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21.06.13

Capitalismo, democrazia ed elezioni
di Richard D. Wolff

 

Il capitalismo e la vera democrazia non hanno mai avuto molto a che fare l'uno con l'altra. Per contrasto, il voto formale alle elezioni ha funzionato bene per il capitalismo. Dopo tutto, raramente delle elezioni hanno posto, e tanto meno deciso, la questione del capitalismo: se gli elettori preferiscano questo oppure un sistema economico alternativo. I capitalisti sono riusciti con successo a mantenere focalizzate altrove le elezioni, su questioni e scelte non sistemiche. Questo successo ha permesso loro in primo luogo di identificare la democrazia con le elezioni e quindi di celebrare le elezioni nei paesi capitalisti come prova della loro democrazia. Naturalmente, elezioni regolari sono state e sono permesse soltanto al di fuori delle imprese capitaliste. Elezioni democratiche all'interno di esse -- dove i dipendenti sono la maggioranza -- non avvengono mai.

Vera democrazia significa che le decisioni importanti che interessano la vita delle persone sono create in modo genuino ed ugualmente dalle persone interessate. Quindi l'organizzazione capitalista delle imprese contraddice direttamente la vera democrazia. All'interno delle grandi società che dominano il capitalismo moderno, una minuscola minoranza -- i grandi azionisti ed il consiglio di amministrazione che eleggono -- prende le decisioni chiave che toccano quelli sotto di loro nella gerarchia aziendale, i dipendenti. Questa minuscola minoranza decide quali prodotti fabbricherà la società, quali tecnologie saranno utilizzate, dove avverrà la produzione e come saranno distribuite le entrate nette. La maggioranza è colpita, spesso profondamente, da tutte queste decisioni, ma non partecipa a crearle.

All'interno delle tipiche corporation capitaliste moderne, la democrazia reale (come pure elettorale) è esclusa. Le società che celebrano impegno per la democrazia e giustificano le politiche governative (comprese le guerre) come promozione della democrazia escludono anche la democrazia dai luoghi di lavoro. Questa aspra contraddizione solleva problemi seri. Consapevolmente o inconsapevolmente, i lavoratori lì avvertono, sentono ed esprimono insoddisfazioni che riflettono questa contraddizione.

Per esempio, i lavoratori avvertono la mancanza di rispetto discendente dai vertici delle grandi imprese. Sentono spesso che le loro capacità e creatività non sono riconosciute, inutilizzate e/o svalutate. Espressioni di questi sentimenti includono assenteismo, tensioni interpersonali e disfunzioni collegate al lavoro (alcoolismo, insubordinazione, furto ecc.). L'esclusione della democrazia dai luoghi di lavoro provoca spesso risentimenti e ostilità dei lavoratori che riducono la produttività e i profitti. Le imprese hanno a lungo risposto assumendo strati multipli di costosi sorveglianti del luogo di lavoro e fornendo per loro grossi bilanci. Queste spese aziendali sono tra i costi spreconi del capitalismo, somme deviate dall'investimento, dalla crescita economica, dal progresso tecnico e da altri usi sociali preferibili.

Le elezioni al di fuori del luogo di lavoro si trovano in una relazione ambivalente con l'esclusione di vera democrazia all'interno del capitalismo. Da una parte, le elezioni distraggono la gente dai loro turbamenti consapevoli ed inconsapevoli per le condizioni di lavoro. Invece le elezioni focalizzano su candidati politici, partiti e politiche alternative attorno a questioni all'infuori del capitalismo contro sistemi economici alternativi ed all'infuori delle loro rispettive condizioni di lavoro. E' per questo che i sostenitori del capitalismo apprezzano le elezioni. Delle elezioni ben controllate non mettono in discussione, e tanto meno minacciano, il capitalismo. D'altra parte, portano sempre un rischio, il potenziale per creare grossi problemi per il capitalismo.

I lavoratori ai quali viene negata la democrazia sul posto di lavoro possono concludere che tali problemi cruciali come salari inadeguati, sicurezza del posto di lavoro e benefici derivano e sono sorretti da quella negazione. Data l'equazione celebrativa del capitalismo di democrazia con elezioni, i lavoratori potrebbero quindi rivolgersi verso le elezioni come ad un modo per rispondere all'assenza di democrazia dal luogo di lavoro. Sapendo che comprendono la maggioranza dei votanti, i lavoratori possono vedere le elezioni come il modo per cambiare le loro condizioni economiche. La politica elettorale può diventare la loro via per disfare le conseguenze di un sistema economico capitalista. La maggioranza potrebbe rendere la questione di scelta tra organizzazioni del luogo di lavoro capitalista e democratica una decisione elettorale. I lavoratori potrebbero utilizzare le elezioni al di fuori delle imprese per portare infine all'interno di esse le elezioni e la vera democrazia. La politica elettorale convenzionale lascia aperta questa possibilità, un rischio perpetuo che preoccupa i capitalisti.

Tra le soluzioni trovate per questo problema, i capitalisti finanziano candidati e partiti nelle campagne elettorali e tra queste. A loro volta, i funzionari eletti sostengono i desideri dei loro finanziatori, specialmente riguardo a quello che viene e che non viene presentato agli elettori per decidere. Le imprese capitaliste finanziano anche istituti di ricerca, programmi accademici, mass media e campagne di pubbliche relazioni che plasmano l'opinione del pubblico a favore del capitalismo. Nell'ultimo mezzo secolo, è emersa un'altra soluzione: mantenere lo stato sulla difensiva non soltanto ideologicamente ma anche finanziariamente per mezzo di deficit di bilancio e di debiti.

Per esempio (grazie a Doug Korty per questo punto), i deficit totali del governo federale dal 1959 al 2009 erano di $6,6 trilioni. Durante quegli anni, tre presidenti repubblicani (Bush 1, Reagan e Bush 2) sono responsabili di più del 92% di quei deficit. Tutti gli altri presidenti combinati (Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon/Ford, Carter e Clinton) sono responsabili per il 12%. I tre presidenti repubblicani dal deficit facile sono stati i più conservatori e sottomessi agli interessi dei grandi capitalisti. Hanno tutti incrementato la spesa (principalmente per scopi militari e per contrastare crisi) mentre hanno tagliato le imposte (specialmente per le grandi imprese e per gli individui ricchi). Tali politiche hanno provocato enormi deficit federali e rapidi aumenti del debito pubblico. Dalle enormi uscite di stimolo della sua amministrazione e da costose guerre senza contrapporre incrementi di imposte, anche Obama ha operato deficit molto grandi ed accresciuto il debito pubblico.

Sono seguite le prevedibili tempeste ideologiche: (1) i deficit ed i debiti federali sono stati definiti come dei problemi urgenti, e (2) i programmi di austerità per tagliare la spesa pubblica erano la soluzione appropriata. Repubblicani e Democratici hanno recitato i loro prevedibili ruoli disputando su andatura, dimensione e bersagli dell'austerità. Tutti i loro argomenti hanno mantenuto fuori dell'agenda la questione del capitalismo dal dibattito popolare e politico nonostante la crisi di questo sistema.

Quando le soluzioni convenzionali falliscono e sempre più persone cominciano a mettere in discussione, sfidare ed opporsi al capitalismo, generalmente i capitalisti sostengono la repressione poliziesca e militare. In situazioni estreme, mettono fine alla democrazia elettorale per mezzo di colpo di stato militare, dittatura o in altro modo. Tuttavia, terminare la democrazia elettorale solitamente provoca apprensione persino tra i capitalisti che la appoggiano. Si preoccupano che porre fine alla democrazia elettorale provochi critica sociale ed opposizione sistemica che possa ampliarsi per includere un sistema di produzione antidemocratico. Non desiderano perdere il vantaggio chiave di elezioni propriamente controllate: distrarre i lavoratori lontano dalla questione del capitalismo di per se. Tali elezioni sono il modo più economico e meno pericoloso per mettere al sicuro la distanza che il capitalismo mantiene tra se stesso e la vera democrazia.

Richard D. Wolff è Professore Emerito alla University of Massachusetts ad Amherst ed inoltre Professore in Visita al Graduate Program in International Affairs della New School University a New York. E' l'autore, tra molte altre pubblicazioni, di New Departures in Marxian Theory (Routledge, 2006). Visitate il sito web di Wolff a www.rdwolff.com ed ordinate una copia del suo nuovo libro Democracy at Work: A Cure for Capitalism. La sua opera è presentata anche nel nuovo sito web: www.democracyatwork.info.  Il suo programma radiofonico settimanale, "Economic Update" , viene trasmesso da diverse stazioni della Pacifica Network, incluse la WBAI di New York City e la KPFA di San Francisco.  E' archiviato a rdwolff.com.