Il crimine di guerra: da Norimberga a Fallujah

Una rassegna delle leggi attuali riguardanti le guerre di aggressione e le loro implicazioni per la politica degli U.S.A. in Iraq ed altrove

di Nicolas J S Davies
 

31 dicembre 2004—In settembre, il Segretario Generale dell'ONU  Kofi Annan ha detto alla BBC che l'invasione angloamericana dell'Iraq in base al diritto internazionale era illegale [1]. La settimana seguente, ha dedicato l'intero discorso annuale alla Assemblea Generale dell'ONU al tema del diritto internazionale, dicendo: "Dobbiamo partire dal principio che nessuno è sopra la legge ed a nessuno dovrebbe essere negata la sua protezione". Dunque, in che modo l'invasione dell'Iraq era illegale? In che modo ciò influenza oggi la situazione laggiù? E quali sono le implicazioni pratiche di questo per la futura politica USA, in Iraq ed altrove?

Il Segretario Generale supponeva ciò che il mondo generalmente accetta, che il diritto internazionale è legalmente vincolante per tutti i paesi. Comunque, negli Stati Uniti si parla diversamente del diritto internazionale, come di uno strumento che il nostro governo può utilizzare selettivamente per imporre la sua volontà sulle altre nazioni od altrimenti aggirarlo quando è in conflitto con interessi USA sufficientemente importanti. A beneficio dei lettori negli USA, mi sento perciò obbligato ad introdurre una rassegna del crimine di guerra in Iraq con uno sguardo al reale status legale del diritto internazionale, sia in termini internazionali che in termini della nostra struttura nazionale di diritto costituzionale.

Quando il presidente degli Stati Uniti firma un trattato ed esso viene ratificato dal Senato USA, il nostro paese prende un impegno solenne. La serietà fi tali impegni è esemplificata dai Processi per Crimini di Guerra di Norimberga e dai seguenti processi internazionali, nei quali individuali capi nazionali sono stati ritenuti responsabili per violazioni ai trattati e, quando condannati, sono stati condannati a lunghi periodi di prigione o persino impiccati. Nel nostro sistema costituzionalle, l'Articolo VI Clausola 2 della Costituzione degli Stati Uniti, nota come la "Clausola di supremazia", garantisce ai trattati internazionali lo stesso status "supremo" della legge federale e della stessa Costituzione. Essa dice:

"Questa Costituzione, e le Leggi degli Stati Uniti che saranno fatte in Esecuzione di questa; e tutti i Trattati fatti, sotto l'autorità degli Stati Uniti, saranno Legge suprema della Nazione; ed i Giudici di ogni stato vi saranno perciò vincolati, nonostante ogni Cosa Contraria nella Costituzione o nelle Leggi di ogni Stato".  

Potete visitare il sito web del Dipartimento di Stato per trovare una lista completa dei trattati internazionali dei quali il nostro paese è firmatario, sotto "Treaties in Force" [2]. Questi trattati sono applicabili dai sistemi giudiziari nazionali in ogni paese, ma, senza un sistema giudiziario internazionale per assicurarne l'applicazione universale, le reali conseguenze della violazione del diritto internazionale sono spesso politiche, economiche e diplomatiche piuttosto che giudiziarie. Come scopriamo in Iraq, queste conseguenze possono nondimeno essere considerevoli.

E' importante comprendere che i crimini di guerra ricadono in due categorie: 1) crimini di guerra relativi alla condotta sul campo di battagli; e 2) fare una guerra di aggressione. Per spiegare quella che a quel tempo era un'attenzione senza precedenti sul secondo tipo di crimine di guerra, la guerra di aggressione, la Sentenza di Norimberga comprendeva la seguente dichiarazione:

"Le imputazioni nell'atto d'accusa che gli imputati hanno progettato ed iniziato guerre di aggressione sono accuse di estrema gravità. La guerra è essenzialmente una cosa malvagia. Le sue conseguenze non sono confinate ai soli stati belligeranti, ma riguardano l'intero mondo. Iniziare una guerra di aggressione, perciò, non è soltanto un crimine internazionale; esso è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra solamente poiché contiene in se stesso il male accumulato da tutti".

Il trattato che mise fuori legge la guerra di aggressione è stato il Trattato generale di rinuncia alla guerra, altrimenti noto come il Patto Kellogg-Briand o Patto di Parigi. Ha preso il nome dal Segretario di Stato USA Frank B. Kellogg e dallo statista francese Aristide Briand, ed è stato firmato nel 1928 dal Presidente Coolidge e puntualmente ratificato dal Senato USA. E' stato il risultato di un decennio di negoziati e minori risultati diplomatici per prevenire la guerra che erano motivati dall'orrore e dalla tragedia della I Guerra Mondiale. Nel 1932, il nuovo Segretario di Stato, Henry L. Stimson, fece la seguente dichiarazione riguardo al suo significato:

"I firmatari del Trattato Kellogg-Briand hanno rinunciato alla guerra tra le nazioni. Ciò significa che è diventata praticamente in tutto il mondo . . . una cosa illegale. In futuro, quando impegnati in un conflitto armato, o l'uno o l'altro di loro deve essere definito trasgressore di questa legge del trattato generale . . . Noi li denunciamo come trasgressori della legge".[3]

Le condanne ai capi tedeschi a Norimberga per il crimine di avere iniziato una guerra di aggressione erano basate interamente sul Patto Kellogg-Briand e la serie di trattati minori che avevano portato alla sua firma. Ancora una volta, cito la Sentenza di Norimberga:

"La questione è, quale era l'effetto legale di questo patto? Le nazioni che firmarono il patto e aderirono ad esso incondizionatamente hanno condannato il ricorso alla guerra nel futuro come strumento di politica ed hanno espressamente rinunciato ad essa. Dopo avere firmato il patto, ogni nazione che ricorra alla guerra come strumento di politica nazionale viola il patto. Secondo l'opinione del Tribunale, la solenne rinunzia alla guerra come strumento di politica nazionale comprende necessariamente l'asserzione che una tale guerra sia illegale secondo il diritto internazionale, e che coloro che pianificano ed iniziano una tale guerra, con le sue inevitabili e terribili conseguenze, commettano un crimine nel farlo".

Nel 1945, la Carta delle Nazioni Unite, Articolo 2 Clausola 4, reiterava i principi del Patto Kellogg-Briand, dichiarando semplicemente: "Tutti i membri nelle loro relazioni internazionali si asterranno dalla minaccia dell'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di ogni stato". L'Articolo 39 istituì l'autorità del Consiglio di Sicurezza per "determinare l'esistenza di ogni minaccia alla pace, violazione della pace o atto di aggressione" e per "decidere quali misure possono essere prese".

Alla Corte Suprema USA venne chiesto di decidere nella causa Mora v. McNamara (1967) sul caso di un obiettore di coscienza che affermava che la guerra USA contro il Vietnam era una illegale guerra di aggressione. In questo caso, la corte citò solamente il Patto Kellogg-Briand, l'Articolo 39 della Carta dell'ONU ed il Trattato di Londra (che istituì il Tribunale per i crimini di guerra di Norimberga) come il corpo rilevante di diritto internazionale riguardante i casi di guerra di aggressione, dunque è ragionevole esaminare la legittimità della guerra in Iraq in base a quegli stessi trattati.

George W. Bush ha evitato di citare principi legali in difesa della guerra, ma ha dato tre giustificazioni quasi legali in momenti diversi in discorsi politici, e dunque sembrerebbe che i suoi argomenti siano questi:

  1. Autodifesa preventiva;
     

  2. Imposizione della Risoluzione n° 1441 del Consiglio di Sicurezza, che minacciava "gravi conseguenze" per l'asserito mancato disarmo;
     

  3. Imposizione delle passate risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, risalendo fino al 1990.

Una variabile combinazione di tutte e tre ha funzionato bene per lui con l'opinione pubblica USA come giustificazione politica per la guerra, ma ognuna di esse giustifica realmente la guerra in base al diritto internazionale?

In realtà vi è uno standard internazionalmente accettato nel diritto internazionale di azione militare "preventiva" o di "primo attacco", nota come il caso Caroline. Nel 1837, nel pieno di un'insurrezione, non in Iraq, ma in Canada. Un piccolo piroscafo americano chiamato Caroline veniva utilizzato per portare di nascosto insorti anti-britannici e carichi di armi attraverso il fiume Niagara. Una notte, le forze britanniche attraversarono il fiume in piccoli battelli ed attaccarono il Caroline mentre era ormeggiato dalla parte americana del fiume, uccidendo molti dei suoi passeggeri e dell'equipaggio e dando fuoco alla nave. I britannici quindi rimorchiarono via il Caroline dalla riva e lo mandarono alla deriva per gettarlo dalle cascate del Niagara in uno spettacolo fiammeggiante.

L'incidente sollevò passioni bellicose da entrambe le parti del confine. Gli americani lo consideravano come un atto di aggressione, mentre i britannici disputavano che era stato un atto di autodifesa preventiva. Alla fine la materia fu risolta pacificamente dopo uno scambio di lettere tra il Segretario di Stato USA Daniel Webster ed il Segretario agli Esteri britannico Lord Ashburton, nel quale entrambe i paesi accettarono il principio che "Il rispetto del carattere inviolabile del territorio di nazioni indipendenti è il più essenziale fondamento della civiltà", che questo può essere ignorato legalmente soltanto dalla "necessità di autodifesa, immediata, schiacciante, che non lasci nessuna scelta di mezzi e nessun attimo di riflessione" e "l'atto . . . deve essere limitato a quella necessità e chiaramente mantenuto entro di essa".

Questo divenne lo standard internazionale accettato per l'azione militare "preventiva" ed è stato come tale citato dai giudici a Norimberga usando le precise parole del Webster. Gli imputati tedeschi a Norimberga difendevano l'invasione della Norvegia su basi molto simili a quelle citate oggi da Bush, pretendendo il ragionevole timore che la Norvegia diventasse una base per un attacco degli Alleati alla Germania. I giudici rigettarono questo argomento, scrivendo che i piani per un attacco alla Norvegia "non erano stati fatti allo scopo di prevenire un imminente sbarco degli Alleati ma, al massimo, che essi potevano prevenire l'occupazione alleata ad una certa data futura". Allo stesso modo la corte rigettò le pretese tedesche che "La sola Germania poteva decidere . . . se l'azione preventiva fosse una necessità e che nel prendere la decisione il suo giudizio fosse decisivo", decidendo che questo "deve in definitiva essere sottoposto ad indagine ed a giudizio, se il diritto internazionale deve essere mai fatto rispettare".

In base ai principi istituiti dal Caso Caroline e citati a Norimberga, l'autodifesa preventiva e di primo attacco non era un fondamento logico legittimo per invadere l'Iraq, che non costituiva nessuna minaccia imminente agli Stati Uniti. Il fatto che non venne trovata nessuna "arma di distruzione di massa" e che la della loro assenza si era sempre sospettato all'interno del governo USA, servono solamente a dimostrare la sana base logica di quei principi.

La Risoluzione n° 1441 era passata unanimemente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU nel novembre del 2002 precisamente perché manteneva fermamente responsabile il Consiglio di Sicurezza della risposta internazionale alla crisi USA-Iraq e perché non autorizzava l'uso della forza. La risoluzione "ricorda" i precedenti avvertimenti che l'Iraq avrebbe fronteggiato serie conseguenze se continuava a violare i suoi obblighi, ma non minacciava "tutti i mezzi necessari" od ogni atro termine diplomatico per uso della forza.

Questo ci porta all'intera storia delle risoluzioni sull'Iraq del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La Risoluzione n° 678 (1990) autorizzava "gli stati membri a cooperare con il governo del Kuwait . . . per utilizzare tutti i mezzi necessari per appoggiare ed applicare la risoluzione 660 (1990) e tutte le successive risoluzioni ed a ristorare la pace e la sicurezza internazionale nell'area", un'esplicita autorizzazione all'uso virtualmente illimitato della forza militare per ripristinare la sovranità del Kuwait. Questa ampia autorizzazione fu terminata quattro mesi più tardi, quando la Risoluzione n° 687 (1991) del C.S. dichiarò il cessate il fuoco formale. Diversamente da Bush, il Primo Ministro britannico Blair venne costretto a formulare una giustificazione legale per la seconda guerra all'Iraq. Mentre il suo testo è stato tenuto segreto, a quanto pare era basata sul vago argomento della presunta non conformità dell'Iraq con altre previsioni della Risoluzione n° 687 (1991) del C.S., poteva essere vista come invalidante il cessate il fuoco, cosicché ciascuno dei membri alleati con il Kuwait 13 anni prima ora poteva usare "tutti i mezzi necessari" contro l'Iraq a sua discrezione e per uno scopo differente.

Il Procuratore Generale britannico Lord Goldsmith aveva inizialmente deciso che in base al diritto internazionale doveva essere richiesta una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzasse esplicitamente l'invasione dell'Iraq. Quando divenne chiaro che non ve ne sarebbe stata una, l'Ammiraglio Sir Michael Boyce, Capo del British Defense Staff, disse al Primo Ministro che non poteva ordinare alle sue truppe di entrare in Iraq senza un documento scritto che dichiarasse che ciò era legale in base al diritto internazionale. Allora le sue forze aspettarono nel limbo del confine Iraq-Kuwait per cinque giorni interi prima che egli ricevesse un singolo paragrafo da Lord Goldsmith che gli desse luce verde, ed il resto è storia.4

E' ora chiaro che quelli furono cinque giorni molto strani per il governo britannico, dal momento che nessuno nel governo o nell'ufficio del Procuratore Generale o al Ministero degli Esteri, era preparato per rovesciare la precedente decisione. L'impasse fu finalmente rotto quando Blair si rivolse ad un professore di legge della London School of Economics, noto per essere a favore della guerra, per scrivere un nuovo parere che contraddicesse tutti gli esperti legali del governo. Elizabeth Wilmshurst, Vice Consigliere legale del Ministero degli Esteri, si dimise, assieme a due suoi colleghi, e da allora ha pubblicamente dichiarato che la guerra era illegale. [5]

Molti casi legali hanno cercato di scoprire il segreto fondamento logico di Blair per la guerra. In uno di essi, Katharine Gun, una confidente al GCHQ britannico, il QG dell'intelligence, aveva fatto trapelare un memorandum alla stampa che rivelava che la NSA USA intercettava le telefonate dei diplomatici del Consiglio di Sicurezza. Fu arrestata e processata in base alla Official Secrets Act britannica e poteva affrontare una lunga detenzione. Comunque, appena i suoi avvocati annunciarono la loro intenzione di impugnare la legalità della guerra in sua difesa e chiamare a testimoniare Lord Goldsmith, il governo lasciò cadere le accuse contro di lei. [6]

Una sintesi del caso del governo è stato rivelato in una specifica risposta ad una domanda in parlamento e pare veramente imperniata sulla nozione di una violazione della risoluzione del cessate il fuoco del 1991. La "violazione" in questione in modo cruciale è l'accusa specifica che l'Iraq non ha adempiuto "al suo obbligo di disarmare". Come ha scritto sul Guardian del 15 ottobre l'ex Ministro degli Esteri Robin Cook, "Vi è una conclusione logica ed inevitabile di questa sequenza nel ragionamento. Se l'Iraq aveva in realtà adempiuto al suo obbligo di disarmo, non vi era nessuna autorità legale per l'invasione".

Chiaramente, l'efficacia dell'attuale diritto internazionale sull'aggressione lascia pochi dubbi che il nostro paese sia colpevole di un grave crimine internazionale. Come americani, paghiamo per questo crimine con sempre maggiore isolamento nella comunità internazionale ed una crescente opposizione ai nostri interessi strategici ed economici nel mondo.

Durante questa guerra illegale, gli Stati Uniti hanno violato anche previsioni specifiche di altri trattati, in particolare la Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei civili in tempo di guerra, chiamata anche la Quarta Convenzione di Ginevra. Questo trattato fu redatto nel 1949, in seguito alla memoria recente delle occupazioni tedesca e giapponese dell'Europa e del Sudest Asia, ed essa cataloga molto specificamente e mette al bando molte delle tattiche che possono essere usate per piegare una popolazione civile ostile al volere di una forza militare di occupazione.

Per esempio, essa contiene regole dettagliate per prevenire abusi su detenuti e prigionieri; ed essa bandisce le rappresaglie, le intimidazioni e le punizioni collettive (Articolo 33); la distruzione di proprietà (Articolo 53); creare disoccupazione (Articolo 52); ed il reclutamento di forze armate locali ed ausiliarie (Articolo 51). Nondimeno, in Iraq gli Stati Uniti hanno impiegato tutti questi metodi, e Bush ha persino citato il reclutamento e l'addestramento di forze armate che combattano a fianco delle forze USA o al posto loro come pilastro della sua strategia. L'illegalità di così tanto di quello che gli USA stanno facendo in Iraq è una conseguenza diretta dell'illegalità dell'occupazione stessa ed un ristabilimento della legalità resta il primo passo necessario per risolvere la crisi.

Dunque, se Bush dovesse prendere l'opportunità fornita dalla sua presunta elezione per cercare una politica nuova, più razionale ed osservante della legge, quali passi gli richiederebbe realmente di prendere il diritto internazionale? Come potrebbe realmente portare legittimazione a questa situazione?

In realtà il governo USA è passato per una sorta di parodia di quello che sarebbe richiesto nella forma della Risoluzione n° 1546 (2004) del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Comunque, mentre questa risoluzione rappresenta uno sforzo in buona fede da parte della comunità internazionale di provvedere al benessere del popolo iracheno ed al loro futuro politico di fronte alla determinazione americana di "mantenere la rotta", è riuscita solamente a prolungare la guerra mancando di prendere di mira la fondamentale illegittimità della posizione USA e britannica.

Il "Governo ad interim dell'Iraq" appoggiato nella risoluzione non ha nessuna credibilità o sostenitori popolari in Iraq ed è guidato da un agente della CIA riconosciuto, che venne portato nel paese dalle forze d'invasione. La "forza multinazionale" cui è affidata la "promozione della sicurezza e della stabilità" è la stessa forza che per prima ha scatenato la guerra in Iraq e continua a farla oggi. La condanna al terrorismo dell'Articolo 17 non priva, e legalmente non può farlo, la Resistenza irachena del diritto fondamentale di resistere all'invasione ed all'occupazione del suo paese che è garantito dall'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Con il rifiuto di consegnare ogni vero potere ai rappresentanti legittimi del popolo iracheno o all'ONU, l'amministrazione Bush ha dissipato la legittimità che cercava di guadagnare con questa risoluzione ed anche del tempo prezioso e molte altre vite.

La realtà in Iraq è che gli Stati uniti ora sono impegnati da 21 mesi in una guerra senza successo per ottenere il controllo del paese e che le operazioni militari USA uccidono due o tre volte civili iracheni di quanti ne uccidano la Resistenza irachena od i gruppi "terroristi" stranieri messi insieme. [7] In ogni caso, mentre gli aggressori in questo conflitto, gli Stati Uniti ed il Regno Unito, sono in definitiva responsabili del "male accumulato da tutti".

La legalità non è qualcosa che possa essere evocato dall'illegalità trovando la giusta strategia politica o militare. Il diritto internazionale richiede proprio di porre fine alle nostre operazioni militari offensive e di rimettere al Consiglio di Sicurezza dell'ONU la crisi che abbiamo creato senza pregiudizio, non per vincere l'approvazione di un nuovo piano americano per l'Iraq, ma perché possiamo ritirare le nostre forze, l'Iraq possa riguadagnare una vera sovranità e l'ONU possa offrire la sua assistenza se necessaria o richiesta dagli iracheni. Il ruolo legittimo degli Stati Uniti in questo processo sarebbe il pagamento dei risarcimenti per permettere al popolo iracheno di riprendersi dalla guerra e di ricostruire il paese.

La principale lezione per la futura politica estera USA è che i molti diplomatici e legali che hanno lavorato così duramente per creare l'attuale struttura di diritto internazionale meritano la nostra più profonda considerazione e rispetto. I nostri predecessori ci hanno trasmesso un codice legale internazionale che incorpora una grande saggezza forgiata dall'amara esperienza in tempi difficili e pericolosi almeno quanto il nostro. Possiamo iniziare a sbrogliare questa spirale di violenza incontrollabile rinnovando il nostro impegno per il diritto internazionale, sostenendo gli sforzi per rafforzare l'applicazione giudiziaria delle sue previsioni sia in corti nazionali che internazionali ed insistere perché i legali militari ed internazionali siano consultati nella formulazione della politica della difesa USA.

Fonti:

1. "Iraq war illegal, says Annan," BBC News, September 16, 2004

2. http://www.state.gov/documents/organization/24228.pdf

3. Quoted in the Nuremberg Judgment

4. "War chief reveals legal crisis," The Observer, March 7, 2004

5. "This week's casualty: the legal case for war in Iraq," The Guardian, October 15, 2004

6. "GCHQ case to be dropped," The Guardian, February 25, 2004

.7 "U.S. attacks, not insurgents, blamed for most Iraqi deaths," Miami Herald, September 25, 2004

Raccomando molto il sito web del Global Policy Forum at the United Nations per letture supplementari in materia di crimini di guerra in Iraq.

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