|
La nostra ultima edizione nel giugno 2014 è stata pubblicata mentre
la bolla dei prezzi mondiali delle merci arrivava al culmine e vi erano
molte chiacchiere sul 2013 che chiudeva con quella bolla bene e
realmente scoppiata. Come proponiamo nel nostro articolo su petrolio ed
imperialismo in questa edizione, le conseguenze saranno più che
economiche. Tuttavia, il 2014 è stato anche l'anno in cui
"Il
Capitale nel 21° secolo" di
Thomas Piketty
è stato acclamato come il libro finanziario dell'anno, nonostante
una raffica iniziale di attacchi fulminanti alla sua dottrina (che pare
siano loro stesso appassite). Ora gli economisti capitalisti "ortodossi"
si precipitano ad appoggiare la sua principale conclusione
– che
il capitalismo,
proprio come disse Marx, avrebbe prosperato sulla disuguaglianza.
Piketty
differisce da Marx nel fatto che
l'autore di
Das
Kapital ha
collocato il meccanismo contraddittorio del capitalismo che ha portato a
crisi periodiche fermamente nel processo di produzione (come sostiene il
nostro articolo in risposta a
Gilles Dauvé in
questa edizione) mentre
Piketty
analizza la distribuzione disuguale della ricchezza che da questa
deriva. Mentre Marx ha cercato di svelare le leggi sottostanti del
sistema che non erano facili da scoprire,
Piketty
aderisce al fenomeno superficiale della ricchezza differenziale
per la quale vi sono statistiche oceaniche.
Ciò che ha reso una tale scottante questione quella della
disuguaglianza è la prova certa che dallo scoppio della bolla
speculativa 2007 la disparità di ricchezza tra i più ricchi al mondo ed
il resto di noi si è moltiplicata. Mentre la retribuzione degli alti
dirigenti è 180 volte il salario medio, nel Regno Unito per tutti i
lavoratori i salari sono calati dell'8%e secondo le stime più
ottimistiche non raggiungeranno i livelli del 2007 fino al 2019.
Piketty,
ed
altri, hanno tuttavia guardato alla più ampia questione storica.
Rilevano che dopo il 1945 e grazie alle lotte dei lavoratori
ed al bisogno di evitare la lotta di classe nella Guerra Fredda, i paesi
occidentali hanno introdotto i pagamenti dello stato sociale ed in
alcuni casi uno schema sanitario statale. Nella crescita post-bellica
sono stati sempre più capaci di finanziare una più ampia rete di
sicurezza sociale. Hanno ridotto la disuguaglianza. Tuttavia, quando nel
1971-73 la crescita post-bellica terminò, lo stato fu costretto a
rinnegare un poco su questo. Al principio i lavoratori organizzati in
grandi posti di lavoro furono in grado di resistere ai primi tentativi
di fare pagare loro la crisi ed a metà degli anni '70 riuscirono anche a
spingere a livelli record la quota dei lavoratori nel reddito nazionale.
A questo punto la borghesia stampava semplicemente denaro ed accumulando
deficit per tacitare la lotta. Comunque, mentre la crisi peggiorava sia
con l'inflazione che con la disoccupazione il consenso keynesiano nella
classe dominante crollò come fece la resistenza della classe lavoratrice
sotto i colpi di martello della disoccupazione di massa. Come
conseguenza, i salari dei lavoratori come quota del reddito nazionale
calarono da più del 60% quando la crisi colpì all'inizio degli anni '70
al 53%
[1]
quando scoppiò la bolla. Oggi è più vicina al 50%.
Nel più ampio quadro storico, la disparità di ricchezza ora è ritornata
a quella che era al 1920 ed è in arrivo altra austerità. Un milione di
posti di lavoro nel settore pubblico devono andare nel prossimo
parlamento per ridurre il deficit ed entrambe i principali partiti si
sono impegnati a fare proprio questo. Chiunque vinca il prossimo maggio,
per la classe lavoratrice il futuro è tetro.
Tra gli economisti vi è molto torcersi le mani perché possono
vedere che la continua spinta all'austerità avrà conseguenze sia sociali
che economiche che che minacciano proprio l'esistenza del capitalismo.
Nessuna o poca crescita significa che il debito mondiale continuerà a
crescere astronomicamente e la gente con contratti di lavoro part-time,
a zero ore e precari non avrà sempre più nulla da perdere. Temono che la
loro alienazione politica ed economica porterà a rovesciare il sistema.
Ed in verità nessuno ha una soluzione alla crisi. Alcuni suggeriscono di
spendere denaro nelle infrastrutture come investimento futuro mentre
crea posti di lavoro a breve termine ma il record di progetti simili è
rappezzato. Nel New Deal di
Roosevelt gli
USA spesero
milioni di dollari per cercare di avviare l'economia(1933-36),
ma la crisi ritornò ancora nel 1937. E' stato soltanto il rafforzamento
verso la II Guerra Mondiale ed il riarmo che hanno fatto fare realmente
dietro front agli USA (ed a gran parte dell'Europa).
Ed alla fine è stata soltanto la massiccia svalutazione di capitale
nella II Guerra Mondiale che ha permesso di cominciare un nuovo ciclo di
accumulazione (la crescita post-bellica). Siamo in un'era di bassa
crescita permanente dal 1973 e soltanto i vari interventi dello stato
capitalista hanno gestito questa crisi globale. Hanno tentato di tutto,
dalla spesa in deficit al neoliberismo., dalla nazionalizzazione alle
privatizzazioni, dal congelamento dei salari alla deregolamentazione.
Hanno smembrato vecchie industrie e le hanno rimpiazzate con una
rivoluzione del microprocessore che, diversamente da precedenti
rivoluzioni tecnologiche, che non ha avuto nessun vantaggio secondario
in nuove industrie (di fatto ha ridotto i posti di lavoro). Abbiamo
avuto la globalizzazione e la finanziarizzazione come il capitalismo ha
scavato l'ultima linea estraendo sempre più valore dai lavoratori pagati
sempre di meno. E per finire il capitalismo globalizzato ci ha dato una
lunga crescita speculativa che è terminata nel crollo finanziario del
2008. Ad ogni stadio gli economisti ci hanno raccontato che il sistema
si sarebbe corretto da solo. Oggi borbottano che questa o quella
micro-politica potrebbe funzionare, ma sono screditati quasi quanto i
banchieri. Lo stesso
Piketty
sostiene che
l'unica soluzione è una tassa permanente sulla ricchezza più una
tassa progressiva sul reddito che raggiunga l'80% per coloro che
guadagnano di più. Ammette che ciò politicamente è utopistico poiché la
classe dominante non sarà mai d'accordo a questa diminuzione di reddito.
Noi sosterremmo che non funzionerà meglio degli altri schemi
neo-keynesiani che egli correttamente respinge.
La reale necessità del capitale è una massiccia svalutazione dei
valori correnti. Nessun capitalista è comunque preparato perché questo
avvenga al proprio capitale, ma sono pienamente felici di vederlo
accadere ai loro rivali. E si trova questo dietro agli attuali conflitti
imperialisti, dall'Ucraina al Pacifico. La soluzione definitiva
capitalista è la guerra. Per il gigante addormentato della classe
lavoratrice mondiale l'unica alternativa è di iniziare a combattere di
nuovo per i propri interessi. Accettare l'austerità non è soltanto un
inconveniente di breve termine ma è probabile che nel lungo termine
porti a conseguenze peggiori. Se i capitalisti impongono al mondo la
loro agenda allora sarà minacciata l'umanità stessa.
Ma combattere l'austerità è soltanto
l'inizio. Soltanto una classe lavoratrice cosciente che si sia
raggruppata e riorganizzata politicamente con un programma
rivoluzionario chiaro può intralciare il capitalismo. Ciò significa che
dobbiamo imparare dal nostro passato. E' per questo che la pubblicazione
delle riflessioni di
Onorato
Damen
sul fallimento politico dei rivoluzionari italiani a fondare un Partito
Comunista al Congresso di Bologna del 1919 non è né un semplice atto di
omaggio né un pezzo di nostalgia storica. E' parte del nostro contributo
alla lotta teorica per
una nuova organizzazione internazionale della
classe lavoratrice mondiale. Come il 1919 ha dimostrato, persino una
classe estremamente militante non può vincere a meno che non si dia gli
strumenti giusti. Soltanto comprendendo le nostre passate sconfitte
prepareremo la strada per la futura vittoria contro un sistema che porta
soltanto sfruttamento, terrorismo, povertà e guerra.
I due articoli qui sono degli editoriali
di
Revolutionary Perspectives 05.
Esso contiene altri articoli sulla caduta dei
prezzi petroliferi e su cosa significhi per le rivalità imperialiste,
una replica a
Gilles Dauvé sui
problemi della transizione al comunismo ed un articolo di
Onorato Damen sul
fallimento del Congresso di Bologna del 1919. L'edizione sarà alla fine
pubblicata online , ma per coloro che desiderano leggere gli articoli
ora o che desiderino sostenere il nostro lavoro può essere acquistata
per £4 (affrancatura compresa) scrivendoci qui per i dettagli sul
pagamento.
Note
[1] tuc.org.uk
Venerdì 23
gennaio
2015
|