Il discorso di Bush sullo Stato dell'Unione

evidenzia la crisi dell'elite dominante USA

di Bill Van Auken
24 gennaio 2007

 

Il discorso sullo Stato dell'Unione del Presidente George W. Bush è stato pronunciato mercoledì in un'atmosfera di crisi e demoralizzazione che colpisce non solamente la sua amministrazione repubblicana, ma l'intero establishment politico americano.

I media hanno molto parlato del fatto che per la prima volta Bush ha dovuto indirizzarsi ad un Congresso guidato dai Democratici, ma l'umore prevalente non era tanto di confronto politico quanto di generale perplessità ed inquietudine, con i due partiti che affrontano una debacle militare e politica in Iraq nella quale sono entrambe pienamente implicati.

Un presidente che, come hanno mostrato vari sondaggi rilasciati questa settimana, è l'occupante più disprezzato della Casa Bianca da Richard Nixon all'apice della crisi del Watergate, è stato trattato con ripetute lunghe ovazioni guidate dalla nuova "Madame Presidente" della Camera dei Rappresentanti, la deputata democratica Nancy Pelosi.

Comunque, l'applauso, l'eccessiva cordialità ed il sentimentalismo che sono diventati la norma per questo annuale rituale politico non hanno potuto mascherare il fatto che l'establishment politico USA è lacerato da profonde divisioni e da aspre recriminazioni, con parte della più netta opposizione alle politiche di Bush che proviene non dai Democratici con potere da poco, ma da membri del suo stesso partito.

Vi è un generale riconoscimento non soltanto che la guerra coloniale americana in Iraq sia fallita, ma che i sei anni dell'amministrazione Bush abbiano prodotto un declino colossale nella posizione mondiale dell'imperialismo USA.

La "nuova via in avanti" detta esplicitamente da Bush nel suo discorso meno di due settimane fa ha provocato crescenti timori che l'intensificazione militare in Iraq, combinata con le minacce contro Iran e Siria, accrescerà solamente il disastro. Nondimeno, la reazione del Congresso somiglia alla paralisi dei passeggeri che sono di fronte ad un imminente incidente ferroviario: sanno che sta per avvenire ma non possono fare nulla per evitarlo.

La paura delle conseguenze dell'escalation di Bush è combinata con il timore persino maggiore sulle implicazioni che una sconfitta decisiva in Iraq comporti per l'imperialismo USA.

La generale perplessità e la disperazione erano riflesse negli elementi di irrealtà ed assurdità nel discorso di Bush. Il "comandante in capo" non è nemmeno riuscito a menzionare la guerra in Iraq—che tutti sapevano fosse il problema principale di fronte alla nazione—fino ad oltre dei tre quinti delle sue osservazioni.

La caratteristica più saliente dell'attuale "stato dell'unione" è la decisione senza precedenti di un presidente USA di intensificare una guerra che è stata rifiutata in modo schiacciante dal popolo in elezioni tenutesi appena tre mesi prima. Tuttavia questo disprezzo sfacciatamente antidemocratico dell'opinione pubblica non è mai stato affrontato.

Invece, Bush ha iniziato il suo discorso con una serie di proposte reazionarie su questioni domestiche. "Il nostro compito è di rendere la vita migliore per gli americani ed aiutarli a costruire di speranza ed opportunità—e questa è l'impresa davanti a noi questa notte", ha proclamato.

Infatti, l'"impresa" quella notte, come per tutto l'anno, era di sostenere gli interessi delle banche e delle grandi aziende che controllano entrambe i maggiori partiti e le proposte di Bush riflettevano tutte questo punto. Queste ammontavano ad una serie di messaggi in codice ai principali settori creatori di profitto—le conglomerate dell'energia, i monopoli della sanità, l'industria agricola e Wall Street—che Bush avrebbe portato avanti nuove iniziative per accrescere i loro profitti.

Quindi, il presidente ha promesso di "tenere in equilibrio il bilancio federale... senza aumentare le tasse", cioè di difendere le sue massicce agevolazioni fiscali per i ricchi mentre continua a tagliare quanto rimane dei programmi sociali per i lavoratori. Ha chiesto che il governo "assuma la sfida dei diritti acquisiti", cioè che si applichi nella distruzione della sicurezza sociale e dell'assistenza sanitaria.

Bush ha promosso un piano totalmente regressivo apparentemente per aiutare 47 milioni di americani che non hanno l'assicurazione sanitaria. La sua cura, comunque, era peggiore della malattia. Farebbe diventare reddito tassabile i benefici sanitari offerti dai datori di lavoro, il che significa un ulteriore taglio del reddito per circa 30 milioni di americani. Introdurrebbe anche una deduzione fiscale universale per incoraggiare la gente ad optare per questi piani, indebolendo la copertura sanitaria per circa 160 milioni di persone.

Passando alla questione dell'immigrazione, Bush ha promesso di portare avanti la legislazione rivolta ad istituire una nuova versione del programma “bracero” (lavoratore a giornata messicano n.d.r.) garantendo all'industria agricola una provvista affidabile di lavoratori oppressi e sottopagati, negando intanto agli immigrati i diritti fondamentali.

Il presidente ha lanciato una serie di proposte presumibilmente mirate a far terminare la dipendenza degli USA dal petrolio straniero. Tutte queste misure sono state create per sostenere gli interessi delle conglomerate dell'energia come la Exxon Mobil e le Tre Grandi fabbricanti di automobili.

Quando alla fine si è rivolto all'Iraq, è stato attraverso il solito percorso di descrivere la guerra di aggressione a lungo pianificata da Washington come una risposta agli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 e come un fronte chiave nella "guerra globale al terrore".

Il fatto che milioni di americani abbiano respinto molto tempo fa la pretesa che l'invasione dell'Iraq fosse una reazione agli attacchi dell'11/9 non ha trovato nessun riflesso nella sala del Congresso.

Guidati dalla Pelosi, i Democratici si sono alzati ripetutamente in piedi per lunghe ovazioni per la cosiddetta guerra al terrore e per coloro che la fanno. Si sono alzati in piedi ed hanno applaudito Bush quando ha dichiarato che la missione di Washington era di "aiutare uomini e donne nel Medio Oriente a costruire società libere e concorrere ai diritti di tutta l'umanità". Questo nonostante il fatto che la politica degli USA abbia ucciso centinaia di migliaia di iracheni e fatto diventare il loro paese un inferno di morte e distruzione, mentre l'imperialismo americano continua a fondare la sua potenza regionale su un regime sionista che opprime i palestinesi e su despoti arabi che sopprimono i loro popoli.

La perplessità dei Democratici trova la sua perfetta espressione quando sono stati messi in ginocchio dal seguente passaggio di Bush:

"Siamo giunti a questo largamente uniti—nelle nostre assunzioni e nelle nostre convinzioni. E, per qualunque cosa abbiate votato, non avete votato per il fallimento. Il nostro paese sta perseguendo una nuova strategia in Iraq—ed io vi chiedo di dare ad essa una possibilità di funzionare. Ed io vi chiedo di sostenere le nostre truppe sul campo—e quelle che arriveranno".

Qui gli estensori dei discorsi di Bush si sono guadagnati la paga. Il passaggio ha reso chiaro che i Democratici al Congresso erano soci di Bush nel crimine, dando alla Casa Bianca un assegno in bianco per fare una guerra di aggressione contro l'Iraq. Ha pure detto esplicitamente che i Democratici come i Repubblicani riflettono la posizione di consenso all'interno dell'elite dominante dell'America che la forza militare deve essere utilizzata per far valere gli interessi del capitalismo USA universalmente, più decisivamente impadronendosi del controllo dei rifornimenti mondiali di energia.

L'insuccesso di questa strategia, dalla prospettiva dell'establishment politico, ha conseguenze vaste e catastrofiche per gli interessi imperialisti degli USA su scala mondiale. E' per questo che, sotto il cinico slogan di "sostenere le nostre truppe", i Democratici continueranno a finanziare la guerra.

La bancarotta politica dell'apparente opposizione dei Democratici alla politica bellica di Bush è stata sottolineata nella risposta ufficiale del partito, pronunciata dal nuovo senatore democratico Jim Webb della Virginia, lui stesso veterano del Vietnam ed ex segretario repubblicano alla marina.

Dopo avere descritto la guerra come "mal condotta", Webb è incespicato sulle sue note predisposte in modo eloquente. "La maggioranza della nazione non appoggia più questa guerra", ha iniziato, e quindi si è corretto per dire "non sostiene più il modo nel quale questa guerra viene combattuta, e nemmeno lo fanno i militari".

La realtà è che la schiacciante maggioranza si oppone davvero alla guerra. Secondo un sondaggio rilasciato dalla NBC e dal Wall Street Journal alla vigilia del discorso, il 65% vuole tutte le truppe USA fuori dall'Iraq per la fine dell'anno. Ma i Democratici sono impegnati alla sua continuazione.

Come Webb ha continuato, "Abbiamo bisogno di una nuova direzione. Non un passo indietro dalla guerra contro il terrorismo internazionale. Non una ritirata precipitosa che ignori la possibilità di ulteriore disordine".

Tutto il parlare dei Democratici di "ridispiegamento" delle truppe USA è semplicemente una strategia alternativa per continuare l'occupazione e la guerra contro il popolo iracheno, contando meno sulle unità di combattimento della fanteria USA e più su surrogati iracheni appoggiati da "consiglieri" americani, forze di impiego rapido e potenza aerea.

La tanto vantata risoluzione non vincolante del Senato che si oppone allo "slancio" di Bush nella sua prima frase dichiara che "...la strategia e la presenza degli Stati Uniti sul terreno in Iraq possono essere prolungate solamente con il sostegno del popolo americano e l'appoggio bipartitico del Congresso". Continua dichiarando che "...massimizzando le nostre possibilità di successo in Iraq dovrebbe essere il nostro obiettivo e le migliori possibilità di successo richiedono un cambiamento nell'attuale strategia".

Il discorso di Bush equivaleva ad un appello supplichevole per questo sostegno “bipartisan”—perché i Democratici ed i membri tentennanti del suo stesso partito diano una possibilità al suo intensificato assalto al popolo iracheno. Mentre i Democratici, così come altrettanti nel Partito Repubblicano, temono le conseguenze potenzialmente disastrose di questa nuova tattica, essi contrappongono solamente altri mezzi per continuare la guerra.

Il discorso sullo Stato dell'Unione e la risposta dei Democratici hanno sottolineato l'impossibilità di una lotta genuina per porre fine alla guerra in Iraq al di fuori della lotta per mobilitare i lavoratori indipendentemente da ed in opposizione ad entrambe i partiti Democratico e Repubblicano ed all'elite dominante corporativa i cui interessi essi servono.