DISSIDENT VOICE

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Complicità straniere nella devastazione che ancora assedia Haiti

di Yves Engler / 13 luglio 2010

 

Sei mesi fa un devastante terremoto ha ucciso più di 230.000 haitiani. Circa 100.000 case sono state completamente distrutte, assieme a migliaia di scuole e a molti altri edifici. Le scene di devastazione hanno riempito gli schermi TV di tutto il mondo.

Mezzo anno dopo il quadro è spaventosamente familiare. Distrutto durante il terremoto, il palazzo presidenziale resta in macerie e simbolo della vasta distruzione. Port-au-Prince è ancora coperta dai detriti. Circa 1,3 milioni di persone vivono in 1.200 campi di tende improvvisati in ed attorno alla capitale.

Secondo una stima, meno del 5% delle macerie del terremoto sono state rimosse. Naturalmente, con 20 milioni di metri cubi di detriti nella sola Port-Au-Prince, rimuovere le macerie è una enorme sfida. Se giornalmente lavorassero un migliaio di camion ci vorrebbero da tre a cinque anni per rimuovere tutto questo materiale. Tuttavia, vi sono meno di 300 camion che trasportano i detriti.

Gli ostacoli tecnici alla ricostruzione sono immensi. Ma gli ostacoli politici sono più grandi.

Immediatamente dopo il terremoto, sono stati promessi $10 miliardi di aiuti internazionali. Al 30 giugno soltanto il 10% dei $2,5 miliardi promessi per il 2010 erano stati consegnati. Molti di questi sono stati rallentati per litigi politici. La comunità internazionale guidata da USA, Francia e Canada ha chiesto che il parlamento haitiano approvasse una legge per uno stato di emergenza lungo 18 mesi che cedeva completamente il controllo sulla ricostruzione. Bloccare il denaro è stata una tattica di pressione destinata ad assicurare il controllo internazionale sulla Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti, autorizzata a spendere miliardi.

A Haiti queste manovre hanno incontrato proteste ed ostilità generale, che hanno costretto la comunità internazionale a fare un poco marcia indietro. Inizialmente, una maggioranza di seggi  alla Commissione doveva rappresentare governi stranieri ed istituzioni finanziarie internazionali. Ciò è stato ridotto alla metà della commissione di 26 membri, ma il denaro deve ancora essere gestito dalla Banca Mondiale e da altre istituzioni internazionali. L'ex presidente USA Bill Clinton ed il primo ministro haitiano, Jean-Max Bellerive, co-presidente della commissione di ricostruzione, si sono incontrati per la prima volta il 17 giugno.

Le maniere forti delle potenze occidentali per determinare la costituzione della Commissione esprimono la continuazione della politica di vecchia data per minare la credibilità e la capacità dello stato haitiano. Per due decenni Washington ed i suoi alleati hanno deliberatamente indebolito il governo di Haiti.

Portando come modello le teorie neoliberiste hanno chiesto la privatizzazione di numerose società statali e la riduzione delle tariffe sui prodotti agricoli. Questa devastata produzione alimentare interna ha incitato all'esodo dalle campagne alle città, che ha esacerbato la distruzione ed il numero di vittime del terremoto.

Washington ha pure destabilizzato i governi che hanno posto gli interessi dei poveri davanti a quelli delle multinazionali straniere. Il 29 febbraio 2004, il governo eletto di Jean-Bertrand Aristide è stato rovesciato da USA, Francia e Canada. Ciò ha dato inizio ad una terribile ondata di repressione politica ed all'occupazione ONU in corso.

Da allora Aristide è stato in esilio forzato in Sud Africa ed al suo partito Fanmi Lavalas è stato vietato di partecipare alle elezioni. (Viene ancora bloccato dalle elezioni che hanno luogo il 28 novembre).

Tutto ciò ha portato ad una situazione nella quale a Haiti non vi è nessuna istituzione con la credibilità o la capacità di intraprendere la ricostruzione. Il governo del presidente Rene Preval ha perduto l'appoggio della maggioranza povera del paese a causa della sua sottomissione a Washington ed all'elite locale. Recentemente Preval ha difeso la manovra di bandire il Fanmi Lavalas, ancora il partito più popolare del paese.

La forza di “peacekeeping” dell'ONU di 10.000 membri è ampiamente non gradita. Nei due anni dopo il colpo di stato del 2004, le truppe ONU hanno fornito regolarmente appoggio ai violenti assalti della polizia haitiana su comunità povere e manifestazioni pacifiche che chiedevano il ritorno del presidente eletto. Le forze ONU hanno anche partecipato direttamente ad una violenta campagna di pacificazione politica, lanciando ripetuti assalti anti “gang” contro quartieri poveri di Port-au-Prince. Le due incursioni più spaventose hanno avuto luogo il 6 gennaio 2005 ed il 22 dicembre 2006, che assieme hanno lasciato morti circa 35 civili innocenti e dozzine feriti nei bassifondi densamente popolati di Cité Soleil (un bastione del sostegno per Aristide). Nell'aprile 2008 le truppe ONU hanno dimostrato ancora una volta che il loro intento primario nel paese era di difenderne l'enorme divisione economica. Durante i tumulti sul costo crescente del cibo hanno represso le proteste uccidendo un gruppetto di dimostranti.

Le organizzazioni non governative (ONG) finanziate dagli stranieri sono largamente screditate per avere contribuito ad un processo lungo due decenni che ha minato la capacità del governo haitiano. Talvolta soprannominata la "repubblica delle ONG", a Haiti queste organizzazioni hanno molta influenza e sono promosse come agenti di soccorso. In alcune circostanze lo sono. Ma, ci piacerebbe che tutte le nostre scuole ed i nostri servizi sociali fossero gestiti da associazioni di beneficienza straniere private?

A Port au Prince i graffiti che criticano le ONG dichiarano: "Abbasso le ONG". Due settimane fa il giornalista haitiano Wadner Pierre si è lamentato che "le ONG continuano ad umiliare e discriminare i poveri e rispettati cittadini haitiani assumendo che siano tutte persone pericolose, violente o selvagge e che non sappiano nulla, nemmeno come piantare una tenda mentre ignorano la forza ed il coraggio di questo popolo".

Nei due mesi passati vi è stata una serie di grandi manifestazioni a Port-au-Prince ed altrove. I dimostranti hanno chiesto il ritorno a Haiti di Aristide e la fine dell'esclusione del suo partito Fanmi Lavalas. Naturalmente, i contestatori sono anche arrabbiati per il ritmo lento della ricostruzione e  6 anni di occupazione straniera.

Quale dovrebbe essere la risposta della gente che vuole aiutare?

In primo luogo, qualsiasi seria ricostruzione deve formare la capacità del governo haitiano di fornire alloggi, istruzione, assistenza sanitaria ed altri servizi sociali. Gli aiuti devono essere diretti lontani dall'aggiustamento neoliberista, dallo sfruttamento della manodopera e dalle associazioni di beneficienza non governative e verso gli investimenti nel governo e nelle istituzioni pubbliche di Haiti.

In secondo luogo, nelle campagne di Haiti, dove l'agricoltura è stata completamente distrutta, devono essere fatti investimenti massicci. Gli haitiani sono poverissimi in parte a causa di politiche di aiuti stranieri che favoriscono la manodopera ad alto sfruttamento sull'agricoltura. Per esempio, gli USA vendono sottocosto il riso sul mercato haitiano. Trenta anni fa, Haiti produceva il 90% del proprio riso; oggi è meno del 10%.

Terzo, al Fanmi Lavalas dovrebbe essere permesso di partecipare alle elezioni e ad Aristide di ritornare dall'esilio.

Soltanto quando agli haitiani sarà consentito di gestire i loro affari inizierà la vera ricostruzione.