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"Per favore svegliatemi quando la recessione è finita". Questo
sentimento, espresso su una maglietta, riassume lo stato d'animo di
molti lavoratori americani. Sono ansiosi che sia finita per quella che ritengono un'interruzione temporanea nel corso "normale"
della loro vita. Sfortunatamente, questo è il nuovo "sogno
americano", un incubo vivente di tensione e costante insicurezza, di
disoccupazione e di essere senza tetto.
Mese dopo mese ci viene raccontato che l'economia sta
migliorando e tuttavia i posti di lavoro devono ancora
materializzarsi. L'aumento del 3,9% del PIL nei primi tre mesi del
2010 non è sufficiente per intaccare il tasso di disoccupazione.
Questo sarebbe considerevole per il capitalismo durante tempi
"normali", ma per un paese che si riprende da una profonda
recessione non è affatto sufficiente.
Gli economisti affermano che ci vuole una crescita di circa il
3% del PIL per creare abbastanza posti di lavoro soltanto per fare
fronte alla crescita della popolazione. Così la crescita dovrebbe
essere di circa il 5% per un anno completo per spingere giù il tasso
di disoccupazione di un punto percentuale. Dopo l'ultima grave
recessione dei primi anni '80, l'economia è cresciuta ad un tasso
dal 7 al 9% per 15 mesi di seguito ed il tasso di disoccupazione è
caduta dal 10,8% al 7,2% in 18 mesi. Questo semplicemente non è
probabile questa volta. Quasi metà dei 15 milioni di disoccupati del
paese sono fuori dal lavoro per più di 26 settimane, per non dire
dei sottoccupati che non riescono a trovare un lavoro decente a
tempo pieno.
Ma non sono soltanto disoccupazione, risparmi prosciugati,
conti sul pensionamento rovinati, sequestri di case ed imprese e
sogni infranti. Direttamente ed indirettamente, il carico di pagare
per la crisi viene trasferito dal governo federale agli stati ed
alle municipalità. Il denaro delle tasse dei lavoratori è stato
disponibile in gran quantità per salvare le banche, le compagnie di
assicurazione e le società d'investimento, ma vi è molto poco per
aiutare quelli di noi che in primo luogo hanno creato quella
ricchezza. Questi tagli continuano da anni, dal momento che i ricchi
hanno intaccato quel poco che è rimasto dei servizi sociali ed
attaccato sempre più i lavoratori del settore pubblico. Ma ora
iniziano ad intensificarsi.
Trentadue stati ora sono ufficialmente in bancarotta, con
California, Michigan e New York
colpiti più duramente. Secondo il
Center on Budget and Policy Priorities (CBPP),
i governi statali affrontano un deficit combinato di circa $375
miliardi nel
2010-2011.
Almeno 45 stati hanno tagliato drammaticamente sanità, istruzione e
servizi sociali per i poveri e 30 hanno imposto tasse sulle vendite
più alte ed atri dazi. Quarantadue stati hanno licenziato, mandato
in licenza o non riassunto nuovi lavoratori quando altri andavano in
pensione. Dall'agosto 2008, i governi statali e locali hanno
eliminato 192.000 posti di lavoro.
Questo significa che anche la limitata rete di sicurezza che rimane
dopo che
Reagan, Bush Sr. e Clinton
hanno iniziato a smantellarla, viene ora rimossa, proprio quando la
gente ne ha più bisogno.
Come ha sostenuto
Bob Herbert
del
New York Times:
"Una storia che quasi non ottiene attenzione sufficiente è il
rovinoso crollo fiscale che avviene in stato dopo stato, per tutto
il paese. Le imposte vengono alzate. Vengono fatti tagli draconiani
ai servizi. I dipendenti pubblici vengono licenziati. La ripresa
economica nazionale dal tessuto sottile viene minata. E, in molti
casi, le popolazioni più vulnerabili -- i malati, gli anziani, i
giovani ed i poveri -- vengono danneggiati seriamente".
Gli insegnanti ed i loro sindacati sono un bersaglio primario. Da
anni i distretti scolastici tagliano il personale, privatizzano
attraverso l'uso di
charter schools,
smantellano i sindacati, aumentano la dimensione delle classi e
riducono i curriculum e le materie "facoltative" come musica e arte,
ecc. Ora hanno bisogno di venire a prendere gli stipendi dei docenti
e degli altri lavoratori dell'istruzione. Ma vi è crescente
pressione dalla base sui leader sindacali per fare qualcosa, e non
soltanto tra gli insegnanti.
Questi attacchi porteranno inevitabilmente a manifeste
esplosioni della lotta di classe in un settore dopo
l'altro della classe lavoratrice. Il livello degli
scioperi può essere ai minimi storici, ma questo significa soltanto
che per essi non vi è nessun altra via che salire. Questo comincia
già a cambiare. Le infermiere in Minnesota, i piloti della
Spirit Airlines,
gli operai della Boeing ed altri nelle ultime settimane sono entrati
in sciopero o è probabile che lo facciano in un prossimo futuro. Il
modesto miglioramento dell'economia, almeno sulla carta, può servire
ad incoraggiare i lavoratori a lottare per combattere contro le
concessioni e per un giusto incremento della loro qualità della
vita.
I lavoratori diranno a loro stessi: "Abbiamo sostenuto
l'impatto della crisi ed ora che dite che le cose vanno meglio,
volete che lasciamo ancora più concessioni"? Se conoscete qualcosa
sulle tradizioni ed il temperamento della classe lavoratrice
americana, vi sono dei limiti a quanto ci metteranno prima di
cominciare a "prendere nomi". Nondimeno i padroni resisteranno a
questo con tutti i mezzi. Continueranno ad utilizzare la crisi per
accanirsi contro le condizioni di vita semicivilizzate che abbiamo
conquistato in passato attraverso la lotta. Comunque, nella società
come in natura, condizioni simili portano a risultati simili. Se
volete farvi un'idea di quel che verrà in una certa fase qui negli
USA, occorre soltanto che guardiate alla situazione dall'altra parte
dell'Atlantico.
In Europa vediamo lo stesso tipo di attacchi in forma ancora
più vistosa. In Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia, Regno
Unito e da una parte all'altra della UE, tagli e misure di austerità
sono all'ordine del giorno. Ma così anche la massiccia reazione
violenta della classe lavoratrice. Le proteste di massa e gli
scioperi generali in Grecia sono soltanto l'inizio.
Qui negli USA patiamo lo stesso tipo di attacchi, sebbene sulla
superficie può non sembrare così lampante. Il meccanismo è oscurato
dalla nostra struttura Federale / Stato. "Gocciolamento" di tagli
federali nella forma di tagli alle sovvenzioni a stati, città e
municipalità. Ma non abbiate dubbi, i tagli in corso nei programmi
di assistenza ai cittadini a basso reddito, ai salari del settore
pubblico, alle pensioni ed ai sussidi sono tutti il risultato della
crisi che il capitalismo USA fronteggia nell'insieme, non soltanto
problemi fiscali di questo o quello stato o città.
Abbiamo già visto raduni e proteste di massa di lavoratori dl
settore pubblico in diversi stati. Lo straordinario movimento degli
studenti della California lo scorso autunno e questa primavera è un
altro esempio delle cose che verranno, mentre gli americani si
rendono conto sempre più che questa è la nuova "normalità".
Il disastro nel Golfo è ancora un altro tragico promemoria che
il capitalismo, un sistema basato sullo sfruttamento delle risorse
naturali e del lavoro della maggioranza, nel perseguimento di
superprofitti per una minuscola minoranza, non può più giocare un
ruolo progressivo per migliorare la qualità della vita dell'umanità.
Quando Katrina e le sue conseguenze hanno distrutto
New Orleans,
molti hanno dato la colpa personalmente a Bush ed ai repubblicani in
generale, per il loro atteggiamento insensibile e motivato dal
profitto verso i residenti della Costa del Golfo. Ora Obama ha il
suo
“Katrina” e gli effetti a lungo termine potrebbero
essere ancora più devastanti. La risposta dell'amministrazione Obama
è stata ugualmente inetta ed insensibile, nonostante la retorica
molto più gradevole, le parole comprensive e le promesse.
Per quanto riguarda la BP, le sue scorciatoie in nome del
profitto non è niente di unico a loro o per la grande impresa in
generale, è stata soltanto molto sfortunata. Era più che felice di
"trivella, bambina, trivella"! per guadagnare megaprofitti, ma non
aveva la preparazione sufficiente per trattare un disastro di queste
dimensioni. Qui è dove è intervenuto il governo. Un po'. Il governo
controllato dai Democratici, invece di prendere il controllo della
copertura del pozzo e delle operazioni di ripulitura e di
sequestrare i beni USA della BP per pagare per il guaio, ha
"incoraggiato" senza entusiasmo la BP a fare questo e quello e ha
istituito un modesto deposito in garanzia per coprire alcune future
azioni legali contro il gigante petrolifero. La ragione di questo è
chiara. Soltanto il governo USA ha le risorse ed il potere per
cambiare risolutamente il corso di questo disastro. Ma dimostrare in
pratica che lo stato è più efficace ad operare nell'interesse
pubblico dell'impresa privata è qualcosa che la pro-capitalista
amministrazione Obama vuole evitare a tutti i costi. Sicuro, è
intervenuta sfacciatamente per salvare le banche e per salvare i
suoi complici alla
Goldman Sachs,
ma quando si tratta dei milioni di residenti della Costa del Golfo e
dell'ambiente, dimenticatelo. Il vero problema non sono i
Repubblicani o i Democratici, ma lo stesso sistema capitalista, che
entrambe quei partiti difendono.
E' per questo che la nazionalizzazione dell'intera industria
petrolifera, sotto il controllo pubblico democratico, è l'unica
soluzione che può veramente iniziare a risolvere questa crisi ed
evitarne di nuove in futuro. Se il pubblico avesse ingresso e
controllo diretti sull'industria, si può essere certi che sarebbero
poste in essere molte più difese per proteggere la vita dei
lavoratori e l'ambiente.
Con le elezioni di medio termine lontane soltanto pochi mesi,
molti americani sono frustrati e cercano una via d'uscita. La loro
genuina speranza di un cambiamento sotto Obama non si è realizzata.
Obama cerca ancora di presentarsi come un "intruso" a
Washington,
quando in realtà è il più grande "addetto ai lavori" nella storia
recente. Gli elettori sono chiaramente frustrati con la vasta
maggioranza dei titolari di una carica, come evidenziato nelle
recenti elezioni speciali. I Democratici al Congresso
hanno un'approvazione di appena il 37%, mentre i Repubblicani
ottengono un ancora più basso 31%. In modo interessante, mentre i
Democratici erano molto più favoriti per "sistemare l'economia",
hanno perso molto terreno, ma non necessariamente perché la gente
pensa che i Repubblicani possano fare meglio. Dopo avere raccolto un
ammontare da record di denaro nel 2008, i forzieri dei Democratici
ora sono molto più fragili.
In queste condizioni, dei candidati indipendenti dei
lavoratori, che corrono contro entrambe i Democratici ed i
Repubblicani potranno ottenere una enorme eco e gettare le
fondamenta per un partito di massa dei lavoratori. Come abbiamo
riferito in precedenza, Nella Carolina del Nord ed in
Pennsylvania,
sono già stati avviati dei modesti tentativi in questa direzione.
Questo è un segno delle cose che verranno.
Come ha spiegato
Alan Woods
in un recente articolo su La nuova fase della crisi capitalista:
"L'attuale situazione è complessa e contraddittoria, ma questo è
soltanto un modo di esprimere la natura transitoria del periodo, che
contiene elementi dal passato, che lottano con elementi del nuovo
periodo. Le vecchie idee ed i vecchi pregiudizi non saranno
eliminati facilmente. Sono tenaci e profondamente radicati nella
psicologia delle masse. Saranno necessari dei grandi eventi per
scuotere le masse al punto dove siano pronte a rompere con le
vecchie idee e ad abbracciarne di nuove".
(http://tiny.cc/ap2vn)
Democratici e Repubblicani
ci raccontano che in tutto ciò siamo assieme, che dobbiamo
tutti "stringere la cinghia" per farcela attraverso la crisi fino a
giorni migliori davanti. Ma sotto il capitalismo, non sono davanti
giorni migliori e non siamo di certo assieme in tutto questo. I
ricchi fanno soltanto i damerini ed in realtà sono più ricchi di
prima che cominciasse la crisi; la hanno utilizzata per concentrare
nelle loro mani ancora più ricchezza a nostre spese. Questa è la
pura verità. Questo è il meglio che il capitalismo ha da offrire. Ma
sempre più americani cominciano a rendersi conto che il meglio del
capitalismo non è buono abbastanza. E' arrivato il momento che
proviamo qualcosa d'altro: il socialismo.
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