
Chi tiene tutte le carte?... L'agenda di guerra bipartitica
di Michel Chossudovsky e Ian Woods
24 novembre 2003
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Mentre andiamo in stampa, i confini della Siria vengono minacciati. L'amministrazione Bush ha identificato la Siria come il prossimo stadio della "mappa di guerra". Il bombardamento di presunte 'basi terroriste' in Siria da parte dell'aeronautica israeliana in ottobre era intesa a fornire una giustificazione per un successivo intervento militare preventivo. Ariel Sharon ha lanciato gli attacchi con l'approvazione di Donald Rumsfeld. La programmata estensione della guerra alla Siria ha serie implicazioni. Significa che Israele diventa un importante attore militare nella guerra USA ed anche un membro 'ufficiale' della coalizione angloamericana. Gli USA, la Gran Bretagna ed Israele hanno già una politica coordinata delle armi nucleari. Nel frattempo, le testate nucleari israeliane sono puntate su alcune delle principali città del Medio Oriente. I governi dei tre paesi hanno tranquillamente dichiarato apertamente che progettano di usare armi nucleari "se vengono attaccati". Il Pentagono vede il 'controllo territoriale' della Siria, che costituisce un ponte di terra tra Israele e l'Iraq occupato, come 'strategico' da una prospettiva militare ed economica. Esso costituisce anche un modo per controllare il confine iracheno e piegare il flusso di combattenti volontari che vanno a Baghdad per unirsi al movimento di resistenza iracheno. Tale allargamento del teatro di guerra è conforme al piano di Ariel Sharon di costruire un 'Grande Israele' "sulle rovine del nazionalismo palestinese". Mentre Israele cerca di estendere il proprio dominio territoriale verso il fiume Eufrate, con aree designate per insediamenti giudei in terra siriana, i palestinesi vengono imprigionati a Gaza e nella West Bank dietro un 'Muro dell'apartheid'. Nel frattempo, il Congresso USA ha rafforzato le sanzioni economiche contro Libia ed Iran. Washington accenna anche alla necessità di un 'cambio di regime' in Arabia Saudita. A loro volta, truppe turche sono entrate nella regione kurda dell'Iraq settentrionale ed è in corso in Afghanistan la guerra di resistenza contro le forze di occupazione. Dunque, la guerra potrebbe veramente propagarsi ad una regione molto più ampia che si estende dal Mediterraneo orientale al subcontinente indiano ed alla frontiera occidentale della Cina. Rotazione di regime in America Alcuni pensano che avverrà un cambiamento di direzione se i democratici vincono le elezioni presidenziali del 2004. Ma i democratici non sono affatto contrari all'occupazione illegale dell'Iraq e dell'Afghanistan. Non hanno impegnato il loro partito a "portare a casa le truppe ora". Nemmeno si oppongono alla richiesta del presidente Bush al Congresso di stanziare 87 miliardi di dollari per finanziare l'occupazione e la 'ricostruzione' dell'Iraq. La guerra è infatti un progetto bipartitico. I repubblicani hanno condotto la prima guerra del Golfo, i democratici hanno guidato le guerre nei Balcani che hanno portato all'occupazione militare della Bosnia-Herzegovina in base agli accordi di Dayton del 1995 e l'invasione del Kosovo nel 1999. I democratici ed i repubblicani erano uniti nell'imporre la "No Fly Zone" (1991-2003) sopra l'Iraq più un programma di dodici anni di sanzioni economiche e bombardamenti indiscriminati. L'agenda di guerra dei repubblicani è definita in termini di "teatri di guerra multipli e simultanei", come viene invocata nel Project for the New American Century (PNAC). Mentre vi sono differenze sostanziali tra i repubblicani ed i capi democratici, la dottrina della sicurezza nazionale di Bush è, sotto molti aspetti, una continuazione di quella formulata da Clinton nel 1995, che era basata su una "strategia di contenimento degli stati canaglia". Mentre vi sono, nondimeno, significative differenze tra i due partiti, la presente amministrazione, dominata dai neocon, è più spericolata rispetto ai democratici, particolarmente riguardo alla politica nucleare. I democratici, sotto l'amministrazione Clinton, erano più abili nell'utilizzare il sistema dell'ONU e la struttura multilaterale a loro vantaggio per perseguire efficacemente la loro agenda di guerra. Vale comunque la pena di citare che il Comando Centrale USA (USCENTCOM) durante l'amministrazione Clinton aveva già formulato "piani di teatro di guerra" per invadere l'Iraq e l'Iran. Non era un segreto che l'obiettivo dichiarato di questi piani di guerra del 1995 era il petrolio. Infatti, parlando in generale, gli stessi concetti di difesa interna, guerra preventiva ecc. sono contenuti nei documenti della National Security Strategy di Clinton del 1999 e del 2000. In altre parole, le invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq sotto l'amministrazione Bush erano parte di un'agenda di guerra bipartitica che era già stata decisa ben prima dell'arrivo di Bush alla Casa Bianca nel gennaio del 2001. Chi ha i jolly? Sempre più, le istituzioni militari e dei servizi segreti (piuttosto che il Dipartimento di Stato, la Casa Bianca ed il Congresso) guidano la politica estera USA. Nel frattempo, i giganti petroliferi del Texas, i contraenti della difesa e Wall Street, operando con discrezione dietro le scene, tirano le fila, ovvero giocando la carta Bush (negli USA) o la carta Blair (nel Regno Unito) quando necessario. Inoltre, se 'i due jolly' diventano una fonte di grave imbarazzo, possono essere facilmente scartati e può essere tirata fuori dal mazzo una nuova squadra di burattini politicanti. Alla fine, l'agenda di guerra e la ‘Homeland Security’ (compresa la militarizzazione in corso della polizia civile e delle istituzioni giudiziarie) vengono determinate da potenti interessi economici. I partiti politici servono largamente come cortina fumogena. E' perciò improbabile che i democratici disfino sia l'agenda di guerra che, per ciò che comporta, il temuto Patriot Act. Dunque, dietro la facciata democratica ed il rituale bipartitico, prevale una dittatura militare di fatto, che appoggia e fa rispettare il sistema del 'libero mercato' globale per conto degli interessi economici e finanziari dominanti. Per costruire efficacemente la loro 'legittimazione', sia i democratici che i repubblicani devono sostenere le falsità dietro alla cd "guerra al terrorismo". Sostenere la retorica della "libertà e democrazia" non soltanto è parte di questa strategia bipartitica, è anche parte del processo di costruzione di uno stato totalitario in America sotto la maschera di una democrazia funzionante. Non illudiamoci: le elezioni presidenziali del 2004 non risulteranno in un significativo cambio di direzione. Per rovesciare la marea della guerra, deve essere revocata la President’s War Powers Resolution (adottata dal Congresso USA nel settembre del 2002), le basi militari all'estero devono essere chiuse, la macchina da guerra (cioè la produzione di sistemi d'arma avanzati come le armi di distruzione di massa) deve essere fermata e lo stato di polizia che si sta sviluppando deve essere smantellato. Per raggiungere questi vasti obiettivi è essenziale rigettare fortemente la legittimazione degli attori militari e politici che governano in nostro nome. Le falsità che sostengono la legittimazione dell'attuale governo USA devono essere chiarite. Sia i repubblicani che i democratici condividono la stessa agenda di guerra e vi sono criminali di guerra in entrambe i partiti. Entrambe i partiti sono complici dell'insabbiamento del 9/11 e della risultate corsa al dominio mondiale. Tutte le prove puntano a ciò che è meglio descritta come "la criminalizzazione dello stato", che comprende il potere giudiziario ed i corridoi bipartitici del Congresso USA, a beneficio di pochi capitalisti monopolistici. Con le parole di Andreas van Buelow, ex ministro della tecnologia tedesco ed autore di The CIA and September 11: "Se quello che dico è esatto, l'intero governo USA dovrebbe finire dietro le sbarre". The Centre for Research on Globalization (CRG) at www.globalresearch.ca grants permission to post the above mentioned article in its entirety, or any portions thereof, so long as the URL and source are indicated, a copyright note is displayed. 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