In Defence of
Marxism

 

 

L'economia capitalista da un'impasse alla successiva

Scritto da Rob Sewell Mercoledì, 22 aprile 2015

 

Ancora una volta l'economia mondiale penzola sull'orlo di un precipizio. La crisi greca ha di nuovo raggiunto i titoli e minaccia di trascinare giù con essa l'Europa. I giorni in cui il capitalismo poteva navigare semplicemente senza cura nel mondo sono finiti per sempre. Come nel periodo tra le due guerre, la crisi del capitalismo resta radicata e protratta.

Banchieri centrali e governi sono indaffarati a logorarsi su cosa si dovrebbe fare per portarsi fuori da questo caos. Con il crollo del 2008, il più profondo dagli anni 1930, il sistema capitalista ha sperimentato un cambiamento qualitativo, un nuovo punto di svolta. Si è aperta un'epoca di crisi, stagnazione e deflazione. In Europa i prezzi sono calati per il quarto mese consecutivo di fila. Nonostante tutta la speculazione su una futura depressione, si può dire che il capitalismo si trova già in tale depressione. Tutti i segni di ripresa vengono infranti continuamente. Piccole crescite nella produzione economica sono seguite da cadute o deboli cifre. Qualunque cosa facciano, non possono uscire da questa crisi intrattabile. Questa, per dire una novità, è la nuova "normalità".

Il Fondo Monetario Internazionale nel suo World Economic Outlook semestrale ha di nuovo avvertito dei pericoli di una "stagnazione secolare" che è diventata dominante, sintetizzata da prezzi del petrolio e delle merci calanti. "La maggior parte delle più importanti economie mondiali dovrebbero prepararsi ad un periodo prolungato di tassi di crescita inferiori, il che renderebbe più difficile per gli stati e le imprese ridurre i loro livelli di debito", ha sostenuto. Questo avvertimento riaccenderà i timori che l'economia mondiale stia affrontando un periodo prolungato di bassa crescita, che ha delle enormi implicazioni, non meno sul debito.

Inoltre il rapporto ha mostrato in maniera allarmante che la crisi economica globale era peggiore del precedente subbuglio economico e che potrebbe avere abbassato permanentemente il tasso al quale possono espandersi le economie, piuttosto che avere soltanto un effetto esemplare. La Cina, in particolare, potrebbe vedere una netta contrazione nella crescita della produzione potenziale, mentre cerca di riequilibrare la sua economia via dagli investimenti e verso il consumo. Il rallentamento nei cosiddetti mercati emergenti si assesta ad essere ancora più netto. L'FMI prevede che la crescita nella produzione potenziale, che nel periodo precedente alla crisi ha continuato ad espandersi, forse declinerà dal 6,5% l'anno tra il 2008 ed il 2014 al 5,2% nei prossimi cinque anni. Nel mondo ricco la crescita della produzione sarà dell'1,6% l'anno tra il 2015 ed il 2020.

Ciascuna autorità centrale sta tentando di risolvere i propri problemi, ma facendolo crea soltanto dei nuovi problemi altrove. E' ciascuno da solo. La borghesia americana ha la propria agenda. Credendo di trovarsi finalmente in una ripresa - circa sei anni dopo il crollo della Lehman - pensa di potere portare via i sostegni e ristabilire la normalità. Ha messo fine al Quantitative Easing e ha parlato di alzare i tassi d'interesse dai livelli bassi. La Banca Centrale Europea sta attuando il proprio QE, che ha mandato a volare in alto il dollaro e ha influito sulla posizione competitiva dell'America nel mercato mondiale. Il recente rallentamento americano è stato in parte per esportazioni più deboli.

Ora, molti altri paesi, come Corea, Canada, Svezia, Australia e persino Cina hanno risposto alle preoccupazioni sulla competitività commerciale in peggioramento tagliando i tassi d'interesse più del solito. Mentre non tutti i paesi possono svalutare l'uno contro l'altro, possono tutti cercare di "svalutare" le loro valute contro il livello generale dei prezzi di beni e servizi. Questo apre alla possibilità di guerra commerciale.

In passato, i mercati emergenti aspiravano capitali in eccesso, stimolando in tal modo la loro crescita e quindi riciclavano queste risorse indietro nelle economie occidentali. Questa giostra, almeno per un periodo, ha spinto in avanti il capitalismo. Questo è ora giunto al termine. I capitali stanno scorrendo fuori da queste economie emergenti in un processo inverso, creando instabilità per tutta l'economia mondiale. Piuttosto che stimolanti, i suoi effetti sono depressivi.

"Nei mercati emergenti la crescita delle riserve da $1,7 trilioni alla fine del 2004 è stata per un decennio una prima pietra dell'economia globale", ha spiegato il Financial Times. "Gran parte dei capitali che i mercati emergenti hanno assorbito dai saldi attivi della bilancia commerciale, dagli afflussi di portafoglio e dagli investimenti diretti è stata riciclata nei mercati del debito USA ed europeo, contribuendo a finanziare la crescita alimentata dal debito nelle economie avanzate".

Ha continuato l'articolo:

"Ora questa dinamica può stare andando all'inverso, hanno affermato gli economisti. 'Tutto ciò indica qualcosa di più preoccupante. Se i mercati emergenti non stanno più accumulando riserve di valuta estera, l'eccesso di risparmio mondiale può essere più apparente che reale', ha dichiarato Frederic Neumann, economista della HSBC. Il mondo 'mancherà dolorosamente' il riciclaggio delle riserve dei mercati emergenti quando la disinvolta politica monetaria dell'occidente diventa più stretta, ha aggiunto".  (1° aprile 2015)

Recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha affermato che le riserve totali in valuta estera nelle economie emergenti ed in via di sviluppo sono calate di $114,5 miliardi l'anno nel 2014 a $7,74 trilioni il primo declino annuo da quando nel 1995 è iniziata la serie di dati del FMI. Al loro picco, le riserve dei mercati emergenti hanno raggiunto $8,06 trilioni alla fine del secondo trimestre lo scorso anno.

I dati raccolti dall'ING per le 15 principali economie emergenti indicavano che il declino è accelerato in gennaio e febbraio di quest'anno, quando le riserve si sono contratte per un totale di $299,7 miliardi. Inoltre i dati dell'ING mostravano che, senza precedenti, le riserve si sono ristrette anno su anno per tre mesi in dicembre, gennaio e febbraio.

Anche il Giappone persegue la propria agenda nel tentativo di liberarsi da decenni di bassa crescita e di deflazione. Nondimeno il suo lancio del Quantitative Easing  ha fatto poco per alzare i tassi d'inflazione. L'economia resta depressa e la deflazione è endemica. La caduta dello yen ha tuttavia reso più competitive le sue esportazioni in relazione al resto del mondo.

La Cina non è disposta a rischiare la propria posizione per timore di provocare un collasso. Di fronte alle sfide esterne ha tentato di riequilibrare la sua domanda interna.

Tutto ciò è servito a spingere a svalutazioni competitive del tasso di cambio, con ciascun paese che cerca di risolvere i propri problemi a spese degli altri. Abbiamo già in circolazione il termine "guerre valutarie". Quasi tutte le maggiori banche centrali sono impegnate ad indebolire la loro valuta, se non l'una contro l'altra allora certamente in relazione alle merci, ai beni ed ai servizi.

Sta emergendo una situazione simile a quella degli anni 1930, nei quali vi è pure stata una serie di svalutazioni competitive. Questo non risolverà nulla. Il vantaggio dell'Europa è la pena dell'America. Mentre un paese può essere temporaneamente in grado di scamparvi, ciò non significa che l'economia mondiale possa sfuggirvi. Può finire nella stessa maniera che negli anni 1930, con un collasso del capitalismo come risultato di politiche "impoverisci il tuo vicino".

Gli americani non vorranno che questo continui per avere un cambio alto in un mondo di deflazione.

La posizione in Europa, che è nella stretta di una crisi deflazionistica, da un punto di vista mondiale rende soltanto peggiore la faccenda. Le misure di austerità servono semplicemente a diminuire ancora di più la domanda dell'economia e quindi a creare una situazione economica ancora peggiore. Il lavoro hanno subito alla grande con il capitale. Un articolo sull'Economist (18 gennaio 2014, “The onrushing wave”) asserisce:

". . . i salari sono piatti da un decennio. Le ricerche suggeriscono che questo accade perché rimpiazzare il lavoro con il capitale è sempre più allettante; come risultato i possessori di capitali dagli anni 1980 hanno accaparrato sempre più del reddito mondiale, mentre la quota del lavoro è calata".

Questo è servito inoltre a frenare la domanda. I tedeschi sono fissati con il mantenere i loro surplus commerciali e desiderano imporre lo stesso modello al resto d'Europa. Questo pone semplicemente a razioni da fame l'Europa meridionale.

La Grecia è il punto focale della crisi europea. E' certamente sull'orlo del precipizio. Qualsiasi cosa potrebbe servire a spingere la Grecia fuori dall'euro ed a far precipitare una crisi generale. "Un'uscita inattesa dall'eurozona è diventata piuttosto probabile", scrive Martin Wolf. E' pessimista sulle conseguenze. Chiaramente il tempo sta finendo per ogni risoluzione, poiché secondo le circostanze non è possibile nessuna risoluzione. Le contraddizioni del capitalismo sono troppo grandi. Ogni piccolo ammontare di tempo guadagnato rimanda solamente il giorno della disgrazia, ma prepara per quando arriva un fragore maggiore.

Anche se l'Europa dovesse sperimentare una parziale ripresa, che è inafferrabile, vi sono dei grandi punti interrogativi su quanto la ripresa beneficerà quelli peggio colpiti dagli anni di crisi e di quasi stagnazione. Nell'eurozona la disoccupazione resta all'11,2% e pochi economisti credono che la crescita prenderà un passo abbastanza veloce perché le imprese assumano molti più lavoratori.

Le ultime previsioni della BCE suggeriscono che la crisi dell'eurozona sia stata così severa che il tasso di disoccupazione resterà vicino a numeri a due cifre anche dopo che il programma di Quantitative Easing da 1,1 trilioni di euro sarà attuato completamente.

Secondo delle stime pubblicate in precedenza, gli economisti della BCE ritengono che il 9,9% del mercato del lavoro sarà ancora senza lavoro per la fine del 2017 il punto al quale la banca centrale si aspetta che sia completo la ripresa ciclica della regione! Evidenziano inoltre che la crisi dell'eurozona sia stata così compromettente da avere distrutto permanentemente la capacità dell'economia di creare posti di lavoro, anche se la domanda rimbalza. In altri termini, la disoccupazione di massa è diventata una caratteristica permanente.

I giovani dell'eurozona hanno sopportato tutto il peso della crisi, con tassi di disoccupazione per quelli sotto i 25 anni di età del 50% in Spagna ed in Grecia paragonato a circa un quarto della forza lavoro totale.

Prima della crisi, i tassi di disoccupazione nelle maggiori economie della regione erano in generale simili. Attualmente nella maggiore economia della regione, la Germania, la disoccupazione giovanile è al 7,1%. In Italia, più del 40% delle persone sotto i 25 anni di età in cerca di lavoro ne sono senza.

Ms Reichlin della London Business School ha affermato:

"In Italia vi è una grande riserva di giovani che rischiano di essere perduti per sempre e che nel corso del tempo creerà pressioni politiche. Al momento l'opposizione italiana è frammentata, ma questo non sarà sempre necessariamente il caso".

Chiaramente gli strateghi del capitale con comprendono la crisi del capitalismo. Tale conoscenza pone un grosso punto interrogativo sulla cosiddetta natura eterna del capitalismo e non possono permettersi simili pensieri sovversivi. Ciò non è nuovo ma è stato inteso da Marx 150 anni fa:

"Per lui (Ricardo) non è quindi possibile ammettere che il modo di produzione borghese contiene al suo interno una barriera al libero sviluppo delle forze produttive, una barriera che viene in superficie nelle crisi ed incidentalmente nella sovrapproduzione - il fenomeno fondamentale nelle crisi".

"La sovrapproduzione è specificamente condizionata dalla Legge generale della produzione di capitale: la produzione è in concordanza con le forze produttive, vale a dire con la possibilità che la quantità data di capitale ha di sfruttare la massima quantità di lavoro, senza riguardo per gli effettivi limiti del mercato, dei bisogni accompagnati dalla capacità di pagare". (Marx, Teorie del plusvalore).

E' questa fondamentale contraddizione del capitalismo che si trova al cuore dell'attuale crisi mondiale. Il sistema ha raggiunto i suoi limiti. La cosiddetta ripresa è allusiva come non mai. All'orizzonte si stanno accumulando nuove tempeste mentre gli strateghi del capitale zigzagano da una politica all'altra. Alla fine, qualunque cosa faranno sarà sbagliata.

Nel frattempo, gli imperialisti americani sono preoccupati del loro rallentamento economico (di nuovo) e stanno cercando di contorcere il braccio dell'Europa perché fornisca una domanda accresciuta per un'economia mondiale che ha una mancanza cronica di domanda. "Dopo di voi" è la replica educata normale. Perché la Germania dovrebbe rischiare la propria posizione per salvare, anche se potesse, l'economia mondiale?

Ciascuna classe capitalista cerca di proteggere i propri interessi. Le piacerebbe che gli altri paesi espandessero i loro mercati, ma non il suo. E' questa la logica della competizione capitalista. Esposto a questa contraddizione, il comportamento razionale è uscito dalla finestra mentre sono prese dai fari di una imminente profonda depressione. Su queste basi non vi è nessuna via d'uscita. Loro stesse riconoscono che il caso è questo.

Politicamente la crisi ha delle conseguenze di vasta portata. Come ha spiegato Gideon Rachman, un corrispondente del Financial Times:

"Una depressione, ovvero una recessione molto prolungata, fa più che creare sofferenza economica. Serve anche a screditare le ideologie mainstream ed a stimolare la rabbia contro le elite politiche e quegli effetti possono ben durare oltre il punto al quale le cifre economiche mostrano qualche miglioramento.

"Anche un ritorno alla crescita è improbabile che affronti completamente il senso di malessere economico nella UE. Attraverso l'Europa vi è il timore che interi paesi stiano vivendo oltre i loro mezzi e possano dover accettare un aggiustamento permanente verso il basso dei livelli di vita. In paesi come Grecia, Portogallo ed Irlanda, quell'aggiustamento ha avuto luogo in modo discretamente rapido e brutale a causa della crisi finanziaria ed è risultato in tagli a salari e pensioni nominali.

"Ma anche i paesi che sono sfuggiti al peggio della crisi stanno attraversando un aggiustamento nei livelli di vita che sta colpendo i giovani particolarmente forte. I tassi di disoccupazione giovanile in alcuni paesi sono paurosamente alti: sopra il 50% in Spagna, quasi il 40% in Italia, il 23% in Francia ed il 17% nel Regno Unito. In tutti questi paesi, vi è il timore che la nuova generazione vivrà una vita meno sicura che i loro genitori.

"Come risultato, anche quando i governi possono vantare una crescita relativamente forte, vi è disillusione sull'establishment politico. Nelle elezioni generali di maggio in Gran Bretagna, è probabile che vi sarà una quota bassa record di voti per i partiti che hanno dominato la politica post-bellica, conservatori e laburisti, e forti guadagni per i partiti nazionalisti in Scozia ed Inghilterra". (Financial Times, 23/3/15)

La crescita dei partiti anti-establishment è un riflesso della crisi. Essa segna un netto cambiamento nella consapevolezza ed una profonda interrogazione sul sistema capitalista. Ciò che è chiarissimo, è che sulla base del capitalismo non vi è nessuna via d'uscita. L'Europa ed il mondo si stanno dirigendo verso una nuova epoca di sollevamenti rivoluzionari nei quali le idee del marxismo diventeranno enormemente attraenti.