Un'altra vittima: la cronaca della guerra in Iraq

Dahr Jamail | 23 marzo 2007

Foreign Policy In Focus

 

L'Iraq è il posto più pericoloso al mondo per i giornalisti. Assieme ai nomi ed alle date, il Tribunale di Bruxelles ha elencato le circostanze nelle quali dei dipendenti dei media iracheni sono stati uccisi dall'epoca dell'invasione a guida USA dell'Iraq nel marzo del 2003. Questo rapporto estremamente attendibile ne cita come morti 195. Se vengono compresi i rappresentanti dei media non iracheni la cifra va oltre 200. Entrambe le cifre sono notevolmente in eccesso dei morti subiti dai medi in Vietnam o durante la II Guerra Mondiale.

La ragione principale per la quale fare cronaca dall'Iraq è pericoloso per tutti i giornalisti è la spaventosa situazione della sicurezza. I giornalisti iracheni che riportano dalle strade sono in perenne pericolo. Se qualcuna delle innumerevoli milizie non vuole che una certa storia sia resa pubblica, si assicurerà che il giornalista abbia trasmesso la sua ultima storia. Per non menzionare il conteggio delle morti di reporter che sono state l'opera manuale combinata del governo iracheno, delle forze di occupazione e/o di bande criminali.

Nonostante l'affermazione del presidente Bush che in Iraq la vita sta migliorando, un autorevole giornalista iracheno è stato trovato morto nella capitale il 3 marzo 2007. Lo stesso giorno il corpo del direttore responsabile del quotidiano di Baghdad al-Safir, Jamal al-Zubaidi, è stato trovato ucciso sparato alla testa.

Le realtà della repressione

Gli Stati Uniti continuano ad affermare che le loro operazioni militari in Iraq portano la libertà e la democrazia. Ma a quanto pare tale libertà non si estende ai giornalisti iracheni. Diversi giornalisti critici degli Stati Uniti o del governo iracheno appoggiato dagli USA sono stati uccisi. Per esempio, il 4 marzo 2007 dei banditi armati hanno ucciso nella sua abitazione il prominente giornalista Mohan al Zaher. Quella domenica, la sua rubrica è terminata con il lamento "...se questa è la democrazia che noi (iracheni) sognavamo". I suoi primi articoli mettevano in discussione le politiche USA in Iraq.

I militari USA hanno anche condotto assalti diretti ad aziende e rappresentanti dei media. L'8 aprile 2003, durante l'invasione, un aeroplano USA ha bombardato l'ufficio di al-Jazeera a Baghdad, uccidendo il giornalista trentacinquenne Tareq Ayoub. Più tardi il britannico Daily Mirror citò il verbale “top secret” di un incontro nel novembre del 2004 nel quale George W. Bush tentò di persuadere il primo ministro britannico Tony Blair acconsentire al bombardamento della sede centrale di al-Jazeera a Doha, in Qatar.

Più recentemente, il 23 febbraio 2007, dei soldati USA assalirono e saccheggiarono gli uffici dell'Agenzia dei giornalisti iracheni (ISJ) nel centro di Baghdad. I soldati arrestarono dieci guardie armate e sequestrarono dieci computer e 15 piccoli generatori di corrente preparati per essere donati alle famiglie di giornalisti uccisi. Youssif al-Tamimi dell'ISJ di Baghdad ha raccontato ad uno dei miei colleghi più stretti: "Gli americani ci hanno trasmesso così tanti messaggi, ma noi li abbiamo semplicemente ignorati tutti. Hanno ucciso i nostri colleghi, chiuso i nostri giornali, arrestato centinaia di noi ed ora ci sparano al cuore assaltando la nostra sede centrale. Questa è la libertà di espressione che abbiamo ricevuto". Molti iracheni credono che i soldati USA stessero comunicando ai giornalisti iracheni il messaggio di tolleranza zero per la critica dell'occupazione a guida USA da parte della loro leadership.

Anche il governo iracheno appoggiato dagli USA controlla direttamente i media. L'Autorità Provvisoria della Coalizione sotto l'amministratore USA L. Paul Bremer ha creato la Commissione Media e Comunicazioni come uno strumento di controllo. Questa commissione, incorporata nella costituzione irachena, regola la concessione delle licenze, le telecomunicazioni, le trasmissioni, i servizi di informazione e tutte le altre aziende dei media. Sotto l'autorità della commissione, nel luglio del 2004, le forze di sicurezza del governo ad interim iracheno hanno assalito e chiuso l'ufficio di Baghdad del canale satellitare arabo al-Jazeera. Inizialmente, la rete affrontò un bando di un mese per la cronaca fuori dall'Iraq. Nel novembre del 2004 il governo iracheno annunciò che qualsiasi giornalista di al-Jazeera trovato a fare cronaca in Iraq sarebbe stato detenuto. Successivamente il bando fu esteso indefinitamente e continua oggi.

Un altro esempio di lampante repressione dei media da parte dello stato iracheno ha avuto luogo l'11 novembre 2004. Durante l'assedio di Fallujah, quando i giornalisti iracheni assieme al sottoscritto riferivano delle uccisioni di civili e dell'uso di armi proibite come il fosforo bianco da parte dei militari USA, la Commissione Suprema per i Media dell'Iraq diede un pubblico ammonimento con l'intestazione ufficiale del primo ministro. La lettera dava ordini ai giornalisti di "Attenersi alla linea governativa sulla offensiva guidata dagli USA a Fallujah o esporsi ad azione legale" ed anche a "mettere da parte spazio nella vostra cronaca delle notizie per porre in atto la posizione del governo iracheno, che esprime le aspirazioni della maggior parte degli iracheni, chiara".

La ONG internazionale Reporters senza frontiere, che difende la libertà della stampa, rilascia un indice annuale mondiale della libertà di stampa. I paesi sono classificati sulla base di indagini designate a registrare qualsiasi tipo di vessazione contro i giornalisti e di violenza di stato contro di loro che li costringa a fuggire o ad abbandonare il loro lavoro. Nel 2002, sotto Saddam Hussein ed il suo draconiano controllo dei media, l'Iraq era classificato ad un deprimente 130. Nel 2006, dopo tre anni di occupazione USA, l'Iraq è caduto a 154. La ONG ha pure dichiarato che l'Iraq è tra i peggiori mercati di ostaggi al mondo, con 38 rapimenti di giornalisti in tre anni.

Manipolazione diretta

In Iraq attualmente vi sono due canali principali per l'informazione: il Pentagono ed i corrispondenti iracheni part-time sul posto che lavorano per i media arabi. Per il pubblico non familiare con l'arabo o di fonti di notizie alternative sull'Iraq, le uniche notizie disponibili provengono dai comunicati stampa giornalieri dei militari USA che vengono ripetuti meccanicamente dai media dell'establishment.

Un'altra fonte discutibile di informazioni è la stazione televisiva irachena sponsorizzata dagli USA al-Iraqiyah che ha iniziato a trasmettere nel maggio del 2003. Nel gennaio del 2004, il Dipartimento della Difesa USA aggiudicò alla Harris Corporation, con sede in Florida, un contratto di 12 mesi per gestire la Rete di Media Irachena, compresa al-Iraqiyah, e ha fornito l'infrastruttura fisica per l'espansione della rete.

I militari USA hanno anche assunto la ditta di pubbliche relazioni con sede a Washington Lincoln Group per manipolare l'opinione pubblica irachena in favore degli Stati Uniti. Il programma nascosto del gruppo, del valore di milioni di dollari, includeva attività dei media che fingevano giornalismo indipendente per nascondere il fatto che era propaganda di stato e militare degli USA. Ex dipendenti del Lincoln Group affermano che degli ufficiali militari USA erano informati di pagamenti a quotidiani iracheni per stampare articoli ed editoriali in favore degli USA.

Tale controllo di stato ha un effetto boomerang. Le notizie false prodotte per il pubblico iracheno nei giornali locali arrivano anche negli Stati Uniti come "notizie". Anche questa indiretta intromissione di stato all'estero, accoppiata alla repressione diretta dei media negli USA, è considerata nel indice della libertà di stampa di Reporters senza frontiere. Nel 2002 gli Stati Uniti erano classificati al 17° posto. Nel 2006, dopo sei anni di amministrazione Bush, il posto è caduto al 56°.

La cronaca della guerra negli USA

Diversamente che in Iraq, negli Stati Uniti il problema è cominciato prima dell'invasione del 2003. Sul prestigioso New York Times, Judith Miller ripetè rispettosamente la propaganda messa in circolazione dall'amministrazione Bush sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq durante il periodo precedente l'invasione. Citando una fonte anonima dopo l'altra, divenne un veicolo estremamente efficace dell'amministrazione Bush nel disseminare disinformazione e menzogne sul possesso ed il tentativo di acquisire ADM di Saddam Hussein.

Più tardi, durante un'intervista a Frontline della PBS condotta il 13 luglio 2006 alla presenza del suo avvocato, la Miller sfidò sfacciatamente le critiche per la sua cronaca sulle AMD dicendo: "Non penso di avere nulla di cui scusarmi per la mia cronaca sulle AMD".

Una volta lanciata l'invasione, il presentatore televisivo di Nightly News della NBC Tom Brokaw annunciò agli spettatori per tutta la nazione: "Una delle cose che non vogliamo fare...è distruggere le infrastrutture dell'Iraq perché tra pochi giorni possederemo quel paese".

Il programma "inclusi" del Pentagono con il quale i giornalisti dei media ufficiali si offrono spontaneamente di agire come propagandisti richiede che il giornalista firmi un contratto che da ai militari il controllo sulla sua produzione che equivale alla censura totale. L'inclusione continua ancora oggi, come la proprietà aziendale dei media. Assieme esse assicurano che la cronaca dell'occupazione sia prevenuta a favore dello stato come ha rivelato l'osservatorio dei media Fairness and Accuracy In Reporting (FAIR).

La proprietà corporativa dei media ha molto a che fare con la trasformazione delle personalità della notizia televisiva in acclamatori della guerra. Prendete l'esempio della Associated Press. Il suo consiglio di amministrazione comprende i direttori e presidenti di ABC, McClatchy, Hearst, Tribune e del Washington Post. Due dei direttori appartengono ad enti di politica estremamente conservatrice come lo Hoover Institute, un centro di ricerca politica repubblicano situato nel campus della Stanford University al quale ci si riferisce come al "gruppo di esperti di Bush". Douglas McCorkindale, un altro membro del consiglio della AP, è nel consiglio della Lockheed Martin, la più grande società contraente della difesa al mondo. Il consiglio della AP manifesta una chiara inclinazione verso opinioni conservatrici di destra, rappresentate da una vasta rete di media corporativi dei maggiori editori negli USA.

Oggi negli Stati Uniti i nostri media sono più omogeneizzati che mai. Soltanto sei corporation controllano i principali media USA: News Corporation di Rupert Murdoch, General Electric, Time Warner, Disney, Viacom e Bertelsmann. Accade pure che queste corporation siano dei forti sostenitori finanziari dei gruppi politici d'elite (repubblicani come democratici) che controllano questo paese. Essi mettono la politica davanti al giornalismo responsabile.

Secondo FAIR, "Come i media cadono nelle mani di grandi conglomerate con partecipazioni in molte industrie, i conflitti di interesse interferiscono inevitabilmente con la raccolta delle notizie". "I media indipendenti sono essenziali per una società democratica e...devono essere intraprese delle energiche azioni antitrust per smantellare le conglomerate monopolistiche dei media".

Finché negli Stati Uniti accade questo, è probabile che la cronaca dei media sull'Iraq peggiori. Per quanto riguarda i giornalisti iracheni, le promesse di libertà di espressione e di libertà di stampa--proprio come le iniziali promesse di liberazione, opportunità economiche e libertà per il popolo iracheno--non si materializzerà prima della fine dell'occupazione USA del paese.

Dahr Jamail ha riportato dall'interno dell'Iraq ed è un esperto di Medio Oriente. Scrive per la Inter Press Service, per The Asia Times ed è un collaboratore di Foreign Policy In Focus.