L'ONU permette ad una associazione islamica

nella lista nera di operare liberamente in Kosovo

di Christopher Deliso

15 settembre 2005

Quando si parla di istituti di beneficenza sospettate di coinvolgimento nel terrorismo, fino a quale punto si può dire che una serie di azioni indipendenti indicano una intenzione coordinata e maligna? E se indicano di fatto tale intenzione, cosa dovrebbe essere fatto per questo?

Queste sono le questioni con le quali ha dovuto lottare durante il suo periodo in Kosovo Thomas Gambill, ex funzionario della sicurezza dell'OSCE, riguardo a diverse ONG ed associazioni di beneficenza islamiche le cui attività dichiarate parevano benigne ma delle quali i moventi nascosti erano più sospetti.

Secondo Gambill, la cui testimonianza rivelatoria comparve dapprima su Antiwar.com in agosto, il verdetto non è generoso: in più di un caso, i capi dell'ONU nella provincia serba occupata "hanno chiuso un occhio" sulle associazioni pericolose, compresa la branca locale di un gruppo fondamentalista islamico che è stato collegato ad attacchi terroristici e/o all'estremismo in diversi paesi, dal Bangladesh, Pakistan ed Afghanistan all'Azerbaijan, Albania e Bosnia, un gruppo che, infatti, è stato parzialmente incluso nella lista nera sia dall'amministrazione Bush che dall'ONU dal gennaio del 2002.

Un disinteresse pericoloso

Comunque, ora che il gruppo in questione (l'Associazione per la rinascita dell'eredità islamica, Revival of Islamic Heritage Society, da qui in poi RIHS), è divenuto più importante per cercare di diffondere il Wahhabismo saudita ultraconservatore e per sostenere direttamente attacchi terroristici, come gli attentati dinamitardi su vasta scala del mese scorso in Bangladesh, l'apparente disinteresse dell'UNMIK potrebbe essere più che soltanto negligente; se il RIHS dovesse consolidare la posizione nei Balcani costituita più di un decennio fa in Albania potrebbe guidare tendenze sociali di lungo termine lontane dal cosiddetto sentiero di "integrazione occidentale" della regione. Più importante nel breve termine, ignorando la presenza del gruppo in Kosovo, le autorità internazionali continuano a permettere ad una fonte chiave del finanziamento e dell'organizzazione logistica terrorista di operare non ostacolata.

Le rivelazioni iniziali di Tom Gambill sono state rese pubbliche in questo articolo, nel quale l'ex capo della sicurezza disputava che la maggioranza dei suoi colleghi erano interessati solamente alle loro paghe, alle loro carriere ed al desiderio di scampare dal Kosovo incolumi e dunque rifuggire dall'affrontare ogni potenziale fonte di conflitto, non importa quanto grande il pericolo che questa possa avere rappresentato.

"Ho avuto questa informazione [sulle associazioni] completa già nel 2001", dice Gambill. "Ma il Dipartimento di Stato non voleva sentirne parlare. L'ho presentata ad ogni incontro dove andavo che comprendesse i militari [USA], ma niente. Molti dei tipi della KFOR [Forza del Kosovo] americana erano lì per i loro sei mesi, sapete, prendete il nastrino, fate qualche buona azione e andate a casa. E quelli che confidavano in me non volevano causare guai ai loro superiori... l'idea era "ehi, siamo qui soltanto per sei mesi, facciamo il lavoro che ci è stato dato e andiamo a casa".

Per la presente indagine Mr. Gambill si è impegnato fornendo scritti ufficiali e testimonianze fotografiche a sostegno del suo caso sulla presenza del RIHS in Kosovo. Ha ricordato pure la reazione generalmente tiepida che ha ricevuto dai superiori. Infatti, questo ex marine crede che la decisione dell'OSCE di non rinnovare il suo contratto la scorsa primavera sia dovuto al desiderio di salvare la faccia "seppellendo" le storie che lui insisteva nel raccontare, qualcosa non molto sorprendente, considerando che la sfacciatamente irresponsabile amministrazione internazionale è andata molto lontano fin dal primo giorno per nascondere i suoi monumentali fallimenti, in aree che spaziano dalla creazione di una vitale economia alla protezione di gruppi di minoranza vulnerabili.

Ci si potrebbe chiedere: "Dunque cosa? Vi sono milioni di queste presumibilmente 'pericolose associazioni islamiche la fuori". Questa fu la mia reazione iniziale quando sentii del caso per la prima volta. Comunque, dopo qualche ricerca, divenne chiaro che, lungi dall'essere soltanto un'altra della miriade di ONG islamiche che operano nei Balcani, la RIHS era di fatto un attore importante con distinto percorso ed aspirazioni veramente globali. Se l'ONU le ha veramente permesso di prosperare in Kosovo tale politica sembrerebbe molto stolta, come dovrebbe indicare ciò che segue.

La RIHS: Un rapido esame

L'Associazione per la rinascita dell'eredità islamica è un'associazione di beneficenza basata in Kuwait con succursali in numerosi paesi abitati da musulmani. E' stata fondata nel 1992 e, secondo l'International Journal of Not-for-Profit Law del 2002, ha costituito branche internazionali, includendone persino una britannica (più tardi registrata con la Charity Commission: registrazione n. 1014888). Citando un sito web ora cessato, l'articolo dichiarava che lo scopo della RIHS è "migliorare la condizione della comunità musulmana e sviluppare la consapevolezza e la comprensione dell'Islam tra le comunità non musulmane, concentrandosi sui giovani e l'istruzione".

In realtà, far proseliti tra i giovani ed i poveri è servito come metodo preliminare del gruppo per spingere avanti un tipo di culto più conservatore basato sulla forma Salafita o Wahhabita saudita di Islam. Ciò è stato eseguito invariabilmente attraverso la costruzione su larga scala di moschee, incentivi finanziari per i convertiti e tentativi di alienare i giovani dalle tradizioni costituite e dai processi politici dei loro paesi. Come per ogni culto, fanno questo per presentare le loro soluzioni a problemi sociali complessi come le sole "vere" alternative, persino se la realizzazione di queste soluzioni a volte richieda attività terroristiche.

Il modello costituito di attività della RIHS indica uno speciale interesse negli stati islamici o parzialmente islamici dove prevale un certo livello di disordine, dove le economie stagnanti e la corruzione governativa possono essere attaccate da un punto di vista ampiamente populista, e, particolarmente, non vi è nessuna tradizione storica di culto salafita arabo. Come conseguenza dell'11/9, gli investigatori europei hanno scoperto una chiara connessione tra i propagandisti salafiti ed i gruppi estremisti indigeni.

Ma, nonostante la presenza del gruppo in Inghilterra, le attività della RIHS in luoghi come l'Azerbaijan ed il Bangladesh, come anche nei Balcani, sono state molto più importanti, strategicamente parlando, per il loro obiettivo di portare gli stati in via di sviluppo sotto il loro definitivo controllo ideologico e, idealmente, politico.

Inoltre, la RIHS è un membro fondatore di una infame ed ora in gran parte infranta rete di associazioni di beneficenza islamiche che comprende le bandite al-Haramain, Global Relief e la Holy Land Foundation for Relief and Development, che condividevano tutte gli stessi obiettivi strategici. Come dichiara un rapporto del maggio del 2005 del Naval Postgraduate School, "sin dal 1992, in aggiunta agli ordini locali, i principali sostenitori [in Bosnia] delle idee salafite erano le seguenti agenzie di soccorso, High Saudi Committee, al-Haramain Foundation e Society for the Revival of Islamic Heritage (Jam'iyyat Ihya’ al-Turah al-Islami)".

La RIHS nella lista nera

Il 9 gennaio 2002, le operazioni della RIHS in Afghanistan e Pakistan sono state inserite nella lista nera del governo U.S.A. Simultaneamente, la Banca d'Inghilterra si è comportata nello stesso modo, come ha fatto l'ONU due giorni più tardi. Annunciando l'azione come parte di uno sforzo globale per interrompere l'accesso dei terroristi a "paesi a valuta forte", l'allora Segretario al Tesoro Paul O’Neill ha parlato anche di Canada, Lussemburgo e Hong Kong nella lista dei posti che stavano facendo rispettare il bando e congelando le attività del gruppo.

Secondo il governo USA, le branche pakistana ed afgana della RIHS erano guidate da alcune autentiche mele marce, o "malfattori" come li chiamava O’Neill, tra i quali vi erano un certo Abd al-Mushin al-Libi e Abu Bakr al-Jaziri, "già raccoglitore di fondi di bin Laden".

Basato a Peshawar, il secondo prestava servizio come direttore delle finanze dell'Afghan Support Committee, un'associazione di beneficenza islamica collegata ad al Qaeda. Al-Libi guidava l'ufficio pakistano della RIHS mentre dirigeva anche l'ufficio dell'Afghan Support Committee a Peshawar. O'Neill dichiarò che questi gruppi "rubavano alle vedove ed agli orfani per finanziare il terrorismo di al Qaeda".

Il personale della RIHS in Kuwait è meno conosciuto, ma coinvolge persino entusiaste donne occidentali convertite. Pare che, ad un certo punto tra il 2002 ed il 2004, venne inserito nella lista nera anche il quartiere generale in Kuwait, come è dichiarato in questo rapporto del 19 ottobre 2004 del sostituto di O’Neill, John Snow. Ma ciò resta in qualche modo un mistero, dal momento che non è stato detto niente altro del perchè o come avvenne l'inserimento nella lista nera. Dopo tutto, nel gennaio del 2002 O’Neill aveva specificamente detto che non vi era nessuna prova che la RIHS del Kuwait fosse a conoscenza dei movimenti di denaro delle loro branche afgana e pakistana. Dunque, che cosa accadde da allora? La prova presentava se stessa? La situazione rimane confusa.

A parte Afghanistan e Pakistan, la RIHS è stata attiva in altri paesi, in modo più evidente operando con emigrati jihadisti ceceni in Azerbaijan e con gruppi terroristi indigeni in Bangladesh, in entrambe i casi intendendo costituire un governo rigorosamente islamico attraverso il sovvertimento violento. Quando il modello stabilito da queste attività è rivelato nelle sue dimensioni complete, le asserzioni fatte da investigatori come Tom Gambill riguardanti la minaccia ai Balcani acquistano una rinnovata urgenza. Ora considereremo alcuni esempi che illustrano la strategia in tre stadi della RIHS per determinare il cambiamento: difendere una presenza, fomentare il dissenso e, infine, impegnarsi in spettacolari attacchi terroristici per mettere a punto la scena per una rivoluzione islamica.

Stadio 1: Difendere una presenza, Albania

Il 28 giugno 1998, mentre infuriava la guerra tra l'esercito jugoslavo ed il paramilitare albanese KLA in Kosovo, furono arrestati due egiziani che dirigevano un campo di addestramento terrorista nella città di Elbasan, nell'Albania centrale. Stavano quietamente reclutando dei giovani dal nord del paese per la campagna contro i serbi. Citando il servizio segreto albanese ShIK, il rapporto allegato affermava che la coppia (Maget Mustafa e Muhamed Houda) cercavano di "dare un potente carattere religioso" alla nascente guerra del Kosovo che sarebbe finita con il bombardamento della NATO la primavera seguente.

Secondo l'articolo, gli egiziani erano stati attivi all'el-Hagri Theological Institute di Elbasan. Sospetti di fondamentalisti salafiti nel mezzo erano sorti localmente "dopo l'arrivo di sudanesi e pakistani" quattro anni prima.

In realtà, mentre delle "voci" già circolavano localmente riguardo i veri interessi degli egiziani trattenuti, "essi dichiaravano che la loro attività era di carattere umanitario in aiuto delle famiglie povere ... [loro] occupavano posti nell'associazione 'Rinascita dell'eredità islamica' operante in Albania".

E' ben noto che Osama bin Laden cercò di intromettersi nel 1994 nell'Albania post comunista offrendo assistenza umanitaria all'impoverita nazione attraverso associazioni islamiche di beneficenza. Naturalmente, questa era meramente una facciata per importare radicali e terroristi islamici. Pare che alcune fossero riferibili ad Ayman al-Zawahiri, dal 1991 leader della Jihad Islamica egiziana e più tardi braccio destro di bin Laden. In un breve rapporto del 2 giugno 2004 il Tesoro USA affermava che lo stesso Osama bin Laden finanziava al-Haramain in Albania e che "nel 1998, il capo della Jihad Islamica egiziana in Albania secondo quanto riferito era anche un funzionario finanziario della AHF in Albania".

Infine, "alla fine del 2000, uno stretto associato di un agente di OBL si era trasferito in Albania e dirigeva una non nominata sussidiaria della AHF". Quale "sussidiaria" poteva essere stata?

Mentre in questo seducente articolo del luglio 2005 del Chicago Tribune sull'alquanto plateale rapimento nel 2003 da parte della CIA dell'imam egiziano Abu Omar in Italia non vi è risposta a questa domanda , esso chiarisce la connessione egiziana con la RIHS in Albania.

Diversi anni prima di diventare, alla fine del 2001, un agitatore antiamericano, Abu Omar era stato un prezioso informatore dello ShIK in Albania e quindi, in definitiva, della CIA. L'articolo racconta che il 27 agosto 1995 l'allora sconosciuto Abu Omar venne arrestato dalle autorità albanesi per essere interrogato, assieme a diversi membri noti della Jihad Islamica egiziana e di un altro gruppo terrorista egiziano, lo Jamaat al-Islamiya. Lo ShIK aveva ricevuto dalla CIA l'informazione che questo gruppo stava pianificando di assassinare il ministro degli esteri egiziano Amr Moussa in visita. Infatti, soltanto due mesi prima, lo Jamaat al-Islamiya aveva tentato di assassinare, ad Addis Ababa in Etiopia, il presidente Hosni Mubarak. Così, date le circostanze, l'interesse della CIA era comprensibile.

Sotto interrogatorio, Abu Omar ammise di essere fuggito dall'Egitto "perché apparteneva allo Jamaat al-Islamiya". Ma negò ogni complotto di assassinio, dal momento che "una tale mossa sarebbe costata allo Jamaat al-Islamiya il suo rifugio sicuro. ... Abu Omar raccontò agli agenti dello ShIK che, per i membri di Jamaat come lui, l'Albania era un 'albergo sicuro', un paese dove i musulmani fondamentalisti credevano di poter vivere senza timore di repressione politica".

Allo stesso tempo, Omar affermò che il gruppo terrorista egiziano "aveva circa 10 persone che lavoravano per tre associazioni di beneficenza islamiche in Albania, comprese la al-Haramain Islamic Foundation e la Revival of Islamic Heritage Society."

Sebbene Abu Omar scomparve misteriosamente alcune settimane più tardi solamente per riemergere in Italia come un radicale, non troncò i suoi legami con i gruppi terroristi stranieri di base in Albania. In realtà, come fa capire una conversazione del 6 giugno 2002 registrata dalla polizia italiana, era veramente molto informato delle operazioni in corso. L'articolo del Chicago Tribune trascrive il pezzo relativo:

"[A]bu Omar viene ascoltato di nascosto parlare di un non identificato sudafricano che pare stia parlando di autobombe.

"'Chi le ha fatte?' chiede Abu Omar. 'Chi? Chi?'

"'Uno dei fratelli palestinesi', replica il sudafricano.

"'Il palestinese?' chiede Abu Omar.

"'Si', risponde l'uomo. 'Quello che viene chiamato la macchina ... quello che è in Albania'".

Questo è interessante, perché vi sono scarse informazioni riguardanti le attuali attività della RIHS e dei gruppi affini in Albania. Sembrano essere usciti dal radar. Ma è rilevante che la filiale non sia stata messa nella lista nera degli USA, come lo sono state le filiali afgana e pakistana. Perché? Le loro attività sono state sospese, volontariamente od involontariamente? Oppure per qualche ragione gli USA stanno pigliando quel paese alla leggera? Non vi è semplicemente nessun modo di sapere.

Comunque, ciò che qui è essenzialmente importante notare sono i mezzi di infiltrazione dimostrati e le operazioni clandestine della RIHS, che sono incontestabilmente rivelati nel caso di Abu Omar ed in altri avvenimenti sopra discussi.

Stadio 2: Trasformare lo Stato, Azerbaijan

Con i suoi consistenti depositi di petrolio e di gas e la direzione della nuova conduttura petrolifera Baku-Tbilisi-Ceyhan, l'Azerbaijan è un paese strategicamente di importanza vitale per gli Stati Uniti, come pure per i "riformatori" islamisti quali la RIHS. La vicinanza di questo paese del Caucaso a territori di conflitto come la Cecenia, il Dagestan, ed il Nagorno-Karabakh, per non parlare delle sue relazioni chiave con vicini come la Turchia e l'Iran, ha portato gli strateghi americani a controllare molto attentamente gli sviluppi nel paese. Ma si sono lasciati sfuggire qualcosa?

Un avvincente articolo del luglio 2005 della Jamestown Foundation racconta dell'arrivo in Azerbaijan nell'era post URSS dei missionari salafiti, un fenomeno acceleratosi con la prima guerra in Cecenia nel 1994. Infatti, i primi missionari salafiti arrivarono direttamente da questa aspramente contesa zona di guerra: "la maggioranza di loro veniva dalla Cecenia e dal Dagestan dove i salafiti avevano una certa influenza, dovuta in larga misura alle guerre russo-cecene".

Comunque, pochi anni dopo "i missionari da paesi del Golfo Persico aumentarono drammaticamente le loro attività in Azerbaijan". Secondo l'articolo, il numero attuale dei fedeli salafiti nella sola Baku è calcolato attorno ai 15.000, nonostante prima non vi fosse nessuna tradizione di questa forma saudita di Islam. Questo preoccupa il governo azero, e forse con buona ragione: "in maniera allarmante per i governanti azeri, i salafiti non fanno un segreto delle loro aspirazioni di acquisire potere politico in Azerbaijan".

Considerando che circa il 65-70% degli azeri sono musulmani sciiti, le incursioni che fanno i salafiti interessano anche il vicino Iran, il percepito "arcirivale" di questo movimento arabo sunnita. Questo fattore porta l'autore a speculare che, se coloro che fanno proseliti creano dei problemi per la maggioranza sciita, ciò potrebbe "provocare qualche forma di intervento iraniano" e che, in definitiva, "la proliferazione delle idee salafite tra le minoranze religiose ed etniche potrebbe creare potenti forze centrifughe che a tempo debito minacceranno l'unità nazionale in Azerbaijan".

In maniera piuttosto interessante, la RIHS è stata un attore chiave nel promuovere le idee che potrebbero portare ad una simile destabilizzazione. Dunque, perché qui gli USA non la hanno messa nella lista nera, come hanno fatto in Afghanistan e Pakistan? Afferma l'articolo:

"Al 2003 in Azerbaijan erano state fondate 65 nuove moschee controllate dai salafiti. Una delle più grandi moschee salafite nel paese è la moschea di Abu Bakr. Costruita nel 1997 a Baku dalla branca azera dell'associazione kuwaitiana Revival of Islamic Heritage, Abu Bakr è diventata una delle moschee di maggiore successo in Azerbaijan.

"Mentre le moschee sciite o sunnite in media sono in grado di attrarre approssimativamente 300 persone per le preghiere del venerdì, il numero di persone che visitano la moschea di Abu Bakr arriva tipicamente a 5.000-7.000 persone. [2] L'Imam della moschea di Abu Bakr è Gammet Suleymanov, un laureato della Università Islamica Mondiale di Medina che è il centro più importante per lo studio e l'esportazione del salafismo".

Secondo l'articolo, nel 2001 un processo ad un aspirante mujahedin per la campagna di Cecenia portò alla convocazione di Suleymanov, poiché l'accusato era stato un "frequente visitatore" della sua moschea ed infatti era stato lì reclutato dai capi requisiti. Da un altro processo, la moschea di Abu Bakr di Suleymanov era anche stata scelta come un rifugio per i membri dell'organizzazione panislamica Hizb-ut Tahrir. Infine, nel maggio del 2002 il vice ministro della sicurezza nazionale Tofiq Babayev attestò che

"Diversi paesi arabi erano interessati a diffondere il Wahhabismo radicale in Azerbaijan. Secondo Babayev, più di 300 azeri erano stati addestrati in centri wahhabiti del Dagestan. Il vice ministro identificò tre stadi nel tentativo di fare del Wahhabismo un movimento di base in Azerbaijan. Prima vi è la diffusione della letteratura wahhabita e la fornitura di assistenza finanziaria a potenziali attivisti. Il secondo stadio riguarda l'efficiente addestramento degli attivisti e lo stadio finale si occupa della mobilitazione di membri attivi per azioni di terrorismo progettate per destabilizzare lo stato. [5]"

Considerando tutto, pare sorprendente che gli USA, a quanto pare, non si siano mossi per chiudere la filiale della RIHS in Azerbaijan. Come sottintende la testimonianza di cui sopra, alla fine le cose potrebbero procedere ad un punto dove la stabilità nazionale diventa una preoccupazione reale; potrebbe quindi spiegarsi il terzo stadio del piano estremista.

Stadio 3: Destabilizzazione attraverso il terrorismo, Bangladesh

Il 17 agosto in 63 su 64 distretti del Bangladesh è stata condotta una campagna di attentati coordinati. Quasi 500 piccole ma quasi simultanee esplosioni hanno ucciso tre persone e ne hanno ferito almeno 150. Gli attentati erano intesi essere una dimostrazione di forza, per intimidire piuttosto che per uccidere, e per mostrare al paese cosa erano capaci di fare i terroristi.

La scorsa settimana il governo ha accusato che il principale sospettato degli attentati, il gruppo terrorista locale Jama'atul Mujahedin Bangladesh (JMB), era stato pesantemente finanziato ed assistito dalla Revival of Islamic Heritage Society, assieme ad un misterioso imam dal Regno Unito ed a diverse altre organizzazioni e gruppi di facciata.

Questi gruppi avevano impiegato illegalmente islamisti stranieri in visita in Bangladesh con visti turistici, come pure diversi veterani della famigerata al-Haramain, riferiva il New Kerala dell'8 settembre. Così, mentre le piace presentarsi come chi ha distrutto le associazioni di beneficenza islamiche che sostengono i terroristi, l'amministrazione Bush le ha soltanto disperse. Esse possono e facilmente si riordinano, sotto l'ombrello di differenti gruppi e nomi.

Con la pressione di seguire la derivante repressione della polizia, la RIHS ha cercato di abbassare drasticamente il proprio profilo. Secondo l'articolo, "l'organizzazione di facciata della Heritage Society nella capitale, la Higher Islamic Education Institute, è stata chiusa la scorsa settimana. Ha iniziato a sistemare il personale in altre istituzioni affiliate come parte del processo di occultamento".

Soltanto quattro giorni dopo le esplosioni, un alto funzionario della RIHS dal Kuwait, Abdul Aziz Khalaf Malullah, accorciò la sua visita di un mese e lasciò il Bangladesh. Ciò che ha realmente fatto alzare le sopracciglia sulla sua partenza improvvisa è stato il fatto che Malullah aveva a quanto pare pianificato il suo viaggio "con l'esplicita missione di assicurare la continuazione delle attività della RIHS nel paese", secondo South Asian Media Net del 22 agosto. Ma poiché il kuwaitiano era arrivato appena pochi giorni prima delle esplosioni, non era probabilmente a conoscenza che avrebbero avuto luogo, e quindi rendere necessaria l'immediata presenza di qualcuno per fare pressioni sul governo per conto del gruppo? E, specialmente, considerando che i preparativi per la complessa serie di attentati iniziò già in aprile e richiese molto coordinamento con la RIHS?

In ogni caso, Malullah "fallì nel manovrare una reazione positiva da parte del governo" e partì il 21 agosto. E' l'unico dei funzionari della RIHS dei quali si conosca il nome.

La RIHS, comunque, potrebbe non prendere tutta la luce dei riflettori. L'articolo del New Kerala aggiunge che "più di 100 stranieri ... da diversi paesi del Medio Oriente e dell'Africa" sono stati impiegati illegalmente anche in altre nove associazioni di beneficenza islamiche. In aggiunta, quattro funzionari di associazioni sospettate di coinvolgimento nel terrorismo erano stati tra i 14 che lavoravano per la al-Haramain, ma che hanno lasciato il paese quando il gruppo venne bandito nel 2004. Comunque, essi "ritornarono diversi mesi più tardi e si unirono alla Heritage Society [RIHS] all'insaputa delle agenzie di intelligence".

Inoltre, seguendo la pista del denaro, gli investigatori locali sono arrivati alle porte della RIHS, dice l'articolo:

"Un rapporto dei servizi segreti recentemente sottoposto al governo diceva che l'organizzazione basata in Kuwait convogliava finanziamenti per il capo del [gruppo estremista] Ahle Hadith Andolon, Asadullah al-Ghalib, che è pure professore universitario, che è stato arrestato lo scorso febbraio per aver fatto esplodere delle bombe in uffici di ONG ed a riunioni culturali nel nord del paese.

"Jamaatul Mujahideen Bangladesh, incolpato della catena di attentati del 17 agosto, riceve finanziamenti stranieri per le sue attività militanti attraverso Ghalib".

E, secondo Asia News Network del 3 settembre, "i servizi segreti del Bangladesh recentemente hanno raccomandato di bandire la RIHS perché finanzia i militanti islamisti nel paese ... affermando che essa pare più interessata a promuovere la militanza che a proteggere l'eredità islamica, ha detto una fonte di intelligence".

Secondo il rapporto, la RIHS ha fornito finanziamenti a due organizzazioni collegate, la Tawhid Trust e la Hadith Foundation, entrambe le quali sono state "costituite dal dirigente militante Asadullah al-Galib".

In un articolo supplementare che cercava di spiegare il problema dell'estremismo islamico in Bangladesh, il Christian Science Monitor riferiva che il governo del Bangladesh "sta lavorando con le banche del paese per identificare conti e transazioni sospetti, alcuni forse che hanno origine all'estero. 'Hanno ricevuto aiuti in denaro dall'Arabia Saudita, dal Sud Africa e dal Pakistan', dice un investigatore della polizia a riposo che ha parlato sotto condizione dell'anonimato. 'Hanno iniziato per la prima volta nel 1989 durante la guerra afgana'".

Questa apparente dimostrazione di diligenza è intesa senza dubbio a mantenersi ottimisti riguardo alla capacità della polizia internazionale di congelare i conti e mettere i terroristi all'ospizio. Comunque, come un altro recente articolo che parla degli enormi finanziamenti stranieri alle 34 ONG islamiche registrate del Bangladesh rende chiaro, non dovremmo ingannare noi stessi:

"Questo denaro non ha nessuna registrazione ufficiale come non arriva attraverso canali ufficiali. Le persone si sono interessate a portare esse stesse il denaro o ad inviarlo attraverso canali non ufficiali come hundi. Anche alcuni esportatori ed importatori di Dhaka e Chittagong aiutano a trasferire il denaro. I fondi stranieri che vengono incanalati attraverso gli uomini d'affari arrivano principalmente via Bangkok e Singapore, hanno fatto notare le fonti.

"Questa è una delle principali fonti di finanziamento per le ONG islamiche locali e le madrassa Qawmi che non hanno il riconoscimento governativo. Non viene reso conto propriamente delle entrate e delle spese di queste madrassa poiché esse non rispondono a nessun ente governativo".

Detto questo, il CSM fa notare come i fondamentalisti abbiano utilizzato un piano ben collaudato, sfruttare crisi sociali ed economiche per guadagnare influenza, come è stato specificato all'inizio di questo articolo essere la principale strategia:

"I gruppi militanti islamisti hanno preso qui una salda base, dando dimostrazione di una rete molto estesa, altamente coordinata e ben finanziata ... la militanza nostrana, invigorita da finanziamenti stranieri e dirigenza radicalizzata in Afghanistan, è qui prosperata a causa delle crescenti disuguaglianze economiche e di politiche astiose che hanno paralizzato il funzionamento della democrazia".

Outlook India ha citato una fonte dell'intelligence che asseriva che "I militanti del JMB attraverso Ghalib hanno utilizzato le strutture di circa 700 moschee costruite in tutto il paese dalla Revival of Islamic Heritage Society (RIHS)". Il rapporto del CSM afferma che complessivamente la RIHS ha finanziato 1.000 moschee in Bangladesh, come pure 10 nuove madrassa.

Infine, come il Brigadiere Generale a riposo Shahed Anam Khan ha raccontato al giornale, "l'organizzazione dietro i fatti del 17 agosto era estremamente sofisticata ed articolata. E' chiaro che vennero utilizzate almeno 500 persone per piazzare le bombe; la loro strategia era un classico, mandare uomini che non conoscono il gruppo centrale che aveva pianificato e montato le bombe. Questo è un qualcosa con cui in passato non ci siamo mai imbattuti".

Uno stupefacente disinteresse

Prese cumulativamente, tutte le equivoche associazioni e le deleterie attività della RIHS non avrebbero dovuto far suonare dei segnali d'allarme per le autorità internazionali in Kosovo, dove la presenza dell'associazione di beneficenza è stata da lungo tempo provata? Secondo Tom Gambill, persino quando posti di fronte alla prova dell'esistenza della RIHS nella provincia occupata, i funzionari ONU ed americani sembravano egualmente piuttosto non impressionati.

Mentre vi erano alcuni funzionari della sicurezza americani "motivati" che "volevano un po' di azione", dice Gambill, "in alcuni casi questi venivano trattenuti da ordini dei gradi superiori di stare al loro posto. Questo era molto per il cattivo umore dei gradi inferiori, tenenti, capitani, qualche maggiore ... la stessa cosa per la CivPol [Polizia ONU]".

Comunque, aggiunge, le autorità in Kosovo generalmente erano indifferenti alla presenza della RIHS ed a ciò che per il futuro poteva significare. Quando Gambill sollevò l'argomento ad un'altra riunione a Camp Bondsteel, mostrando la prova fotografica e citando l'ingiunzione ONU che metteva il gruppo fuori legge, ne ottenne una reazione in qualche modo "irritata" da parte del rappresentante dell'FBI in Kosovo: "Pareva che non ne sapesse niente [del gruppo], figuratevi"!

Ostruzionisti e difensori all'ONU e nelle forze armate USA

Ma l'aspirante informatore non era soltanto un fastidio; con le sue discussioni e le frequenti e-mail ai funzionari della sicurezza dell'UNMIK e degli USA in Kosovo, stava provocando guai, essenzialmente l'ultima cosa che l'amministrazione internazionale "Io sono OK, tu sei OK" voleva vedere accadere. E questo portò certi individui ad essere eccessivamente agitati. Dichiara Gambill:

"In un altro caso, sono stato verbalmente attaccato via e-mail da un maggiore americano. ... Disse che non ero qualificato per fare commenti e che ne le mie informazioni ne i miei commenti erano accurate. Comunque, i commenti che faceva erano sbagliati ... e completamente ingiustificati. Dopo avere inoltrato i suoi commenti al mio punto di contatto alla base americana, egli (un altro maggiore) fu ripreso per questo tipo di comportamento.

"Più tardi, all'inizio del 2003, un membro, un americano assegnato all'OSCE che era nella mia rubrica e-mail, si lamentò con il mio Capo Divisione che inviavo all'esterno delle informazioni contenute in rapporti classificati dell'OSCE, il che era inesatto. Ho ottenuto le mie informazioni da fonti non classificate e ho correttamente triangolato le mie informazioni prima di scrivere e distribuire qualsiasi cosa. In altre parole, ho sempre ottenuto le stesse informazioni da almeno tre fonti diverse che non erano collegate ma coerenti. Ciò le qualificava quindi come informazioni affidabili. Ho usato anche una dichiarazione di non responsabilità, proprio nel caso. Dunque la sua lagnanza era inesatta e fatta per ragioni personali, come ho saputo dopo essermi presentato al mio dirigente sul rapporto e la fonte".

Ma il più grosso gruppo di coloro che negano non era formato da teste calde ma piuttosto da cinici che, afferma Gambill, pretendevano di essere esperti, sebbene visitassero il Kosovo soltanto una o due volte l'anno:

"Quelli che non credevano ai miei rapporti erano molti internazionali che argomentavano che queste cose [la penetrazione salafita ecc.] non accadevano in Bosnia e che perciò i fondamentalisti islamici non erano una minaccia. Essi affermavano che non vi era nessuno sforzo organizzato da parte dei fondamentalisti islamici e che i gruppi ribelli [albanesi] che causano disordine non erano una preoccupazione significativa. Questa linea veniva da molti dei comandanti militari USA che uscivano dalla regione una volta ogni sei mesi. Non vi era nessuna continuità nel passare le informazioni da una unità all'altra, mai".

Ma non tutte le reazioni erano ostili, dice Gambill. Altri ufficiali della sicurezza più entusiasti nel combattere la "guerra al terrorismo" erano impressionati dalla sua tenacia e dal suo impegno per estirpare elementi ostili. Egli racconta:

"In diverse riunioni del gruppo combinato (militari USA, ONU e CivPol), molti mi raccomandavano per le informazioni che ponevo sul tavolo. Mi venne detto che le mie fonti ed i miei rapporti erano accurati al 90% e venivano apprezzati. In un caso, dopo una riunione un comandante venne da me e si raccomandò che partecipassi a tutti i suoi incontri e mi diede una medaglietta dell'unità per i miei contributi. Naturalmente venne fatto senza fare rumore".

Infatti, qualche ufficiale della sicurezza che apprezzava il contributo di Gambill gli fornì a sua volta ulteriori "rapporti accurati ed alcune informazioni che aiutarono a confermare le informazioni che stavo mettendo fuori".

La RIHS in Kosovo: La prova

Tom Gambill ammette che, avendo lasciato il Kosovo più di un anno fa, non può affermare con certezza cosa stia ora accadendo là giorno per giorno. Comunque, fornisce la dimostrazione convincente che prova che le autorità ONU in Kosovo, almeno fino alla metà del 2004, tolleravano la presenza di un gruppo islamico (la RIHS) che altrove era stato bandito un anno e mezzo prima.

Per rafforzare la sua affermazione, Gambill presenta due documenti interni della polizia dell'UNMIK ed una foto che attestano una presenza della RIHS in Kosovo, e che svelano gli stessi modelli di attività dimostrati dal gruppo nei paesi discussi prima.

"In una riunione sulla sicurezza a [base militare USA di Camp] Bondsteel", racconta Gambill, "un comprensivo funzionario della [agenzia cancellata] americana fece scivolare verso di me una foto dei loro veicoli, con la scritta 'RHIS/P’ dipinta a spray sulla fiancata in grandi caratteri neri in grassetto e parcheggiati in strada a Malishevo [vicino alla città sud occidentale di Prizren]. Correvano liberamente da tutte le parti, questa foto era stata presa nel 2003 o all'inizio del 2004".

Per quanto riguarda i documenti, il primo (datato 26 luglio 2003) riguarda questo incidente a Malishevo. La polizia dell'UNMIK del posto osservava una Toyota bianca targata Tirana e con il nome RHIS/P stampato lungo la fiancata. Il veicolo era parcheggiato in città da due ore, ma, quando i suoi occupanti ritornarono, la polizia li fermò e venne a sapere che il conducente era un albanese del Kosovo ed il passeggero un kuwaitiano.

Entrambe avevano carte di identità dell'UNMIK; l'auto era registrata ad una ONG con base a Tirana. Quando interrogati, i due dichiararono che erano dipendenti della Revival of Islamic Heritage Society:

"Secondo loro questa è una organizzazione umanitaria e hanno uffici di rappresentanza in molte città del Kosovo ed avevano visitato un ufficio islamico a Malishevo. Lo scopo di questa organizzazione è di prendersi cura degli orfani in Kosovo".

Questa è una ammissione molto interessante perché, se vera, riafferma la tattica preliminare consacrata nel tempo della RIHS di "educare" i giovani. Ed in verità, quali giovani più facili da educare vi sono là di quelli senza genitori? Tali attività sono già state usate dagli (piuttosto secolari) albanesi del Kosovo nel creare dimostranti delle "linee del fronte" che possono essere facilmente indottrinati verso una causa di "liberazione" militante. Numerose fonti in Kosovo lo scorso anno dichiararono che uno speciale gruppo di orfani, le cui famiglie erano state uccise nella guerra del 1999, venivano cinicamente collocati al fronte a varie proteste (compresi i primi stadi dei tumulti del marzo 2004), specificamente a causa del pessimo effetto propagandistico che si sarebbe prodotto se dei bambini venivano feriti o uccisi dalla polizia ONU.

L'altra principale strategia impiegata dalla RIHS durante lo stadio uno, costruzione di moschee, viene attestata dal secondo documento messo a disposizione da Gambill. In un rapporto di "valutazione" del 20 settembre 2003, pure della polizia ONU di Malishevo, si afferma che un altro veicolo della RIHS (questo una Opel Frontera verde scuro registrata in Kosovo) era stato individuato due volte nella vicina città di Orahovac, guidato da un arabo barbuto. Molto più importante, il rapporto della polizia dichiara che la RIHS aveva "chiesto" ad una ONG degli Emirati, la Human Appeal International, di finanziare e costruire una moschea nella città, "la terza moschea che essi [la HAI] hanno costruito in Kosovo". Risulta che anche la HAI sia pesantemente impegnata in servizi agli  orfani in vari paesi, compreso il Kosovo.

La tattica di mantenersi sotto il radar operando indirettamente attraverso una ONG islamica (finora) incontaminata da collegamenti terroristi dimostra che la RIHS è preparata ad operare lentamente ed in stadi per raggiungere il suo obiettivo chiave di aumentare la presenza salafita in Kosovo. Viene frequentemente dichiarato dai capi albanesi del Kosovo e dai veterani di guerra del KLA che la loro è una società secolare e filoccidentale che non potrà mai cadere sotto l'influenza di islamisti stranieri e che il KLA ha sempre rifiutato il loro aiuto. Mentre questo è senza dubbio vero per una grande porzione del precedente KLA, la scissione dell'organizzazione che iniziò dopo la guerra ha portato le diverse fazioni ad esplorare nuovi sodalizi. Così, aggiunge Gambill, "proprio ora, ho le prove da valide fonti che riferiscono che una branca dell'AKSH [un gruppo militante nazionalista albanese] si è agganciata ai fundies [fondamentalisti islamici] nell'estremità meridionale del Kosovo, l'area di Dragash tra l'Albania e la Macedonia".

Moreover, leaving this argument aside for the moment, we should also remember that terrorists never require a majority to operate in any given country; indeed, it would be almost antithetical to their purposes. In the absence of a majority population sympathetic to their cause, all that groups like the RIHS need is a place to take cover while they quietly plan – a "safe hotel," as Abu Omar memorably dubbed Albania back in 1995.

Inoltre, lasciando da parte per il momento questa discussione, dovremmo anche ricordare che i terroristi non hanno mai avuto bisogno di una maggioranza per operare in ogni dato paese; in realtà, sarebbe quasi antitetico ai loro scopi. Nell'assenza di una maggioranza favorevole alla loro causa, tutti quei gruppi come la RIHS hanno bisogno di un posto per mettersi al riparo mentre pianificano quietamente, un "albergo sicuro", come memorabilmente Abu Omar soprannominava l'Albania già nel 1995.

Il buco nero dei Balcani, ed oltre

Sfortunatamente, oggi l'Albania non è un bel posto, come anche la Bosnia, il Kosovo e la Macedonia. Piene di simpatizzanti islamisti, la Bosnia è la più disponibile dei quattro, un posto dove "adattarsi" non è difficile (specialmente nell'area di Zenica). In Kosovo, la paura e la debolezza dell'ONU, come pure le manchevolezze della sua intelligence, hanno reso impossibile reprimere realmente i gruppi che sono transitori, elastici e ben finanziati. E per ultima, povera Macedonia, la completa mancanza di una agenzia governativa o persino di individui per regolare le attività e le finanze del settore delle ONG rende quasi impossibili da accertare gli scopi e le finanze delle associazioni di beneficenza sospette, mentre la preponderanza di villaggi militanti pesantemente sorvegliati rende molto pericoloso per la polizia investigare cosa stia accadendo nelle comunità islamiche locali e nelle montagne isolate.

Naturalmente, come riconosce Tom Gambill, "E' sempre vero che più [lavoro investigativo antiterrorismo] potrebbe essere in corso dietro le scene di quanto noi sappiamo". Gli USA ed i loro alleati potrebbero semplicemente stare facendo un gioco d'attesa con gli islamisti o lavorare con un personale molto selezionato, oppure entrambe le cose.

Nondimeno restano preoccupazioni reali. In realtà, data l'assenza di ogni visibile attiva e pubblica azione governativa quando si tratta di reprimere i gruppi come la RIHS (e non solamente nei Balcani) come si può non concludere che gli USA ed i loro alleati dimostrino una pericolosa negligenza di fronte ad una minaccia chiaramente dimostrata alla sicurezza dell'occidente?