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Sei mesi fa un devastante terremoto ha ucciso più di 230.000
haitiani. Circa 100.000 case sono state completamente distrutte,
assieme a migliaia di scuole e a molti altri edifici. Le scene di
devastazione hanno riempito gli schermi TV di tutto il mondo.
Mezzo anno dopo il quadro è spaventosamente familiare.
Distrutto durante il terremoto, il palazzo presidenziale resta in
macerie e simbolo della vasta distruzione.
Port-au-Prince
è ancora coperta dai detriti. Circa 1,3 milioni di persone vivono in
1.200 campi di tende improvvisati in ed attorno alla capitale.
Secondo una stima, meno del 5% delle macerie del terremoto sono
state rimosse. Naturalmente, con 20 milioni di metri cubi di detriti
nella sola
Port-Au-Prince,
rimuovere le macerie è una enorme sfida. Se giornalmente lavorassero
un migliaio di camion ci vorrebbero da tre a cinque anni per
rimuovere tutto questo materiale. Tuttavia, vi sono meno di 300
camion che trasportano i detriti.
Gli ostacoli tecnici alla ricostruzione sono immensi. Ma gli
ostacoli politici sono più grandi.
Immediatamente dopo il terremoto, sono stati promessi $10
miliardi di aiuti internazionali. Al 30 giugno soltanto il 10% dei
$2,5 miliardi promessi per il 2010 erano stati consegnati. Molti di
questi sono stati rallentati per litigi politici. La comunità
internazionale
–
guidata da USA, Francia e Canada
–
ha chiesto che il parlamento haitiano approvasse una legge per uno
stato di emergenza lungo 18 mesi che cedeva completamente il
controllo sulla ricostruzione. Bloccare il denaro è stata una
tattica di pressione destinata ad assicurare il controllo
internazionale sulla Commissione ad interim per la ricostruzione di
Haiti, autorizzata a spendere miliardi.
A Haiti queste manovre hanno incontrato proteste ed ostilità
generale, che hanno costretto la comunità internazionale a fare un
poco marcia indietro. Inizialmente, una maggioranza di seggi
alla Commissione doveva rappresentare governi stranieri ed
istituzioni finanziarie internazionali. Ciò è stato ridotto alla
metà della commissione di 26 membri, ma il denaro deve ancora essere
gestito dalla Banca Mondiale e da altre istituzioni internazionali.
L'ex presidente USA
Bill Clinton
ed il primo ministro haitiano,
Jean-Max Bellerive,
co-presidente della commissione di ricostruzione, si sono incontrati
per la prima volta il 17 giugno.
Le maniere forti delle potenze occidentali per determinare la
costituzione della Commissione esprimono la continuazione della
politica di vecchia data per minare la credibilità e la capacità
dello stato haitiano. Per due decenni
Washington
ed i suoi alleati hanno deliberatamente indebolito il governo di
Haiti.
Portando come modello le teorie neoliberiste hanno chiesto la
privatizzazione di numerose società statali e la riduzione delle
tariffe sui prodotti agricoli. Questa devastata produzione
alimentare interna ha incitato all'esodo dalle campagne alle città,
che ha esacerbato la distruzione ed il numero di vittime del
terremoto.
Washington
ha pure destabilizzato i governi che hanno posto gli interessi dei
poveri davanti a quelli delle multinazionali straniere.
Il 29 febbraio 2004, il governo eletto di
Jean-Bertrand Aristide è stato
rovesciato da USA, Francia e Canada. Ciò ha dato inizio ad una
terribile ondata di repressione politica ed all'occupazione ONU in
corso.
Da allora Aristide è stato in esilio forzato in Sud Africa ed
al suo partito
Fanmi Lavalas è stato vietato di partecipare alle
elezioni. (Viene ancora bloccato dalle elezioni che hanno luogo il
28 novembre).
Tutto ciò ha portato ad una situazione nella quale a Haiti non
vi è nessuna istituzione con la credibilità o la capacità di
intraprendere la ricostruzione. Il governo del presidente
Rene Preval
ha perduto l'appoggio della maggioranza povera del paese a causa
della sua sottomissione a
Washington
ed all'elite locale. Recentemente Preval ha difeso la manovra di
bandire il
Fanmi
Lavalas,
ancora il partito più popolare del paese.
La forza di
“peacekeeping”
dell'ONU di 10.000 membri è ampiamente non gradita. Nei due anni
dopo il colpo di stato del 2004, le truppe ONU hanno fornito
regolarmente appoggio ai violenti assalti della polizia haitiana su
comunità povere e manifestazioni pacifiche che chiedevano il ritorno
del presidente eletto. Le forze ONU hanno anche partecipato
direttamente ad una violenta campagna di pacificazione politica,
lanciando ripetuti assalti anti
“gang”
contro quartieri poveri di
Port-au-Prince.
Le due incursioni più spaventose hanno avuto luogo il 6 gennaio 2005
ed il 22 dicembre 2006, che assieme hanno lasciato morti circa 35
civili innocenti e dozzine feriti
nei bassifondi densamente popolati di
Cité Soleil
(un bastione del sostegno per Aristide). Nell'aprile
2008 le truppe ONU hanno dimostrato ancora una volta che il loro
intento primario nel paese era di difenderne l'enorme divisione
economica. Durante i tumulti sul costo crescente del cibo hanno
represso le proteste uccidendo un gruppetto di dimostranti.
Le organizzazioni non governative (ONG) finanziate dagli
stranieri sono largamente screditate per avere contribuito ad un
processo lungo due decenni che ha minato la capacità del governo
haitiano. Talvolta soprannominata la "repubblica delle ONG", a Haiti
queste organizzazioni hanno molta influenza e sono promosse come
agenti di soccorso. In alcune circostanze lo sono. Ma, ci piacerebbe
che tutte le nostre scuole ed i nostri servizi sociali fossero
gestiti da associazioni di beneficienza straniere private?
A
Port au Prince
i graffiti che criticano le ONG dichiarano: "Abbasso le ONG". Due
settimane fa il giornalista haitiano
Wadner Pierre
si è lamentato che "le ONG continuano ad umiliare e discriminare i
poveri e rispettati cittadini haitiani assumendo che siano tutte
persone pericolose, violente o selvagge e che non sappiano nulla,
nemmeno come piantare una tenda mentre ignorano la forza ed il
coraggio di questo popolo".
Nei due mesi passati vi è stata una serie di grandi
manifestazioni a
Port-au-Prince
ed altrove. I dimostranti hanno chiesto il ritorno a Haiti di
Aristide e la fine dell'esclusione del suo partito
Fanmi Lavalas.
Naturalmente, i contestatori sono anche arrabbiati per il ritmo
lento della ricostruzione e 6 anni di occupazione straniera.
Quale dovrebbe essere la risposta della gente che vuole
aiutare?
In primo luogo, qualsiasi seria ricostruzione deve formare la
capacità del governo haitiano di fornire alloggi, istruzione,
assistenza sanitaria ed altri servizi sociali. Gli aiuti devono
essere diretti lontani dall'aggiustamento neoliberista, dallo
sfruttamento della manodopera e dalle associazioni di beneficienza
non governative e verso gli investimenti nel governo e nelle
istituzioni pubbliche di Haiti.
In secondo luogo, nelle campagne di Haiti, dove l'agricoltura è
stata completamente distrutta, devono essere fatti investimenti
massicci. Gli haitiani sono poverissimi in parte a causa di
politiche di aiuti stranieri che favoriscono la manodopera ad alto
sfruttamento sull'agricoltura. Per esempio, gli USA vendono
sottocosto il riso sul mercato haitiano. Trenta anni fa, Haiti
produceva il 90% del proprio riso; oggi è meno del 10%.
Terzo, al
Fanmi Lavalas
dovrebbe essere permesso di partecipare alle elezioni e ad Aristide
di ritornare dall'esilio.
Soltanto quando agli haitiani sarà consentito di gestire i loro
affari inizierà la vera ricostruzione.
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