Percezioni distorte del conflitto in Colombia
di Garry Leech, Giugno 2008
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In un conflitto civile come quello in Colombia la propaganda è un'arma importante. Per i giornalisti e gli analisti è difficile indagare indipendentemente la realtà sul terreno e così le statistiche e le informazioni vengono ottenute da una molteplicità di fonti per trarre delle conclusioni. Comunque, i media mainstream negli Stati Uniti spesso si affidano eccessivamente a due fonti: i funzionari governativi colombiani ed USA. Non sorprendentemente allora, sono le prospettive dei governi colombiano ed USA che inevitabilmente dominano la maggior parte dei rapporti di notizie. Confrontando le tendenze della guerra e le statistiche dei diritti umani con la cronaca dei media sulla violenza in Colombia, è possibile comprendere perché e come la percezione del conflitto da parte del pubblico è stata distorta. Tendenze del conflitto Dopo aver assunto la carica nell'agosto del 2002, il Presidente Alvaro Uribe cominciò a rafforzare le forze armate colombiane ed a passare all'offensiva contro le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Vi sono pochi dubbi abbia avuto successo su entrambe i punti. La questione è: quanto ha avuto successo? La maggior parte dei rapporti dei media mainstream suggeriscono che le FARC siano state bloccate e siano sulla difensiva, anche nelle loro tradizionali roccaforti rurali; che i ranghi delle FARC di più o meno la metà negli ultimi cinque anni e che la quantità di violenza politica perpetrata dai guerriglieri sia radicalmente diminuita rendendo quindi il paese molto più sicuro. Alcuni analisti arrivano al punto di suggerire che ora le FARC si stiano disintegrando e che il conflitto terminerà presto. Comunque, una rassegna delle statistiche disponibili lascia intendere che il quadro non è così netto come i funzionari colombiani ed USA ed i rapporti dei media mainstream suggeriscono. Per prima cosa, l'accresciuta sicurezza nelle aree urbane ha drammaticamente ridotto il crimine comune, compresi gli omicidi, ma gran parte della violenza politica nel paese è tradizionalmente avvenuta nelle regioni rurali dove si combatte il conflitto armato. Il Centro per le ricerche e l'educazione popolare di Bogotá (CINEP), un preminente istituto di ricerca che segue il conflitto e la violenza politica in Colombia, recentemente ha pubblicato dei dati sull'intensità del conflitto armato tra il 1990 ed il 2007. I dati mostrano la frequenza dei combattimenti ingaggiati dalle forze governative, dai guerriglieri e dai paramilitari. Le statistiche mostrano una discesa regolare dei casi di combattimento tra il 2002 ed il 2006. Comunque, come rileva Adam Isacson del Center for International Policy di Washington, DC, "Questo declino riporta solamente l'intensità dei combattimenti ai livelli visti alla fine degli anni '90, non esattamente un periodo aureo di pace e sicurezza per la Colombia".[1] E dunque, nel 2007, è avvenuto un brusco rialzo nel conflitto riguardante i militari colombiani e le FARC. Come risultato, la frequenza dei combattimenti lo scorso anno ha superato tutti eccetto due (2001 e 2002) dei 18 anni coperti dai dati. I rapporti dei media spesso insinuano che la differenza principale nella natura del conflitto che avviene sotto l'amministrazione Uribe quando paragonato agli anni precedenti è che gran parte dei combattimenti vengono ora iniziati dai militari di recente rafforzati e che i guerriglieri principalmente si impegnano in combattimenti per difendersi. I dati del CINEP, comunque, suggeriscono che ciò è vero soltanto parzialmente. Il CINEP mostra il numero dei combattimenti iniziati da ciascuna parte armata in ciascun anno del periodo dei dati. Nel 2007, i militari sono stati chiaramente all'offensiva dal momento che hanno attaccato i guerriglieri in 713 occasioni—più che in qualunque dei precedenti 18 anni con l'eccezione del 2002 e del 2003. Comunque, i numeri suggeriscono che anche le FARC erano all'offensiva dal momento che hanno iniziato il combattimento in 653 occasioni—più che in tutti eccetto quattro anni del periodo dei dati.[2] Queste statistiche fanno capire che, mentre i militari sono realmente diventati più inclini all'offensiva sul campo di battaglia, le FARC sono lungi dall'essere sconfitte e sono ancora in grado di lanciare attacchi nella Colombia rurale. Tendenze nei diritti umani Un altro aspetto interessante dei dati del CINEP è la sua documentazione sul numero di violazioni del diritto umanitario internazionale (uccisioni di civili, spostamenti forzati, sparizioni, rapimenti, arresti arbitrari ecc.) perpetrati da ciascun attore armato. Per tutti gli anni '90 i paramilitari sono stati di gran lunga i maggiori trasgressori dei diritti umani, contando per il 53% delle 6.059 violazioni documentate tra il 1990 ed il 1998 che sono state attribuite a loro, o ai militari o alle FARC. Durante lo stesso periodo, le FARC sono state responsabili del 27% ed i militari del rimanente 20%—sebbene i militari ed i paramilitari colludano regolarmente gli uni con gli altri, secondo i gruppi per i diritti umani.[3] Durante i quattro anni seguenti, il numero di violazioni da parte di tutti e tre gli attori armati è aumentato per i paramilitari e le FARC mostrando la maggiore proliferazione. Secondo le statistiche riportate dalla ONG colombiana Fundación País Libre, l'incremento delle violazioni dei diritti umani commesse dalle FARC coincide con un aumento drammatico dei rapimenti perpetrati dal gruppo guerrigliero e la consegna di una zona demilitarizzata ai ribelli da parte del governo del Presidente Andrés Pastrana.[4] Interessante notare che vi è stato un significativo declino nel numero dei rapimenti perpetrati dalle FARC nel 2003, l'anno seguente alla conclusione del processo di pace e della zona demilitarizzata del governo Pastrana. La recente riduzione dei rapimenti da parte delle FARC è stata in gran parte attribuita alle politiche di sicurezza dell'amministrazione Uribe, ma il tempismo dell'incremento e poi del declino dei sequestri suggeriscono che anche la perdita da parte dei gruppi guerriglieri di un rifugio sicuro nel quale nascondere gli ostaggi è stato un fattore che ha contribuito significativamente. Nel frattempo, secondo il CINEP, le violazioni complessive dei diritti umani compiute dalle FARC sono declinate dal 40% del totale nazionale nel 2002—prima della caduta nei rapimenti—a solamente il 10% nel 2006. Queste cifre fanno capire che il rapimento costituiva il principale abuso dei diritti umani perpetrato dai guerriglieri e la sua riduzione ha significato che le FARC sono state responsabili di meno violazioni del diritto internazionale nel 2006 che in qualunque anno dal 1990. Il primo mandato in carica del Presidente Uribe (2002-2006) ha visto anche un significativo decremento negli abusi dei diritti umani perpetrati dai paramilitari, molto probabilmente come risultato del processo di smobilitazione che il governo ha iniziato con la Forze Unite di Autodifesa della Colombia (AUC) nel 2003. Mentre il numero reale di violazioni dei diritti umani commesse dai paramilitari tra il 2002 ed il 2006 si è più che dimezzato, la percentuale di abusi dei quali sono state responsabili le milizie di destra è rimasta abbastanza costante—31% nel 2002 e 29% quattro anni più tardi—anche se durante questo periodo erano apparentemente impegnate nel cessate il fuoco e nella smobilitazione. L'amministrazione Uribe afferma che i paramilitari ora sono stati smobilitati, ma secondo molti analisti lo scioglimento dell'AUC ha rappresentato poco più che una ristrutturazione del gruppo. Per esempio, l'Istituto di studi per lo sviluppo e la pace (INDEPAZ) di Bogotá, nel 2006 ha riferito che nel 2006 in 23 dei 32 dipartimenti del paese erano stati formati 43 nuovi gruppi paramilitari ammontanti a quasi 4.000 combattenti.[5] Nel frattempo, l'anno seguente, l'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) ha stimato che vi erano 20 nuovi gruppi paramilitari con 3.000 combattenti operanti in Colombia.[6] Mentre l'amministrazione Uribe tratta queste nuove milizie come organizzazioni criminali e non attori nel conflitto armato, uno dei principali avvocati dei diritti umani in Colombia, Alirio Uribe del Collettivo Legali José Alvear Restrepom, dissente: "Vi sono 43 nuovi gruppi paramilitari ma, secondo il Ministero della Difesa, questi nuovi gruppi paramilitari non hanno niente a che fare con in vecchi. Ma la verità è che sono gli stessi. Prima erano l'AUC, ora sono chiamati l'AUC Nuova Generazione. Hanno la stessa collusione con l'esercito e la polizia. E' una farsa".[7] Forse la statistica più allarmante riguardo alle violazioni del diritto umanitario internazionale è l'aumento drammatico del ruolo diretto giocato dallo Stato colombiano. Quando il Presidente Uribe assunse la carica nel 2002, lo Stato era responsabile del 17% di tutte le violazioni dei diritti umani. Quattro anni più tardi—al termine del primo mandato di Uribe—lo Stato era responsabile del 56% degli abusi dei diritti umani; quasi il doppio del numero delle violazioni perpetrate da agenti governativi nel 2002.[8] In definitiva, nel 2006, lo Stato colombiano è stato responsabile del 56% delle violazioni dei diritti umani nel paese, con i paramilitari e le FARC ch davano conti del 29% e del 10% rispettivamente.[9] Queste statistiche spesso stanno in completo contrasto con il quadro presentato nei media dove un flusso infinito di citazioni di funzionari colombiani ed USA si riferisce ripetutamente alla "brutalità" dei "terroristi" delle FARC. La descrizione del conflitto da parte dei media Ogni volta che avvengono uccisioni di civili, i funzionari colombiani incolpano immediatamente le FARC ed i media mainstream poi spesso riferiscono rispettosamente le accuse senza indagare da se sui crimini. Ed in quei casi nei quali alla fine emergono prove che sono stati i militari colombiani o i paramilitari che realmente hanno compiuto le uccisioni, raramente i media mainstream riferiscono le nuove scoperte, lasciando perciò l'impressione che le FARC fossero la parte colpevole. Questa strategia della propaganda utilizzata dal governo colombiano—con l'acquiescenza dei media mainstream—ha portato alla percezione da parte del popolo che il conflitto sia divenuto staccato dalla realtà dei diritti umani sul terreno. Il popolo è sopraffatto da storie di notizie su uccisioni secondo quanto si dice perpetrate dai guerriglieri mentre significativamente vi sono meno resoconti dei continui abusi da parte dei militari colombiani e dei loro alleati paramilitari. Uno studio sulle uccisioni di civili in anni recenti spiega chiaramente l'abisso tra la realtà sul terreno e la descrizione della violenza da parte dei media. Durante il primo mandato del Presidente Uribe (2002-2006), il New York Times ha pubblicato 21 resoconti di notizie che riguardavano le uccisioni dei civili in Colombia. Diciassette dei rapporti ritenevano i guerriglieri responsabili delle uccisioni riferiti nei rispettivi articoli mentre i paramilitari venivano incolpati in due casi, i militari in uno ed entrambe i ribelli ed i paramilitari nella rimanente occasione. In tutti i diciassette articoli nei quali i guerriglieri venivano ritenuti responsabili le uniche fonti citate erano ufficiali del governo colombiano o dei militari.[10] Secondo gli articoli del Times i guerriglieri sono stati responsabili dell'80% delle uccisioni. Nel frattempo, i paramilitari erano responsabili per il 10% degli omicidi ed i militari per il 5%. Comunque, quando paragonato all'esauriente studio pubblicato lo scorso anno dalla Commissione dei Giuristi Colombiana (CCJ), la cronaca del New York Times pare presentare una descrizione distorta del conflitto nella Colombia rurale. Secondo il rapporto del CCJ, i guerriglieri sono stati responsabili del 25% delle uccisioni di civili durante il primo mandato del Presidente Uribe piuttosto che dell'80% suggerito dalla cronaca del Times. Nel frattempo, il CCJ ha ritenuto i paramilitari responsabili per il 61% delle morti ed i militari colombiani per il rimanente 14%.[11] Una eccessiva dipendenza dalle fonti ufficiali e la risultante distorta rappresentazione del conflitto non è solamente del New York Times; è evidente nella maggior parte della cronaca dei media mainstream USA. Scampagnate della stampa ufficiale, regolarmente organizzate dai militari colombiani e dall'ambasciata USA, per i corrispondenti stranieri basati a Bogotá sono un modo pratico di visitare remote regioni rurali interessate dalla guerra civile. Il problema di questo accomodamento, comunque, è che i giornalisti vengono portati in destinazioni specifiche scelte dalle autorità dove passano alcune ore con funzionari e viene loro presentata una storia preconfezionata. Inevitabilmente, la linea ufficiale domina il resoconto pubblicato. Da parte loro, il governo colombiano e l'ambasciata USA sono pienamente consapevoli della fiducia eccessiva dei media mainstream sulle fonti ufficiali e tengono regolarmente conferenze stampa o inviano funzionari ad eventi pubblici come il lancio di una nuova operazione militare. I funzionari governativi si rendono conto che i media tratteranno obbedientemente questi eventi perché procurano storie adatte per giornalisti che lavorano entro limiti ben fissati. I corrispondenti stranieri di base in Colombia spesso intervengono allo stesso evento o gita stampa per evitare di essere gli unici giornalisti che non trattano quella particolare "storia". Di conseguenza, il giorno seguente vengono frequentemente pubblicate diverse versioni quasi identiche dello stesso articolo dalle varie imprese di media USA. I funzionari governativi sanno che se tengono i media occupati giornalmente con storie preconfezionate che ritraggono in una luce positiva la politica governativa, allora i giornalisti possono essere troppo occupati per condurre un più approfondito giornalismo investigativo. Perciò, nella loro cronaca del conflitto colombiano, i media mainstream sono stati inclini a riflettere la prospettiva dei settori politici, sociali ed economici dominanti del paese. Per esempio, la questione del rapimento ha riportato una cronaca molto estesa dei media perché i guerriglieri di sinistra ne sono i principali esecutori e le vittime sono principalmente politici, membri delle forze di sicurezza statali e civili delle classi medie ed alte urbane. Mentre i colombiani rapiti sono chiaramente vittime della violenza nel paese e la loro condizione merita attenzione, i loro numeri sbiadiscono paragonati al numero di contadini poveri che sono stati rimossi violentemente dai militari e dai paramilitari di destra. Nel 2000, all'inizio del Plan Colombia, circa tremila colombiani sono stati rapiti annualmente. Nel frattempo, più di un quarto di milione di contadini venivano violentemente cacciati dalle loro case e dalla loro terra ogni anno. E tuttavia, la maggior parte della gente era ignara del fatto che la Colombia aveva una delle maggiori popolazioni internamente spostate al mondo. Mentre il numero delle persone rapite scendeva a 521 nel 2007, il numero dei colombiano che venivano violentemente dislocate aumenta.[12] Secondo la Consulta dei Diritti Umani e del Dislocamento (CODHES), nel 2007 305.966 persone sono state rimosse violentemente—un impressionante incremento del 38% sull'anno precedente.[13] Nonostante questa realtà, la cronaca dei media resta fermamente concentrata sulla situazione dei rapiti perché l'amministrazione Uribe ha mantenuto con successo il riflettore sugli ostaggi delle FARC e lontano dai colombiani dislocati, aumentando il numero di coloro che sono stati mandati via con la forza dalle loro case dalle operazioni di controinsurrezione dei militari colombiani. Conclusione Vi sono grandi discrepanze tra la descrizione del conflitto in Colombia fornito dai governi colombiano ed USA e quella presentata da molte ONG, gruppi per i diritti umani e colombiani delle aree rurali. A causa della sua troppa dipendenza dalle fonti ufficiali, i media mainstream sono in primo luogo responsabili di assicurare che la storia ufficiale sia la narrativa dominante, distorcendo quindi la realtà del conflitto colombiano. I corrispondenti dei media mainstream in Colombia sembra che considerino la loro responsabilità giornalistica più o meno nello stesso modo di come fece la giornalista del New York Times Judith Miller negli eventi che portarono alla guerra in Iraq. Quando le fu chiesto perché i suoi articoli spesso non includevano le opinioni di esperti scettici delle pretese sulle armi di distruzione di massa dell'amministrazione Bush, la Miller rispose: "Il mio lavoro non è valutare le informazioni del governo ed essere io stessa una analista di intelligence indipendente. Il mio lavoro è raccontare ai lettori del The New York Times ciò che il governo pensava dell'arsenale dell'Iraq". Sfortunatamente, in molti casi, i media hanno esibito una similare mancanza di curiosità su alcuni dei maggiori fattori in gioco in Colombia. E, come risultato, hanno contribuito ad una descrizione alterata del conflitto nel paese. Note
1. Adam Isacson,
“CINEP: Colombia’s Conflict Is Far from Over,” Center for
International Policy, 10 aprile 2008. |
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