The B u l l e t

Socialist Project • E-Bulletin No. 791
28
marzo 2013

 

Il debito mondiale non sarà rimborsato

Ingo Schmidt

 

"Alla vigilia della crisi, il borghese, con l'autosufficienza che spunta da prosperità inebriante, dichiara il denaro essere una inutile immaginazione. Le merci soltanto sono denaro. Ma ora il grido è dovunque: il denaro solamente è una merce! Come il cervo brama l'acqua fresca, così brama la sua anima il denaro, l'unica ricchezza".

Il Capitale, Karl Marx.

Quando banchieri, industriali ed i loro gruppi di pressione parlano di debito, hanno in mente il debito pubblico. Quando i politici di stati potenti parlano di debito, hanno in mente il debito di stati meno potenti. Questo è come il potere concentrato del denaro e della politica spingono verso il precipizio del crollo paesi come Irlanda, Grecia, Italia ed ora Cipro, costringono a cambi di governo ed alla vendita dei beni pubblici ai creditori stranieri. Che in questi paesi esiste un problema del debito è oltre ogni dubbio. Tuttavia non è soltanto un problema di indebitamento pubblico, ma anche privato. In realtà altri paesi, tra loro alcuni dei creditori di Italia e Grecia, sono loro stessi ancora in più profondo rosso.

Nel 2009, l'anno della crisi economica globale, il rapporto debito/PIL di Grecia e Italia era di 243% e di 315% rispettivamente. Questo comprende non soltanto il debito pubblico ma anche i debiti accumulati dalle imprese industriali e finanziarie, come pure quello delle famiglie. In altre parole, allo scopo di liberarsi dal debito, l'intera produzione netta dell'economia greca dei due anni e mezzo successivi avrebbe dovuto sboccare nel servire il debito. In Italia sarebbero stati richiesti più di tre anni di produzione economica esclusivamente per la riduzione del debito. Questo naturalmente non è possibile. Anche i commissari dell'austerità a Berlino, Bruxelles e Parigi si rendono conto che deve essere intrapreso un minimo necessario di riparazioni alle attrezzature ed alle infrastrutture, se il rimborso di debiti eccezionali non si deve incagliare.

Per la stessa ragione, i lavoratori devono ricevere almeno qualche minimo pagamento per il loro lavoro e, in ogni caso, i profitti dei capitalisti greci ed italiani non vengono presi a bersaglio per l'eliminazione. Di conseguenza, soltanto una parte dell'attuale produzione può essere portata avanti per la riduzione del debito. Anche la vendita dei beni statali contribuisce poco a questo fine poiché il mercato di tali beni in un periodo di crisi del debito è saturo ed i prezzi correnti sono bassi in modo analogo. Che tutti gli sforzi per risparmiare e per l'austerità contribuiscano poco alle riduzioni del debito naturalmente è dovuto anche al fatto che queste misure portano ad una ridotta domanda e con essa ad ulteriori contrazioni dell'economia. La creazione di valore, dalla quale deve essere distolta la parte maggiore di servizio del debito, è ridotta.

La recessione del 2009 in Grecia, dovuta non meno ad una considerevole espansione della spesa statale, è risultata in una relativamente moderata contrazione del -3,2%. In Germania la crescita economica si è contratta del 5,1%. Mentre nel 2010 la maggior parte dei paesi del nord capitalista ha ancora una volta registrato una crescita economica leggermente positiva, le misure di austerità decretate dalla UE e dal FMI hanno spinto ulteriormente verso il basso l'economia greca: -3,5% nel 2010, -2,8% nel 2012 e per quest'anno è prevista una contrazione del 5,1%. Ci si attende che queste stime saranno ulteriormente corrette all'ingiù.

Tagli di capelli?

In vista di tali incerte prospettive, le richieste per un "taglio di capelli" del debito si sentono anche dai circoli dei creditori. Effettivamente, è meglio cancellare una parte dell'eccezionale debito mente si è ancora in grado di intascare il rimborso e l'interesse sul resto che rischiare la bancarotta statale e perderlo tutto. L'ultimo pacchetto di salvataggio convenuto dalla UE per la Grecia, vale a dire per i suoi creditori, provvede anche per la cancellazione del debito del 50%. Sebbene concretamente su questo conteggio, in contrasto anche con i richiesti tagli di bilancio negoziati, la cancellazione del debito non è ancora probabile avvenga. Una ragione è perché i creditori privati mercanteggiano ancora sull'assistenza dei forzieri di stato concessi dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dall'ex presidente Nicolas Sarkozy. Finché questa continua a lavorare per loro, ogni progettata cancellazione del debito si trasforma in una deviazione del servizio del debito dalla Grecia ai contribuenti di Germania e Francia a favore di Deutsche Bank, Société Générale e compagnia.

Con richieste simili i banchieri stanno creando il tipo di responsabilità del debitore all'interno dell'eurozona, che secondo il Trattato di Maastricht il piano per l'unione monetaria europea non doveva essere affatto permessa e contro il quale i politici populisti di destra strillano accanitamente. Il capitale finanziario, che l'Europa ha creato negli anni '80 in nome del libero commercio e della democrazia, sta allevando un'ondata populista di destra, che promette di fermare il trasferimento del debito da un paese all'altro nel nome della sovranità nazionale.

Redistribuzione del debito

Un'impresa a dir poco disperata. Paragonato al debito totale accumulato durante i decenni di capitalismo neoliberista, il debito pubblico di Grecia e Italia sembra piuttosto modesto. Alcune cifre aiutano a illustrare il punto. Nel 2009 il rapporto debito/PIL del Giappone era del 471%, per il Regno Unito era il 466%, di cui il 194% comprendeva quello del settore finanziario, per la Francia era il 323%, per gli Stati Uniti il 296% e per la Germania il 285%. Come osservato sopra, il rapporto debito/PIL della Grecia stava al 243%. Se diamo uno sguardo alla crescita di questa montagna di debiti nel tempo, diventa chiaro che questa montagna non può essere saldata. Nel 1980, agli inizi dell'era neoliberista, l'indebitamento totale del Giappone era del 244% del PIL, dieci anni più tardi era del 391%; l'economia del Giappone era stagnante dall'inizio degli anni '90 ma il suo carico di debito è aumentato quasi al livello indicato del 471%. Invece di una riduzione del debito, nel decennio precedente ha avuto luogo una redistribuzione del debito. Mentre le famiglie private, le imprese industriali e finanziarie sono riuscite a ridurre la loro quota di debito totale, la parte di debito pubblico è aumentata stabilmente.

Per prendere un altro esempio: durante i venti anni di stagnazione giapponese la Cina ha registrato tassi di crescita economica tra il 7% ed il 14%. Tuttavia anche questi tassi di crescita mondiale record sono bastati soltanto ad impedire ai livelli di debito di aumentare ulteriormente. Nel 2000 stavano al 156% del PIL, nel 2009 erano al 159%. Paragonato ad altri paesi questo è un livello molto modesto. Quando comunque consideriamo che è stato soltanto negli anni '80 che la Cina è partita nella sua lunga marcia verso il capitalismo, quando i capitalisti maggiori negli altri paesi avevano già gettato le fondamenta per l'accumulazione del debito, anche questo 159% si presenta in una luce diversa.

Tuttavia, possiamo desiderare di distorcerlo o di rivoltarlo, resta il fatto che nel capitalismo neoliberista, sebbene il discorso sia la riduzione del debito, la pratica reale è stata l'accumulazione del debito. Finché le borse valori hanno continuato la loro traiettoria verso l'alto questo fatto poteva essere nascosto, oppure, piuttosto, inzuccherato. Più credito si assume, più azioni e valori finanziari si possono acquistare. Le borse in ascesa sono state prese come prova di crescente ricchezza. Che l'aumento dei prezzi delle azioni e dei valori finanziari sia stato, in primo luogo, il risultato della domanda finanziata dal credito per tali investimenti e, secondariamente, nella migliore delle ipotesi, un'espressione della crescente creazione di valore (crescita economica), non ha disturbato nessuno nell'entusiasmo dello scoppio del mercato azionario. Servizio del debito? Neanche un problema. Si poteva semplicemente prendere in prestito contro il valore in aumento di ricchezza del mercato azionario e con questo denaro andare incontro a ogni obbligo di pagamento almeno fino a che le cose sono diventate troppo bollenti per alcune banche e hanno richiesto interessi più alti per ulteriore credito. A questo punto la domanda di credito per l'acquisto di azioni e valori finanziari è crollata, come pure la solerzia delle banche ad estendere tale credito. All'improvviso i mutuatari siano essi società private, famiglie o lo stato si sono resi conto che la loro ricchezza ed il loro reddito non erano più sufficienti a soddisfare i loro obblighi di pagamento esistenti. Questa comprensione ha colpito all'inizio della crisi mentre i redditi calavano ed i tentativi per affrontare gli obblighi di servizio del debito con denaro raccolto dalla vendita di beni fallivano, mentre all'improvviso il mondo intero cercava di spacciare le sue attività spazzatura. Soltanto l'audace assorbimento di nuovi prestiti da parte dello stato paternalista e la promessa dichiarata di servire prestiti eccezionali con denaro delle tasse come richiesto, ha impedito il crollo totale dell'economia globale o, piuttosto, confinato la crisi economica in paesi più piccoli come la Grecia.

Camera di rilassamento

Il potere mescolato del denaro e della politica ha ora raggiunto il punto in cui sa che l'estensione dell'austerità à la grecque al resto del mondo porterebbe al crollo economico globale, ma nondimeno è in difficoltà a trovare delle idee. Alcuni audaci individui sognano una nuova ripresa della borsa valori. La trasformazione del debito pubblico in valori commerciabili, come si è discusso nel contesto del pacchetto di salvataggio dell'euro sotto il termine 'leverage' punta in questa direzione. Tuttavia l'umore non è tendente a stimolare nessuna partecipazione. La maggior parte degli investitori sta prendendo il proprio denaro, che è stato salvato con il credito e le garanzie statali, fuori dalla pista da ballo della borsa e nella camera di rilassamento. Alcuni gagliardi keynesiani domandano che l'inflazione aiuti a ridurre il debito. Ma gli investitori nella camera di rilassamento si sveglierebbero velocemente e richiederebbero delle politiche monetarie che difendano il valore del loro denaro; tuttavia nondimeno il valore totale delle loro attività è già stato fortemente danneggiato dalla crisi. Se dovessero cominciare a urlare assassinio sanguinoso alla leggera perdita di valore che un tasso d'inflazione del 5% porterebbe con se, la loro approvazione per ulteriori tagli del debito è certamente da attendersi molto meno. Molto più volentieri congelerebbero le loro attività, vale a dire le ritirerebbero dai circuiti finanziari piuttosto che averle sfrondate dai ministeri delle finanze. Fuori da questi circuiti, che dopo tutto aprono l'accesso ai plusvalori prodotti annualmente, tutte queste attività in realtà non valgono nulla, ma degli investitori turbati non desiderano pensare così lontano in anticipo.

Tuttavia il resto della società potrebbe volere rischiare su questo. Se nella migliore delle ipotesi i circuiti finanziari privati sono inaffidabili ed al peggio crollano e la crescita economica reale viene seppellita sotto un mucchio di attività finanziarie di nuovo senza nessun valore, allora è tempo di costruire un'economia indipendente dalla ricchezza finanziaria privata. Un primo passo in questa direzione consisterebbe nella socializzazione del settore finanziario in modo che l'accesso alle risorse finanziarie per investimenti in settori economici socialmente necessari non dipenda più dalle speranze di profitto e dai timori di crollo dei detentori di ricchezza privata.

Naturalmente, un problema di questo è che dei settori della classe lavoratrice, particolarmente nei paesi anglosassoni dove i contributi pensionistici fluiscono interamente nei mercati finanziari, saranno senza entusiasmo per una socializzazione del settore finanziario tanto quanto i diecimila più ricchi. Quelli che proibiscono riduzioni delle pensioni in nome del socialismo, ma vogliono essere fedeli all'idea di cancellazione del debito, devono anche discutere dell'equa distribuzione della ricchezza prodotta socialmente. Il socialismo in un settore, in uno effettivamente importante come il settore finanziario, non funzionerà; eccetto che come primo passo verso una trasformazione socialista della produzione e distribuzione dei beni e servizi socialmente necessari. Fino a che non viene trovata la via su ciò, resta sospesa su Atene, Roma ed il resto del mondo la spada di Damocle della prossima crisi finanziaria. •

Ingo Schmidt è economista, scrittore ed educatore sindacale. E' il coordinatore del Programma di Studi Sindacali alla Athabasca University. Il suo ultimo libro, co-redatto con Bryan Evans è Social Democracy After the Cold War, (AU Press, 2012). Questo articolo è apparso originariamente in Tedesco. Traduzione di Sam Putinja.