naked capitalism


Giovedì 17 giugno 2010

Morte di un paradigma economico

Questo articolo è apparso come editoriale su Mint, il secondo maggiore quotidiano economico dell'India.

 

Lo sconvolgimento nel mercato finanziario che è cominciato in maggio è il severo promemoria che le condizioni che hanno prodotto la crisi globale finanziaria del 2007-08 non sono state risolte. Il suono risucchiante di deflazione che emana dall'Europa e lo scricchiolio dei bilanci delle banche gettano dubbi sull'allegra presunzione che rattoppare il sistema finanziario con filo da imballo e nastro isolante sia un progetto di lungo termine fattibile.

Con un grande debito del settore privato che incombe sulle economie più avanzate, le pressioni deflazionistiche sono dure da prevenire. E' diventato politicamente inaccettabile salvare le banche, sebbene le autorità monetarie come la Banca Centrale Europea stiano creando equivalenti delle SIV per fare giusto questo. Le insolvenze sembrano inevitabili su diversi fronti, dai proprietari di case negli USA che sono sempre più disposti ad abbandonare i loro mutui, alla pericolosità di non soltanto l'Ungheria ma anche di altri mutuatari dell'est europeo (da lungo tempo gli investitori tedeschi si aspettano gravi problemi in Austria, le cui banche sono prestatrici di passaggio per l'Europa orientale).

Ma perché l'opportunità di ristrutturare il debito e di riorganizzare il sistema finanziario è stata perduta? Agli inizi del 2009, l'industria bancaria era alle corde. Entrambe i mercati azionari e dei credit default swaps indicavano che molti dei grandi attori erano in grave rischio di fallimento. Ma piuttosto che ridurre all'obbedienza gli interessi bancari acquisiti, l'amministrazione Obama e le sue controparti nel Regno Unito e nell'Unione Europea hanno invece scelto di ricostituire, per quanto possibile, la stessa industria il cui sconsiderato perseguimento del profitto aveva gettato giù dal precipizio l'economia mondiale.

Perché siamo stati testimoni di un simile fallimento di immaginazione e di volontà? I politici sembrano incapaci di riconoscere che sono nel mezzo del collasso di un paradigma economico.

Nel 1776 Adam Smith pubblicò "La ricchezza delle nazioni". In esso argomentava che le azioni nell'interesse personale talvolta producevano, come se per mezzo di "una mano invisibile", dei risultati che erano benefici per la società più ampia. Smith rilevò anche che l'interesse personale poteva altrettanto facilmente causare danni. Criticò ferocemente sia come i datori di lavoro colludevano per tenere bassi i salari, sia pure la "barbara ingiustizia" che gli interessi mercantilisti europei avevano "commesso con impunità" nelle colonie in Asia e nelle Americhe.

Le idee di Smith furono prese nel modo più redditizio e trasformate in un'ideologia semplicistica che domina i dipartimenti di economia delle università e della politica. Questa teoria proclama che la "mano invisibile" assicura che l'interesse personale economico porterà sempre ai migliori risultati immaginabili. Ne consegue che qualsiasi restrizione alle attività per la ricerca del profitto di individui e società sono inefficienti ed insensate.

Negli ultimi 30 anni l'obbedienza acritica a questi precetti ha prodotto un mondo nel quale le grandi aziende, soprattutto nella finanza, sono molto meno limitate nella ricerca del profitto. Nel mio libro "Econned", descrivo come questo ambiente illegale ha permesso all'industria dei servizi finanziari di perseguire il proprio non illuminato interesse. L'industria è diventata sistematicamente predatoria. I suoi dipendenti non hanno confinato la loro predazione agli estranei; i loro sforzi per saccheggiare le loro stesse ditte hanno quasi distrutto l'industria e l'intera economia globale. Un simile comportamento distruttivo da parte di altri attori, spesso osservati attraverso una lente distorta che vedeva tutto il comportamento commerciale disinvolto come virtuoso, ha aggiunto altro carburante alla conflagrazione.

L'India, nel rifiutare gran parte di questa ideologia e mantenendo il fermo controllo sul proprio settore finanziario, si è sottratta al peggio della crisi. Ma, nonostante il completo fallimento di questa linea di pensiero, in occidente la sua presa rimane salda. I paralleli con gli anni '20 e la Grande Depressione sono evidenti. Gli elementi chiave dell'attuale sistema allora ed oraditte e mercati finanziari regolamentati con leggerezza, flussi internazionali di capitale relativamente illimitati e destabilizzanti, crescita economica dipendente da livelli crescenti di debito dei consumatorinon sono più possibili. Comunque, nessuno nella possibilità di comandare pare in grado di capire che l'ancien regime è ben oltre la sua data di scadenza. Si aggrappano ad esso perché il vecchio sistema si è comportato bene per un protratto periodo, come fecero una volta la ora ripudiata crisi ed il gold standard che produceva deflazione. Quindi, le autorità riflessivamente mettono nastro isolante sul macchinario piuttosto che azzardare la demolizione.

Ma questa paralisi è solamente mancanza di immaginazione da parte dei politici? Non sono soltanto cognitivamente prigionieri dell'ideologia dei "liberi mercati" dell'industria dei servizi finanziari. Sono anche grati ai banksters per i contributi per la campagna elettorale e per le loro carriere, sia dentro che fuori Washington, DC. Non è una forzatura affermare che i principali banchieri centrali, i funzionari del tesoro ed i congressisti sono ora dei burattini del finanzkapital globale.

Come conseguenza della Grande Depressione, ci è voluto più di un decennio di sperimentazione per costruire una nuova architettura. Tra i suoi principi vi era il riconoscimento che mercati di successo dipendevano dalla rigida sorveglianza e che l'importanza della prosperità della classe media a sua volta significava che i lavoratori dovrebbero raccogliere la loro giusta quota dei guadagni di produttività. Ma l'amorfa e spesso contraddittoria ideologia dei "liberi mercati" ha condizionato i politici ed il pubblico a considerare il commercio non regolamentato come virtuoso, quando i mercati senza costrizioni sono di fatto una zuffa. Nel mondo anglosassone, dove questo modello è stato portato all'estremo, abbiamo visto espansioni superficiali, una salari dei lavoratori in media stagnanti e crescente disparità di reddito, con guadagni molto grandi al massimo vertice. Questo è un modello particolarmente difficile da rimuovere. Come ha rilevato l'ex economista capo del Fondo Monetario Internazionale Simon Johnson, solitamente i programmi di riforma falliscono a meno che alcuni membri dell'oligarchia rompano le fila. Sfortunatamente, ci potrebbe volere una crisi inimmaginabile per convincerli.

Postato da Yves Smith