L'oscuro passato del Dalai Lama

25 September 1996

Commento di Norm Dixon

 

La maggior parte dei gruppi di solidarietà ed ambientalisti che sostengono la causa del popolo tibetano non hanno messo in discussione il ruolo del Dalai Lama nella storia del Tibet o si sono occupati di cosa significherebbe per il popolo tibetano se il Dalai Lama e la sua cricca tornassero al potere.

Un documento del 1995 distribuito dall'Ufficio del Dalai Lama in Tibet dichiara aggressivamente che "La Cina cerca di giustificare la sua occupazione ed il suo governo repressivo del Tibet pretendendo di aver 'liberato' la società tibetana dalla 'servitù feudale medievale' e dalla 'schiavitù'. Beijing tira fuori questo mito per contrastare tutte le pressioni internazionali per riconsiderare le sue politiche repressive in Tibet". Quindi riconosce modestamente: "La società tradizionale tibetana non era per niente perfetta ... Comunque, non era così malvagia come la Cina vorrebbe farci credere".

Era questo un mito? La nobiltà monastica buddista del Tibet controllava tutta la terra per conto degli "dei". Monopolizzava la ricchezza del paese esigendo tributi e servizi lavorativi da contadini e pastori. Questo sistema era simile a quello con il quale la Chiesa Cattolica medievale sfruttava i contadini nell'Europa feudale.

I contadini ed i pastori tibetani avevano poca libertà personale. Senza il permesso dei preti, o lama, non potevano fare nulla. Erano considerati appendici del monastero. La gente dei campi viveva in tremenda povertà mentre nei monasteri e nel palazzo del Dalai Lama a Lhasa si accumulavano enormi ricchezze.

Nel 1956 il Dalai Lama, temendo che il governo cinese sarebbe presto avanzato su Lhasa, emanò un appello per oro e gioielli per costruire un altro trono per se stesso. Questo, sostenne, avrebbe aiutato a sbarazzare il Tibet di "cattivi presagi". Furono raccolte centoventi tonnellate. Quando nel 1959 il Dalai Lama fuggì in India, venne preceduto da più di 60 tonnellate del tesoro.

Le fantasie romantiche sulla natura "pacifica" ed "armoniosa" della vita monastica buddista tibetana dovrebbe essere esaminata in base alla realtà. Il monastero di Lithang nel Tibet orientale era dove esplose nel 1956 una grande ribellione contro il dominio cinese. Beijing tentò di riscuotere tasse sul locale commercio e sulla ricchezza. Il monastero alloggiava 5.000 monaci ed influiva su 113 monasteri "satelliti", tutti sostenuti dal lavoro dei contadini.

Chris Mullin, scrivendo nel 1975 per la Far Eastern Economic Review, descrisse i monaci di Lithang come "non monaci nel senso occidentale ... molti erano coinvolti nell'attività commerciale privata; alcuni portavano armi e passavano gran parte del loro tempo litigando violentemente con monasteri rivali. Un Ex cittadino descrive Lithang come "il selvaggio West".

Il "governo" tibetano di Lhasa era composto da lama scelti per la loro devozione religiosa. Alla testa di questa teocrazia era il Dalai Lama. I concetti di democrazia, diritti umani o istruzione universale erano sconosciuti.

Il Dalai Lama e la maggioranza dell'elite nel 1950 convenì nel dare via l'indipendenza di fatto del Tibet una volta che da Beijing fosse stato loro assicurato che il sistema di sfruttamento sarebbe stato mantenuto. Nove anni più tardi, solamente quando avvertirono che i loro privilegi erano minacciati, si ribellarono. Improvvisamente le parole "democrazia" e "diritti umani" entrarono nel vocabolario del governo-in-esilio, da allora operante a Dharamsala, in India.

Dharamsala e l'impegno del Dalai Lama per la democrazia sembrano deboli. Un documento dell'Ufficio del Tibet afferma che "poco dopo l'arrivo di Sua Santità il Dalai Lama in India, egli ristabilì il governo tibetano in esilio, basato su moderni principi democratici". Nondimeno ci vollero più di 30 anni per una Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano per essere eletta direttamente tra i 130.000 esiliati. Di 46 membri dell'Assemblea, solamente 30 sono eletti. Gli altri 16 sono nominati da autorità religiose oppure direttamente dal Dalai Lama.

Tutte le decisioni dell'assemblea devono essere approvate dal Dalai Lama, il cui solo titolo per lo status di capo di stato è di essere stato scelto dagli dei. La separazione tra chiesa e stato deve ancora essere riconosciuta da parte del Dalai Lama come un "moderno principio democratico".

La natura di destra del Dalai Lama e del governo-in-esilio sono stati inoltre rivelati dalla sua relazione con la CIA USA. Il Dalai Lama ha nascosto il ruolo della CIA nella rivolta del 1959 fino al 1975.

Tra il 1956 ed il 1972 la CIA ha armato ed addestrato i guerriglieri tibetani. I fratelli del Dalai Lama agivano come intermediari. Prima della rivolta del 1959, la CIA aveva paracadutato armi ed addestrato guerriglieri nel Tibet orientale. Il Dalai Lama mantenne il contatto radio con la CIA durante la sua fuga in India nel 1959.

Anche l'impegno del Dalai Lama di concedere al popolo tibetano un'autentica legge di autodeterminazione è dubbio. Senza consultazione con il popolo tibetano, il Dalai Lama nel 1987 abbandonò apertamente la richiesta di indipendenza del suo movimento. La svolta fu in primo luogo comunicata segretamente a Beijing nel 1984. Le proposte del Dalai Lama adesso si riassumono nel chiedere negoziati con Beijing per permettere a lui ed al suo governo in esilio di riassumere il potere amministrativo in un Tibet "autonomo", sebbene più grande. La richiesta del Dalai Lama di pressioni internazionali su Beijing cerca soltanto di ottenere questo.

Vi sono indicazioni che una generazione più giovane di esiliati tibetani stia ora mettendo in discussione la leadership tradizionale. A Dharamsala, ha recentemente riferito il New Internationalist, dei giovani tibetani hanno criticato la rinuncia della richiesta di indipendenza ed il rifiuto della lotta armata da parte del Dalai Lama. Contestano apertamente l'influenza della religione, dicendo che trattiene la lotta. Alcuni hanno ricevuto minacce si morte per avere sfidato la vecchia guardia. Diversi rifugiati arrivati di recente sono stati eletti all'Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano.

Il popolo tibetano merita il diritto all'autodeterminazione nazionale. Comunque, appoggiare la sua lotta non dovrebbe significare che sosteniamo acriticamente l'autoproclamata leadership del Dalai Lama ed il suo compromesso "governo-in-esilio". Il suo impegno per i diritti umani, la democrazia e l'appoggio all'autentica autodeterminazione può giudicarsi solamente dalle sue azioni e dalla sua volontà di raccontare la verità.


Da: Archivi, Green Left Weekly numero #
248 25 settembre 1996.