Michael Roberts Blog

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Il capitalismo finirà o può essere riformato?

8 novembre 2016

 

Questo mese sono arrivati due nuovi libri sul capitalismo. Il primo è di Wolfgang Streeck ed intitolato Come finirà il capitalismo?  Wolfgang Streeck è Direttore Emerito dell'Istituto Max Planck delle Ricerche Sociali di Colonia e Professore di Sociologia all'Università di Colonia. E' Membro Onorario della Società per l'avanzamento della Socioeconomia e membro dell'Accademia delle Scienze di Brandeburgo di Berlino come pure dell'Accademia Europea. Le idee di Streeck portano un qualche peso, sufficientemente proprio da essere passate in rassegna da Martin Wolf sul Financial Times.

La tesi di Streeck, come implica il titolo, è che il capitalismo è un sistema che sta andando verso la fine e che il suo decesso non sia così lontano. Apre ricapitolando un altro libro che riguarda le idee di altri cinque scienziati sociali, intitolato Il capitalismo ha un futuro? Questo contiene i contributi di persone come Immanuel Wallenstein, Randall Collins, Michael Mann, Georg Derluguian e Craig Calhoun. Come sostiene Streeck, tutti questi studiosi concordano che il capitalismo si sta dirigendo verso una crisi definitiva, sebbene ciascuno abbia una ragione diversa del perché.

Wallenstein reputa che il capitalismo sia in fondo ad un ciclo di Kondratiev dal quale non può riprendersi (per una quantità di ragioni, principalmente a che fare con il declino dell'ordine mondiale sotto egemonia degli USA). Craig Calhoun, d'altra parte, riferisce che il capitalismo cederà il passo ad economie dirette dallo stato che potrebbero restaurare il capitalismo ma in una nuova forma 'non di mercato'. Michael Mann deduce anche che l'egemonia degli USA è finita e che il capitalismo diventerà una piattaforma imprevedibile per la lotta tra vari rivali capitalisti, mentre la lotta della classe lavoratrice è scheggiata. L'unica speranza è che le forze socialdemocratiche del compromesso trionfino. Secondo Streeck, Randall Collins offre la prospettiva più vicina a quella marxista. Il capitalismo ricorrerà sempre più ad esonerare dal lavoro umano e a rimpiazzarlo con i robot e l'AI. Ciò creerà duri conflitti di classe e sottoconsumo, perché la maggior parte dei lavoratori non avrà reddito sufficiente per acquistare i prodotti della robotizzazione. Sebbene l'analisi di Collins non sia (secondo la mia opinione) marxista, egli conclude che l'unica speranza sia una trasformazione socialista. Infine, Derluguian sostiene che il decesso ed il crollo dell'Unione Sovietica suggeriscono che il capitalismo non cederà il passo al socialismo, ma invece ad una frammentazione post-capitalista.

Dopo questa descrizione, dove sta Streeck? Pensa che il capitalismo morirà "da un migliaio di colpi" e che non sarà salvato dalle alternative di Mann e Calhoun. Con nessun proletariato come una forza per prendere il controllo della società in avanti verso il socialismo, il capitalismo crollerà sotto "le proprie contraddizioni" per essere seguito, non dal socialismo, ma da "un duraturo interregno", da un "prolungato periodo di entropia" nel quale non emerge il 'collettivismo' ma invece vi è un disparato 'individualismo'.

Segue nel libro e ne fornisce una eccellente narrativa la descrizione di Streeck della condizione attuale del capitalismo, particolarmente la sua critica delle risposte keynesiane e riformiste (sebbene i capitoli siano piuttosto ripetitivi). Egli vede un disordine sistemico rivelato innanzitutto da disuguaglianza crescente (dove i 400 contribuenti al vertice negli USA ricevono 10.000 volte più reddito del 90% al fondo e le 100 famiglie americane al vertice possiedono 100 volte più ricchezza!). Inoltre vi è la corruzione diffusa da parte dei ricchi e potenti, come esibito dal ruolo delle banche. Ed il crescente potere del capitale finanziario, un settore del capitalismo totalmente improduttivo e dannoso.

Tutto questo è stato descritto da molti, incluso da me in questo blog. Ma Streeck vede queste forze come le uniche che porranno fine al capitalismo, piuttosto che come parte di una crisi di congiuntura sfavorevole ricorrenti del capitalismo. Il capitalismo è più ingiusto e corrotto che incapace di soddisfare i bisogni umani. Ma, poiché nella società non vi è nessuna forza positiva che possa rimpiazzare il capitale, il capitalismo "andrà all'inferno ma per il prevedibile futuro resterà sospeso in un limbo, morto o quasi morto da una dose eccessiva di se stesso".

Per Streeck, è un "pregiudizio marxista che il capitalismo come epoca storica terminerà soltanto quando siano in vista una nuova o migliore società ed un soggetto rivoluzionario pronto ad implementarla per l'avanzamento dell'umanità". In un modo, Streeck predice un nuovo stadio di barbarie dopo che il capitalismo crolla, similare a ciò che avvenne all'Impero Romano dopo il suo crollo nel 5° secolo. Quindi una sofisticata economia di proprietari di schiave capitolò a stati tribali; le città cedettero il passo a piccoli villaggi; le proprietà terriere si piegarono a piccoli gruppi; la tecnologia fu lasciata inattiva e dimenticata.

A mio parere, Marx riconobbe e riconoscerebbe che la barbarie possa sostituire il capitalismo. Non vi è nessuna garanzia che il capitalismo sia seguito dal socialismo. Sosterrebbe inoltre che senza un "soggetto rivoluzionario" (cioè la classe lavoratrice) che porti a termine l'azione politica per porre fine al modo di produzione capitalista, essa può barcollare. Streeck ha ragione che il capitalismo non abbia un futuro a lungo termine, ma ha ragione che non vi sia nulla a rimpiazzarlo per portare avanti la società umana?

Il punto di vista di Streeck è il cinismo dell'accademico divorziato dalla classe lavoratrice e filtrato nell'esperienza del periodo reazionario neoliberale (un tempo molto breve bell'esistenza umana e nel capitalismo). A mio avviso, i cicli (Kondratiev e profitto) del capitalismo creeranno alla fine nuove forze per il cambiamento una nuova classe lavoratrice più fiduciosa come agente del cambiamento. Ma, se no, ... allora.

Naturalmente, la critica di Streeck di Martin Wolf è diversa, proveniente come è da un difensore del capitalismo. Certo, afferma Wolf, StreecK ha ragione che in nessuna società esiste nessun equilibrio stabile. "Entrambe l'economia e la politica devono adattarsi e cambiare". Ma soltanto un economia di mercato può dare "democrazia". Ora il pericolo non è la fine del capitalismo ma la fine della democrazia. Così. sostiene Wolf, i governi democratici devono cooperare per assicurarsi che "reggano le tensioni tra lo stato nazione democratico e l''economia di mercato". "E' possibile il compito?", chiede Wolf e risponde "Si, assolutamente", sebbene non dica davvero come.

Questo ottimismo e pia illusione di soluzioni 'socialdemocratiche' ai mali del capitalismo nei media di sinistra restano dominante. Viene nuovamente rivelato in un altro nuovo libro di Dean Baker.  Baker è condirettore del Centro di Ricerche di Politica Economica americano di Washington e regolare annunciatore ed editorialista di economia e politica economica, che spesso parla alle riunioni del movimento sindacale e che scrive per giornali simili al Guardian del Regno Unito. Baker è stato uno di quei pochi economisti citati ad avere previsto il crollo finanziario globale, basando la propria opinione sulla bolla immobiliare alimentata dal credito in America, che ha creato instabilità finanziaria a la Minsky.

Il suo ultimo libro è Truccata: come la globalizzazione e le regole dell'economia moderna sono state strutturate per rendere i ricchi più ricchi (il libro è disponibile in pdf qui rigged). Il titolo ora è diventato un tema familiare tra gli economisti di sinistra, (post?) keynesiani. Vale a dire, non sono il capitalismo o l'economia di mercato ad essere il problema, ma il modo in cui è strutturata l'economia moderna, particolarmente dal periodo neoliberale dopo gli anni '80, cioè truccata per cambiare 'le regole del gioco' a favore dei ricchi e distante dalla maggioranza. E' questo il tema presentato da Joseph Stiglitz, quell'altro economista ed eroe della sinistra e del movimento sindacale, nel suo ultimo libro.

Baker mostra come nella nostra società la distribuzione del reddito abbia poco a che fare con il merito e come i postulati dell'economia neoclassica vengano invocati selettivamente per impedire ogni azione che non benefici le elite. Gli interventi che promuovono la distribuzione verso l'alto dei redditi non vengono mai criticati, mentre la disuguaglianza e la disoccupazione sono lasciate da sistemare alla mano invisibile.

Baker rileva che "né Dio né la natura ci consegnano una serie completa di regole che determinano il modo in cui sono definiti i rapporti di proprietà, in cui sono applicati i contratti oppure in cui viene implementata la politica macroeconomica. Queste questioni vengono determinate da scelte politiche". Nell'economia moderna, nelle crisi le banche sono salvate ma le persone non lo sono. Vengono imposti degli accordi commerciali che portano alla perdita di posti di lavoro per la maggioranza ma più profitti per le corporation. Potrebbe realizzarsi il pieno impiego ma è contro l'interesse delle grandi corporation perché significherebbe salari crescenti e costi del lavoro che spremono i profitti. Così quello che Marx ha chiamato "un esercito di riserva di lavoratori" viene mantenuto come una questione di politica.

Egli identifica cinque aree nelle quali la "distribuzione verso l'alto" indotta dalle politiche dovrebbe essere capovolta: la macroeconomia che si concentra soltanto sulla bassa inflazione; il trattamento asimmetrico dei guadagni privatizzati e delle perdite socializzate nell'industria finanziaria; la pesante protezione dei diritti di brevetto all'interno ed all'estero; la protezione delle occupazioni ad alta qualifica dalla competizione straniera e le retribuzioni fuori misura degli amministratori.

Baker sostiene che questo "truccare" politico dell'economia dimostra che il 'libero mercato' non opera. Qui pare indicare che, se lo facesse, allora tutto sarebbe bene e giusto. Poiché il mercato è 'truccato', non perché esiste un'economia di mercato, abbiamo bisogno che il governo intervenga per correggere le disuguaglianze, le ingiustizie e per applicare delle politiche per la maggioranza, non per pochi.

Baker trascura di spiegare come il mercato è diventato 'truccato'. Come è accaduto questo? Perché la scelta della politica è stata per i ricchi e non per la maggioranza? Baker guarda ai sintomi e non alle cause.

I marxisti come me sosterrebbero che le politiche che hanno portato a disuguaglianza crescente ed alla crescita del capitale finanziario sono accadute perché l'Età dell'Oro del capitalismo, con le sue pensioni decenti, i servizi pubblici ed i benefici ed il pieno impiego, non potevano più essere forniti dal capitalismo di mercato poiché la redditività del capitale era affondata. Così il 'truccare le regole' è stato necessario per la salvezza del sistema di mercato capitalista.

L'estrema disuguaglianza di ricchezza e di reddito è sempre stata la norma per il capitalismo, non soltanto un prodotto dell''economia moderna'. E' stata la breve Età dell'Oro dopo il 1945 ad essere speciale, non il periodo neoliberale dagli anni '70. Se ciò è giusto, allora le richieste di Baker che i 'governi progressisti' intervengano per creare un campo di gioco equo e mettano fine alla 'distribuzione verso l'alto' sono soltanto un'illusione. Il compromesso socialdemocratico degli anni '60 non ritornerà nel capitalismo del 21° secolo. Streeck è più vicino di Baker alla verità.