|
Pubblichiamo qui un articolo di
Nelson Wan
del Queen Mary's
University Marxists originariamente
pubblicato su
Marxist Student - il
giornale della
Marxist Student
Federation.
L'articolo
fornisce una veduta generale della spiegazione di Marx sul perché il
capitalismo va in crisi, discutendo le contraddizioni insite all'interno
del sistema capitalista e ponendo come la sola alternativa: un piano di
produzione socialista.
Il
2007-08 ha visto il
principio di una crisi economica mondiale diversa da ogni altra che
abbiamo visto. Dalla fine della seconda guerra mondiale ci sono state
sette recessioni ufficiali, ma ciascuna di queste è stata seguita da un
periodo di ripresa relativamente veloce. Tuttavia questa volta la
situazione è differente. Non si vede nessuna ripresa o crescita. In
tutta Europa (compresa la Gran Bretagna) i salari sono
stagnanti, la disoccupazione sta salendo ed il costo della vita sta
aumentando rapidamente. Tutto ciò sta avvenendo simultaneamente con
austerità governativa e tagli di spesa ai servizi pubblici. Ci viene
raccontato che non vi è nessun'altra opzione; ci siamo tutti
dentro assieme e quindi dobbiamo condividere il fardello.
Ma non sono tutte cattive notizie
– se siete ricchi!
Dall'altro capo della scala sociale la ricchezza aumenta ad un tasso
esponenziale. Un rapporto dell'Oxfam stima che,
globalmente, i redditi dell'1% al vertice sono aumentati del 60% nel
corso dei due decenni passati. Qui la contraddizione è enorme. Come può
essere questo il caso quando per la vasta maggioranza del popolo la vita
diventa più dura? La domanda va proprio alla radice del sistema
capitalista e, fino ad oggi, vi è soltanto una forma di analisi
economica che può interamente spiegarlo, e questa è il marxismo.
Marx ha spiegato che le crisi economiche non sono semplicemente il
risultato di un ciclo meccanico di crescita e recessione, come un
pendolo che dondola in un modo e poi in un altro, come vorrebbero farci
credere molti economisti borghesi. Piuttosto, le crisi avvengono a causa
delle contraddizioni intrinseche del sistema capitalista. Nelle parole
di Marx: "La vera barriera della produzione capitalista è il capitale
stesso". (Il Capitale vol. 3)
La teoria del valore lavoro
Allo scopo di comprendere le ragioni delle crisi, dobbiamo guardare
alla
Teoria del
valore lavoro –
una teoria che Marx ha sviluppato e costruito dagli economisti
classici
Adam Smith
e David Ricardo.
La Teoria del valore lavoro spiega che il valore di una merce è
determinato dall'ammontare di lavoro riversato nel produrre quella
merce; il "lavoro socialmente necessario" richiesto. Il lavoro è
l'espressione più accurata del valore poiché è la sostanza sociale
comune per tutto ciò che viene prodotto nella società. Il lavoro entra
in ogni cosa.
Il valore di scambio è la cristallizzazione del lavoro che è
necessario per i livelli attuali di tecnologia della società e con
l'abilità media di un lavoratore in quel settore. Il prezzo di mercato
di una merce è soltanto l'espressione monetaria di quel valore (essendo
il denaro stesso una merce). Le forze di mercato dell'offerta e della
domanda rendono soltanto conto delle fluttuazioni del prezzo di una
merce, ma non spiega in nessun modo questo valore di scambio al punto in
cui offerta e domanda sono in equilibrio.
La sovrapproduzione
La base del sistema capitalista è la produzione nell'interesse del
profitto. Il profitto è ricavato dal plusvalore, che è il lavoro non
pagato di un lavoratore. Ma come è possibile questo quando sono pagati i
salari a tutti i lavoratori? La risposta, in breve, è che ai lavoratori
non viene pagato il valore pieno di quello che produce.
La giornata lavorativa può essere divisa in due parti: una parte
del giorno in cui il lavoratore produce il valore del proprio salario;
nel resto della giornata lavorativa, che è completamente non pagata, il
lavoratore produce un "sovrappiù" di valore
– valore che il
capitalista ottiene gratis. Quindi questo plusvalore viene reinvestito
nella produzione oppure intascato per il consumo del capitalista.
Il salario che viene pagato al lavoratore da l'illusione di un
decente lavoro giornaliero per una decente paga giornaliera, ma in
effetti il salario è soltanto l'ammontare di denaro necessario per
sostenere quel lavoratore; l'ammontare necessario per alimentare,
vestire, dare rifugio ed istruire il lavoratore ecc. e così permettere
lo sfruttamento continuo del lavoro.
Il fatto che il capitalismo produca per il profitto
– che i lavoratori
producono in un giorno più valore di quanto vengono ripagati
– significa che i
salari dei lavoratori non possono mai eccedere il valore prodotto nella
società. Di conseguenza, i lavoratori non saranno mai in grado di
riacquistare il valore completo di ciò che hanno collettivamente
prodotto. Questo non è per dire che piccoli "lussi" come TV, computer ed
automobili non possano essere acquistati
da singole famiglie lavoratrici. Ma, come classe, i lavoratori
– cioè le famiglie
ordinarie
– non possono
permettersi di acquistare la somma totale di marci che il sistema
capitalista produce.
Chiunque debba vendere la propria forza lavoro per un salario viene
classificato come un lavoratore, parte della classe lavoratrice. Questa
classe forma la vasta maggioranza della popolazione e quindi conta pure
per una grande parte del mercato per le merci. Questi fatti da soli
lasciano il sistema capitalista incline alla sovrapproduzione
– produrre più di
quanto il mercato possa assorbire. Moltiplicate questo per l'ammontare
di altri capitalisti che competono l'uno con l'altro su questo mercato
limitato ed otteniamo un quadro più accurato della scala di questo
problema.
Contrariamente a ciò che sosterrebbero gli economisti capitalisti,
il capitalismo non produce sulla base di ciò che è necessario nella
società, ma sulla base di ciò che è redditizio. Il capitalista è
incapace di considerare le limitazioni del mercato, che sorgono come
risultato della produzione per il profitto. Allo scopo di sopravvivere,
ciascun capitalista deve ricavare profitti e dunque un flusso infinito
di merci deve essere pompato dentro il mercato. Alla fine il mercato
raggiunge un punto di rottura poiché diventa saturo di merci che non
possono essere vendute; il sistema finisce in crisi
– crisi di
sovrapproduzione.
I fattori di bilanciamento
Ma deve essere posta la questione: se la sovrapproduzione è
inevitabile, perché il capitalismo non è sempre in una condizione di
crisi? Per esempio, la Cina sembra stia andando relativamente bene in
confronto all'Europa (sebbene anche là l'economia stia rallentando).
Nonostante le leggi economiche spiegate sopra, che chiariscono come la
sovrapproduzione e le crisi siano inevitabili sotto il capitalismo, vi
sono anche dei fattori di bilanciamento da considerarsi
– modi in cui il
capitalismo evita e ritarda
l'inizio della crisi, ma soltanto per aprire la strada per una
crisi maggiore in futuro.
Nei pochi decenni trascorsi, per la classe dominante la soluzione
principale è stata il credito. Il credito può permettere che abbia luogo
un maggiore ammontare di consumo
– perché i
capitalisti espandano artificialmente il mercato nel breve termine a
costo di creare una crisi maggiore in futuro. Questa crisi attuale è
così grave esattamente perché la rapida espansione del credito che è
preceduta ha posato le fondamenta per una crisi ancora peggiore, poiché
alla fine i debiti devono essere saldati. La disponibilità di credito
allarga soltanto il mercato oltre i suoi limiti naturali, quindi può
soltanto rinviare una crisi inevitabile.
Anche la globalizzazione ed il commercio mondiale hanno consentito al
capitalismo di continuare temporaneamente ad espandersi. "Il bisogno di
un mercato che si espanda costantemente perché i suoi prodotti inseguano
la borghesia sull'intera superficie del globo. Deve annidarsi dovunque,
sistemarsi dovunque, stabilire connessioni dovunque".
– Il Manifesto
Comunista. Ma, di nuovo, il mercato mondiale ha dei limiti finiti;
l'espansione non può continuare per sempre ed il capitalismo va contro i
limiti dello stato nazione.
I capitalisti tentano continuamente di incrementare i profitti
aumentando il plusvalore assoluto e relativo che i lavoratori producono
– vale a dire,
allungando la giornata lavorativa o incrementando la produttività, così
producendo
più plusvalore con lo stesso livello di salari. Anche lo sviluppo e
l'applicazione della tecnologia, dovuta agli investimenti, permette loro
di vendere le loro merci ad un prezzo più basso, riducendo l'ammontare
di lavoro umano richiesto e così rendendo le merci più convenienti e più
facili da produrre riducendo il costo del salario.
Tuttavia, il paradosso sull'incrementare l'utilizzo della
tecnologia è che come diventa necessario sempre meno lavoro, accadono
due cose: le macchine, che sostituiscono il lavoro salariato, non
possono consumare, quindi la "domanda effettiva" nel mercato
–
cioè la capacità per i lavoratori di acquistare
– è ridotta
ulteriormente; nel frattempo, poiché è soltanto il lavoro umano che crea
valore, come le macchine rimpiazzano i lavoratori la capacità di fare
profitti
nel corso del lungo termine è effettivamente ridotta.
Il capitalismo in un vicolo cieco
Quando i marxisti sostengono che il capitalismo ha raggiunto una
impasse non intendiamo che non può riprendersi. Il capitalismo troverà
sempre la sua via d'uscita dalla più grave delle crisi. Ma affermare che
l'economia si raddrizzerà di nuovo non ci dice assolutamente nulla. Le
domande vere sono: quanto tempo ci vorrà per la ripresa? Ed a quale
costo? Nel periodo attuale il costo sembra essere troppo grande da
sopportare per la società.
Storicamente la guerra è stata un mezzo molto efficiente per
eliminare la 'capacità in eccesso' nel sistema, cioè la
sovrapproduzione, attraverso la distruzione delle forze produttive.
Tuttavia, in tempi moderni, per il prevedibile futuro la guerra non è
prevista. Con gli armamenti che raggiungono un livello sempre più letale
di sviluppo, un conflitto globale rischierebbe l'annientamento della
razza umana
- che non è quello
che i capitalisti vogliono. E tra chi sarebbe questa guerra? Quindi,
piuttosto che la guerra tra nazioni, la prospettiva è di una guerra tra
le classi
– guerra di classe
tra l'1% ed il 99%.
Neppure l'economia
keynesiana –
l'idea di investimenti e di stimoli pubblici per mantenere la
domanda
–
non può risolvere la crisi; lo stato semplicemente non ha il denaro
da spendere. Effettivamente, i mercati finanziari stanno dicendo ai
governi di fare precisamente l'opposto
– tagliare la spesa pubblica. Brevi scoppi di
investimenti statali possono servire soltanto come alleviamento di breve
termine. In definitiva lo stato può spendere soltanto tassando i
capitalisti, riducendo così i loro profitti, oppure tassando i
lavoratori e così
mordendo la domanda, oppure finanziando un deficit e incrementando
ulteriormente il debito pubblico
– debito che deve essere saldato e già al suo limite.
Al capo opposto della scala economica nemmeno, le politiche
monetariste
– o "pareggio di
bilancio" e "mercati del lavoro flessibili"
–
aiuteranno. Restrizioni pesanti alla spesa pubblica risulteranno
soltanto in diminuito consumo e peggioreranno la crisi, per non parlare
della disoccupazione di massa e del malessere sociale che tale
monetarismo causa. Vi è soltanto bisogno di guardare ai primi anni della
Thatcher e del suo
esperimento monetarista. Tra il 1979 ed il 1981 l'inflazione in realtà è
aumentata, assieme alla disoccupazione,
tutto mentre l'economia ha continuato a crollare. La crescita è
avvenuta soltanto dopo che sono state alleggerite le politiche
monetariste. Oggi, i tassi d'interesse sono già ai livelli più bassi,
così le banche centrali non possono diminuirli per incoraggiare le
richieste di prestito
- a
meno che le banche non vogliano pagare la gente per acquisire
finanziamenti!
Un'opzione popolare di questi giorni tra i riformisti sembra essere
quella di "tassare i ricchi". Ma, come ha scoperto il presidente
francese
François Hollande, tassare i
ricchi a tassi più alti è impossibile, poiché i padroni semplicemente
chiuderanno le loro fabbriche e si sposteranno altrove. Questo è ciò che
è noto come una fuga di capitali e l'ultima cosa che dei paesi oppressi
dalla crisi vogliono è proprio meno investimenti.
Attualmente gli USA, il Regno Unito e la UE impiegano una tattica
nota come "alleggerimento quantitativo", più comunemente nota come
stampare denaro. Ma questo è un processo di diminuzione di guadagno.
Come l'eroinomane, devono somministrare dosi sempre maggiori di
narcotici allo scopo di ottenere la stessa sensazione di eccitamento;
pompare denaro nell'economia senza aumentare l'ammontare di valore
prodotto alla fine porta ad una massiccia inflazione che in definitiva
non risolve nulla.
L'alternativa socialista
Sotto il capitalismo l'austerità sembra essere la soluzione e così
non vediamo nulla eccetto che tagli in tutto il mondo. Ci viene
raccontato che la gente comune deve pagare per la crisi. Anche i
commentatori seri della classe capitalista predicono almeno 10 anni di
austerità, forse anche 20. Ma vi è solamente tanto che la società può
sottrarre.
Tuttavia si parla soltanto raramente di alternativa. Se la
produzione nella società fosse posta sotto il controllo dei lavoratori e
pianificata razionalmente, allora la ricchezza nella società potrebbe
essere distribuita sulla base del bisogno e del desiderio sociale
piuttosto che del profitto. Gli enormi problemi economici e sociali che
il mondo ha di fronte potrebbero essere risolti facilmente.
Sotto il capitalismo, con l'attuale crisi di sovrapproduzione,
esiste la contraddizione della "povertà tra l'abbondanza". Viene
prodotto cibo sufficiente per alimentare l'intera popolazione mondiale,
tuttavia milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Restano case
vuote assieme ai senza tetto. Vi sono milioni di disoccupati, tuttavia
milioni in più che lavorano 50-60 ore alla settimana.
Sotto un piano di produzione socialista, razionale e democratico,
potremmo fornire il pieno impiego con orari di lavoro significativamente
ridotti, un salario minimo, alloggio ed istruzione per tutti, assistenza
sanitaria gratuita ed una pensione decente. Realizzare questo
richiederebbe prendere il controllo delle leve chiave dell'economia
– le banche, le
infrastrutture e le grandi multinazionali
– e gestirle
nell'interesse della vasta maggioranza della società, piuttosto che
nell'interesse dei capitalisti
– una minuscola
minoranza.
Il sistema capitalista sparge i semi della propria distruzione,
creando un terreno che è maturo per la rivoluzione. Con un movimento
rivoluzionario delle masse, un programma marxista ed un'alternativa
socialista, il capitalismo e la società di classe potranno essere
aboliti. La razza umana potrà essere spinta in una nuova epoca e per la
prima volta realizzare pienamente il suo potenziale. Il socialismo non
sarà la fine della storia, ma semplicemente il principio.
|