Il governatore della Banca d'Inghilterra,
Sir Mervyn King,
ha dato il suo finora più chiaro avvertimento che
l'impatto della crisi globale finanziaria continuerà per
decenni. Dopo più di quattro anni dal crollo di
Lehman Brothers,
la prospettiva finanziaria ed economica sta fermamente
peggiorando per il mondo.
In un discorso pronunciato martedì sera a Cardiff, nel
Galles, King ha affermato che dopo un periodo di espansione
"obliqua" contrassegnata da deficit commerciali crescenti,
accresciuti livelli di debito ed il crollo dei loro sistemi
bancari, "in tutto il mondo le economie avanzate stanno
affrontando un enorme aggiustamento". La scala del cambiamento
ha significato che la generazione che entra nella forza lavoro
"potrebbe vivere nella propria ombra per un lungo periodo di
tempo a venire".
King ha ammonito che nel corso dell'anno passato "il cielo
economico si è oscurato". Le nuvole che provengono dall'area
dell'euro non si sono sollevate e se ne sono sviluppate di nuove
in Cina, Brasile e India, le tre maggiori "economie di mercato
emergenti", che rallentano tutte. Secondo le ultime proiezioni
del Fondo Monetario Internazionale, quest'anno la produzione
calerà in non meno di 10 economie europee.
Nonostante il fatto che abbia il controllo della politica
monetaria e della propria valuta, la Gran Bretagna non è stata
esonerata dai processi che hanno luogo in Europa. Il prodotto
interno lordo è stato appena più alto di due anni fa ed è stato
il 15% al di sotto di dove dovrebbe essere stato se fosse
continuata la tendenza precedente al 2007.
Come altre banche centrali per il mondo, la Banca
d'Inghilterra si è impegnata nella sua versione di
"alleggerimento quantitativo", riducendo il tasso bancario al
suo livello più basso finora ed acquistando £350 milioni di
attività finanziarie allo scopo di iniettare denaro
nell'economia. Ma mentre questa politica potrebbe alleviare il
passo dell'"aggiustamento", non continuerebbe indefinitamente e
vi sono stati dei "limiti alla sua abilità di stimolare la spesa
del settore privato", ha insistito King.
"A lungo andare, avremo bisogno di riequilibrare la nostra
economia lontano dalla spesa domestica e verso le esportazioni,
per ridurre il nostro deficit commerciale, per rimborsare il
nostro debito e per alzare il tasso di risparmio ed investimento
nazionale", ha dichiarato. King non ha detto esplicitamente
quali sono le implicazioni di questo "aggiustamento", ma ciò
significa un ulteriore significativo abbassamento dei livelli di
vita allo scopo di rendere più competitivo a livello
internazionale il capitalismo britannico.
Il "paradosso" dell'attuale politica, ha avvertito, è stato
che cercare di anticipare la spesa da domani a oggi
è necessario uno stimolo ancora maggiore per
stimolare ulteriormente l'economia in futuro. "Quando i fattori
che portano ad una depressione sono durevoli, soltanto continue
iniezioni di stimolo saranno sufficienti a sostenere il livello
dell'attività reale. Ovviamente questo non può continuare
indefinitamente".
Gli investimenti compiuti prima della crisi ora sono stati
fatti diventare non rimunerativi. Ha osservato che "quasi 1.000
catene di negozi di vie principali avevano chiuso nella prima
metà dell'anno" con valori di attività inferiori lasciando i
livelli del debito guardare troppo in alto.
La minaccia del debito era particolarmente prevalente nel
settore bancario, dove la riduzione del debito, o "deleveraging",
stava trattenendo il flusso dei nuovi prestiti. Le banche
traboccavano di attività liquide ma avevano capitale
insufficiente. "Proprio come nel 2008, vi è profonda riluttanza
ad ammettere l'estensione della sottocapitalizzazione del
sistema bancario in molte parti del mondo", ha dichiarato.
Vi era il pericolo che potessero essere ripetuti gli
"errori" degli anni '30, quando la pretesa che i debiti
potessero essere rimborsati è stata mantenuta troppo a lungo. I
creditori hanno dovuto riconoscere "ulteriori probabili perdite,
una cancellazione significativa del valore di attività e la
ricapitalizzazione dei loro sistemi finanziari".
Gli avvertimenti di King sono gli ultimi in una serie che
indica il fatto che l'"alleggerimento quantitativo" sta facendo
poco o nulla per fornire un aiuto all'economia globale e possono
di fatto stare creando le condizioni per una nuova crisi
finanziaria, anche maggiore di quella del 2008.
Un commento venerdì scorso della giornalista
Financial Times Henny
Sender osservava che mentre il presidente della
Federal Reserve
USA Ben Bernanke ed
altri funzionari strombazzavano il successo del loro programma
di
"alleggerimento quantitativo", vi erano "poche prove
brucianti di una ripresa nell'economia generale" o una
connessione tra di esso e "qualsiasi segno promettente di
miglioramento nell'economia".
L'attività economica che si presumeva sarebbe stata
scatenata da questo terzo giro di
"alleggerimento quantitativo" doveva "ancora
materializzarsi" e vi erano segni che il suo impatto si stava
"già spegnendo".
"Una caduta della spesa di capitale nel terzo trimestre
suggerisce che la politica della Fed non è stata affatto il
catalizzatore per investimenti aziendali", ha osservato.
Vi sono anche timori che nel lungo termine la politica
della Fed potrebbe avere delle conseguenze gravemente avverse.
Il governatore della Banca del Giappone,
Masaaki Shirakawa,
all'inizio di questo mese ha
avvertito che "l'influenza dell'alleggerimento globale
potrebbe avere dei paralleli con l'ambiente che ha
provocato la grande bolla creditizia degli anni 2000".
Negli USA, ha spiegato la Sender, i titoli spazzatura erano
ritornati alle condizioni del 2007 con un rigido contrasto tra
"mercati del debito spumosi ed un'economia fiacca". I dati per
le prime due settimane di ottobre mostrano rifinanziamenti
record sia nei mercati ad alto rendimento che dei prestiti con
leverage organizzati nel complesso dalle società d'investimento.
"I dati sottolineano l'estensione alla quale i maggiori
beneficiari della politica della Fed sono state società
d'investimento, piuttosto che alle famiglie (risparmiatori
specialmente) o imprese".
Altri critici dell'"alleggerimento quantitativo"
rilevano che uno dei suoi effetti è di spingere in su i prezzi
delle merci primarie, urtando di più sui poveri, mentre
avvantaggiano i ricchi che sono in grado di capitalizzare su
prezzi dei beni crescenti.