
La guerra che potrebbe concludere l'era della superpotenza
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Gli Stati Uniti, come l'antica Roma, stanno cominciando a soffrire dei limiti di potenza. Questo fatto è tatticamente riconosciuto dal Segretario della Difesa USA Donald Rumsfeld e dal Capo degli Stati Maggiori riuniti Generale Richard B Myers che dicono che il piano di guerra non dovrebbe essere criticato dalla stampa perché è stato inquadrato in un contesto diplomatico e politico, non solamente di pura scienza militare a sé stante. Dicono che politicamente è il migliore piano di guerra possibile, sebbene esso possa essere lontano dalla piena utilizzazione del potenziale militare USA. Il primo soldato americano ha criticato il corpo dei funzionari non in uniforme per avere espresso un dissenso che mina seriamente lo sforzo bellico. Tale critica viene caratterizzata da Myers come "non somigliante alla verità", controproducente e dannosa per le truppe USA al fronte. Solamente il tempo dirà chi riderà per ultimo. Il Comando Centrale USA (Centcom) ha annunciato che la prossima fase con 120.000 rinforzi addizionali non comincerà prima della fine di aprile. Questa è tre volte la durata della guerra fino a questo punto. In Vietnam, il ritornello "tutto va secondo i piani" si sentiva ogni qualche settimana con i rassicuranti annunci che con altri 50.000 uomini in più si sarebbe finito velocemente il lavoro. Non vi è dubbio che gli USA nel lungo termine prevarranno sull'Iraq. E' puramente una questione di a quale costo in vite umane, denaro e tempo. Fino a questo punto molte stime prebelliche hanno dovuto essere riaggiustate e molti miti prebellici sul sostegno popolare per una "liberazione" USA in Iraq hanno dovuto essere ricalcolate. Il tempo non è dalla parte dell'America, ed il costo non è meramente finanziario. E' in gioco lo status di superpotenza dell'America. Questa guerra mette ancora una volta in evidenza che la potenza militare non è che uno strumento per raggiungere obiettivi politici. La pretesa per questa guerra era di disarmare l'Iraq delle armi di distruzione di massa (WMD), sebbene recentemente l'enfasi si sia spostata sul "liberare" il popolo iracheno da un regime reputato oppressivo. Alla fine della guerra gli USA avranno ancora bisogno di produrre prove indiscutibili delle WMD irachene per giustificare una guerra che non è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La forza schiacciante è controproducente quando esercitata contro la resistenza popolare perché essa inevitabilmente incrementa proprio la risolutezza della resistenza popolare che mira ad intimorire per ottenere sottomissione. Scartare la vasta resistenza nazionale contro l'invasione straniera come opera di unità di coercizione di un regime repressivo insulta l'intelligenza degli osservatori neutrali. Tutte le organizzazioni militari operano in base alla dottrina della coercizione psicologica. Nessuno si metterebbe volontariamente a rischio a meno che sia più preoccupato per ciò che accadrebbe se non facesse niente. Solamente se una nazione è già occupata da una potenza straniera si può parlare di liberazione da un'altra potenza straniera con credibilità. Una potenza straniera che libera una nazione dal suo governo nazionalista è un'idea difficile da vendere. Gli USA manipolano questa ragione per invadere l'Iraq come un mago tira fuori dal taschino le sciarpe colorate. Prima era l'autodifesa contro il terrorismo, poi era disarmare l'Iraq delle WMD, ora invade per liberare il popolo iracheno del suo demoniaco capo. Presto sarà portare prosperità al popolo iracheno prendendo il controllo del suo petrolio, o salvarlo dal suo tragico destino di appartenere ad una maligna civiltà. Non vi è alcun vantaggio nel vincere la guerra per perdere la pace. La potenza militare non può essere usata senza una delimitazione politica che limiti la sua applicazione indiscriminata. L'obiettivo della guerra non è meramente uccidere, ma di imporre il controllo politico con la forza. Qui si trova la parte più debole fino ad oggi del piano di guerra USA. Il piano manca di un punto focale del controllo politico che mira ad istituire. Gli USA non hanno informato il mondo del loro gioco finale riguardo all'Iraq oltre la rimozione di Saddam Hussein. L'idea di un governatore d'occupazione USA era ed è un ridicolo sbaglio d'avvio. La resistenza guerrigliera non terminerà neppure dopo che il governo iracheno verrà rovesciato ed il suo esercito distrutto. Attingendo dalle esperienze britanniche in Malesia e Rodesia, il rapporto di forze tra esercito e guerriglieri necessario solamente a contenere la resistenza guerrigliera, e non a sconfiggerla, è di circa 20 a 1. Le stime USA sull'entità delle forze guerrigliere dell'Iraq sono di circa 100.000 elementi attualmente. Ciò significa che gli USA necessiterebbero di una forza di 2 milioni di soldati per contenere la situazione persino se essi già controllassero il paese. Con l'attuale quota di spesa bellica di 2,5 mld di dollari al giorno, il budget di guerra di 75 mld di dollari sarà esaurito dopo 30 giorni, ovvero il 20 aprile, dieci giorni prima del progettato arrivo di tutti i rinforzi al fronte. Nessuno ha chiesto come un raddoppio delle forze vincerà una guerra di guerriglia in Iraq. Gli USA hanno ora difficoltà nel rifornire 120.000 soldati, come raddoppieranno il carico dei rifornimenti su una linea di rifornimento di 300 miglia contro un nemico che rifiuta lo scontro frontale? L'opposizione politica interna nel Regno Unito ha iniziato a chiedere che il Primo Ministro Tony Blair dovrebbe ritirare le truppe ora, in base al fatto che il piano di guerra USA è cambiato. La Casa Bianca sta cercando di proteggere Bush fornendo ai media i filmati dei suoi vecchi discorsi che avvertono dell'alto numero di vittime e di una lunga guerra: un gran totale di tre volte nei sei mesi passati. Gli aiutanti di Bush cercano anche di deviare l'attenzione dall'eccessivo ottimismo del Vicepresidente Dick Cheney, che dsse fiduciosamente che la guerra sarebbe terminata nel giro di settimane, non mesi. Sembra vi sia un collegamento tra il cattivo inizio della guerra in Iraq e la pausa nelle minacce di terrorismo negli USA, nonostante gli aumentati timori di rischi terrorismo all'inizio della guerra. Nessun commentatore ufficiale o contro la guerra lo ha fatto notare, nonostante pare vi sia la prova empirica che il terrorismo sia solamente un'arma di ultima istanza. Gli USA hanno una schiacciante superiorità strategica nel senso che, avendo tempo sufficiente, l'illimitata potenza militare ed economica degli USA prevarrà. Ma il problema è che gli obiettivi politici degli USA non si prestano ad un uso sfrenato della potenza militare. La necessità di presentare l'invasione USA come una forza liberatrice impedisce la piena applicazione di "shock and awe" e della superiorità aerea USA. Le bombe "intelligenti" sono costose ed inefficaci perché hanno bisogno di un bersaglio specifico. Nondimeno tali bersagli sono quelli che gli iracheni si aspettano che gli USA colpiscano. Queste armi possono essere neutralizzate facilmente con una tattica di dispersione preventiva. Non vi è senso nel lanciare 40 missili cruise, che costano in totale 1 mld di dollari, per colpire in una notte qualche edificio vuoto. Se gli iracheni riescono a resistere oltre l'estate, la guerra diventerà un nuovo carosello. Gli altri governi arabi della regione possono riuscire a rimanere in attesa se gli USA ottengono una rapida vittoria, ma se la guerra si trascina per mesi, i governi arabi potrebbero arrivare a cedere alla richiesta popolare di aiutare l'Iraq, persino se gli USA facessero sicuri progressi militari, ma fallissero nel portare la guerra ad una fine convincente. La Siria e l'Iran corrono il rischio di diventare parti in guerra. La prospettiva di un intervento russo non è totalmente fuori questione. Bush ha già dovuto avvertire il Presidente russo Vladimir Putin circa un presunto aiuto militare russo all'Iraq che Mosca ha ignorato sommariamente. Per gli USA non si tratta di vincere alla fine la guerra, deve essere vinta con una vittoria rapida e decisiva o la sua immagine di invincibile superpotenza ne soffrirà. Una guerra offensiva deve concludersi entro breve termine, mentre una guerra difensiva necessita solamente di continuare. Ciò è particolarmente vero per una superpotenza. Ogni giorno che passa senza una vittoria decisiva per l'invasore è una vittoria in più per il difensore. A Stalingrado non vi era bisogno di distruggere la Wehrmacht tedesca. Vi era solamente bisogno di prendere tempo senza arrendersi. Nonostante un orchestrato diniego gli USA hanno fallito nel portare a compimento nel loro originale scenario di guerra una rapida e facile vittoria con superiorità militare e morale. Pretendendo ora che avevano sempre previsto una guerra lunga aggiunge solamente nuova mancanza di credibilità alle loro nuove assicurazioni sull'affidabilità del loro nuovo piano di guerra. Globalmente, due tradizionali alleati degli USA, la Francia e la Germania, ora vogliono essere trattati con maggiore status di eguali e con maggiore indipendenza politica. L'Unione Europea potrebbe persino cominciare a pretendere un maggiore ruolo morale degli USA negli affari mondiali, promuovendo più tolleranza per la diversità di valori culturali e condizioni storiche sulle imposizioni dei valori USA come modello universale per il mondo intero, per l'applicazione dei quali i cittadini non USA sarebbero intenti a morire. Persino i cittadini USA potrebbero essere intenti a morire solamente per difendere gli USA, ma non per proiettare con la forza i valori USA in tutto il mondo, particolarmente se questa guerra dovesse dimostrare che persino con notevole sacrificio in vite umane dei soldati americani il successo rimane illusorio. Gli USA devono portare a compimento con successo la guerra entro settimane, o combatteranno una guerra difensiva su tutti i fronti. Vi è solamente una cosa peggiore di un impero, e cioè un impero che fallisce nel conquistare una piccola nazione. Il "danno collaterale" di questa guerra non è limitato ai civili iracheni. Anche l'economia USA verrà considerata un danno collaterale, e per estensione anche l'economia globale. All'epoca della prima Guerra del Golfo, nonostante il successo militare dovuto a chiari obiettivi politici, l'incertezza sui prezzi del petrolio indebolì ulteriormente l'economia USA già in recessione. Nonostante gli aggressivi tagli della Federal Reserve ai tassi d'interesse a breve termine il rallentamento economico continuò e costò la rielezione al primo Presidente George Bush nel 1992. Oggi la Fed fronteggia ancora l'impatto della guerra all'Iraq sull'economia globale, accoppiata a quella che il presidente Alan Greenspan chiama una "leggera pezza" in casa. La fiducia delle imprese potrebbe rimanere bassa per qualche ragione non relativa alla guerra, persino se la guerra dovesse terminare rapidamente, una prospettiva almeno improbabile. La disoccupazione ha continuato a salire, la produzione industriale rimane stagnante e le economie di Europa e Giappone stanno calando persino più di quella degli USA. La gran parte del Terzo Mondo, eccetto la Cina, è stretto dalla sofferenza economica e finanziaria. Se la guerra si dovesse trascinare ulteriormente, o se alla fine dei combattimenti l'economia non dovesse rispondere, i funzionari della Fed hanno fatto capire di essere preparati a pompare denaro nell'economia riducendo i tassi di interesse persino di più di quanto non abbiano fatto finora. Nonostante i suo ruolo istituzionale di banca centrale indipendente da influenze politiche, la Fed è costituzionalmente obbligata a sostenere la Casa Bianca sulle materie di sicurezza nazionale che influenzano l'economia. Così Greenspan non ha reso pubbliche le ansie che potrebbe avere sui costi infiniti della guerra o i sui rischi di interruzione delle forniture petrolifere mondiali, accondiscendendo ai piani bellici di Bush. E' stato riportato che Greenspan è stato alla Casa Bianca almeno tre volte nei primi 10 giorni del conflitto e che lunedì ha incontrato Bush per esaminare la prospettiva economica degli USA. L'impatto dei costi bellici sul bilancio federale ha giocato una parte nel taglio da parte del Congresso al pacchetto di tagli fiscali proposto da Bush. Alcuni hanno persino accusato la Casa Bianca di negare ai militari truppe adeguate in Iraq per paura dell' impatto negativo sul bilancio federale che avrebbe messo a rischio le possibilità che il pacchetto di tagli fiscali venisse approvato dal Congresso. Si sono udite accuse di esporre i soldati USA a pericoli non necessari semplicemente per proteggere i tagli fiscali per i ricchi. Ad ogni modo alla fine il Congresso ha tagliato il la proposta di Bush di tagli fiscali della metà. L'ex capo economista della Casa Bianca R Glenn Hubbard ha affermato che il paese può affrontare sia la guerra all'Iraq che il piano di tagli fiscali di Bush, che in gran parte era stato messo assieme da lui stesso. Hubbard ragionava che i tagli fiscali avrebbero aggiunto l'uno percento al prodotto interno lordo (GDP) per i due anni successivi e che avrebbero aiutato a pagare la guerra, la cui spesa è una frazione del GDP. L'uno percento del GDP sono 100 mld di dollari. La spinta alle entrate di bilancio da 100 mld di dollari di GDP sarebbe di 30 mld di dollari l'anno. Agli attuali livelli di impegno la guerra costa 2,5 mld di dollari al giorno. Negli 11 giorni passati la guerra è già costata più di 30 mld di dollari. Forse Hubbard, che ha studiato a Harvard, dovrebbe dare una ripassata all'aritmetica. E' vero che ora il Golfo Persico incide sulla produzione petrolifera mondiale per una quota minore che nel 1990, e che le principali economie industriali sono diventate più efficienti nel consumo di petrolio rispetto a dieci anni fa. Nondimeno l'economia globale ora opera in un mercato globalizzato così efficiente che la sua vulnerabilità non deriva da un rallentamento industriale causato da un'interruzione delle forniture petrolifere, ma dalla volatilità del prezzo del petrolio in un mercato incerto. Per il Giappone e la Germania persino un piccolo aumento del prezzo del petrolio procurerebbe un grave danno alle loro prospettive di ripresa. La reputazione di Greenspan è stata costruita per lo più sulla sua risposta alle crisi finanziarie. Quando il 19 ottobre 1997 il mercato azionario crollò, due mesi dopo che Greenspan era diventato direttore, la Fed prestò decine di miliardi di dollari alle istituzioni finanziarie e spinse giù i tassi dei prestiti a brevissimo termine. Queste mosse inondarono di denaro i mercati finanziari, il che aiutò a preservare liquidità e ristabilire fiducia nel sistema finanziario, ma fece partire la bolla dell'economia degli anni '90. Dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 la Fed ha pompato 100 mld di dollari nel sistema monetario in quattro giorni. Solamente il 12 settembre la Fed prestò ad una manciata di banche chiave 46 mld di dollari incondizionatamente. La Federal Reserve Bank di New York, che conduce le operazioni di scambio della Fed, inondò il sistema bancario con miliardi di dollari addizionali acquistando buoni del tesoro in volumi da record durante la settimana. Il record di Greenspan è stato sfigurato da quando nel 2000 è scoppiata la bolla del mercato azionario. E' stato ostinatamente tardivo nel riconoscere gli eccessi della "new economy" nella bolla del mercato azionario acclamandoli come una spettacolare crescita della produttività. Dal 2001 la Fed ha abbassato 12 volte i tassi di interesse e ridotto il tasso ufficiale sui fondi federali al livello più basso degli ultimi 41 anni. Quando l'anno scorso si è alzato il tono dei discorsi bellici, innalzando i livelli di ansietà nelle imprese e tra gli investitori, la Fed in novembre ha ridotto il tasso ufficiale sui fondi federali di un addizionale mezzo punto percentuale, a 1,25% dall'1,75%. La paura della deflazione fornisce l'argomento che se il prezzo del petrolio sale, la Fed potrebbe con facilità ridurre ulteriormente i tassi di interesse senza causare inflazione. Nondimeno le complicazioni di più alti prezzi del petrolio vanno oltre gli effetti inflazionistici. Più alti prezzi del petrolio distorcono l'economia convogliando la spesa dei consumatori lontano dai settori non petroliferi, che al momento sostengono la gran parte dell'economia. Se la guerra si trascinasse diminuendo ulteriormente la fiducia delle imprese e facendo inclinare il paese verso una nuova recessione, la Fed avrebbe poco spazio per tagliare ulteriormente i tassi di interesse, dal momento che non può ridurre a sotto lo zero il tasso ufficiale sui fondi federali per i prestiti a brevissimo termine. Ma Greenspan e gli altri funzionari della Fed recentemente hanno insistito che persino se il tasso ufficiale sui fondi federali a brevissimo termine venisse abbassato a zero essi avrebbero ancora altri strumenti per stimolare l'economia. La Fed può acquistare buoni del tesoro a lungo termine, come i buoni a due o cinque o persino dieci anni. Pagando tali buoni in contanti la Fed essenzialmente pomperebbe denaro nell'economia e spingerebbe i tassi di interesse a lungo termine persino più in basso dall'attuale 4,5% al 2,5%. Ma questo sarebbe territorio vergine per la Fed, ed i funzionari hanno riconosciuto che l'impatto preciso sarebbe imprevedibile. Vi sono anche altri temi. Le politiche di denaro facile della Fed hanno già stimolato l'acquisto di abitazioni ed il rifinanziamento, incitando i consumatori a convertire titoli apprezzati in case per incassare il cd rifinanziamento da flusso in uscita, per acquistare beni costosi. Ma questo denaro facile non ha nulla a che fare con il rivitalizzare la spesa delle imprese, che si è tenuta bassa per la sovracapacità e gli scarsi guadagni, ed anche per i nervosismi di guerra. Inoltre, cambi improvvisi nei tassi di interesse, particolarmente in quelli a lungo termine, procurano turbolenze nella finanza strutturata (derivati) che è già eccessivamente precaria. La Fed potrebbe cadere nella trappola di far scoppiare un'implosione di insolvenze nei derivati, che Warren Buffet ha chiamato "armi finanziarie di distruzione di massa". La destra militante USA ha commesso un suicidio con la guerra all'Iraq. Ha dato a se stessa una dose fatale di veleno nel tentativo di curare il virus Saddam. Il collegamento tra la spesa bellica ed il budget federale ed i tagli fiscali di Bush è complesso. La grandezza della forza d'invasione era arrivata al massimo date le limitazioni della logistica e della nuova dottrina "trasformativa" dietro il piano di guerra, proclamata da Rumsfeld. Il mito sul quale era basato il piano di guerra era che ci sarebbe stata un'immediata ribellione interna contro Hussein, almeno nel sud sciita, non congiunta resistenza di guerriglia irachena. Il piano per un attacco a due fronti nord-sud contro Baghdad è stato frustrato dalla Turchia, sul sostegno della quale gli USA erano più che fiduciosi e non si sono assicurati con sufficienti bustarelle. Washington era anche contraria a pagare il prezzo politico di accomodare gli interessi turchi in un Iraq post bellico a spese dei kurdi. Il piano di guerra di Rumsfeld era di una forza di movimento veloce, leggera che entrava trionfalmente a Baghdad con poca resistenza dopo un massiccio attacco aereo "shock and awe" e la resa all'ingrosso della Guardia Repubblicana. Il piano era sbagliato dall'inizio, una vittima della stessa propaganda bellica di Washington di una guerra di liberazione del popolo iracheno. Invece, l'invasione ha agito da elemento unificante per il nazionalismo iracheno e panarabo ed innalzato Saddam al ruolo di eroe e forse martire della causa araba in una battaglia difensiva di una debole nazione contro l'unica superpotenza mondiale. I Democratici non possono fare niente, perché è il loro partito che ha tagliato della metà i tagli fiscali di Bush, e, con l'eccezione di alcune voci coraggiose, i Democratici si sono trovati assieme anche loro nella fantasia del piano di guerra. Geograficamente, senza il fronte nord, l'Iraq è una grande bottiglia con uno stretto collo a sud ed un grande porto marittimo che può essere facilmente minato. La lunga linea di rifornimento di più di 300 miglia dal porto a Baghdad corre lungo aperto deserto, vulnerabile a facili attacchi della guerriglia in ogni punto. La macchina da guerra USA richiede massicci rifornimenti di carburante, acqua, cibo e munizioni. I camion di carburante sono lunghi 20 metri e non possono essere mancati nemmeno da un combattente non addestrato con un fucile a lungo raggio ed un proiettile esplosivo. E se questo mese fa caldo, le truppe USA troveranno nella natura un formidabile nemico. Se questi fattori non erano sufficienti per frustrare il piano bellico USA, persino il Tenente Generale William Wallace ha ammesso apertamente che le truppe USA non erano efficacemente preparate per il nemico che stanno ora combattendo. Ora la guerra minaccia di espandersi alla Siria ed all'Iran e crea instabilità politica in tutti i regimi arabi della regione. La NATO è indebolita e vi sono frizioni nella tradizionale alleanza transatlantica. Questa guerra è riuscita a far avvicinare Russia, Francia, Germania e Cina, in contrasto se non in opposizione agli interessi USA nel mondo, uno sviluppo significativo con implicazioni a lungo termine difficili da valutare al momento. Questa guerra da un colpo finale alla globalizzazione. Le vie aeree sono morte e senza viaggi aerei la globalizzazione è puramente uno slogan. Il congelamento delle attività dell'Iraq all'estero sta distruggendo l'immagine degli USA come porto finanziario sicuro. La ripresa del nazionalismo arabo cambierà le dinamiche della politica del Medio Oriente. Il mito della potenza USA è stato perforato. I costi geopolitici per gli USA di questa guerra sono enormi ed è difficile vederne i benefici. Questa guerra finirà dalla sua inevitabile evoluzione, persino senza dimostrazioni pacifiste. Non sarà una fine felice. Non vi è ancora un'evidente strategia di uscita per gli USA. Dopo questa guerra il mondo non avrà nessuna superpotenza, sebbene gli USA rimarranno forti sia economicamente che militarmente. Ma gli USA saranno costretti ad imparare ad essere molto più cauti e più realistici sulla loro abilità di imporre la loro volontà ad altre nazioni con l'uso della forza. Geopoliticamente il Regno Unito sarà il grande perdente. I militari britannici hanno già fatto sapere a Blair che la Gran Bretagna non può sostenere un alto livello di combattimento per periodi indefiniti. L'invasione dell'Iraq rappresenta un'autopugnalata all'imperialismo USA. Le dimostrazioni pacifiste in tutto il mondo e negli USA eleveranno la consapevolezza pubblica su ciò che realmente significa la guerra, ed a che cosa serve realmente. Lo scopo non è semplicemente fermare questa guerra, ma le forze dietro tutte le guerre imperialiste. Saddam non è pazzo, la cronaca del suo governo non è carina, ma ciò è tipico di tutti i regimi afflitti dalla mentalità della fortezza di stato. Questa mentalità è stata creata da un secolo di imperialismo occidentale e, più recentemente, USA. Gli americani, persino i liberali ed i radicali di sinistra, forse non possono simpatizzare con il naturale bisogno di violenza nella lotta politica di nazionalisti nella loro lotta contro l'imperialismo. Essi hanno un genuino senso di repulsione per l'oppressione politica sconosciuta alle loro condizioni politiche. Comunque solamente gli iracheni sono giustificati nel cercare di sbarazzarsi di un leader che non gli piaccia, non una potenza straniera, non importa quanto ripugnante possa sembrare il regime agli stranieri. L'imperialismo morale è anche esso imperialismo. Inoltre, questa invasione sta trasformando Saddam in un eroico combattente nella difesa del nazionalismo iracheno ed arabo ed in coraggioso combattente della resistenza contro l'unica superpotenza mondiale. Gli unici al mondo ad abboccare alla propaganda sulla liberazione sono gli americani, e persino molti americani che sostengono l'idea di un cambio di regime in Iraq stanno ripensando della sua necessità e realizzabilità. In un ordine mondiale di stati nazione, è naturale per tutti i cittadini sostenere le loro truppe, ma solamente sul loro suolo. Il sostegno per tutte le forze di spedizione o di invasione non è patriottismo. E' imperialismo. Tutte le nazioni hanno il diritto di mantenere forze difensive, ma le forze offensive di tutti i paesi devono essere condannate da tutti, socialisti come libertari di destra. Negli USA in questo momento alcune delle più razionali dichiarazioni e asserzioni contro la guerra provengono dalla destra libertaria, non dalla sinistra. Il vero nemico è il neoliberismo. La guerra all'Iraq fa parte di una impresa per rendere il mondo più sicuro per il neoliberismo. Questa guerra è un cancro autodistruttivo che cresce all'interno del neoimperialismo USA. Proprio come la Guerra di Secessione salvò Abraham Lincoln dal destino di immorale politicante segregazionista e lo proiettò nella storia come un liberatore di schiavi, questa guerra salverà Saddam dal destino di un piccolo dittatore e lo proietterà al grado di vero combattente per la libertà. Questo è stato il regalo di Bush a Saddam, pagato completamente con il sangue dei migliori e più coraggiosi tra i cittadini iracheni, americani e britannici.
Henry C K Liu è il presidente del Liu Investment Group di New York
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