Con le forze della ripresa capitalista esauste
di Fred Goldstein
2 marzo 2009
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Diventa ogni giorno più chiaro che la classe capitalista non ha nessuna soluzione per la presente crisi, sia a breve che a lungo termine. Lo stimolo a breve termine non funzionerà e le forze a lungo termine che in passato hanno spinto avanti il capitalismo sono esauste. Da ciò è chiaro che la classe lavoratrice multinazionale, attraverso l'azione di massa indipendente, è l'unica forza che possa intervenire per fermare i licenziamenti, i pignoramenti e gli sfratti e che i lavoratori devono fare così per salvare loro stessi dall'essere spinti più a fondo nella povertà. Proprio ora lo stato d'animo della classe capitalista e dei suoi consiglieri e commentatori è andato dal panico e lo shock alla malinconia ed alla disperazione. Proprio come nella Grande Depressione, il sistema finanziario—il cuore del capitalismo, che pompa il denaro attraverso le sue arterie—è bloccato nella bancarotta. Quando funziona normalmente, questo cuore pompa denaro nel sistema dell'industria, dei servizi e del commercio per finanziare lo sfruttamento dei lavoratori e la vendita dei prodotti del loro lavoro. Da questo sfruttamento scorrono indietro i profitti sotto forma di denaro nelle casse del capitale finanziario e da lì il denaro circola di nuovo per finanziare altro sfruttamento e rendere altri profitti. La crisi di sovraproduzione ha rallentato la normale circolazione dei profitti indietro al cuore finanziario, lasciando il sistema nel bisogno disperato di sostentamento per continuare a funzionare. A rendere peggiori le cose, non soltanto questo normale flusso dei profitti dello sfruttamento ai forzieri delle banche è declinato, ma le loro arterie sono ostruite da indeterminati trilioni di dollari di debiti irredimibili acquisiti in prestiti esageratamente eccessivi ed assicurati da attività di carta fittizie—fittizie perché non hanno nessun sottostante valore reale. Le autorità finanziarie hanno tentato con tutta la loro potenza di fare in modo che questo cuore corresse di nuovo attraverso dei salvataggi—iniezioni di denaro, garanzie sul prestito, fusioni forzate—ma l'organo vitale del sistema bancario mostra ancora soltanto un debole segno di vita. Perché è sul tavolo la 'nazionalizzazione' Entrambe le maggiori scuole di professionisti e consiglieri economici capitalisti, compresi neokeynesiani liberal come Paul Krugman e reazionari, offertisti seguaci di Milton Friedman come Alan Greenspan, ora, sotto la pressione della crisi, convergono verso concludere che vi è la necessità di "nazionalizzare" le banche maggiori, che tutti sanno essere insolventi. La nazionalizzazione, nella versione che viene proposta, significa il sequestro delle banche da parte del governo, la nazionalizzazione dei loro debiti irredimibili e quindi il ritorno delle banche libere dai debiti nelle mani dei loro parassitari truffatori finanziari. Ma anche se ciò potesse essere concordato ed attuato, la classe dominante teme, correttamente, che prestare durante una depressione capitalista sia come "procedere sul filo". Prestare ad aziende che non hanno nessun mercato per i loro prodotti non porta nessun profitto. Prestare a lavoratori che hanno perso il loro posto di lavoro o che sopravvivono con paghe basse non porta nessun profitto. Prestare a studenti che non avranno un posto di lavoro quando si diplomeranno non porta nessun profitto. Così, la "nazionalizzazione" delle banche è il tentativo di curare un sintomo finanziario quando la malattia stessa è la sovraproduzione come risultato del sistema di produzione per il profitto. I banchieri, gli intermediari ed i padroni iniziano a comprendere che stanno fissando nel vuoto di una crisi economica nella quale, ogni giorno sempre più, le forze prolungate della depressione economica sembrano schiacciare completamente le prospettive per la ripresa. Ciascun stimolo economico o misura di salvataggio annunciato dall'amministrazione Obama sembra essere reso insignificante dagli annunci della crescente vastità della crisi. Non si riesce a trovare un motore per la ripresa Sta montando il pessimismo perché nessuno degli esperti può determinare un motore per la ripresa, anche a tre o quattro anni nel futuro. Per aprile, questa sarà la più lunga continua depressione economica dalla Grande Depressione, superando le recessioni dal 1973 al 1975 e dal 1980 al 1982 e non è in vista nessuna vera fine. Coloro che predicono che la crescita ritornerà in un dato periodo—diciamo la fine del 2010 o la fine del 2011—fingono di non avere paura e lo sanno. Hanno dovuto cambiare le loro previsioni all'ingiù ripetutamente da quando la crisi è iniziata nel dicembre del 2007. Non possono vedere nel prossimo trimestre, tanto meno a due anni da qui. Questo perché il sistema della proprietà privata è anarchico e non pianificato, fondato sul segreto aziendale e sulla rivalità sfrenata per i profitti. La classe dominante, i funzionari governativi e gli "esperti" economici della borghesia hanno sopportato tanti improvvisi catastrofici ribassi del mercato azionario, tanti fallimenti delle società di mutui, tanti rapporti sulle banche maggiori che chiedono ed ottengono incalcolabili somme di denaro, tanti declini nel profitto, tanti gravi rapporti sulla disoccupazione, tanti rapporti sui pignoramenti ecc. che sembrano alternarsi tra il panico su ciò che accade al momento ed uno stato di malinconia e di disperazione a lungo termine sul futuro. Prendete questo articolo del Washington Post datato 18 febbraio: "Martedì i mercati di tutto il mondo sono affondati mentre montavano le prove che la crisi economica globale sta peggiorando. "Il Giappone patisce la sua peggiore depressione economica in 35 anni. L'economia britannica affronta il suo più acuto declino in quasi 30 anni. La Germania sta crollando nel peggior stato possibile in quasi 20 anni. Nel frattempo, il mercato del lavoro negli Stati Uniti, all'epicentro della depressione economica globale, è il peggiore da decenni. E le economie emergenti si contraggono ad un ritmo che pochi avevano previsto solamente pochi mesi fa. ... "L'intensità del rallentamento globale ha allarmato gli economisti, che non vedono nessun evidente motore per la ripresa". Assolutamente niente per guidare una ripresa! L'articolo di Paul Krugman pubblicato il 19 febbraio sul New York Times era efficacemente intitolato "Chi fermerà la sofferenza"? Riferendosi al verbale di una recente riunione della Federal Reserve Board, ha scritto che il suo occhio è stato preso "dal seguente spaventoso passaggio. ... 'Tutti i partecipanti hanno anticipato che la disoccupazione rimarrebbe sostanzialmente sopra il tasso sostenibile di più lungo periodo alla fine del 2011, anche assenti ulteriori collassi economici; alcuni hanno indicato che sarebbero necessari per l'economia più che da cinque a sei anni per convergere ad una rotta di più lungo termine caratterizzata da tassi sostenibili di crescita della produzione e della disoccupazione'". Krugman è un premio Nobel per l'economia ed un sostenitore neokeynesiano di una persino maggiore spesa di stimolo governativo e della nazionalizzazione delle banche. Ha dichiarato di essere stato ultimamente ossessionato su "Cosa si presume che metta fine a questo crollo? Nessun dubbio che anche questo passerà—ma come, quando"? Per trovare un modello che sperava avesse alla fine funzionato per portare il capitalismo USA fuori dalla crisi, Krugman è dovuto risalire alla ripresa dal crollo del 1873. Quello era nell'epoca del capitalismo competitivo, prima del predominio del monopolio e del capitale finanziario. Un altro commento nel verbale della Federal Reserve che conviene osservare è che una volta che l'economia inizia di nuovo a svilupparsi, sarà una ripresa "insolitamente graduale e prolungata". Questa malinconia è fondata sulle cifre crescenti che cingono la crisi. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro con sede a Ginevra ha dichiarato che se la disoccupazione continua al presente tasso di crescita, nel 2009 potrebbero perdere il posto di lavoro da 18 a 30 milioni di lavoratori in tutto il mondo. Ma se la situazione deteriorasse, il numero potrebbe salire a 50 milioni. L'FMI ha predetto che nel 2009 la produzione mondiale cadrà per la prima volta dalla II Guerra Mondiale. La preoccupazione della classe dominante per la crisi economica non ha nulla a che fare con la compassione per i lavoratori e per gli oppressi che soffrono il patimento. Una depressione protratta significa un declino nella produzione, che significa un declino nei profitti, una crescita della disoccupazione e la prospettiva di una eventuale ribellione della classe lavoratrice. Questo è il doppio incubo che la perseguita sul futuro. I confronti con la Grande Depressione Vengono fatti molti confronti con la Grande Depressione. I sapientoni si consolano con il drastico numero del 25% di disoccupati nella fase più intensa della depressione nel 1933 ed una media del 17% per il decennio. Paragonato a quei numeri, dicono, siamo lontani dalla Grande Depressione. Ma a questo punto non può essere fatto un confronto numerico. Le principali autorità finanziarie, compresi la Federal Reserve Board, l'FMI e, recentemente, presenti al Forum Economico Mondiale di elite a Davos, arrivano ad essere d'accordo che questo è ancora uno stadio iniziale della crisi. Può essere fatto un altro confronto che arriva più vicino alla sostanza dell'attuale crisi ed alle prospettive per la ripresa. La Grande Depressione arrivò tre decenni dopo che il capitalismo USA era entrato prima in un periodo di crisi, inaugurato dalla depressione dal 1893 al 1897. I fattori della crescita a lungo termine, consistenti nella costruzione delle ferrovie, nella brutale soppressione del popolo nativo per espropriargli la terra, nell'annessione di metà del Messico e nella conquista della cosiddetta "frontiera" tra le altre cose, si erano esauriti. Il capitalismo era incapace di rigenerarsi attraverso il normale ciclo di boom-crollo-ripresa. Ci volle l'ascesa dell'imperialismo USA, manifestato dalla guerra ispano-americana, per salvare il sistema. La guerra apportò un'ondata nell'esportazione di capitale ed in superprofitti imperialisti estratti dai popoli supersfruttati delle colonie: Cuba, Porto Rico, America Centrale e Latina, Filippine, Guam, Samoa, Hawaii, Cina ed altrove. L'espansione imperialista è stato il fattore sottostante che ha dato al capitalismo USA ripristinata redditività e le basi materiali per la ripresa. Questo fu ciò che permise una nuova ondata nello sviluppo della tecnologia e delle forze produttive. Lo sviluppo della catena di montaggio, la standardizzazione e l'intercambiabilità delle parti e l'ulteriore elettrificazione del paese fecero nascere le industrie di produzione di massa. Negli USA furono prodotti automobili, radio, frigoriferi ed altri apparecchi a fianco ad una crescente esportazione di capitale. La I Guerra Mondiale ed i prestiti degli USA all'Europa dopo la guerra resero profitti. Un rallentamento postbellico fu superato dalla breve ma sregolata prosperità dal 1923 al 1929, favorita dal credito e dalla speculazione in terreni ed azioni. Ma i fattori a lungo termine dello sviluppo erano esausti quando alla fine la crisi mondiale di sovraproduzione portò giù il sistema nel 1929. La classe dominante non fu più in grado di mettere in moto una ripresa capitalista sostenibile. Ora la borghesia avverte, sebbene non possa articolarla precisamente, che la crisi attuale somiglia alla Grande Depressione non soltanto nella crescente disoccupazione, nella crisi finanziaria delle banche e nello scoppio delle bolle speculative, ma nel fatto che entrambe le crisi sono arrivate poiché tutte le forze motrici della ripresa capitalista si erano esaurite. In ciò si trova la fondamentale somiglianza.
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