The internationalists

Internationalist Communist Tendency

 

 

La crisi capitalista, cause e conseguenze Un breve esame generale

 

Oggi nessuno nega l'ovvia realtà della crisi economica. La tendenza verso il peggioramento delle condizioni sociali per la vasta maggioranza della popolazione è universale. Esempi estremi come la Grecia (al momento in cui si scrive) mostrano il futuro di ogni stato le cui fondamenta capitaliste possono provocare soltanto la spirale dell'antagonismo di classe.

Perché questa crisi è accaduta è l'epicentro di questo breve articolo introduttivo, necessariamente ampio e relativamente semplice nonostante le complessità dell'argomento, che aspira a mettere da parte gli elementi non essenziali allo scopo di contribuire come arma teoretica per catalizzare ed accelerare la consapevolezza rivoluzionaria di quegli elementi della classe lavoratrice che cercano una soluzione ad una crisi che si intensifica devastando tante vite. La tentazione di citare estesamente "vecchi maestri" come Marx ed Engels è respinta ma chiunque legga questo e sia costretto a verificare la loro proposta sostanziale principale, che il capitalismo sia entrato inevitabilmente in una crisi insolubile e che l'unica via d'uscita è il suo rovesciamento rivoluzionario, troverà abbondante materiale nel sito web della INTERNATIONALIST COMMUNIST TENDENCY (www.leftcom.org).

Tra le varie organizzazioni rivoluzionarie la spiegazione per la crisi capitalista centra generalmente su due questioni principali, la tendenza dei tassi di profitto a declinare e la difficoltà nel trovare mercati per l'enorme capacità produttiva che il capitalismo genera.

Parlando in generale, le opere iniziali di Marx ed Engels tendono ad enfatizzare il ruolo della sovrapproduzione, dei mercati saturati e del consumo limitato della classe lavoratrice impoverita. Ogni pochi anni i capitalisti si trovano incapaci di vendere le loro merci a dei prezzi compatibili con l'ulteriore espansione e hanno dovuto essere scaricate a buon mercato o lasciate marcire, le imprese sono fallite, la disoccupazione è salita ed i salari caduti, risultando alla fine nell'emergere di imprese sempre più grandi che hanno rilevato la capacità produttiva ed i mercati delle molteplici operazioni fallite e spinto il sistema capitalista in tutto il mondo. Essenzialmente la restrizione di sovrapproduzione (o sotto consumo perché non è che il capitalismo produca più di quanto sia richiesto, ma produce più di quanto i lavoratori possano permettersi) è il risultato di una caratteristica sostanziale della produzione capitalista; lo sfruttamento dei lavoratori che creano profitto solamente a causa della disparità tra la loro energia ed il loro compenso in salari che permette loro di acquistare merci (cioè il lavoro dei lavoratori). La differenza tra i due, il lavoro fornito ed il lavoro consumato dalla classe lavoratrice, è il PLUSVALORE che è il segreto 'sporco' del profittare capitalista.

E' precisamente il tentativo da parte dei capitalisti di massimizzare il plusvalore (cioè il lavoro non pagato, lo sfruttamento, il profitto) che li porta su un sentiero di innovazione tecnica per conquistare ed espandere i mercati, come pure di una spinta incessante ad abbassare i costi del lavoro, inclusi i salari. Il risultato è che sempre più quantità di materie prime, macchinario, impianti (quello che chiamiamo capitale costante) deve essere acquistato e processato, tuttavia nessuno di questi genera profitto che viene creato soltanto sfruttando il lavoro vivente, il plusvalore. Il risultato per i tassi di profitto sugli investimenti è una pressione a declinare e questo può manifestarsi in diversi modi, declino reale dei tassi di profitto, chiusure e disoccupazione, abbandono di aree di produzione non redditizie e l'alimentarsi dell'antagonismo tra capitale e lavoro poiché profitti e salari sono diametralmente opposti.

Così. per coloro, come noi stessi, che enfatizzano il ruolo determinante del declino tendenziale dei tassi di profitto nel portare ad un'intensificazione della crisi, la sovrapproduzione è la sua esteriorità e visibile espressione, come pure molti altri indicatori di malessere sociale con i quali siamo fin troppo familiari, orari più lunghi per qualcuno, disoccupazione per altri, crescita della povertà e concentrazione della ricchezza, livelli crescenti del debito pubblico mentre esso cerca di mitigare inutilmente i danni generati dal processo capitalista.

I suddetti contorni toccano meramente la superficie, ma il messaggio essenziale è che la crisi è il risultato inevitabile del processo capitalista e sfida tutti i tentativi di risolverla senza abbandonare la struttura economica capitalista che la genera. Ogni palliativo, ogni ripresa dalle conseguenze storiche di crisi minori, ciascuna crescente nelle dimensioni, serve soltanto a creare la scena per la successiva ad un livello più elevato, fino alla crisi che abbiamo davanti a noi.

L'intervento statale di qualsiasi genere, inclusa la piena proprietà statale dei mezzi di produzione (come avvenne nei cosiddetti paesi socialisti dove i lavoratori restavano sfruttati ed il plusvalore era gestito dalla burocrazia di stato) non può risolvere il problema che persiste finché persiste il capitalismo, il problema di estorcere i livelli necessari di plusvalore per continuare l'espansione capitalista. Il plusvalore può essere spostato da un settore ad un altro nel tentativo di mantenere a galla le imprese deboli, ma ciò è soltanto diffondere il carico, rinviare il crollo di un'area a spese di indebolire il complesso.

Oggi la crisi ha consumato tutti i mezzi disponibili per nascondere i suoi effetti devastanti dalla popolazione generale. L'accumulazione di un massiccio debito pubblico, la fuga di capitale dalla produzione non redditizia ad ogni sorta di schema speculativo, la rimozione di ostacoli ai flussi di capitale, la globalizzazione, la disoccupazione di massa, la dislocazione economica in aree specifiche, tutto ciò ora è diventato una crisi universale dove nessuno degli attori capitalisti può pretendere di essere al di fuori della sua presa. E l'intera classe lavoratrice è sotto attacco poiché i capitalisti ricorrono a tagli su scala massiccia nel futile tentativo di ristabilire deboli tassi di profitto. Il futuro porterà soltanto cose peggiori finché al capitalismo è permesso di esistere.

Così ora è possibile parlare di una crisi insolubile. Questa potrebbe essere una deviazione dallo studio passato del processo capitalista, ma non nel senso che precedenti crisi capitaliste non potevano essere state terminali per il sistema. Nonostante i tentativi borghesi di mettere nella spazzatura l'intero concetto, il 1917, che vide gli inizi di una rivoluzione mondiale e che fu l'unica mai concepita come tale dai suoi autori bolscevichi che sapevano che il risultato necessario di una rivoluzione isolata all'interno i confini relativamente arretrati della Russia ex zarista poteva soltanto degenerare, pose dovunque un pericolo molto reale all'intero edificio capitalista.

Oggi comunque la prospettiva per il capitalismo è molto più grave persino che nei giorni bui della guerra di trincea, di attrito e di macello di massa per alcuni metri perduti ed ottenuti. La crisi attuale, e qui ci riferiamo alla crisi che si apre alla fine della crescita del periodo post bellico, approssimativamente alla fine degli anni sessanta, nonostante tutte le molte curve che hanno soltanto posticipato il giorno dell'evidente e chiara crisi che ora abbiamo di fronte, è la più lunga nella storia del capitalismo. Lenin può avere sostenuto che non vi è nessuna crisi economica dalla quale il capitalismo non possa alla fine districarsi, ma ciò è stato in un'epoca in cui il possibile meccanismo di ricomposizione della guerra mondiale, il solo mezzo conosciuto per svalutare massicciamente e simultaneamente una massa sufficiente di capitale (distruzione) era ancora una definita strategia praticabile, almeno per la parte vittoriosa. Ora la possibilità di condurre con successo una guerra globale imperialista nel senso di uscirne dall'altra parte in condizioni che permettano una ripresa capitalista è estremamente improbabile, ma una tale possibilità non può essere scontata nella sua interezza.

Forse è possibile che l'orrore della guerra imperialista permetterà al capitalismo una ulteriore aspettativa di vita ma, se l'alternativa è la 3^ GM, allora questo difficilmente sminuisce l'argomento della crisi terminale. E soltanto nel caso che qualcuno preferisca seriamente gettare il dado della guerra imperialista generalizzata, non dimentichiamo che la schiacciante opinione scientifica di maggioranza è che il riscaldamento globale scatenerà delle forze che renderanno impossibile la civilizzazione se continuiamo giù per il sentiero di espandere le emissioni, un sentiero che il capitalismo non può evitare. Comunque, nell'interesse dell'accuratezza diciamo che la crisi del capitalismo offre un'alternativa: Guerra Mondiale o Rivoluzione Mondiale. Certamente, sebbene il capitalismo possa soltanto produrre varie gradazioni di inferno, un esito socialista riuscito non è totalmente sicuro.

E' questa la prospettiva che la classe lavoratrice ha bisogno di abbracciare;  il capitalismo può produrre soltanto condizioni sempre in peggioramento per la sua ospite della classe lavoratrice. Questa oggi è la conseguenza sostanziale della crisi capitalista, essa stessa l'incarnazione ultima di una serie di crisi che hanno costretto il capitalismo a distruggere tutte le precedenti forme economiche e ad intraprendere la lotta economica a livelli da incubo di guerre mondiali mentre gli stati tentavano di mettere al sicuro materiali, lavoro e mercati per i loro sostenitori capitalisti. Se partiamo dal presupposto che la 3^ GM sarebbe troppo devastante per consentire una ripresa dell'accumulazione capitalista, ora il capitalismo non ha nessun posto dove andare altro che la soluzione limitata della guerra localizzata e l'impoverimento e l'intensificazione dello sfruttamento della classe lavoratrice, indebolendo così ulteriormente i suoi possibili mercati ed alimentando la lotta di classe ad un tono febbrile. Scontando ancora un'altra rinascita post bellica (e chi vuole seriamente provare questo punto?), questa è la crisi finale ed il capitalismo non ha nessuna speranza. Ma l'umanità si.

I giorni di riforme e di lotta economica per condizioni migliori sotto il capitalismo sono finiti come mezzi della classe lavoratrice per migliorare le sue condizioni generali ed inesorabilmente, è rimasta soltanto una strada che valga la pena perseguire per la classe lavoratrice, la lotta per il socialismo. Non un socialismo che sia soltanto un capitalismo travestito, ma una vera società senza classi. Niente altro è possibile a meno che non si voglia rischiare qualche reversione all'età della pietra sotto condizioni di un inverno nucleare.

Così consideriamo un altro aspetto della crisi capitalista che non enfatizza il primato dei tassi di profitto tendenziali o reali declinanti o la sempre crescente difficoltà a vendere il risultato delle forze produttive che si espandono 'come gas'. Enfatizziamo la lotta di classe. In ultima analisi, è questo il fattore determinante che decide il destino del capitalismo. Sia che il capitalismo riesca oppure no a trascinarci attraverso un lungo periodo di crescente barbarie sociale nel futile tentativo di superare le sue innate contraddizioni che producono crisi incrementali, devastazione ambientale, guerre, alla fine guerra imperialista generalizzata, dipende interamente dalla capacità della classe lavoratrice di comprendere la vera natura del processo capitalista sufficientemente per porre fine all'antagonismo di classe che è la caratteristica sostanziale del capitalismo.

Marx ha scritto che la crisi capitalista è l'incompatibilità crescente delle forze produttive tra le quali la prima è la classe lavoratrice  –  e le relazioni di produzione capitaliste. La classe capitalista è la forza produttiva costantemente in discordia con la spinta al profitto capitalista, una spinta che ora minaccia la sua reale sopravvivenza. L'intera traiettoria del capitalismo è determinata dalla capacità della classe lavoratrice di resistere allo sfruttamento capitalista e, ora, di comprendere le sue condizioni reali e di rovesciare il capitalismo. Il processo capitalista ha messo in moto il proprio becchino, una classe costretta continuamente a difendersi attraverso la lotta unitaria dall'insaziabile spinta al profitto che permette l'espansione continua senza la quale l'impresa capitalista muore.

Oggi l'estensione della crisi significa che la classe lavoratrice non può utilizzare i metodi che le hanno permesso di sostenersi sotto il capitalismo. Nemmeno può tenersi stretta ad una visione di socialismo che semplicemente trasferisca le forze produttive dalla proprietà privata a quella statale ma la lascia senza potere e sfruttata mentre l'espansione capitalista viene perseguita tramite la proprietà nazionalizzata o "pubblica". I lavoratori del settore pubblico e privato fronteggiano la stessa crisi capitalista. I metodi e le ideologie che hanno permesso due guerre mondiali, livelli sbalorditivi di sofferenza umana e la minaccia della barbarie estrema di un'altra guerra mondiale sono inutili.

La comprensione che il capitalismo è stato preso in una crisi inesorabile, che si intensifica progressivamente, necessita una consapevolezza rivoluzionaria.

Sono finiti i giorni dei miglioramenti settoriali, degli aumenti di paga conquistati, delle riforme ecc. come una strategia praticabile per la classe lavoratrice. Il tempo permetterà soltanto una direzione per la classe lavoratrice sotto il capitalismo il peggio.

E' assolutamente imperativo che i lavoratori respingano gli appelli dei lacchè di tutti i tipi dei capitalisti per stringere la cinghia "temporaneamente" per consentire la "ripresa" economica. E' un'illusione.

La classe lavoratrice deve rompere con il capitalismo in tutte le sue vesti, di libero mercato, di stato, misto ed attrezzarsi della comprensione che la crisi può soltanto peggiorare la sua situazione e combattere con gli occhi aperti sotto bandiere rivoluzionarie.

La OMMUNIST WORKERS ORGANISATION, affiliata britannica della INTERNATIONALIST COMMUNIST TENDENCY offre l'alternativa praticabile all'obsoleta lotta sotto quegli organi politici ed economici, partiti e sindacati che spacciano l'impossibile illusione di un capitalismo migliore.

Venerdì, 26 ottobre 2012