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In
The Bullet
no.345, Ingo Schmidt
ha mostrato come le agenzie di valutazione del credito abbiano
scatenato un assalto da parte degli obbligazionisti internazionali
al debito sovrano della Grecia, dove viene fatto pagare ai
lavoratori pesantemente per la crisi fiscale dello stato.
Il giorno seguente, 28 aprile, l'Institute for Fiscal Studies di Londra ha posto in atto un considerevole intervento
nella campagna elettorale britannica, pubblicando un rapporto che
chiedeva ai tre principali partiti di 'dire la verità' sui loro
piani per occuparsi proprio della crisi fiscale britannica
– un deficit nel
2009-10
di £163 miliardi, ovvero attorno al 12% del
PIL. Questo mi ha spinto a porre la domanda: perché i tre partiti e
tutti i media britannici accentano senza discutere il taglio del
deficit?
Il principale intervento di questa settimana nella campagna
elettorale è stato certamente la richiesta da parte da parte dell'Institute for Fiscal Studies (IFS) ai maggiori partiti di 'dire la verità' se eletti
sulle loro strategie per ridurre il debito del settore
pubblico. Il rapporto IFS si è fortemente intromesso in tutto
l'assetto pubblico in questa campagna, il quale è che i politici
sono tutti ambigui ed inattendibili. La risposta dei media al
rapporto è stata quindi di assecondare a questo assetto echeggiando
sconsideratamente alla posizione dell'IFS. Il
Guardian
sostiene che l'IFS è "il principale
think-tank economico" del paese, chiaramente sottintendendo che
le sue opinioni devono essere accettate senza dubbio.
Ma perché l'IFS dovrebbe essere oltre la critica? Ridurre il
debito pubblico è realmente una necessità economica oggettiva oppure
è in realtà una posizione profondamente politica, che riflette gli
interessi delle elite imprenditoriali e finanziarie?
Debito
pubblico
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo osservare molto
attentamente la storia dei dibattiti sulle finanze pubbliche negli
ultimi quaranta anni. Durante questo periodo, la teoria e la pratica
della politica economica sono mutate notevolmente dalla tendenza
prevalente keynesiana dei primi anni '70 all'egemonia incontestata
del neoliberismo di libero mercato dall'inizio degli anni '90.
Sebbene vi siano stati molti elementi in questa svolta generale
– particolarmente privatizzazione di imprese statali,
deregolamentazione dei mercati finanziari ed attacchi ai diritti
sindacali
– le finanze pubbliche hanno giocato costantemente un
ruolo critico.
In particolare vi sono state due campagne chiave che hanno
riguardato la Gran Bretagna: la prima durante la crisi della
'stagflazione' della metà degli anni '70 e la seconda durante
l'acuta recessione dell'inizio degli anni '90. Entrambe si sono
estese parallelamente a relativi cambiamenti nelle prescrizioni
della politica attraverso tutta l'economia mondiale.
A metà degli anni '70, la Gran Bretagna ha sofferto duramente
in modo particolare da una combinazione senza precedenti di elevata
inflazione e dal ritorno della disoccupazione di massa. I tentativi
da parte di successivi governi di affrontare questi problemi sono
cominciati sotto le amministrazioni
Harold Wilson del
1964-70 e sono continuate attraverso gli anni di
Edward Heath fino al ritorno del
Labour nel 1974. Nel decennio dal 1964, limitare la spesa
pubblica poteva essere reso necessario quando la sterlina era sotto
pressione, ma non era visto come la chiave per la stabilità
macroeconomica. Invece, la tendenza prevalente della politica
keynesiana in predominanza favoriva le iniziative statali nella
forma di politiche dei redditi e di pianificazione indicativa, che
miravano a
conciliare gli interessi contrastanti di dei datori di lavoro e
dei sindacati attraverso i buoni uffici dello stato.
Ma per il 1976 questi tentativi erano terminati apparentemente
in completo fallimento, sebbene i keynesiani continuassero a
sostenere che l'inflazione fosse significativamente il risultato di
fattori al di fuori del controllo del governo britannico
– specialmente della rottura del collegamento
dollaro-oro nel 1971 e dello shock petrolifero del 1973. Il
risultato fu l'emergere di due piattaforme politiche che stavano a
sinistra ed a destra della corrente principale. Alla sinistra, il
Labour ed i sindacati flirtavano con una Strategia Economica
Alternativa che era centrata sull'estensione radicale
dell'intervento statale nella modernizzazione dell'industria
britannica. Sulla destra, i monetaristi guidati dall'economista di
Chicago
Milton Friedman offrivano una diagnosi alternativa ugualmente radicale
di stagflazione, dandone la colpa all'indisciplina fiscale e
monetaria del governo.
In seguito ad un abbassamento improvviso della bilancia
commerciale della Gran Bretagna nel 1976, una fuga dalla sterlina
costrinse il cancelliere del Labour
Denis Healey a
rivolgersi all'FMI per assistenza. I tagli alla spesa pubblica che
seguirono segnalarono una prima vittoria per la destra monetarista e
la fine della strada per entrambe il keynesianesimo
della corrente principale e la
Strategia Economica Alternativa di sinistra.
Il successo elettorale di
Margaret Thatcher nel
1979, seguito da quello di
Ronald Reagan negli
USA, annunziò il ritorno dell'economia pre-keynesiana e del
conservatorismo sociale. In Gran Bretagna, la feroce stretta
monetaria e fiscale che seguì passò la produzione al filo di spada,
mentre l'abolizione dei controlli dei cambi permise alla crescente
ricchezza dal petrolio del Mare del Nord di essere investita in gran
parte all'estero. Successivamente, mentre il Terzo Mondo veniva
devastato dalla crisi del debito degli anni '80, i settori
finanziari di Regno Unito e gli USA
si affrettarono nella deregolamentazione all'interno e
nell'espansione all'estero, gettando le basi per il loro dominio
congiunto dei mercati finanziari globali.
Alla fine l'espansione precipitosa portò, come sempre accade,
all'insostenibile crescita del credito, a mercati surriscaldati e a
una nuova ripresa dell'inflazione. Quando nel
1990-91
arrivò il crollo, coincidente con la caduta dei regimi comunisti da
una parte all'altra del blocco sovietico, ancora una volta la destra
del libero mercato incolpò l'eccessiva spesa pubblica. Fino ad
allora, in Gran Bretagna le politiche fiscale e monetaria erano
necessariamente determinate ad un grado considerevole dalla nostra
appartenenza alla Comunità Europea, che stava diventando più
strettamente integrata attraverso il perseguimento dell'unione
economica e monetaria. Questo portò la rinominata Unione Europea ad
adottare il Trattato di
Maastricht,
prima negoziato nel 1991 ed infine emanato dopo qualche resistenza
nel 1993. In relazione alla finanza pubblica, da ora in avanti tutti
gli stati membri della UE erano diffidati a limitare il loro deficit
fiscale al 3% del PIL ed il loro debito pubblico aggregato al 60%
del PIL. I limiti lungo linee simili erano, fino ad allora,
diventati una caratteristica centrale dei pacchetti di aiuti al
Terzo Mondo del Fondo Monetario Internazionale e della Banca
Mondiale; furono imposti negli anni '90 anche ai paesi in
'transizione' post-comunisti. L'egemonia del neoliberismo era ora
totale.
Ciò che è più evidente ed assai rilevante per la valutazione
dell'intervento dell'IFS di questa settimana, è che in nessun punto
gli economisti monetaristi
– o i
loro successori neoliberisti
– hanno
spiegato perché fosse economicamente necessario qualsiasi
particolare limite ai deficit ed al debito pubblico.
Invece ci viene offerto, allora come ora, un argomento
interamente circolare. Ci viene raccontato che le riduzioni del
deficit sono necessarie perché i mercati obbligazionari
internazionali li richiedono. Così, perché
i mercati obbligazionari internazionali li richiedono? Perché
pensano che le riduzioni siano necessarie. E perché è così? Perché
lo dicono gli esperti economici!
Ora è certamente il caso che qualunque singolo governo che
accumuli debiti che sono molto alti paragonati a quelli di altri
governi si trovi soggetto a particolare sorveglianza da parte dei
mercati obbligazionari, come ora i greci sanno fin troppo bene, e
come hanno scoperto già negli anni '80 molti governi del Terzo
Mondo. Naturalmente dovremmo considerare gli effetti perniciosi
degli speculatori, per esempio il ruolo di
George
Soros nella
nostra crisi del 1992 che ci ha costretto ad uscire dal Sistema
Monetario Europeo, o la fuga dei capitali a breve termine dall'Asia
orientale nel 1997. Ma può ancora esser fatto il caso ragionevole
che, in tempi normali, si eviti l'eccessivo affidamento
al prestito, particolarmente per finanziare la spesa corrente come
opposti agli investimenti di capitale. (E' chiaro che un governo
socialista radicale non sarebbe comunque in grado di prendere a
prestito).
Comunque, nel contesto del capitalismo realmente esistente,
abbiamo tutti un interesse nella stabilità macroeconomica e
particolarmente nel mantenere il pieno o quasi pieno impiego. A
questo riguardo, oggi in nostro interesse prioritario dovrebbe
rimanere quello di Keynes: il bisogno per i governi di sostenere
l'attività economica in un momento in cui i risparmi del settore
privato eccedono grandemente gli investimenti. Questo bisogno si
soddisfa assorbendo l'eccesso di risparmio attraverso la vendita di
titoli di stato, il cui ricavato viene quindi speso.
Economia globale
E poiché ora viviamo in una economia globale integrata, questo
precetto keynesiano dovrebbe essere applicato a livello globale, non
a livello di singolo paese. Di conseguenza, la crescita continua e
la prosperità dei paesi con surplus commerciali cronici, come la
Germania e la Cina, in condizioni di recessione globale dipende
dalla buona volontà di altri paesi come gli USA e la Gran Bretagna
di continuare a gestire deficit commerciali. Come corollario
– e
questo è realmente un fatto economico
– vi
saranno corrispondenti uscite di capitali dai paesi precedenti ed
afflussi negli ultimi. Data l'attuale riluttanza di imprese e
famiglie nei paesi con deficit commerciali a prendere a prestito e
spendere, è l'assunzione di prestiti da parte del loro governo che
tiene in vita l'economia mondiale.
Di conseguenza, possiamo vedere che il Fondo Monetario
Internazionale, la Banca d'Inghilterra, il cancelliere Darling ed il
cancelliere ombra liberaldemocratico Cable, hanno tutti ragione
nell'insistere che i deficit statali non dovrebbero essere ridotti
prematuramente, perché ciò rischierebbe una recessione a 'doppia
china'. Finché il risparmio globale continua ad eccedere gli
investimenti del settore privato i governi dovrebbero continuare ad
assorbire tale eccesso.
Ma ancora, perché questa ossessione di ripristinare i rapporti
del deficit e del debito a livelli 'normali', una volta che la
ripresa globale ha raggiunto il punto in cui l'investimento del
settore privato ha ricuperato completamente e la disoccupazione
ciclica è scomparsa? Dopo tutto, non vi è nessuna 'legge' economica
che detta i livelli del 3% e del 60% o qualunque altro valore
numerico. Il livello dell'attività economica aggregata è del tutto
non influenzata dalla proporzione di domanda che proviene attraverso
il settore pubblico piuttosto che quello privato.
Guerra di classe
La risposta a questa domanda, ora come negli anni '70, non si
trova nell'economia, ma nella politica, o, più specificamente, nella
guerra di classe. Riguarda la posizione privilegiata della ricchezza
privata all'interno della nostra forma limitata di democrazia. Dopo
il 1945 i senza possedimenti nella maggior parte del mondo,
Occidente, Oriente e Sud hanno fatto notevoli conquiste nel loro
benessere e nella forza della loro voce politica. Entro la metà
degli anni '70, le classi possidenti, sia capitalisti che usurai,
mercanti o proprietari immobiliari o proprio l'elite burocratica del
blocco sovietico, si trovava sulla difensiva su molti fronti.
Molti governi nazionalisti radicali nel Terzo Mondo
continuavano a chiedere insistentemente riforme nel governo
dell'economia mondiale, mettendo in discussione le nuove forme di
colonialismo economico che seguirono l'indipendenza. Nel blocco
sovietico, la Primavera di Praga e le prime agitazioni del movimento
dei lavoratori polacco minacciava il potere altamente centralizzato
dei burocrati. Ed in Occidente, i nuovi movimenti sociali non
soltanto avevano messo in discussione le elite sulle questioni del
genere, della razza e dell'ambiente, ma i lavoratori stavano anche
avanzando nuove pretese di democrazia sul posto di lavoro e di
sicurezza economica che minacciavano seriamente il potere delle
grandi imprese e dell'alta finanza.
La risposta concertata è stata la controrivoluzione
neoliberista. Per più di trenta anni, gli ideologi del neoliberismo,
con gli economisti davanti, hanno lavorato assiduamente per
costruire e mantenere un nuovo senso comune sull'economia basata sul
vecchio mantra liberale: i diritti di proprietà, l'individualismo e
lo stato residuale. Per l'epoca in cui la sequenza di crisi
localizzate del neoliberismo che iniziò in Gran Bretagna il
Mercoledì Nero del 1992 culminata nella stretta creditizia globale
del 2007, questa opera di costruzione era proprio in gran parte
completa.
Minacciate nel settembre 2008 da un imminente crollo totale
della finanza globale, le elite imprenditoriali e finanziarie non
hanno avuto altra scelta che approvare un massiccio e collettivo
programma di salvataggio da parte dei governi delle principali
economie. E' seguito un periodo durante il quale il neoliberismo è
apparso essere in disordine e, in entrambe l'accademia ed i media
poterono essere ascoltate ancora una volta le voci alternative.
Ma, entro sei mesi, i neoliberisti si erano di nuovo
raggruppati. In Gran Bretagna, mentre già appariva il dibattito sul
bilancio 2009 di Darling, il loro possesso del senso comune
economico permise loro di spostare stabilmente il centro del
dibattito dall'esigere la punizione ed il rimborso dalle banche
all'incolpare i governi di addossarsi i vasti deficit fiscali che
hanno mantenuto a galla il capitalismo. Nel frattempo, coloro che
hanno alzato la voce per alternative reali
– per
New Deal Verdi, per la riforma radicale delle banche, per una nuova
architettura finanziaria internazionale
– sono
stati respinti ai margini dell'attenzione del pubblico. A quanto
pare, tutto quel che conta ora è assicurarsi che lo stato venga
potato.
E, per accertarsi assolutamente che ciò accada, il messaggio
dell'IFS arriva con un coro di attacchi alla competenza, allo sforzo
lavorativo ed alle dignità dei dipendenti del settore pubblico. Le
inesorabili richieste di 'guadagni d'efficienza' che li
accompagnano, comuni alle piattaforme di tutti e tre i partiti
contendenti nelle elezioni, hanno un duplice scopo. Da un lato, sono
un eufemismo per tagli di posti di lavoro e di paga nel settore
pubblico, che annunziano un assalto alle ultime ridotte dei
lavoratori organizzati mentre indeboliscono il sostegno continuo dei
cittadini per infermiere, insegnanti e soldati[1]
in egual misura. Dall'altro lato, indeboliscono la nostra
fiducia nell'approvvigionamento di risorse pubbliche, incoraggiando
una ripresa del trasferimento a fornitori del settore privato
iniziato sotto la
Thatcher.
Dati questi attacchi al popolo lavoratore ed alle sue comunità,
è certamente ora di fare appello al nostro coraggio collettivo e
respingere le menzogne ed i travisamenti che ci vengono appioppati
in queste elezioni più fasulle di tutte. Perché in questo momento,
realmente non conta quale combinazione di
Libs,
Labs
e Cons
mette assieme una maggioranza a
Westminster. L'Institute
for Fiscal Studies ha
tristemente ragione su una cosa: il governo che emerge imporrà
riduzioni massicce della spesa pubblica. Ma essi non sono, ripeto
non sono, economicamente necessari. •
Hugo Radice è membro a vita della Facoltà di Politica e Studi Internazionali,
Università di Leeds. I suoi recenti articoli
nel
Yorkshire Post
sulla crisi son disponibili tramite la sua
pagina
web.
Note
1.
Le guerre della Gran Bretagna in
Iraq
ed Afghanistan sono
opposte da netta maggioranza della popolazione, ma, allo stesso
tempo, uno dei nostri più straordinari nuovi movimenti sociali è
stato in sostegno dei nostri soldati. Sono principalmente uomini e
donne della classe lavoratrice dalle regioni più povere della
Gran Bretagna e subiscono un tasso spaventoso di morti e feriti
gravi. Un opportuno appoggio del governo per la loro riabilitazione
fisica e mentale è stata una maggiore richiesta di questo nuovo
movimento.
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