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Il capitalismo e la vera democrazia non hanno mai avuto molto a
che fare l'uno con l'altra. Per contrasto, il voto formale alle
elezioni ha funzionato bene per il capitalismo. Dopo tutto,
raramente delle elezioni hanno posto, e tanto meno deciso, la
questione del capitalismo: se gli elettori preferiscano questo
oppure un sistema economico alternativo. I capitalisti sono riusciti
con successo a mantenere focalizzate altrove le elezioni, su
questioni e scelte non sistemiche. Questo successo ha permesso loro
in primo luogo di identificare la democrazia con le elezioni e
quindi di celebrare le elezioni nei paesi capitalisti come prova
della loro democrazia. Naturalmente, elezioni regolari sono state e
sono permesse soltanto al di fuori delle imprese
capitaliste. Elezioni democratiche all'interno di esse
-- dove i dipendenti sono la maggioranza
-- non avvengono mai.
Vera democrazia significa che le decisioni importanti che
interessano la vita delle persone sono create in modo genuino ed
ugualmente dalle persone interessate. Quindi l'organizzazione
capitalista delle imprese contraddice direttamente la vera
democrazia. All'interno delle grandi società che dominano il
capitalismo moderno, una minuscola minoranza
-- i grandi azionisti ed il consiglio di amministrazione
che eleggono
-- prende le decisioni chiave che
toccano quelli sotto di loro nella gerarchia aziendale, i
dipendenti. Questa minuscola minoranza decide quali prodotti
fabbricherà la società, quali tecnologie saranno utilizzate, dove
avverrà la produzione e come saranno distribuite le entrate nette.
La maggioranza è colpita, spesso profondamente, da tutte queste
decisioni, ma non partecipa a crearle.
All'interno delle tipiche corporation capitaliste moderne, la
democrazia reale (come pure elettorale) è esclusa. Le società che
celebrano impegno per la democrazia e giustificano le politiche
governative (comprese le guerre) come promozione della democrazia
escludono anche la democrazia dai luoghi di lavoro. Questa aspra
contraddizione solleva problemi seri. Consapevolmente o
inconsapevolmente, i lavoratori lì avvertono, sentono ed esprimono
insoddisfazioni che riflettono questa contraddizione.
Per esempio, i lavoratori avvertono la mancanza di rispetto
discendente dai vertici delle grandi imprese. Sentono spesso che le
loro capacità e creatività non sono riconosciute, inutilizzate e/o
svalutate. Espressioni di questi sentimenti includono assenteismo,
tensioni interpersonali e disfunzioni collegate al lavoro
(alcoolismo, insubordinazione, furto ecc.). L'esclusione della
democrazia dai luoghi di lavoro provoca spesso risentimenti e
ostilità dei lavoratori che riducono la produttività e i profitti.
Le imprese hanno a lungo risposto assumendo strati multipli di
costosi sorveglianti del luogo di lavoro e fornendo per loro grossi
bilanci. Queste spese aziendali sono tra i costi spreconi del
capitalismo, somme deviate dall'investimento, dalla crescita
economica, dal progresso tecnico e da altri usi sociali preferibili.
Le elezioni al di fuori del luogo di lavoro si trovano in una
relazione ambivalente con l'esclusione di vera democrazia
all'interno del capitalismo. Da una parte, le elezioni distraggono
la gente dai loro turbamenti consapevoli ed inconsapevoli per le
condizioni di lavoro. Invece le elezioni focalizzano su candidati
politici, partiti e politiche alternative attorno a questioni
all'infuori del capitalismo contro sistemi economici alternativi ed
all'infuori delle loro rispettive condizioni di lavoro. E' per
questo che i sostenitori del capitalismo apprezzano le elezioni.
Delle elezioni ben controllate non mettono in discussione, e tanto
meno minacciano, il capitalismo. D'altra parte, portano sempre un
rischio, il potenziale per creare grossi problemi per il
capitalismo.
I lavoratori ai quali viene negata la democrazia sul posto di
lavoro possono concludere che tali problemi cruciali come salari
inadeguati, sicurezza del posto di lavoro e benefici derivano e sono
sorretti da quella negazione. Data l'equazione celebrativa del
capitalismo di democrazia con elezioni, i lavoratori potrebbero
quindi rivolgersi verso le elezioni come ad un modo per rispondere
all'assenza di democrazia dal luogo di lavoro. Sapendo che
comprendono la maggioranza dei votanti, i lavoratori possono vedere
le elezioni come il modo per cambiare le loro condizioni economiche.
La politica elettorale può diventare la loro via per disfare le
conseguenze di un sistema economico capitalista. La maggioranza
potrebbe rendere la questione di scelta tra organizzazioni del luogo
di lavoro capitalista e democratica una decisione elettorale. I
lavoratori potrebbero utilizzare le elezioni al di fuori delle
imprese per portare infine all'interno di esse le elezioni e la vera
democrazia. La politica elettorale convenzionale lascia aperta
questa possibilità, un rischio perpetuo che preoccupa i capitalisti.
Tra le soluzioni trovate per questo problema, i capitalisti
finanziano candidati e partiti nelle campagne elettorali e tra
queste. A loro volta, i funzionari eletti sostengono i desideri dei
loro finanziatori, specialmente riguardo a quello che viene e che
non viene presentato agli elettori per decidere. Le imprese
capitaliste finanziano anche istituti di ricerca, programmi
accademici, mass media e campagne di pubbliche relazioni che
plasmano l'opinione del pubblico a favore del capitalismo.
Nell'ultimo mezzo secolo, è emersa un'altra soluzione: mantenere lo
stato sulla difensiva non soltanto ideologicamente ma anche
finanziariamente per mezzo di deficit di bilancio e di debiti.
Per esempio (grazie a
Doug Korty
per questo punto), i deficit totali del governo
federale dal 1959 al 2009 erano di $6,6 trilioni. Durante quegli
anni, tre presidenti repubblicani
(Bush 1, Reagan e Bush 2) sono responsabili di più del 92%
di quei deficit. Tutti gli altri presidenti combinati
(Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon/Ford,
Carter e Clinton)
sono responsabili per il 12%. I tre presidenti repubblicani dal
deficit facile sono stati i più conservatori e sottomessi agli
interessi dei grandi capitalisti. Hanno tutti incrementato la spesa
(principalmente per scopi militari e per contrastare crisi) mentre
hanno tagliato le imposte (specialmente per le grandi imprese e per
gli individui ricchi). Tali politiche hanno
provocato enormi deficit federali e rapidi aumenti del debito
pubblico. Dalle enormi uscite di stimolo della sua amministrazione e
da costose guerre senza contrapporre incrementi di imposte, anche
Obama ha operato deficit molto grandi ed accresciuto il debito
pubblico.
Sono seguite le prevedibili tempeste ideologiche: (1) i deficit
ed i debiti federali sono stati definiti come dei problemi
urgenti, e (2) i programmi di austerità per tagliare la spesa
pubblica erano la soluzione appropriata. Repubblicani e Democratici
hanno recitato i loro prevedibili ruoli disputando su andatura,
dimensione e bersagli dell'austerità. Tutti i loro argomenti hanno
mantenuto fuori dell'agenda la questione del capitalismo dal
dibattito popolare e politico nonostante la crisi di questo sistema.
Quando le soluzioni convenzionali falliscono e sempre più
persone cominciano a mettere in discussione, sfidare ed opporsi al
capitalismo, generalmente i capitalisti sostengono la repressione
poliziesca e militare. In situazioni estreme, mettono fine alla
democrazia elettorale per mezzo di colpo di stato militare,
dittatura o in altro modo. Tuttavia, terminare la democrazia
elettorale solitamente provoca apprensione persino tra i capitalisti
che la appoggiano. Si preoccupano che porre fine alla democrazia
elettorale provochi critica sociale ed opposizione sistemica che
possa ampliarsi per includere un sistema di produzione
antidemocratico. Non desiderano perdere il vantaggio chiave di
elezioni propriamente controllate: distrarre i lavoratori lontano
dalla questione del capitalismo di per se. Tali elezioni sono il
modo più economico e meno pericoloso per mettere al sicuro la
distanza che il capitalismo mantiene tra se stesso e la vera
democrazia.
Richard D.
Wolff è Professore Emerito alla
University of
Massachusetts
ad Amherst ed inoltre
Professore in Visita al Graduate Program
in International Affairs
della New School
University
a New York. E' l'autore, tra
molte altre pubblicazioni, di New Departures in Marxian Theory (Routledge, 2006). Visitate il sito web di Wolff a www.rdwolff.com
ed ordinate una copia del suo nuovo libro Democracy at
Work: A Cure for Capitalism. La sua opera è
presentata anche nel nuovo sito web: www.democracyatwork.info. Il suo programma radiofonico settimanale, "Economic Update"
, viene trasmesso da diverse stazioni della Pacifica Network, incluse la WBAI
di New York City
e la KPFA
di San Francisco. E' archiviato a rdwolff.com.
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