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"Alla vigilia della crisi, il borghese, con l'autosufficienza
che spunta da prosperità inebriante, dichiara il denaro essere una
inutile immaginazione. Le merci soltanto sono denaro. Ma ora il
grido è dovunque: il denaro solamente è una merce! Come il cervo
brama l'acqua fresca, così brama la sua anima il denaro, l'unica
ricchezza".
—
Il Capitale,
Karl Marx.
Quando banchieri, industriali ed i loro gruppi di pressione
parlano di debito, hanno in mente il debito pubblico. Quando i
politici di stati potenti parlano di debito, hanno in mente il
debito di stati meno potenti. Questo è come il potere concentrato
del denaro e della politica spingono verso il precipizio del crollo
paesi come Irlanda, Grecia, Italia ed ora Cipro, costringono a cambi
di governo ed alla vendita dei beni pubblici ai creditori stranieri.
Che in questi paesi esiste un problema del debito è oltre ogni
dubbio. Tuttavia non è soltanto un problema di indebitamento
pubblico, ma anche privato. In realtà altri paesi, tra loro alcuni
dei creditori di Italia e Grecia, sono loro stessi ancora in più
profondo rosso.
Nel 2009, l'anno della crisi economica globale, il rapporto
debito/PIL di Grecia e Italia era di 243% e di 315% rispettivamente.
Questo comprende non soltanto il debito pubblico ma anche i debiti
accumulati dalle imprese industriali e finanziarie, come pure quello
delle famiglie. In altre parole, allo scopo di liberarsi dal debito,
l'intera produzione netta dell'economia greca dei due anni e mezzo
successivi avrebbe dovuto sboccare nel servire il debito. In Italia
sarebbero stati richiesti più di tre anni di produzione economica
esclusivamente per la riduzione del debito. Questo naturalmente non
è possibile. Anche i commissari dell'austerità a Berlino, Bruxelles
e Parigi si rendono conto che deve essere intrapreso un minimo
necessario di riparazioni alle attrezzature ed alle infrastrutture,
se il rimborso di debiti eccezionali non si deve incagliare.
Per la stessa ragione, i lavoratori devono ricevere almeno
qualche minimo pagamento per il loro lavoro e, in ogni caso, i
profitti dei capitalisti greci ed italiani non vengono presi a
bersaglio per l'eliminazione. Di conseguenza, soltanto una parte
dell'attuale produzione può essere portata avanti per la riduzione
del debito. Anche la vendita dei beni statali contribuisce poco a
questo fine poiché il mercato di tali beni in un periodo di crisi
del debito è saturo ed i prezzi correnti sono bassi in modo analogo.
Che tutti gli sforzi per risparmiare e per l'austerità
contribuiscano poco alle riduzioni del debito naturalmente è dovuto
anche al fatto che queste misure portano ad una ridotta domanda e
con essa ad ulteriori contrazioni dell'economia. La creazione di
valore, dalla quale deve essere distolta la parte maggiore di
servizio del debito, è ridotta.
La recessione del 2009 in Grecia, dovuta non meno ad una
considerevole espansione della spesa statale, è risultata in una
relativamente moderata contrazione del -3,2%. In Germania la
crescita economica si è contratta del 5,1%. Mentre nel 2010 la
maggior parte dei paesi del nord capitalista ha ancora una volta
registrato una crescita economica leggermente positiva, le misure di
austerità decretate dalla UE e dal FMI hanno spinto ulteriormente
verso il basso l'economia greca: -3,5% nel 2010, -2,8% nel 2012 e
per quest'anno è prevista una contrazione del 5,1%. Ci si attende
che queste stime saranno ulteriormente corrette all'ingiù.
Tagli di capelli?
In vista di tali incerte prospettive, le richieste per un
"taglio di capelli" del debito si sentono anche dai circoli dei
creditori. Effettivamente, è meglio cancellare una parte
dell'eccezionale debito mente si è ancora in grado di intascare il
rimborso e l'interesse sul resto che rischiare la bancarotta statale
e perderlo tutto. L'ultimo pacchetto di salvataggio convenuto dalla
UE per la Grecia, vale a dire per i suoi creditori, provvede anche
per la cancellazione del debito del 50%. Sebbene concretamente su
questo conteggio, in contrasto anche con i richiesti tagli di
bilancio negoziati, la cancellazione del debito non è ancora
probabile avvenga. Una ragione è perché i creditori privati
mercanteggiano ancora sull'assistenza dei forzieri di stato concessi
dal cancelliere tedesco
Angela Merkel e dall'ex presidente
Nicolas Sarkozy.
Finché questa continua a lavorare per loro,
ogni progettata cancellazione del debito si
trasforma in una deviazione del servizio del debito dalla Grecia ai
contribuenti di Germania e Francia
–
a favore di Deutsche Bank, Société
Générale
e compagnia.
Con richieste simili i banchieri stanno creando il tipo di
responsabilità del debitore all'interno dell'eurozona, che secondo
il
Trattato di Maastricht – il piano per l'unione monetaria europea
– non doveva essere affatto permessa e contro il quale i politici populisti
di destra
strillano accanitamente. Il capitale finanziario, che l'Europa
ha creato negli anni '80 in nome del libero commercio e della
democrazia, sta allevando un'ondata populista di destra, che
promette di fermare il trasferimento del debito da un paese
all'altro nel nome della sovranità nazionale.
Redistribuzione del debito
Un'impresa a dir poco disperata. Paragonato al debito totale
accumulato durante i decenni di capitalismo neoliberista, il debito
pubblico di Grecia e Italia sembra piuttosto modesto. Alcune cifre
aiutano a illustrare il punto. Nel 2009 il rapporto debito/PIL del
Giappone era del 471%, per il Regno Unito era il 466%, di cui il
194% comprendeva quello del settore finanziario, per la Francia era
il 323%, per gli Stati Uniti il 296% e per la Germania il 285%. Come
osservato sopra, il rapporto debito/PIL della Grecia stava al 243%.
Se diamo uno sguardo alla crescita di questa montagna di debiti nel
tempo, diventa chiaro che questa montagna non può essere saldata.
Nel 1980, agli inizi dell'era neoliberista, l'indebitamento totale
del Giappone era del 244% del PIL, dieci anni più tardi era del
391%; l'economia del Giappone era stagnante dall'inizio degli anni
'90 ma il suo carico di debito è aumentato quasi al livello indicato
del 471%. Invece di una riduzione del debito, nel decennio
precedente ha avuto luogo una redistribuzione del debito. Mentre le
famiglie private, le imprese industriali e finanziarie sono riuscite
a ridurre la loro quota di debito totale, la parte di debito
pubblico è aumentata stabilmente.
Per prendere un altro esempio: durante i venti anni di
stagnazione giapponese la Cina ha registrato tassi di crescita
economica tra il 7% ed il 14%. Tuttavia anche questi tassi di
crescita mondiale record sono bastati soltanto ad impedire ai
livelli di debito di aumentare ulteriormente. Nel 2000 stavano al
156% del PIL, nel 2009 erano al 159%. Paragonato ad altri paesi
questo è un livello molto modesto. Quando comunque consideriamo che
è stato soltanto negli anni '80 che la Cina è partita nella sua
lunga marcia verso il capitalismo, quando i capitalisti maggiori
negli altri paesi avevano già gettato le fondamenta per
l'accumulazione del debito, anche questo 159% si presenta in una
luce diversa.
Tuttavia, possiamo desiderare di distorcerlo o di rivoltarlo,
resta il fatto che nel capitalismo neoliberista, sebbene il discorso
sia la riduzione del debito, la pratica reale è stata
l'accumulazione del debito. Finché le borse valori hanno continuato
la loro traiettoria verso l'alto questo fatto poteva essere
nascosto, oppure, piuttosto, inzuccherato. Più credito si assume,
più azioni e valori finanziari si possono acquistare. Le borse in
ascesa sono state prese come prova di crescente ricchezza. Che
l'aumento dei prezzi delle azioni e dei valori finanziari sia stato,
in primo luogo, il risultato della domanda finanziata dal credito
per tali investimenti e, secondariamente, nella migliore delle
ipotesi, un'espressione della crescente creazione di valore
(crescita economica), non ha disturbato nessuno nell'entusiasmo
dello scoppio del mercato azionario. Servizio del debito? Neanche un
problema. Si poteva semplicemente prendere in prestito contro il
valore in aumento di ricchezza del mercato azionario e con questo
denaro andare incontro a ogni obbligo di pagamento
– almeno fino a che le cose sono diventate troppo bollenti per alcune banche
e
hanno richiesto interessi più alti per ulteriore credito. A
questo punto la domanda di credito per l'acquisto di azioni e valori
finanziari è crollata, come pure la solerzia delle banche ad
estendere tale credito. All'improvviso i mutuatari
– siano essi società private, famiglie o lo stato
– si sono resi conto che la loro ricchezza ed il loro reddito non erano più
sufficienti a
soddisfare i loro obblighi di pagamento esistenti. Questa
comprensione ha colpito all'inizio della crisi mentre i redditi
calavano ed i tentativi per affrontare gli obblighi di servizio del
debito con denaro raccolto dalla vendita di beni fallivano, mentre
all'improvviso il mondo intero cercava di spacciare le sue attività
spazzatura. Soltanto l'audace assorbimento di nuovi prestiti da
parte dello stato paternalista e la promessa dichiarata di servire
prestiti eccezionali con denaro delle tasse come richiesto, ha
impedito il crollo totale dell'economia globale o, piuttosto,
confinato la crisi economica in paesi più piccoli come la Grecia.
Camera di rilassamento
Il potere mescolato del denaro e della politica ha ora
raggiunto il punto in cui sa che l'estensione dell'austerità
à la grecque
al resto del mondo porterebbe al crollo economico globale, ma nondimeno è in
difficoltà a trovare delle idee. Alcuni audaci individui
sognano una nuova ripresa della borsa valori. La trasformazione del
debito pubblico in valori commerciabili, come si è discusso nel
contesto del pacchetto di salvataggio dell'euro sotto il termine 'leverage' punta in questa direzione.
Tuttavia l'umore non è tendente a stimolare nessuna
partecipazione. La maggior parte degli investitori sta prendendo il
proprio denaro, che è stato salvato con il credito e le garanzie
statali, fuori dalla pista da ballo della borsa e nella camera di
rilassamento. Alcuni gagliardi keynesiani domandano che l'inflazione
aiuti a ridurre il debito. Ma gli investitori nella camera di
rilassamento si sveglierebbero velocemente e richiederebbero delle
politiche monetarie che difendano il valore del loro denaro;
tuttavia nondimeno il valore totale delle loro attività è già stato
fortemente danneggiato dalla crisi. Se dovessero cominciare a urlare
assassinio sanguinoso alla leggera perdita di valore che un tasso
d'inflazione del 5% porterebbe con se, la loro approvazione per
ulteriori tagli del debito è certamente da attendersi molto meno.
Molto più volentieri congelerebbero le loro attività, vale a dire le
ritirerebbero dai circuiti finanziari piuttosto che averle sfrondate
dai ministeri delle finanze. Fuori da questi circuiti, che dopo
tutto aprono l'accesso ai plusvalori prodotti annualmente, tutte
queste attività in realtà non valgono nulla, ma degli investitori
turbati non desiderano pensare così lontano in anticipo.
Tuttavia il resto della società potrebbe volere rischiare su
questo. Se nella migliore delle ipotesi i circuiti finanziari
privati sono inaffidabili ed al peggio crollano e la crescita
economica reale viene seppellita sotto un mucchio di attività
finanziarie di nuovo senza nessun valore, allora è tempo di
costruire un'economia indipendente dalla ricchezza finanziaria
privata. Un primo passo in questa direzione consisterebbe nella
socializzazione del settore finanziario in modo che l'accesso alle
risorse finanziarie per investimenti in settori economici
socialmente necessari non dipenda più dalle speranze di profitto e
dai timori di crollo dei detentori di ricchezza privata.
Naturalmente, un problema di questo è che dei settori della
classe lavoratrice, particolarmente nei paesi anglosassoni dove i
contributi pensionistici fluiscono interamente nei mercati
finanziari, saranno senza entusiasmo per una socializzazione del
settore finanziario tanto quanto i diecimila più ricchi. Quelli che
proibiscono riduzioni delle pensioni in nome del socialismo, ma
vogliono essere fedeli all'idea di cancellazione del debito, devono
anche discutere dell'equa distribuzione della ricchezza prodotta
socialmente. Il socialismo in un settore, in uno effettivamente
importante come il settore finanziario, non funzionerà; eccetto che
come primo passo verso una trasformazione socialista della
produzione e distribuzione dei beni e servizi socialmente necessari.
Fino a che non viene trovata la via su ciò, resta sospesa su Atene,
Roma ed il resto del mondo
la spada di Damocle della prossima crisi finanziaria. •
Ingo Schmidt è economista, scrittore ed educatore sindacale. E' il coordinatore del
Programma di Studi Sindacali alla
Athabasca University. Il suo ultimo libro, co-redatto con
Bryan Evans
è
Social Democracy After the Cold War, (AU Press, 2012).
Questo articolo è apparso
originariamente in Tedesco. Traduzione di Sam Putinja.
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