Socialist
Project • E-Bulletin No. 194
18 marzo
2009
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Sono diversi mesi che la crisi del capitalismo si è scatenata a livello internazionale, con il suo epicentro nella capitale finanziaria e nell'economia degli USA. Ora abbiamo altre prove che la crisi sarà profonda e prolungata, incidendo su tutte le economie periferiche – compreso il Brasile. Sono state pubblicate molte analisi della crisi in accademia e sui media. Vi sono tutti i tipi di posizioni e di correnti ideologiche. Ma tutti convergono su questa diagnosi: è una crisi profonda, peggiore della crisi del 1929. Riguarderà l'intera economia mondiale, che è stata sempre più internazionalizzata e controllata da meno di 500 società. Sarà peggiore, perché combina una crisi economica, una crisi finanziaria (sulla credibilità delle valute), una crisi ambientale, una crisi ideologica a causa del fallimento del neoliberismo ed una crisi politica dovuta alla mancanza di alternative da parte della classe dominante al centro del capitalismo o dei governi alla periferia. Nella storia delle crisi del capitalismo, le classi dominanti, possessori del capitale, ed i loro governi hanno adottato la stessa ricetta per uscirne. Primo, hanno bisogno di distruggere (per mancanza di domanda) una parte del capitale (sovraccumulato) per fare spazio ad un altro processo di accumulazione. Negli ultimi mesi, più di 4 trilioni di dollari di denaro di carta sono andati in fumo. Secondo, richiedono guerre. La guerra è un modo per distruggere beni (armi, munizioni, materiali, impianti) e sbarazzarsi delle tensioni sociali dei lavoratori. E lo fa in tale maniera per quanto riguarda anche eliminare l'esercito di riserva industriale. Di lì la prima e la seconda guerra mondiale e poi la guerra fredda. Ora, data la paura delle bombe atomiche, stimolano invece conflitti regionali. Gli attacchi al popolo palestinese da parte di Israele, le provocazioni in India e le minacce all'Iran sono in accordo con questa strategia. La strategia è di incrementare la spesa militare e di distruggere beni. Terzo, amplificano lo sfruttamento dei lavoratori. In altre parole, nelle crisi, abbassano i salari medi e riducono gli standard di vita e quindi i costi di riproduzione della forza lavoro, per ripristinare i tassi del valore di surplus e ricominciare l'accumulazione. Perciò anche l'espansione della disoccupazione, che mantiene le masse a sopravvivere soltanto su panieri essenziali di merci ecc. Quarto, un trasferimento maggiore di capitale dalla periferia al centro del sistema. Questo viene compiuto con il trasferimento diretto da imprese alla periferia al loro quartier generale, come pure attraverso la manipolazione dei tassi di cambio del dollaro, il pagamento di interessi e la manipolazione dei prezzi delle merci vendute e comprate nella periferia. Quinto, il capitale torna ad utilizzare lo stato come gestore dei risparmi della popolazione per spostare questi fondi a vantaggio del capitale. A questo scopo, i capitalisti valorizzano ancora lo stato, non come il custode degli interessi della società, ma come l'amministratore dei loro interessi, per utilizzare i suoi poteri coercitivi e così raccogliere denaro da tutti, attraverso le tasse come anche i risparmi depositati nelle banche, per finanziare la loro uscita dalla crisi. Siamo testimoni dell'applicazione di queste classiche misure, riportate tutti i giorni sulla stampa – qui in Brasile, nel centro del capitalismo e nel resto del mondo. Ma, come per ogni cosa della vita, vi sono sempre delle contraddizioni. Per ogni azione del capitale, del governo ecc., vi sarà la sua contraddizione, che la società ed i lavoratori possono riconoscere e sfruttare per cambiare la situazione. I periodi storici di crisi sono anche periodi di cambiamento. Sia nel caso che il risultato sia buono o cattivo, vi saranno dei cambiamenti! Le crisi creano dei varchi e riassettano il posizionamento delle classi nelle società. In Brasile siamo ancora apatici, amorfi, disattenti, osservando la descrizione dei sintomi della crisi in avvicinamento alla televisione. Non vi è stata nessuna reazione o risposta per quasi 800.000 lavoratori che hanno perso il posto soltanto nel dicembre 2008. Neppure vi sono commenti sulla ricerca dell'IPEA che mostra che, dei 17 milioni di famiglie povere in Brasile nel registro generale dei beneficiari di programmi governativi, il 79% di loro sono disoccupati! Poiché ricevono alcuni benefici, non cercano altri posti di lavoro e vengono lasciati fuori anche dalle statistiche della disoccupazione. Per i settori organizzati della società – in tutte le forme esistenti, siano chiese, sindacati, scuole, collegi, università, la stampa, movimenti sociali o partiti – è vitale fare qualcosa riguardo alla crisi. La prima cosa da fare è discutere della natura della crisi e trovare uscite dalla crisi, dal punto di vista dei lavoratori e della maggioranza della società. E' urgente incoraggiare ogni sorta di discussione in tutte le arene. L'iniziativa della TV Educativa del Paraná di promuovere questo tipo di pubblico dibattito è benvenuta. Ma è ancora insufficiente. La crisi sarà lunga e pesante. Abbiamo bisogno di coinvolgere il maggior numero possibile di militanti, uomini e donne consapevoli politicamente, per discutere la situazione, di modo che possiamo costruire collettivamente alternative popolari. Senza mobilitazione e lotte sociali non vi sarà nessuna via d'uscita per il popolo – eccetto che per il capitale. • João Pedro Stedile è membro del coordinamento nazionale dell'MST e di Via Campesina. L'articolo originale "A crise será profunda e prolongada. . ." è stato pubblicato nell'edizione del febbraio 2009 di Caros Amigos, ripubblicato dall'Agencia Latinoamericana de Información il 16 febbraio 2009. Traduzione di Yoshie Furuhashi.
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