SOCIALIST APPEAL  

THE MARXIST VOICE OF LABOUR AND YOUTH

 

 

Capitalismo e crisi

Mercoledì, 2 aprile 2014

Scritto da Nelson Wan, QMUL Marxists

Pubblichiamo qui un articolo di Nelson Wan del Queen Mary's University Marxists originariamente pubblicato su Marxist Student -  il giornale della Marxist Student Federation. L'articolo fornisce una veduta generale della spiegazione di Marx sul perché il capitalismo va in crisi, discutendo le contraddizioni insite all'interno del sistema capitalista e ponendo come la sola alternativa: un piano di produzione socialista.

Il 2007-08 ha visto il principio di una crisi economica mondiale diversa da ogni altra che abbiamo visto. Dalla fine della seconda guerra mondiale ci sono state sette recessioni ufficiali, ma ciascuna di queste è stata seguita da un periodo di ripresa relativamente veloce. Tuttavia questa volta la situazione è differente. Non si vede nessuna ripresa o crescita. In tutta Europa (compresa la Gran Bretagna) i salari sono stagnanti, la disoccupazione sta salendo ed il costo della vita sta aumentando rapidamente. Tutto ciò sta avvenendo simultaneamente con austerità governativa e tagli di spesa ai servizi pubblici. Ci viene raccontato che non vi è nessun'altra opzione;  ci siamo tutti dentro assieme e quindi dobbiamo condividere il fardello.

Ma non sono tutte cattive notizie se siete ricchi! Dall'altro capo della scala sociale la ricchezza aumenta ad un tasso esponenziale. Un rapporto dell'Oxfam stima che, globalmente, i redditi dell'1% al vertice sono aumentati del 60% nel corso dei due decenni passati. Qui la contraddizione è enorme. Come può essere questo il caso quando per la vasta maggioranza del popolo la vita diventa più dura? La domanda va proprio alla radice del sistema capitalista e, fino ad oggi, vi è soltanto una forma di analisi economica che può interamente spiegarlo, e questa è il marxismo.

Marx ha spiegato che le crisi economiche non sono semplicemente il risultato di un ciclo meccanico di crescita e recessione, come un pendolo che dondola in un modo e poi in un altro, come vorrebbero farci credere molti economisti borghesi. Piuttosto, le crisi avvengono a causa delle contraddizioni intrinseche del sistema capitalista. Nelle parole di Marx: "La vera barriera della produzione capitalista è il capitale stesso". (Il Capitale vol. 3)

La teoria del valore lavoro

Allo scopo di comprendere le ragioni delle crisi, dobbiamo guardare alla Teoria del valore lavoro una teoria che Marx ha sviluppato e costruito dagli economisti classici Adam Smith e David Ricardo.

La Teoria del valore lavoro spiega che il valore di una merce è determinato dall'ammontare di lavoro riversato nel produrre quella merce; il "lavoro socialmente necessario" richiesto. Il lavoro è l'espressione più accurata del valore poiché è la sostanza sociale comune per tutto ciò che viene prodotto nella società. Il lavoro entra in ogni cosa.

Il valore di scambio è la cristallizzazione del lavoro che è necessario per i livelli attuali di tecnologia della società e con l'abilità media di un lavoratore in quel settore. Il prezzo di mercato di una merce è soltanto l'espressione monetaria di quel valore (essendo il denaro stesso una merce). Le forze di mercato dell'offerta e della domanda rendono soltanto conto delle fluttuazioni del prezzo di una merce, ma non spiega in nessun modo questo valore di scambio al punto in cui offerta e domanda sono in equilibrio.

La sovrapproduzione

La base del sistema capitalista è la produzione nell'interesse del profitto. Il profitto è ricavato dal plusvalore, che è il lavoro non pagato di un lavoratore. Ma come è possibile questo quando sono pagati i salari a tutti i lavoratori? La risposta, in breve, è che ai lavoratori non viene pagato il valore pieno di quello che produce.

La giornata lavorativa può essere divisa in due parti: una parte del giorno in cui il lavoratore produce il valore del proprio salario; nel resto della giornata lavorativa, che è completamente non pagata, il lavoratore produce un "sovrappiù" di valore valore che il capitalista ottiene gratis. Quindi questo plusvalore viene reinvestito nella produzione oppure intascato per il consumo del capitalista.

Il salario che viene pagato al lavoratore da l'illusione di un decente lavoro giornaliero per una decente paga giornaliera, ma in effetti il salario è soltanto l'ammontare di denaro necessario per sostenere quel lavoratore; l'ammontare necessario per alimentare, vestire, dare rifugio ed istruire il lavoratore ecc. e così permettere lo sfruttamento continuo del lavoro. 

Il fatto che il capitalismo produca per il profitto che i lavoratori producono in un giorno più valore di quanto vengono ripagati significa che i salari dei lavoratori non possono mai eccedere il valore prodotto nella società. Di conseguenza, i lavoratori non saranno mai in grado di riacquistare il valore completo di ciò che hanno collettivamente prodotto. Questo non è per dire che piccoli "lussi" come TV, computer ed automobili non possano essere acquistati da singole famiglie lavoratrici. Ma, come classe, i lavoratori cioè le famiglie ordinarie non possono permettersi di acquistare la somma totale di marci che il sistema capitalista produce.

Chiunque debba vendere la propria forza lavoro per un salario viene classificato come un lavoratore, parte della classe lavoratrice. Questa classe forma la vasta maggioranza della popolazione e quindi conta pure per una grande parte del mercato per le merci. Questi fatti da soli lasciano il sistema capitalista incline alla sovrapproduzione produrre più di quanto il mercato possa assorbire. Moltiplicate questo per l'ammontare di altri capitalisti che competono l'uno con l'altro su questo mercato limitato ed otteniamo un quadro più accurato della scala di questo problema.

Contrariamente a ciò che sosterrebbero gli economisti capitalisti, il capitalismo non produce sulla base di ciò che è necessario nella società, ma sulla base di ciò che è redditizio. Il capitalista è incapace di considerare le limitazioni del mercato, che sorgono come risultato della produzione per il profitto. Allo scopo di sopravvivere, ciascun capitalista deve ricavare profitti e dunque un flusso infinito di merci deve essere pompato dentro il mercato. Alla fine il mercato raggiunge un punto di rottura poiché diventa saturo di merci che non possono essere vendute; il sistema finisce in crisi crisi di sovrapproduzione.

I fattori di bilanciamento

Ma deve essere posta la questione: se la sovrapproduzione è inevitabile, perché il capitalismo non è sempre in una condizione di crisi? Per esempio, la Cina sembra stia andando relativamente bene in confronto all'Europa (sebbene anche là l'economia stia rallentando). Nonostante le leggi economiche spiegate sopra, che chiariscono come la sovrapproduzione e le crisi siano inevitabili sotto il capitalismo, vi sono anche dei fattori di bilanciamento da considerarsi modi in cui il capitalismo evita e ritarda l'inizio della crisi, ma soltanto per aprire la strada per una crisi maggiore in futuro.

Nei pochi decenni trascorsi, per la classe dominante la soluzione principale è stata il credito. Il credito può permettere che abbia luogo un maggiore ammontare di consumo perché i capitalisti espandano artificialmente il mercato nel breve termine a costo di creare una crisi maggiore in futuro. Questa crisi attuale è così grave esattamente perché la rapida espansione del credito che è preceduta ha posato le fondamenta per una crisi ancora peggiore, poiché alla fine i debiti devono essere saldati. La disponibilità di credito allarga soltanto il mercato oltre i suoi limiti naturali, quindi può soltanto rinviare una crisi inevitabile.

Anche la globalizzazione ed il commercio mondiale hanno consentito al capitalismo di continuare temporaneamente ad espandersi. "Il bisogno di un mercato che si espanda costantemente perché i suoi prodotti inseguano la borghesia sull'intera superficie del globo. Deve annidarsi dovunque, sistemarsi dovunque, stabilire connessioni dovunque". Il Manifesto Comunista. Ma, di nuovo, il mercato mondiale ha dei limiti finiti; l'espansione non può continuare per sempre ed il capitalismo va contro i limiti dello stato nazione.

I capitalisti tentano continuamente di incrementare i profitti aumentando il plusvalore assoluto e relativo che i lavoratori producono vale a dire, allungando la giornata lavorativa o incrementando la produttività, così producendo più plusvalore con lo stesso livello di salari. Anche lo sviluppo e l'applicazione della tecnologia, dovuta agli investimenti, permette loro di vendere le loro merci ad un prezzo più basso, riducendo l'ammontare di lavoro umano richiesto e così rendendo le merci più convenienti e più facili da produrre riducendo il costo del salario.

Tuttavia, il paradosso sull'incrementare l'utilizzo della tecnologia è che come diventa necessario sempre meno lavoro, accadono due cose: le macchine, che sostituiscono il lavoro salariato, non possono consumare, quindi la "domanda effettiva" nel mercato cioè la capacità per i lavoratori di acquistare è ridotta ulteriormente; nel frattempo, poiché è soltanto il lavoro umano che crea valore, come le macchine rimpiazzano i lavoratori la capacità di fare profitti nel corso del lungo termine è effettivamente ridotta.

Il capitalismo in un vicolo cieco

Quando i marxisti sostengono che il capitalismo ha raggiunto una impasse non intendiamo che non può riprendersi. Il capitalismo troverà sempre la sua via d'uscita dalla più grave delle crisi. Ma affermare che l'economia si raddrizzerà di nuovo non ci dice assolutamente nulla. Le domande vere sono: quanto tempo ci vorrà per la ripresa? Ed a quale costo? Nel periodo attuale il costo sembra essere troppo grande da sopportare per la società.

Storicamente la guerra è stata un mezzo molto efficiente per eliminare la 'capacità in eccesso' nel sistema, cioè la sovrapproduzione, attraverso la distruzione delle forze produttive. Tuttavia, in tempi moderni, per il prevedibile futuro la guerra non è prevista. Con gli armamenti che raggiungono un livello sempre più letale di sviluppo, un conflitto globale rischierebbe l'annientamento della razza umana - che non è quello che i capitalisti vogliono. E tra chi sarebbe questa guerra? Quindi, piuttosto che la guerra tra nazioni, la prospettiva è di una guerra tra le classi guerra di classe tra l'1% ed il 99%.

Neppure l'economia keynesiana l'idea di investimenti e di stimoli pubblici per mantenere la domanda non può risolvere la crisi; lo stato semplicemente non ha il denaro da spendere. Effettivamente, i mercati finanziari stanno dicendo ai governi di fare precisamente l'opposto tagliare la spesa pubblica. Brevi scoppi di investimenti statali possono servire soltanto come alleviamento di breve termine. In definitiva lo stato può spendere soltanto tassando i capitalisti, riducendo così i loro profitti, oppure tassando i lavoratori e così mordendo la domanda, oppure finanziando un deficit e incrementando ulteriormente il debito pubblico debito che deve essere saldato e già al suo limite.

Al capo opposto della scala economica nemmeno, le politiche monetariste o "pareggio di bilancio" e "mercati del lavoro flessibili" aiuteranno. Restrizioni pesanti alla spesa pubblica risulteranno soltanto in diminuito consumo e peggioreranno la crisi, per non parlare della disoccupazione di massa e del malessere sociale che tale monetarismo causa. Vi è soltanto bisogno di guardare ai primi anni della Thatcher e del suo esperimento monetarista. Tra il 1979 ed il 1981 l'inflazione in realtà è aumentata, assieme alla disoccupazione, tutto mentre l'economia ha continuato a crollare. La crescita è avvenuta soltanto dopo che sono state alleggerite le politiche monetariste. Oggi, i tassi d'interesse sono già ai livelli più bassi, così le banche centrali non possono diminuirli per incoraggiare le richieste di prestito - a meno che le banche non vogliano pagare la gente per acquisire finanziamenti!

Un'opzione popolare di questi giorni tra i riformisti sembra essere quella di "tassare i ricchi". Ma, come ha scoperto il presidente francese François Hollande, tassare i ricchi a tassi più alti è impossibile, poiché i padroni semplicemente chiuderanno le loro fabbriche e si sposteranno altrove. Questo è ciò che è noto come una fuga di capitali e l'ultima cosa che dei paesi oppressi dalla crisi vogliono è proprio meno investimenti.

Attualmente gli USA, il Regno Unito e la UE impiegano una tattica nota come "alleggerimento quantitativo", più comunemente nota come stampare denaro. Ma questo è un processo di diminuzione di guadagno. Come l'eroinomane, devono somministrare dosi sempre maggiori di narcotici allo scopo di ottenere la stessa sensazione di eccitamento; pompare denaro nell'economia senza aumentare l'ammontare di valore prodotto alla fine porta ad una massiccia inflazione che in definitiva non risolve nulla.

L'alternativa socialista

Sotto il capitalismo l'austerità sembra essere la soluzione e così non vediamo nulla eccetto che tagli in tutto il mondo. Ci viene raccontato che la gente comune deve pagare per la crisi. Anche i commentatori seri della classe capitalista predicono almeno 10 anni di austerità, forse anche 20. Ma vi è solamente tanto che la società può sottrarre.

Tuttavia si parla soltanto raramente di alternativa. Se la produzione nella società fosse posta sotto il controllo dei lavoratori e pianificata razionalmente, allora la ricchezza nella società potrebbe essere distribuita sulla base del bisogno e del desiderio sociale piuttosto che del profitto. Gli enormi problemi economici e sociali che il mondo ha di fronte potrebbero essere risolti facilmente.

Sotto il capitalismo, con l'attuale crisi di sovrapproduzione, esiste la contraddizione della "povertà tra l'abbondanza". Viene prodotto cibo sufficiente per alimentare l'intera popolazione mondiale, tuttavia milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Restano case vuote assieme ai senza tetto. Vi sono milioni di disoccupati, tuttavia milioni in più che lavorano 50-60 ore alla settimana.

Sotto un piano di produzione socialista, razionale e democratico, potremmo fornire il pieno impiego con orari di lavoro significativamente ridotti, un salario minimo, alloggio ed istruzione per tutti, assistenza sanitaria gratuita ed una pensione decente. Realizzare questo richiederebbe prendere il controllo delle leve chiave dell'economia le banche, le infrastrutture e le grandi multinazionali e gestirle nell'interesse della vasta maggioranza della società, piuttosto che nell'interesse dei capitalisti una minuscola minoranza.

Il sistema capitalista sparge i semi della propria distruzione, creando un terreno che è maturo per la rivoluzione. Con un movimento rivoluzionario delle masse, un programma marxista ed un'alternativa socialista, il capitalismo e la società di classe potranno essere aboliti. La razza umana potrà essere spinta in una nuova epoca e per la prima volta realizzare pienamente il suo potenziale. Il socialismo non sarà la fine della storia, ma semplicemente il principio.