla e nozioni di un "pubblico apatico" che giustifica un mantra di "dare al pubblico ciò che vuole". Ciò che è cambiato sono la percezione e la conoscenza del pubblico. Non fidandosi più di quello che legge, vede ed ascolta, nelle democrazie occidentali la gente mette in discussione come mai prima, particolarmente via internet. Perché, chiede, la grande maggioranza delle notizie proviene dalle autorità e dai loro interessi acquisiti? Perché molti giornalisti sono gli agenti del potere, non del popolo?

Molto di questo tonificante nuovo pensare può essere rintracciato ad un eccezionale sito web del Regno Unito, www.medialens.org. I creatori di Media Lens, David Edwards e David Cromwell, assistiti dal loro webmaster, Olly Maw, hanno avuto una tale straordinaria influenza da quando nel 2001 hanno avviato il sito che, senza la loro meticolosa ed umana analisi, la completa gravità dei disastri in Iraq ed Afghanistan avrebbe potuto essere stata consegnata alla prima bozza di cattivo giornalismo di cattiva storia. Peter Wilby lo ha espresso bene nella sua critica di "Guardiani del potere: il mito dei media liberal", una stesura senza interruzione di saggi di Media lens pubblicato da Pluto Press, che ha descritto come "pietosamente libero di gergo accademico e politico e paurosamente ben indagato. Tutti i giornalisti dovrebbero leggerlo, perché i David fanno un caso che chiede di essere corrisposto".

Questo apparve nel New Statesman. Non un singolo grande quotidiano ha recensito il più importante libro sul giornalismo che possa ricordare. Prendete l'ultimo saggio di Media lens, "Invasione - un confronto tra prestazione dei media sovietici ed occidentali". Scritto con Nikolai Lanine, che servì nell'esercito sovietico durante l'occupazione dell'Afghanistan nel 1979-89, attinge dagli archivi dei quotidiani dell'era sovietica, paragonando la propaganda del tempo all'attuale prestazione dei media occidentali. Vengono rivelate come quasi identiche.

Come l'annunciato "successo" dell'"ondata" degli USA in Iraq, l'equivalente sovietico permise "ai poveri contadini di lavorare pacificamente la terra". Come gli americani ed i britannici Iraq ed Afghanistan, le truppe sovietiche erano liberatori che diventarono tutori della pace ed agivano sempre per "autodifesa". La rivelazione di Mark Urban della BBC della "prima vera prova che il grande disegno del presidente Bush di rovesciare un dittatore ed imporre una democrazia nel cuore del Medio Oriente potrebbe funzionare" (Newsnight, 12 aprile 2005) è quasi parola per parola quella dei commentatori sovietici che rivendicano intento nobile e benigno dietro le azioni di Mosca in Afghanistan. Paul Wood della BBC, al seguito della 101^ aviotrasportata, ha riferito che gli americani "devono vincere qui se devono lasciare l'Iraq . . . C'è ancora molto da fare". Questa era esattamente la linea sovietica.

Il tono delle domande di Media lens ai giornalisti è così rispettoso che l'onestà personale non viene mai messa in discussione. Forse ciò spiega una reazione che può essere sia scandalizzata che comica. Il presentatore della BBC Gavin Esler, difensore della principessa Diana e di Ronald Reagan, sbraitò ai redattori di Media lens come "fascisti" ed "incorreggibili". Roger Alton, direttore del London Observer e difensore dell'invasione dell'Iraq, ha replicato ad un ultra-garbato membro del pubblico: "Vi è stato detto di inserirvi da quei bastardi di Media lens"? Quando interrogata sul suo giornalismo ambientale, Fiona Harvey del Financial Times ha risposto: "Siete patetici . . . Chi siete"?

Il messaggio è: come osate sfidarci in una maniera tale che potrebbe smascherarci? Come osate fare il lavoro di vero giornalismo e tenere la schiena diritta? Peter Barron, direttore di Newsnight della BBC ha preso un approccio diverso. "Piuttosto mi piacciono. Edwards e David Cromwell sono sicuramente cortesi, i loro punti sono ben dibattuti e talvolta hanno chiaramente ragione".

David Edwards ritiene che "la ragione e l'onestà sono accresciute dalla compassione e compromesse dall'avidità e dall'odio. Un giornalista che sia sinceramente motivato dalla preoccupazione per la sofferenza degli altri è più probabile che riporti onestamente . . ." Alcuni potrebbero chiamare questo un punto di vista esotico. Io no. Nemmeno la Fondazione Gandhi, che il 2 dicembre offrirà a Media lens il prestigioso Gandhi International Peace Award. Rendo loro onore.