The   B u l l e t

Socialist Project • E-Bulletin No. 350
4
maggio 2010

 

Riduzione del debito pubblico:
scienza economica o guerra di classe?

Hugo Radice

 

In The Bullet no.345, Ingo Schmidt ha mostrato come le agenzie di valutazione del credito abbiano scatenato un assalto da parte degli obbligazionisti internazionali al debito sovrano della Grecia, dove viene fatto pagare ai lavoratori pesantemente per la crisi fiscale dello stato.

Il giorno seguente, 28 aprile, l'Institute for Fiscal Studies di Londra ha posto in atto un considerevole intervento nella campagna elettorale britannica, pubblicando un rapporto che chiedeva ai tre principali partiti di 'dire la verità' sui loro piani per occuparsi proprio della crisi fiscale britannica un deficit nel 2009-10 di £163 miliardi, ovvero attorno al 12% del PIL. Questo mi ha spinto a porre la domanda: perché i tre partiti e tutti i media britannici accentano senza discutere il taglio del deficit?

Il principale intervento di questa settimana nella campagna elettorale è stato certamente la richiesta da parte da parte dell'Institute for Fiscal Studies (IFS) ai maggiori partiti di 'dire la verità' se eletti sulle loro strategie per ridurre il debito del settore pubblico. Il rapporto IFS si è fortemente intromesso in tutto l'assetto pubblico in questa campagna, il quale è che i politici sono tutti ambigui ed inattendibili. La risposta dei media al rapporto è stata quindi di assecondare a questo assetto echeggiando sconsideratamente alla posizione dell'IFS. Il Guardian sostiene che l'IFS è "il principale think-tank economico" del paese, chiaramente sottintendendo che le sue opinioni devono essere accettate senza dubbio.

Ma perché l'IFS dovrebbe essere oltre la critica? Ridurre il debito pubblico è realmente una necessità economica oggettiva oppure è in realtà una posizione profondamente politica, che riflette gli interessi delle elite imprenditoriali e finanziarie?

Debito pubblico

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo osservare molto attentamente la storia dei dibattiti sulle finanze pubbliche negli ultimi quaranta anni. Durante questo periodo, la teoria e la pratica della politica economica sono mutate notevolmente dalla tendenza prevalente keynesiana dei primi anni '70 all'egemonia incontestata del neoliberismo di libero mercato dall'inizio degli anni '90. Sebbene vi siano stati molti elementi in questa svolta generale particolarmente privatizzazione di imprese statali, deregolamentazione dei mercati finanziari ed attacchi ai diritti sindacali le finanze pubbliche hanno giocato costantemente un ruolo critico.

In particolare vi sono state due campagne chiave che hanno riguardato la Gran Bretagna: la prima durante la crisi della 'stagflazione' della metà degli anni '70 e la seconda durante l'acuta recessione dell'inizio degli anni '90. Entrambe si sono estese parallelamente a relativi cambiamenti nelle prescrizioni della politica attraverso tutta l'economia mondiale.

A metà degli anni '70, la Gran Bretagna ha sofferto duramente in modo particolare da una combinazione senza precedenti di elevata inflazione e dal ritorno della disoccupazione di massa. I tentativi da parte di successivi governi di affrontare questi problemi sono cominciati sotto le amministrazioni Harold Wilson del 1964-70 e sono continuate attraverso gli anni di Edward Heath fino al ritorno del Labour nel 1974. Nel decennio dal 1964, limitare la spesa pubblica poteva essere reso necessario quando la sterlina era sotto pressione, ma non era visto come la chiave per la stabilità macroeconomica. Invece, la tendenza prevalente della politica keynesiana in predominanza favoriva le iniziative statali nella forma di politiche dei redditi e di pianificazione indicativa, che miravano a conciliare gli interessi contrastanti di dei datori di lavoro e dei sindacati attraverso i buoni uffici dello stato.

Ma per il 1976 questi tentativi erano terminati apparentemente in completo fallimento, sebbene i keynesiani continuassero a sostenere che l'inflazione fosse significativamente il risultato di fattori al di fuori del controllo del governo britannico specialmente della rottura del collegamento dollaro-oro nel 1971 e dello shock petrolifero del 1973. Il risultato fu l'emergere di due piattaforme politiche che stavano a sinistra ed a destra della corrente principale. Alla sinistra, il Labour ed i sindacati flirtavano con una Strategia Economica Alternativa che era centrata sull'estensione radicale dell'intervento statale nella modernizzazione dell'industria britannica. Sulla destra, i monetaristi guidati dall'economista di Chicago Milton Friedman offrivano una diagnosi alternativa ugualmente radicale di stagflazione, dandone la colpa all'indisciplina fiscale e monetaria del governo.

In seguito ad un abbassamento improvviso della bilancia commerciale della Gran Bretagna nel 1976, una fuga dalla sterlina costrinse il cancelliere del Labour Denis Healey a rivolgersi all'FMI per assistenza. I tagli alla spesa pubblica che seguirono segnalarono una prima vittoria per la destra monetarista e la fine della strada per entrambe il keynesianesimo della corrente principale e la Strategia Economica Alternativa di sinistra. Il successo elettorale di Margaret Thatcher nel 1979, seguito da quello di Ronald Reagan negli USA, annunziò il ritorno dell'economia pre-keynesiana e del conservatorismo sociale. In Gran Bretagna, la feroce stretta monetaria e fiscale che seguì passò la produzione al filo di spada, mentre l'abolizione dei controlli dei cambi permise alla crescente ricchezza dal petrolio del Mare del Nord di essere investita in gran parte all'estero. Successivamente, mentre il Terzo Mondo veniva devastato dalla crisi del debito degli anni '80, i settori finanziari di Regno Unito e gli USA si affrettarono nella deregolamentazione all'interno e nell'espansione all'estero, gettando le basi per il loro dominio congiunto dei mercati finanziari globali.

Alla fine l'espansione precipitosa portò, come sempre accade, all'insostenibile crescita del credito, a mercati surriscaldati e a una nuova ripresa dell'inflazione. Quando nel 1990-91 arrivò il crollo, coincidente con la caduta dei regimi comunisti da una parte all'altra del blocco sovietico, ancora una volta la destra del libero mercato incolpò l'eccessiva spesa pubblica. Fino ad allora, in Gran Bretagna le politiche fiscale e monetaria erano necessariamente determinate ad un grado considerevole dalla nostra appartenenza alla Comunità Europea, che stava diventando più strettamente integrata attraverso il perseguimento dell'unione economica e monetaria. Questo portò la rinominata Unione Europea ad adottare il Trattato di Maastricht, prima negoziato nel 1991 ed infine emanato dopo qualche resistenza nel 1993. In relazione alla finanza pubblica, da ora in avanti tutti gli stati membri della UE erano diffidati a limitare il loro deficit fiscale al 3% del PIL ed il loro debito pubblico aggregato al 60% del PIL. I limiti lungo linee simili erano, fino ad allora, diventati una caratteristica centrale dei pacchetti di aiuti al Terzo Mondo del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale; furono imposti negli anni '90 anche ai paesi in 'transizione' post-comunisti. L'egemonia del neoliberismo era ora totale.

Ciò che è più evidente ed assai rilevante per la valutazione dell'intervento dell'IFS di questa settimana, è che in nessun punto gli economisti monetaristi o i loro successori neoliberisti hanno spiegato perché fosse economicamente necessario qualsiasi particolare limite ai deficit ed al debito pubblico. Invece ci viene offerto, allora come ora, un argomento interamente circolare. Ci viene raccontato che le riduzioni del deficit sono necessarie perché i mercati obbligazionari internazionali li richiedono. Così, perché i mercati obbligazionari internazionali li richiedono? Perché pensano che le riduzioni siano necessarie. E perché è così? Perché lo dicono gli esperti economici!

Ora è certamente il caso che qualunque singolo governo che accumuli debiti che sono molto alti paragonati a quelli di altri governi si trovi soggetto a particolare sorveglianza da parte dei mercati obbligazionari, come ora i greci sanno fin troppo bene, e come hanno scoperto già negli anni '80 molti governi del Terzo Mondo. Naturalmente dovremmo considerare gli effetti perniciosi degli speculatori, per esempio il ruolo di George Soros nella nostra crisi del 1992 che ci ha costretto ad uscire dal Sistema Monetario Europeo, o la fuga dei capitali a breve termine dall'Asia orientale nel 1997. Ma può ancora esser fatto il caso ragionevole che, in tempi normali, si eviti l'eccessivo affidamento al prestito, particolarmente per finanziare la spesa corrente come opposti agli investimenti di capitale. (E' chiaro che un governo socialista radicale non sarebbe comunque in grado di prendere a prestito).

Comunque, nel contesto del capitalismo realmente esistente, abbiamo tutti un interesse nella stabilità macroeconomica e particolarmente nel mantenere il pieno o quasi pieno impiego. A questo riguardo, oggi in nostro interesse prioritario dovrebbe rimanere quello di Keynes: il bisogno per i governi di sostenere l'attività economica in un momento in cui i risparmi del settore privato eccedono grandemente gli investimenti. Questo bisogno si soddisfa assorbendo l'eccesso di risparmio attraverso la vendita di titoli di stato, il cui ricavato viene quindi speso.

Economia globale

E poiché ora viviamo in una economia globale integrata, questo precetto keynesiano dovrebbe essere applicato a livello globale, non a livello di singolo paese. Di conseguenza, la crescita continua e la prosperità dei paesi con surplus commerciali cronici, come la Germania e la Cina, in condizioni di recessione globale dipende dalla buona volontà di altri paesi come gli USA e la Gran Bretagna di continuare a gestire deficit commerciali. Come corollario e questo è realmente un fatto economico vi saranno corrispondenti uscite di capitali dai paesi precedenti ed afflussi negli ultimi. Data l'attuale riluttanza di imprese e famiglie nei paesi con deficit commerciali a prendere a prestito e spendere, è l'assunzione di prestiti da parte del loro governo che tiene in vita l'economia mondiale.

Di conseguenza, possiamo vedere che il Fondo Monetario Internazionale, la Banca d'Inghilterra, il cancelliere Darling ed il cancelliere ombra liberaldemocratico Cable, hanno tutti ragione nell'insistere che i deficit statali non dovrebbero essere ridotti prematuramente, perché ciò rischierebbe una recessione a 'doppia china'. Finché il risparmio globale continua ad eccedere gli investimenti del settore privato i governi dovrebbero continuare ad assorbire tale eccesso.

Ma ancora, perché questa ossessione di ripristinare i rapporti del deficit e del debito a livelli 'normali', una volta che la ripresa globale ha raggiunto il punto in cui l'investimento del settore privato ha ricuperato completamente e la disoccupazione ciclica è scomparsa? Dopo tutto, non vi è nessuna 'legge' economica che detta i livelli del 3% e del 60% o qualunque altro valore numerico. Il livello dell'attività economica aggregata è del tutto non influenzata dalla proporzione di domanda che proviene attraverso il settore pubblico piuttosto che quello privato.

Guerra di classe

La risposta a questa domanda, ora come negli anni '70, non si trova nell'economia, ma nella politica, o, più specificamente, nella guerra di classe. Riguarda la posizione privilegiata della ricchezza privata all'interno della nostra forma limitata di democrazia. Dopo il 1945 i senza possedimenti nella maggior parte del mondo, Occidente, Oriente e Sud hanno fatto notevoli conquiste nel loro benessere e nella forza della loro voce politica. Entro la metà degli anni '70, le classi possidenti, sia capitalisti che usurai, mercanti o proprietari immobiliari o proprio l'elite burocratica del blocco sovietico, si trovava sulla difensiva su molti fronti.

Molti governi nazionalisti radicali nel Terzo Mondo continuavano a chiedere insistentemente riforme nel governo dell'economia mondiale, mettendo in discussione le nuove forme di colonialismo economico che seguirono l'indipendenza. Nel blocco sovietico, la Primavera di Praga e le prime agitazioni del movimento dei lavoratori polacco minacciava il potere altamente centralizzato dei burocrati. Ed in Occidente, i nuovi movimenti sociali non soltanto avevano messo in discussione le elite sulle questioni del genere, della razza e dell'ambiente, ma i lavoratori stavano anche avanzando nuove pretese di democrazia sul posto di lavoro e di sicurezza economica che minacciavano seriamente il potere delle grandi imprese e dell'alta finanza.

La risposta concertata è stata la controrivoluzione neoliberista. Per più di trenta anni, gli ideologi del neoliberismo, con gli economisti davanti, hanno lavorato assiduamente per costruire e mantenere un nuovo senso comune sull'economia basata sul vecchio mantra liberale: i diritti di proprietà, l'individualismo e lo stato residuale. Per l'epoca in cui la sequenza di crisi localizzate del neoliberismo che iniziò in Gran Bretagna il Mercoledì Nero del 1992 culminata nella stretta creditizia globale del 2007, questa opera di costruzione era proprio in gran parte completa.

Minacciate nel settembre 2008 da un imminente crollo totale della finanza globale, le elite imprenditoriali e finanziarie non hanno avuto altra scelta che approvare un massiccio e collettivo programma di salvataggio da parte dei governi delle principali economie. E' seguito un periodo durante il quale il neoliberismo è apparso essere in disordine e, in entrambe l'accademia ed i media poterono essere ascoltate ancora una volta le voci alternative.

Ma, entro sei mesi, i neoliberisti si erano di nuovo raggruppati. In Gran Bretagna, mentre già appariva il dibattito sul bilancio 2009 di Darling, il loro possesso del senso comune economico permise loro di spostare stabilmente il centro del dibattito dall'esigere la punizione ed il rimborso dalle banche all'incolpare i governi di addossarsi i vasti deficit fiscali che hanno mantenuto a galla il capitalismo. Nel frattempo, coloro che hanno alzato la voce per alternative reali per New Deal Verdi, per la riforma radicale delle banche, per una nuova architettura finanziaria internazionale sono stati respinti ai margini dell'attenzione del pubblico. A quanto pare, tutto quel che conta ora è assicurarsi che lo stato venga potato.

E, per accertarsi assolutamente che ciò accada, il messaggio dell'IFS arriva con un coro di attacchi alla competenza, allo sforzo lavorativo ed alle dignità dei dipendenti del settore pubblico. Le inesorabili richieste di 'guadagni d'efficienza' che li accompagnano, comuni alle piattaforme di tutti e tre i partiti contendenti nelle elezioni, hanno un duplice scopo. Da un lato, sono un eufemismo per tagli di posti di lavoro e di paga nel settore pubblico, che annunziano un assalto alle ultime ridotte dei lavoratori organizzati mentre indeboliscono il sostegno continuo dei cittadini per infermiere, insegnanti e soldati[1] in egual misura. Dall'altro lato, indeboliscono la nostra fiducia nell'approvvigionamento di risorse pubbliche, incoraggiando una ripresa del trasferimento a fornitori del settore privato iniziato sotto la Thatcher.

Dati questi attacchi al popolo lavoratore ed alle sue comunità, è certamente ora di fare appello al nostro coraggio collettivo e respingere le menzogne ed i travisamenti che ci vengono appioppati in queste elezioni più fasulle di tutte. Perché in questo momento, realmente non conta quale combinazione di Libs, Labs e Cons mette assieme una maggioranza a Westminster. L'Institute for Fiscal Studies ha tristemente ragione su una cosa: il governo che emerge imporrà riduzioni massicce della spesa pubblica. Ma essi non sono, ripeto non sono, economicamente necessari. •

Hugo Radice è membro a vita della Facoltà di Politica e Studi Internazionali, Università di Leeds. I suoi recenti articoli nel  Yorkshire Post sulla crisi son disponibili tramite la sua pagina web.


Note

1. Le guerre della Gran Bretagna in Iraq ed Afghanistan sono opposte da netta maggioranza della popolazione, ma, allo stesso tempo, uno dei nostri più straordinari nuovi movimenti sociali è stato in sostegno dei nostri soldati. Sono principalmente uomini e donne della classe lavoratrice dalle regioni più povere della Gran Bretagna e subiscono un tasso spaventoso di morti e feriti gravi. Un opportuno appoggio del governo per la loro riabilitazione fisica e mentale è stata una maggiore richiesta di questo nuovo movimento.