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Lo sconvolgimento nel mercato finanziario che è cominciato in
maggio è il severo promemoria che le condizioni che hanno prodotto
la crisi globale finanziaria del 2007-08 non sono state risolte. Il
suono risucchiante di deflazione che emana dall'Europa e lo
scricchiolio dei bilanci delle banche gettano dubbi sull'allegra
presunzione che rattoppare il sistema finanziario con filo da
imballo e nastro isolante sia un progetto di lungo termine
fattibile.
Con un grande debito del settore privato che incombe sulle
economie più avanzate, le pressioni deflazionistiche sono dure da
prevenire. E' diventato politicamente inaccettabile salvare le
banche, sebbene le autorità monetarie come la Banca Centrale Europea
stiano creando equivalenti delle SIV per fare giusto questo. Le
insolvenze sembrano inevitabili su diversi fronti, dai proprietari
di case negli USA che sono sempre più disposti ad abbandonare i loro
mutui, alla pericolosità di non soltanto l'Ungheria ma anche di
altri mutuatari dell'est europeo (da lungo tempo gli investitori
tedeschi si aspettano gravi problemi
in Austria,
le cui banche sono prestatrici di passaggio per l'Europa orientale).
Ma perché l'opportunità di ristrutturare il debito e di
riorganizzare il sistema finanziario è stata perduta? Agli inizi del
2009, l'industria bancaria era alle corde. Entrambe i mercati
azionari e dei
credit default swaps
indicavano che molti dei grandi attori erano in grave rischio di
fallimento. Ma piuttosto che ridurre all'obbedienza gli interessi
bancari acquisiti, l'amministrazione Obama e le sue controparti nel
Regno Unito e nell'Unione Europea hanno invece scelto di
ricostituire, per quanto possibile, la stessa industria il cui
sconsiderato perseguimento del profitto aveva gettato giù dal
precipizio l'economia mondiale.
Perché siamo stati testimoni di un simile fallimento di
immaginazione e di volontà? I politici sembrano incapaci di
riconoscere che sono nel mezzo del collasso di un paradigma
economico.
Nel 1776
Adam Smith pubblicò "La ricchezza delle nazioni". In esso
argomentava che le azioni nell'interesse personale talvolta
producevano, come se per mezzo di "una mano invisibile", dei
risultati che erano benefici per la società più ampia. Smith rilevò
anche che l'interesse personale poteva altrettanto facilmente
causare danni. Criticò ferocemente sia come i datori di lavoro
colludevano per tenere bassi i salari, sia pure la "barbara
ingiustizia" che gli interessi mercantilisti europei avevano
"commesso con impunità" nelle colonie in Asia e nelle Americhe.
Le idee di Smith furono prese nel modo più redditizio e
trasformate in un'ideologia semplicistica che domina i dipartimenti
di economia delle università e della politica. Questa teoria
proclama che la "mano invisibile" assicura che l'interesse personale
economico porterà sempre ai migliori risultati immaginabili. Ne
consegue che qualsiasi restrizione alle attività per la ricerca del
profitto di individui e società sono inefficienti ed insensate.
Negli ultimi 30 anni l'obbedienza acritica a questi precetti ha
prodotto un mondo nel quale le grandi aziende, soprattutto nella
finanza, sono molto meno limitate nella ricerca del profitto. Nel
mio libro "Econned", descrivo come questo ambiente illegale ha
permesso all'industria dei servizi finanziari di perseguire il
proprio non illuminato interesse. L'industria è diventata
sistematicamente predatoria. I suoi dipendenti non hanno confinato
la loro predazione agli estranei; i loro sforzi per saccheggiare le
loro stesse ditte hanno quasi distrutto l'industria e l'intera
economia globale. Un simile comportamento distruttivo da parte di
altri attori, spesso osservati attraverso una lente distorta che
vedeva tutto il comportamento commerciale disinvolto come virtuoso,
ha aggiunto altro carburante alla conflagrazione.
L'India, nel rifiutare gran parte di questa ideologia e
mantenendo il fermo controllo sul proprio settore finanziario, si è
sottratta al peggio della crisi. Ma, nonostante il completo
fallimento di questa linea di pensiero, in occidente la sua presa
rimane salda. I paralleli con gli anni '20 e la Grande Depressione
sono evidenti. Gli elementi chiave dell'attuale sistema allora ed
ora—ditte
e mercati finanziari regolamentati con leggerezza, flussi
internazionali di capitale relativamente illimitati e
destabilizzanti, crescita economica dipendente da livelli crescenti
di debito dei consumatori—non
sono più possibili. Comunque, nessuno nella possibilità di comandare
pare in grado di capire che l'ancien
regime
è ben oltre la sua data di scadenza. Si aggrappano ad esso perché il
vecchio sistema si è comportato bene per un protratto periodo, come
fecero una volta la ora ripudiata crisi ed il gold standard che
produceva deflazione. Quindi, le autorità riflessivamente mettono
nastro isolante sul macchinario piuttosto che azzardare la
demolizione.
Ma questa paralisi è solamente mancanza di immaginazione da
parte dei politici? Non sono soltanto cognitivamente prigionieri
dell'ideologia dei "liberi mercati" dell'industria dei servizi
finanziari. Sono anche grati ai banksters per i contributi per la
campagna elettorale e per le loro carriere, sia dentro che fuori
Washington, DC.
Non è una forzatura affermare che i principali banchieri centrali, i
funzionari del tesoro ed i congressisti sono ora dei burattini del
finanzkapital globale.
Come conseguenza della Grande Depressione, ci è voluto più di
un decennio di sperimentazione per costruire una nuova architettura.
Tra i suoi principi vi era il riconoscimento che mercati di successo
dipendevano dalla rigida sorveglianza e che l'importanza della
prosperità della classe media a sua volta significava che i
lavoratori dovrebbero raccogliere la loro giusta quota dei guadagni
di produttività. Ma l'amorfa e spesso contraddittoria ideologia dei
"liberi mercati" ha condizionato i politici ed il pubblico a
considerare il commercio non regolamentato come virtuoso, quando i
mercati senza costrizioni sono di fatto una zuffa. Nel mondo
anglosassone, dove questo modello è stato portato all'estremo,
abbiamo visto espansioni superficiali, una salari dei lavoratori in
media stagnanti e crescente disparità di reddito, con guadagni molto
grandi al massimo vertice. Questo è un modello particolarmente
difficile da rimuovere. Come ha rilevato l'ex economista capo del
Fondo Monetario Internazionale
Simon Johnson,
solitamente i programmi di riforma falliscono a meno che alcuni
membri dell'oligarchia rompano le fila. Sfortunatamente, ci potrebbe
volere una crisi inimmaginabile per convincerli.
Postato
da
Yves Smith
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